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sabato 6 luglio 2013

STORICO E' STATO LO STRAPPO NON QUEL COMPROMESSO di Francesco De Martino







STORICO E' STATO LO STRAPPO NON QUEL COMPROMESSO

intervista a Francesco De Martino



Nel 1985, a un anno dalla morte di Enrico Berlinguer, Francesco De Martino, l'ex segretario del PSI scomparso oltre dieci anni or sono, in questa lunga intervista rilasciata a Candiano Falaschi della redazione dell'Unità, faceva il punto sul suo rapporto personale e politico con il Segretario del PCI e sul rapporto che intendeva instaurare da tempo con quel partito. Nell'ottica dell'affermazione di un'alternativa di sinistra che avrebbe dovuto essere sostenuta da socialisti e comunisti. Decisiva a riguardo per De Martino era stata la presa di distanza di Berlinguer dall'Urss in un suo fondamentale idiscorso in cui rivendicava la scelta della linea democratica del PCI, mentre carattere episodico e non certamente storico avrebbe dovuto avere, secondo lui, il compromesso fra comunisti e democristiani. Nonostante il parere contrario dell'allora segretario del PSI Bettino Craxi, le ragioni dell'alternativa di sinistra per De Martino restavano tutte in piedi, perché erano stati superati i presupposti della scissione di Livorno del 1921 ed il PCI aveva confermato la sua scelta democratica all'interno delle istituzioni.
Sono queste le tesi che rendono, a mio avviso, ancora più attuale oggi la prospettiva di una ricostruzione della Sinistra in Italia che veda protagonisti sia coloro  che si richiamano ai valori del socialismo storico che coloro che si rifanno alle scelte democratiche del comunismo italiano.

Marco Zanier

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Lungo tutto l'arco  politico dell'ultimo anno si è parlato spesso, molto spesso di “effetto Berlinguer”. E con questa espressione, vaga come tante altre espressioni del linguaggio, politico, ci si è riferiti di volta in volta tanto all'onda di emozione provocata dalla lunga agonia di Padova e al generale rimpianto per la scomparsa del segretario del PCI, quanto al risultato ottenuto poco dopo dai comunisti italiani nelle elezioni europee. Su questo modo di vedere le cose, Francesco De Martino ha qualcosa da dire in via preliminare:

Se ha un senso parlare di “effetto Berlinguer”- egli obietta- , bisogna dire che questo fenomeno, questo “effetto”, si è verificato proprio perché si trattava di Enrico Berlinguer e cioè di una personalità caratterizzata da certi inconfondibili tratti umani e politici. Il punto sta proprio qui. Parlare quindi della sua scomparsa in quei termini, lungi dallo sminuire la figura, contribuisce invece a rafforzarla e a sottolinearne il rilievo.
            Per quanto mi riguarda, la morte di Berlinguer mi colpì  molto di più di quanto avrei potuto credere. Ne ho sofferto, anche se purtroppo sono abituato da tempo alla perdita di uomini cui ero legato. E' stato come perdere un amico. Mi ero incontrato con Enrico qualche mese prima della sua morte ed avevamo parlato a lungo. Il punto più dibattuto tra di noi era sempre quello della valutazione dell'attuale politica socialista. Egli parlava con me sapendo bene di raccogliere l'opinione di un dirigente socialista abbastanza critico nei confronti della situazione esistente e metteva l'accento sulla necessità di superare questa fase. Anch'io, è ovvio, ero convinto di questa necessità e quindi consapevole dell'esigenza di una maggiore unità a sinistra: non ero però incline a vedere possibilità nuove in tempi brevi. La divaricazione tra i partiti della sinistra la giudicavo profonda, dal momento che non eravamo dinanzi a un mero espediente tattico dell'attuale gruppo dirigente socialista, ma ad un insieme di vedute (la cosiddetta scelta riformista) che avrebbe avuto bisogno di un periodo di tempo non certo ridotto per sperimentare le proprie possibilità. Era, ed è, una scelta di ordine teorico e strategico. Berlinguer mirava ad un miglioramento dei raporti tra PCI e PSI e sperava che ciò potesse avvenire sotto la spinta delle cose; non mi pareva che egli considerasse il PSI, pur criticandolo, una forza estranea alla sinistra. Si trattava di uno scambio di opinioni del tutto disinteressato, dal momento che io, dopo il nuovo corso socialista, non ho incarichi di partito attraverso i quali poter influire direttamente e in modo decisivo. Non c'era da parte di Berlinguer, nessuna interferenza, nessuna iniziativa condotta in modo improprio contro gli attuali dirigenti del PSI. Egli era discreto e aveva molto stile: era impensabile che potessero venire da parte sua iniziative del genere.

Ma una discussione tra il segretario del PCI e De Martino non poteva limitarsi all'attualità politica. In essa entravano in campo, come è naturale, anche aspetti più generali.

 Io – ricorda De Martino- avevo manifestato un consenso pieno all'azione di Berlinguer, che ha valore storico, volta a stabilire la più completa autonomia rispetto all'Unione Sovietica. Gli avevo espresso la più grande soddisfazione. Non si trattava solo, io credo, dell'esaurimento della spinta propulsiva, perchè sempre in un processo rivoluzionario l'ondata tende a esaurirsi, ma della stabilizzazione delle caratteristiche proprie di uno Stato autoritario in netta antitesi con la concezione democratica del socialismo che il PCI pratica e che Berlinguer più di altri ha teorizzato.

E in che termini parlavate delle prospettive della sinistra, in Italia e in Europa?

C'erano anche questi aspetti nelle nostre discussioni. Dopo il cosiddetto “strappo, conseguente alle polemiche sui fatti polacchi, in un'intervista a Panorama io affermai tra l'altro che ormai potevano considerarsi cadute le premesse della scissione del 1921...

Ricordo che quell'intervista interessò molto Berlinguer. L'Unità la riprese con rilievo, pur evitando di fare confusione tra le varie posizioni esistenti nell'ambito della sinistra.

Del resto, anche Pietro Nenni, in un altro momento, aveva dato un parere analogo al mio sull'esaurirsi delle premesse della scissione. Ora, io mi rendo conto che questo giudizio di fondo che davo non modificava certo la situazione di fatto. Anche perché ognuno portava fatalmente il peso della propria eredità e della propria storia. Mi sembrava, e mi sembra, paradossale, però, che ogni volta che il PCI compie un passo avanti nel senso auspicato dai socialisti nel corso di una ormai lunga vicenda storica, i rapporti tra i due partiti tendano a peggiorare o almeno non migliorino. Ciò che Berlinguer ha fatto su questo terreno ha un'importanza decisiva, specie se si pensa a come sono nati i comunisti  e a quale coraggio esiga avanzare in quella direzione. Occorre soprattutto coerenza, fermezza, lucidità. Per quanto mi riguarda, io ho accolto le prese di posizione di Berlinguer come la piena conferma di un giudizio, da me espresso da tempo, sulla effettiva direzionbe del processo di elaborazione politica del PCI. In passato, troppi si sono attardati  a giudicare i comunisti italiani come un blocco immobile e immutabile. Anche adesso c'è qualcuno che pensa e ragiona così, però con sempre meno argomenti a disposizione.

 Nel 1969, in che modo accogliesti la venuta alla ribalta di un uomo nuovo come Berlinguer, allora eletto vicesegratario del partito?

 Quando egli ebbe quella nomina, dopo la malattia di Longo, non fu una sorpresa. L'esperienza della sua segreteria ha poi pienamente legittimato quella scelta: egli rivelò capacità e qualità superiori a quelle che allora gli si riconoscevano. Ciò dipendeva certo anche dal suo carattere schivo, alieno da esibizioni e dalla ricerca della pura pubblicità. Questo comportamento, con i tempi che corrono, appariva anomalo. Ma per lui la politica era politica, non spettacolo. E questo tratto emerse fin dall'inizio. Sotto un'apparenza distaccata, c'era in lui una grande passione. Non era un uomo freddo. E se  era diventato un capo popolare, ciò era avvenuto per la semplicità e la schiettezza dell'impegno, non certo per il lenocinio della propaganda e dell'immagine.

A partire dal 1969 si assiste anche a un mutamento di fase politica, con la crisi dell'esperienza di centro- sinistra.

Si, e  occorre dire che dopo la scissione socialdemocratica, avvenuta in quell'anno e con la inaugurazione della linea socialista dei “nuovi equilibri”, vi fu un miglioramento di clima e di rapoorti a sinistra. Si attenuarono le polemiche di un tempo. Con la proposta dei “nuovi equilibri” noi ricercavamo un allargamento della maggioranza di governo al PCI su scelte concrete; il che tendeva al superamento della situazione precedente e della stessa ispirazione originaria della formula di governo, espressa da Moro, che era quella della sfida ai comunisti e, in sostanza, al loro isolamento.

Un dialogo, quindi, riprende. E tocca proprio a Berlinguer tesserne i primi sviluppi. Con quali risultati?

 Il clima, intanto, era mutato. Non dimentichiamo che questo dette i suoi frutti. Ci fu il varo delle Regioni; fu approvato lo Statuto dei lavoratori. Anche negli anni precedenti, pur in una situazione diversa, vi era stata del resto una convergenza per la nazionalizzazione dell'energia elettrica e per la riforma della scuola media.

Come risposta a tutto questo, si scatena però quella che è stata chiamata la strategia della tensione.

Nel 1969, come vicepresidente del Consiglio, io sostenni la tesi non- come si disse- del disarmo della polizia, ma del non impiego delle armi da parte della polizia in servizio di ordine pubblico. Ora mi sembrano cose un po' remote, ma allora era abbastanza normale  che i conflitti sociali  si concludessero con i morti nelle strade (per i due braccianti uccisi ad Avola, si ottenne per la prima volta il trasferimento di un questore). La discussione sulla riforma di polizia iniziò proprio allora.
Io rimango convinto del fatto che non vi fu in quel momento un sufficiente riconoscimento da parte del PCI per l'azione che il PSI, tra mille difficoltà, stava svolgendo dal suo posto di partito della maggioranza di governo. Qualcosa venne fatto. Certo non tutto ciò che si voleva. Alcune scelte dei socialisti erano determinate- ne sono convinto ancora- dalla circostanza che non vi erano sbocchi politici possibili al di fuori di quelli; anche se forse certi prezzi furono troppo alti, e qui penso in primo luogo alla scissione del PSIUP. Dopo, nella fase più acuta della crisi del centro- sinistra, vi fu un po' di polemica a sinistra. Alla fine del 1975, il PSI dichiarò esaurito il governo Moro- La Malfa, che a nostro giudizio non teneva conto delle esigenze delle quali i socialisti erano portatori. Un giornale titolò che la mossa di fine anno del PSI era volta a “stanare” i comunisti e può darsi che anche questo abbia influito almeno sul piano psicologico. Fatto sta che Berlinguer, in quell'occasione, polemizzò  con noi. Disse che i socialisti miravano ancora a un governo che escludesse i comunisti. Dall'altra parte, al contrario, fummo invece accusati di spingere per un governo a partecipazione comunista. Berlinguer ci mosse le sue critiche durante uno dei suoi primi comizi, ma bisogna dire che nello svilupparsi della campagna elettorale non vi furono poi inasprimenti di alcun genere.
           
Vi furono anche, a partire dal 1973 ma con particolare acutezza negli anni successivi, le discussioni sulla formulazione del “compromesso storico”.

Nel Partito socialista furono certo, avanzate varie critiche nei confronti di quelle tesi. Ciò avvenne da parte di Riccardo Lombardi e della sua corrente da parte degli autonomisti. Qual'era la mia opinione? Io pensavo che il “compromesso” avrebbe dovuto essere un fatto ben limitato nel tempo; non ero d'accordo sul carattere “storico”. Bisognava  passare- io ritenevo- dalla grande coalizione per arrivare all'alternativa, anche se in Italia attivare il meccanismo dell'alternativa è più complicato che altrove, poiché la Democrazia cristiana non è un partito conservatore tipico. La mia concezione è tutta compresa negli “equilibri più avanzati”, formula forse non felice, che però vedeva il passaggio dalla presenza del PCI nel governo. Al congresso socialiusta del 1976 io sostenni la tesi dell'alternativa...

Lo ricordo. E ricordo anche la discussione che aprimmo allora sulle colonne dell'Unità.

Si. Nel sostenere l'alternativa,però, io avvertivo che quell'obbiettivo era lontano e che perciò occorreva provvedere a soluzioni immediate che non fossero in antitesi con quella prospettiva. Occorreva dunque un diverso rapporto con il PCI. Dissi anche: l'esperienza ci dirà se abbiamo più ragione noi a parlare di alternativa o i comunisti a parlare di “compromesso storico”. Dopo le elezioni politiche del 1976, quando non ero più segretario del PSI avanzai la proposta di un governo di centro- sinistra sorretto da una maggioranza comprendente il PCI. Berlinguer disse: si può vedere. Craxi escluse però questa soluzione. Si arrivò così al governo delle astensioni e poi alla maggioranza di unità nazionale.
Per quanto riguarda la formulazione della successiva “alternativa democratica” da parte di Berlinguer, io ritengo che essa abbia un elemento in comune con il “compromesso storico”. E questo mio giudizio non è tratto da conversazioni avute con Berlinguer, ma dall'esame degli elementi e delle posizioni politiche. A mio parere il “compromesso storico”, così come era stato annunciato dopo gli avvenimenti del Cile, metteva l'accento sul rapporto tra i partiti: successivamente fu invece accentuata la partecipazione della parte progressista del mondo cattolico. In questo, io vedo un passaggio verso la tesi dell'alternativa. Se si dà questa rappresentazione, quindi, la cosiddetta “seconda svolta di Salerno” io non la considero una svolta.

Tu hai più volte discusso col PCI sulla “terza via”

Non ritengo che l'espressione “terza via” esprima bene la sostanza. Essa può essere intesa come qualcosa di mezzo tra democrazia e autoritarismo. Non era questa l'opinione di Berlinguer. Egli pensava a una concezione del socialismo diversa dalla socialdemocrazia e dal comunismo sovietico. Quanto ai metodi per realizzare il socialismo, nella visione di Berlinguer l'accettazione della democrazia è senza riserve.
Occorre però che la sinistra approfondisca le basi teoriche di una nuova concezione del socialismo: come ci si arriva, con quali riforme (e quindi rapporto tra riforme e mercato); quali parti del sistema accettiamo e quali vogliamo invece modificare; come assicuriamo la salvaguardia del livello di vita. Non tutti questi problemi sono risolti. In questo periodo tutte le forze di sinistra che hanno governato in Europa hanno dimostrato di non avere una concezione adeguata. Il potere economico in mano ad altri, come si concilia con le esigenze di riforma? Ritorna, quindi, il problema della programmazione democratica, in rapporto col sistema esistente. Non basta, io credo, dire il socialismo nella libertà. Bisogna dire come. Bisogna vedere meglio il rapporto tra politica e potere economico.





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L'intervista, tratta dal volume monografico “Enrico Berlinguer”, edito nel 1985 nella Collana Documenti dalla Editrice l'Unità Spa, è stata scelta, introdotta e trascritta al computer da Marco Zanier.
            




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