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giovedì 5 maggio 2016

AMMINISTRATIVE E REFERENDUM: UN MATCH IN DUE RIPRESE di Norberto Fragiacomo

AMMINISTRATIVE E REFERENDUM: UN MATCH IN DUE RIPRESE

di

Norberto Fragiacomo




Le amministrative di giugno sono dietro l'angolo, ma anche ottobre si approssima: lo sa bene Renzi, che il primo maggio (è uno sberleffo premeditato, naturalmente) ha dato il via alla campagna per il SI al referendum di riforma costituzionale. Al netto della gragnola di slogan, gli argomenti sono quelli cui il golden boy di Rignano ci ha abituato da un pezzo: accuse di conservatorismo a quanti si azzardano a non pensarla come lui (il mentore Berlusconi avrebbe detto che "remano contro", ma i "gufi" con le barche c'entrano poco), inni alla semplificazione che si fermano al ritornello, spavalde vanterie ben oltre il limite dell'autoincensamento, forse del ridicolo. Approccio da taverna, ma mediaticamente fruttuoso: il merito delle questioni viene accantonato, i critici sono additati come livorosi nostalgici, urlatori senza costrutto e professoroni macchiettistici. Ce l'hanno con me perché sto finalmente cambiando l'Italia - strilla in sostanza -, prova ne sia che "ho abolito il Senato!"

Ora, che l'ultima affermazione sia grossolanamente falsa non lo preoccupa: esigenze di "semplificazione" consentono di contraffare la realtà a piacimento, quando si è certi che il pubblico sia di bocca buona. Matteo Renzi ha individuato il proprio target per esclusione: sa già in anticipo chi dirà NO alla sua riforma (su alcune criticità della quale mi sono soffermato mesi addietro). Gli avversari - giudicati irrecuperabili, e perciò non meritevoli di attenzione - sono una larghissima fetta di quel 32% circa di italiani che, il 17 aprile, si sono pronunciati sulle trivellazioni in Adriatico fino alla fine dei tempi. Tentiamo di definirli: sono i cittadini che, faticando, provano a tenersi aggiornati e poi, magari, la domenica si accapigliano su Facebook a proposito delle politiche della UE - non sempre hanno le idee chiare, ma a partecipare ci tengono. Che con costoro ("quelli che sanno solo dire di no", li liquida sprezzante Matteo) non ci sia alcuna intenzione di ricucire lo strappo lo dimostra indirettamente il trattamento riservato a Michele Emiliano che, fino a prova contraria, è pur sempre un Presidente di Regione iscritto al PD - ma anche l'unico rivale interno di una certa caratura, e una possibile, temuta alternativa di governo: la virulenza degli attacchi, scomposti e piuttosto volgari, susseguitisi nelle ultime settimane fa da preludio - direi: da prova generale - a una campagna referendaria sopratono che sarà condotta a reti unificate e “casa per casa”.

Il premier, insomma, vuole arruolare "gli altri", quelli che dei referendum storicamente se ne fregano, smaniano nell'auto bloccata dai cortei del Primo Maggio, snobbano i talk show non perché faziosi, ma perché ospitano gente che parla "di politica" per una serata intera (sai che noia! e poi sono "tutti ladri" a prescindere... ma che ne pensi dell'ultimo acquisto della Juve?) e delle ore passate a scuola hanno un ricordo vago e appannato. Per restare all'esempio di prima: quelli che sulla pagina FB pubblicano, ben che vada, la foto virali di una cucciolata, o copiano da altri utenti pensierini stile Baci Perugina.

Silvio Berlusconi - più naif ma, in fondo, anche assai più immaginifico del suo successore - identificava il proprio serbatoio naturale di voti con gli studenti medi meno dotati, quelli degli ultimi banchi, o con le casalinghe di Voghera e dintorni: Renzi è conscio che per vincere avrà bisogno dell'appoggio delle stesse masse disinformate e disattente, ed è convinto di poterselo conquistare senza troppa fatica. Le elargizioni a pioggia servono allo scopo, e pure i concetti omogeneizzati, se rafforzano lacerti di opinione ampiamente diffusi: che il Parlamento - e magari qualche giudice - siano un intralcio alle scelte "di chi fa", che i politici siano una genia di succhiasangue, ingordi di privilegi e indennità – tutti in blocco: dal capogruppo al Sindaco di paese -, che il nuovo sia per definizione da preferire al vecchio. Palazzo Chigi val bene una messa: la riappacificazione sottotraccia tra i due esponenti della destra economica - che Matteo Salvini imputa ad un "ricatto" governativo ai danni di Mediaset - è figlia primogenita dell'esigenza di poter contare, in autunno, su una quota maggioritaria dell'elettorato storicamente berlusconiano. C'è pure un altro motivo: Renzi non ha inizialmente dato troppa importanza alle consultazioni locali, lasciando il partito in balia di se stesso, per poi realizzare in extremis che un risultato negativo a giugno potrebbe riflettersi sugli esiti di un referendum che si terrà - se si considerano i tempi della politica - l'indomani o quasi. Il suo principale timore è un'avanzata della destra definita "populista" - cioè ostile alla UE - e soprattutto del M5Stelle, apertamente schierati per il NO. Ecco allora che l'appoggio a Marchini - imprenditore prestato alla politica, cioè a se stesso, situabile in quella zona grigia dove PD ed ex PdL si confondono - diventa conveniente per entrambe le parti: per Renzi convinto di poter così scongiurare il successo quasi annunciato della Raggi [1], per Berlusconi che, smarcatosi dal duo antiUE Salvini-Meloni, si ricandida a oppositore integrato, a leader di una destra compatibile con lo schema bipolare che, malgrado qualche scricchiolio locale, nell'universo europeista tiene ancora. Se "grillini" e leghisti verranno contenuti, le amministrative finiranno con un ininfluente pareggio - a patto che il Partito (sedicente) Democratico conquisti almeno due-tre grossi centri. A questo punto, forte della non belligeranza di Silvio – che consegnerà senza clamori le sue reti ai propagandisti renziani e, all’ultimo istante, esprimerà un sofferto SI – il premier potrà scatenare una campagna aggressiva, fatta di parole d’ordine, blandizie, minacce, promesse e qualche mancia. I dissenzienti saranno oscurati, le loro ragioni banalizzate e/o travisate ad arte - e Renzi vincerà la partita decisiva.

Questo pare essere il suo intendimento, ma non mancano ostacoli sulla via del bramato trionfo. In primo luogo – l’ho anticipato – le candidature piddine di giugno sono quasi ovunque debolissime: soltanto Fassino in Piemonte parte favorito, Sala a Milano arranca dietro un rivale che gli somiglia come una goccia d’acqua (sono intercambiabili). A Napoli altri saranno protagonisti, Roberto Giachetti – professione di liberismo sfrenato, ma comunicazione d’antan – al ballottaggio non dovrebbe proprio arrivarci. L’assenza del “soccorso rosso” (quello di SeL, finta forza d’opposizione, è rosa pallido) potrebbe pesare anche in realtà come Trieste, dove tre candidati (PD, destra e 5Stelle) hanno analoghe chance di vittoria. Certo, meglio per Palazzo Chigi un’affermazione dei “moderati” (leggi: destra sottomessa alla UE) che quella di forze “estremiste” – finora a parole -, ma una disfatta piddina su scala nazionale non mancherebbe di riverberarsi sull’immagine del governo “del fare”.

Inoltre, Renzi non può più presentarsi come il garante/protettore di tutti, padroni e operai, elite economica e cittadini comuni: la dogmatica – ma in fondo istintiva – avversione nei confronti dei sindacati si è tradotta in un’attività di governo ad esclusivo beneficio del mondo imprenditoriale, con particolare riferimento ai potentati finanziari (banche e imprese multinazionali) poiché i piccoli sono sacrificabili. Inutile allungare il brodo con esempi di attualità; la scelta di campo, ideologica prima ancora che caratteriale, in favore di Marchionne implica piena adesione al modello europeista, che prevede drastici tagli alle pensioni, alla sanità e ai servizi pubblici (eseguiti), cancellazione del diritto del lavoro (Jobs act), manomissione di Costituzioni troppo “socialiste” per piacere ai finanzieri che telecomandano Commissione e istituzioni UE (in corso), appoggio indiscusso a quel trattato transatlantico (Ttip) che sopprimerà di fatto le Corti costituzionali per assegnare il sindacato sulle leggi a un ristretto gruppo di avvocati d’affari contigui alle corporazioni transnazionali. Anche gli enti locali stanno pagando un doloroso scotto: la loro autonomia, garantita dalla Carta fondamentale, è oramai azzerata, tra associazionismo forzoso, congelamento delle risorse e normative – vedi il nuovissimo Codice degli appalti/D. Lgs. 50/16, di ispirazione comunitaria – che subordinano espressamente diritti dei prestatori di lavoro (cfr. l’ipocrita disposizione sulle c.d. clausole sociali, inseribili nel bando di gara purché non sgradite all’iniziativa privata) e settori come quello sociale e culturale all’onnipotente concorrenza. Matteo Renzi è – assieme a Mario Monti – il governante più a destra nella storia della Repubblica: la necessità di opporsi alle sue politiche è stata ben compresa da svariate centinaia di sindaci aderenti all’ASMEL che qualche giorno fa, a Napoli, hanno approvato un Manifesto contro l’accorpamento coatto dei Comuni minori. In questa battaglia un ruolo centrale spetterebbe di diritto ai primi cittadini delle grandi città, che però mancano all’appello: di fronte alle prepotenze del loro segretario i Sindaci di marca PD tacciono, conniventi. La sostanziale ignavia, l’omessa denuncia sono di per sé una colpa – sanzionabile con un voto contrario ai singoli responsabili, che indebolirebbe Renzi e il suo sistema di potere. La riscossa italiana potrebbe partire proprio dalle comunità, concretandosi in un patto fra cittadini, amministratori e funzionari che riporti l’attività amministrativa nell’alveo della Costituzione, con conseguente motivata disapplicazione in actis delle norme primarie che collidono con i suoi principi. Un esempio? Facile: il diritto all’iniziativa privata, le ragioni della concorrenza sono – nel nostro ordinamento - recessive rispetto alla tutela dei lavoratori, alla salute e alla sicurezza sociale. Immaginare una guerriglia in punta di diritto è però da inguaribili ottimisti: mi accontenterei di una debacle elettorale del PD, che rafforzerebbe i dubbi – già presenti in ampi strati dell’opinione pubblica di “centro-sinistra” e dintorni, come dimostra la significativa affluenza al referendum di aprile – sulle reali finalità di Renzi, sulla possibilità che le sue politiche, pur orientate a destra, migliorino di rimbalzo anche la sorte delle masse (non solo) giovanili. Il calo della speranza di vita (“dall’ufficio alla tomba” sarà l’inevitabile motto, se le cose seguiteranno ad andare così) e l’onnipresenza dei voucher sono solamente due sintomi della malattia chiamata renzismo, a sua volta una variante locale del nuovo regime cleptoliberista imposto ai popoli europei: sta ai cittadini debellarla, votando accortamente a giugno e in autunno.

Assieme a Matteo Renzi non cadrebbe la dittatura finanziaria, ma ad ottobre potremmo comunque ottenere due eccellenti risultati. Il primo sarebbe l’eclissi politica di un individuo che già tanti danni ha inferto al Paese; il secondo la vanificazione di una controriforma centralista che, attraverso l’intermediazione dell’esecutivo, affida ogni decisione su presente e futuro alle lobby brussellesi.

Qualche settimana fa, su Facebook (sempre là torniamo…), una compagna si chiedeva smarrita come dovrebbe comportarsi un elettore “di sinistra” alle comunali romane. Semplice: voti al primo turno Fassina, che di Sinistra Italiana è uno dei pochi volti seri e presentabili (il resto è vendolismo mellifluo e ipocrita), e al secondo la Raggi, come antipasto della scelta autunnale. Una triplice (o duplice) mossa finalizzata a chiudere un capitolo che ad ogni nuova pagina ci offre qualche brutta sorpresa.   





[1] Ma non si voleva lasciare la capitale ai 5Stelle, per poi mettere a nudo la loro incapacità di governare le città? Questa era senz’altro la pensata iniziale, ottima nella prospettiva di elezioni politiche datate primavera 2018 o autunno 2017… molto meno in quella di un voto/ordalia fissato per ottobre 2016: difficile che nei tre mesi estivi – una sorta di periodo sabbatico per la politica nazionale - la Raggi, spigliata e sorprendentemente telegenica, riesca a combinare disastri. 

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