La Dichiarazione Universale dei diritti dell'Uomo approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, all'articolo 1 così recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignita e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.” Constatiamo che, nel corso della storia e tuttora, in molte parti del mondo, così non è stato e così non è. In questa sede cercheremo di capire, con un breve excursus interdisciplinare, il perché di ciò e come invece sia urgente che tale principio sia applicato globalmente, anche per evitare all'umanità il rischio di estinguersi in maniera definitiva.
* Per la difesa dei lavoratori, dei senza reddito e delle minoranze oltre ogni discriminazione di genere e orientamento * Per un socialismo libertario, solidale e pluralista che riparta dai territori per riconquistare la giustizia sociale e la democrazia * Per un nuovo internazionalismo che difenda la vita sulla Terra, contro ogni devastazione ambientale e contro ogni guerra
ARCHIVIO TEMATICO (in allestimento. Pronto l'indice dei redattori)
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venerdì 31 maggio 2013
giovedì 30 maggio 2013
UNA PRIMA ANALISI DEL VOTO di R. Achilli
di Riccardo Achilli
E’
difficile dire quanto i risultati del voto amministrativo di questo
fine settimana incideranno sul Governo Letta. Nel breve periodo, non
vi saranno effetti. Il Pdl è in stato confusionale dopo la batosta
elettorale: il fedelissimo Cicchitto è arrivato addirittura a
mettere in dubbio il potere sinora indiscusso di Berlusconi sul
partito, chiedendo che i coordinatori regionali siano scelti dal
basso, e non nominati dall’alto. E’ una rivendicazione di portata
clamorosa: significa rimettere in discussione un assioma sinora mai
sfiorato, nei vent’anni di berlusconismo: il diritto supremo del
capo di modellare il partito a sua immagine e somiglianza. Si tratta
dell’apertura di una crepa esiziale, oppure di una iniziativa
estemporanea di un dirigente spaventato? Troppo presto per dirlo, ma
se due indizi fanno una prova, la querelle fra Nitto Palma e Bondi
sulla cosiddetta “salva-Silvio” evidenzia una condizione di
spaccatura fra le truppe cammellate berlusconiane proprio sul tema
che sta più a cuore al loro caro leader.
Pericolo Nazista in Grecia !
Un impressionante reportage della TV Australiana SBS su Alba Dorata, il partito nenonazista greco.
Descrive un'organizzazione capillare fatta di servizi sociali, formazione politica, indottrinamento ideologico anche ai bambini, squadracce in puro stile fascista, violenza e tanti, tantissimi legami e protezioni tra politici, religiosi, magistrati, polizia ed esercito.
Un quadro molto preoccupante dell'immenso potere assunto da questa formazione xenofoba, antisemita, antidemocratica, violenta che opera in maniera simile ad Ezbollah in Libano ....
Questo è il link per vedere tutto il servizio
Παναγιώταρος για Χρυσή Αυγή και Χεζμπολάχ di Newscaster
TRE NO PER SALVARE (E CAMBIARE) LA SIRIA
TRE
NO PER SALVARE (E CAMBIARE) LA SIRIA
Non sono in pochi a considerare
la prossima conferenza internazionale di Ginevra come l’ultima possibilità per
una soluzione in senso positivo della crisi siriana. Certo, in questi giorni
sono state compiute delle scelte che non sembrano andare nella giusta
direzione, come la decisione – da parte dell’Unione Europea – di revocare
l’embargo sulle armi ai gruppi armati dell’opposizione. Un provvedimento che
sarà operativo dal mese di agosto ma che lancia un segnale negativo in un
momento in cui il linguaggio della diplomazia dovrebbe prevalere. Quali
conseguenze ne deriveranno, si vedrà.
Quel che è indubbio è che, sul
campo, una realtà che ha sempre rifiutato la logica dello scontro militare,
ritenendo necessario contrastare un regime oppressivo e ottenere la libertà con
mezzi pacifici, è il Coordinamento Nazionale per il cambiamento democratico.
Ahmed Kzzo, che ne fa parte, ce ne ha spiegato la filosofia, fornendoci inoltre
preziosi elementi di comprensione di una realtà complessa, che i media
mainstream restituiscono in modo parziale e deformato.
Per cominciare, puoi spiegarci
cos'è il Coordinamento Nazionale per il cambiamento democratico in Siria?
Sì, anzitutto va precisato che
esso è nato pochi mesi dopo l’inizio della rivoluzione, formato da venti
partiti e movimenti di diverso orientamento (marxisti, socialisti, islamici),
nonché da diversi oppositori storici del regime. Del coordinamento, poi, fanno
parte sia arabi che curdi.
Spesso ci si riferisce ad esso
come all'opposizione dell'interno, perché è nato nel territorio della Siria,
dove – al momento della costituzione, il
30 giugno 2011 – si trovava la gran parte dei suoi membri.
Questa è già una differenza con
il Cns (Consiglio nazionale siriano), costituito dalla Fratellanza Musulmana e
altre forze, che è stato fondato a Istanbul da personalità dell'opposizione
perlopiù in esilio. In questo senso, il Cns è stato definito “opposizione
dell'esterno”.
mercoledì 29 maggio 2013
Un MoVimento all’indietro di Norberto Fragiacomo
Un MoVimento all’indietro
di
Norberto Fragiacomo
Vecchi politicanti e opinionisti di grido vi rigirano spudoratamente il coltello, ma la piaga, stavolta, sanguina sul serio: basta passare in rassegna i dati per rendersi conto che, per il MoVimento 5 Stelle, le amministrative di fine maggio sono state una caporetto.
L’annichilente 14% di Roma è uno dei risultati migliori, e questo dice tutto: in molte città capoluogo l’armata grillina ha visto le percentuali di febbraio ridursi ad un terzo, ma le perdite in termini di voti fanno ancora più male. Un esempio clamoroso: nella Siena di Montepaschi – simbolo del “malgoverno” piddino – al candidato dei 5 Stelle tocca la medaglia di latta, persino Laura Vigni (sostenuta dalla Sinistra propriamente detta) va più vicina al ballottaggio.
Grillo e il suo staff ripetono la solita solfa: le elezioni locali sono altra cosa rispetto alle politiche ecc. ecc. L’argomento è privo di pregio, per un semplice fatto: l’ascesa, apparentemente inarrestabile, dei 5 Stelle era iniziata proprio alle amministrative di un anno fa, con il trionfo di Parma ed un onorevolissimo terzo posto a Genova. Oggi sembra cambiato tutto, e la fiammata di febbraio si rivela un fuoco fatuo. Domandarsi il perché è sempre utile.
Tralasciamo il gongolo travestito da commento del vicedirettore Giannini – che approfitta dell’occasione per farla fuori dal vaso, sommando due falsità su Syriza nell’unico periodo «com’è accaduto in Grecia alla sinistra estremista di Syriza, anche il movimento di Grillo e Casaleggio ha subito l’enorme riflusso di chi l’aveva scelto per “dare un segnale”, e ora è rimasto deluso» - per cercare una spiegazione attendibile del fenomeno, che potrebbe coincidere con quella fornita dal senatore “dissidente” Adriano Zaccagnini. Secondo costui, le radici dell’insuccesso affonderebbero nella delusione dell’elettorato per una linea politica rivelatasi poco costruttiva: rinunciando a fare nomi per Palazzo Chigi – cioè a proporsi come forza di governo – il movimento avrebbe dimostrato di voler semplicemente lucrare su quel 25% e passa di voti piovuti dal cielo. Avendo criticato, a suo tempo, quella mossa “tattica”, siamo tentati di dar ragione al cittadino/parlamentare, ma permane il dubbio che un’altra lettura sia possibile.
A ben vedere, Beppe Grillo si è presentato ad elettori spaesati ed impauriti come un taumaturgo, un uomo capace di prodigi: anche l’attraversamento a nuoto dello stretto serviva a convincere le masse che “volere è potere”. Ebbene, questi tre mesi di bagarre parlamentare hanno riportato gli italiani con i piedi per terra: nessun miracolo, anziché cambiare la Storia (e l’Europa, e tutto il resto!), i grillini si perdono in piccinerie come la diaria, e nel gioco della politica restano fermi alla casella di partenza. Leziosi, ininfluenti, goffi, inutili.
Può darsi che il giudizio sia prematuro e ingeneroso (probabilmente, anzi sicuramente è così), ma in tempi di crisi il Popolo sovrano non aspetta: un Dio che tuona soltanto sul blog non serve a niente – tanto vale abbandonarlo al suo fato. Forse non ha torto Bracconi quando ci ricorda, sempre su Repubblica, che «l’Italia è un paese popolato da elettori volatili, infantili, viziati e frettolosi. Se gli prometti la luna, almeno qualche stella gliela devi dare. E presto.»
In fondo, dai primi riscontri pare proprio che il voto grillino non sia andato a destra o a sinistra (se non in piccola parte, in città tradizionalmente “rosse”): semplicemente si è volatilizzato, è diventato non voto, astensione. Poco conta che, da febbraio ad oggi, la condotta del M5S sia stata irreprensibile a paragone di quella del PD, che ha preso in giro gli italiani su Presidenza della Repubblica, alleanze, governo e Berlusconi: allo stregone non si chiede di timbrare il cartellino o di esibire il conto del ristorante.
Gli italiani, che votano quasi sempre a caso, si disamorano presto… e qualcuno, magari, si sarà pure spaventato per quell’onda anomala che, in febbraio, ha contribuito a sollevare. Adesso – si diranno in molti – meglio non alzare troppo la voce, e lasciar lavorare Letta che “conosce il mondo”, e magari, con qualche furbata, ci caverà dai pasticci.
Se mancano la luna e le stelle, ci si affida al sempiterno “stellone”. Attenzione, però, concittadini: presto tornerà a piovere, anzi a grandinare, e i nostri minuscoli ombrelli personali non basteranno a ripararci.
lunedì 27 maggio 2013
ROMA: UNO SGUARDO SULLA LOTTA PER LA CASA a cura di Stefano Macera
ROMA: UNO SGUARDO SULLA LOTTA PER LA CASA
Una delle principali espressioni del conflitto sociale nella capitale, è senz’altro il movimento di lotta per la casa. Come è noto esso ha una storia lunga, che viene dagli anni ’70. Ma oggi presenta delle caratteristiche peculiari, legate alle trasformazioni verificatesi nel tessuto urbano. Ne abbiamo parlato con Giacomo Gresta , dei Blocchi Precari Metropolitani, che abbiamo incontrato in un’occupazione dalla forte connotazione multietnica: Metropoliz, in via Predestina 913, nel quartiere Tor Sapienza.
C’è un elemento che colpisce immediatamente chiunque osservi la lotta per la casa che si svolge nella capitale. Ed è il suo carattere fortemente unitario: sembra che, in questo caso, le lacerazioni che connotano da anni l’antagonismo romano, siano del tutto superate…
Il punto è che noi partiamo dalla convinzione che le lotte vadano unite e che la frammentazione sin qui dominante, nella sinistra di classe, abbia prodotto danni notevoli. Le differenze che esistono fra le diverse anime della lotta per la casa non sono di poco conto, ma non ostacolano l’azione comune. Come si sa, il Coordinamento cittadino di lotta per la casa, la realtà di più antica origine, si lega alla storia dei Comitati Autonomi Operai. Invece Action è stata creata dai disobbedienti ed ha come tratto peculiare il fatto di ritenere prioritaria la partecipazione alle competizioni elettorali locali. Noi dei Blocchi Precari Metropolitani, che siamo gli ultimi nati (2007), abbiamo spinto da subito in una direzione di lotta unitaria. E ciò, a prescindere da differenze che non sono solo quelle storiche e politiche appena accennate, ma che rimandano talvolta al modo stesso di gestire le occupazioni. Dal nostro punto di vista, anche nell’ambito del sindacalismo di base dovrebbe affermarsi la stessa ottica.
Si può dire che, all’interno di questo composito movimento, la differenza più grande sia proprio quella relativa al discorso elettorale?
Certo. A nostro avviso, il terreno elettorale non è centrale per i movimenti: noi siamo fermamente convinti che si possa incidere meglio sui processi decisionali rimanendo fuori dalle istituzioni e producendo il conflitto. Ad ogni modo, non vi sono mai stati problemi con chi, sul punto, la pensa diversamente. Considera solo il fatto che il grosso dei comunicati relativi ad azioni congiunte da parte degli organismi di lotta prima citati, viene firmato con la sigla Movimenti per il diritto all’abitare, che non sempre è seguita dalle rispettive denominazioni. Come a dire che nessuno muove dall’assillo che la propria soggettività abbia maggiore visibilità rispetto alle altre.
domenica 26 maggio 2013
Il dibattito sulle scuole paritarie: problema di laicità o problema di comunità? di Riccardo Achilli
Il referendum bolognese
sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie ha nuovamente
infiammato un dibattito nazionale, caratterizzato da posizioni
ideologiche, e non di merito. Lo scontro fondamentale non può e non
deve, essere basato su malintesi conflitti fra laici e cattolici.
Certamente vi è anche questo: se lo Stato è laico, evidentemente i
servizi pubblici che lo Stato deve, per sua missione istituzionale,
erogare (il primo dei quali è ovviamente l’istruzione) non possono
essere affidati a soggetti clericali, che ovviamente, come è normale
che sia, utilizzano l’istruzione, specie quella primaria, in cui le
personalità dei bambini sono ancora plasmabili e influenzabili, per
veicolare, anche nella più perfetta buona fede, una visione non
tanto religiosa (perché non c’è niente di male nel risvegliare un
interesse ed una curiosità verso la visione religiosa del mondo, in
quanto questa non fa altro che risvegliare un interesse verso i temi
dell’anima e lo spirito del mondo, cui poi la singola personalità
darà la sua risposta, che potrà anche essere improntata al più
totale ateismo) quanto, piuttosto, una visione gerarchico/clericale
(è molto diverso insegnare le Sacre Scritture, con il loro potente
contenuto simbolico e metaforico, talmente rilevante che i suoi
simboli sono presenti nell’inconscio collettivo di qualsiasi uomo,
anche di un ateo: le principali immagini archetipiche dell’inconscio
collettivo universale, la Grande Madre, il Senex, il Puer in eterna
rigenerazione/resurrezione, la Via, l’Ombra, l’Anima, si
ritrovano nelle Sacre Scritture così come nelle religioni non
cristiane, siano esse politeiste o monoteiste, ed in sistemi
filosofici e di pensiero1,
dall’insegnare il Catechismo, che è un esercizio di disciplina nei
confronti di una interpretazione unilaterale di tale simbologia, che
è quella data dalla teologia imposta dalla gerarchia ecclesiastica
temporale).
Ma l’aspetto del
conflitto fra laicismo e clericalismo è solo uno degli aspetti, e
nemmeno il più importante. Il problema vero è un problema di
modello di erogazione dei servizi pubblici essenziali. Le scuole
paritarie potrebbero essere gestite da testimoni di Geova, da
buddisti, da Fondazioni bancarie, da Onlus. Il punto centrale del
problema non cambia. E’ accettabile che, in una ottica di
sussidiarietà, lo Stato arretri nell’erogazione di alcuni servizi
essenziali, che ne definiscono la stessa natura di Stato, affidandoli
a privati convenzionati, i cui costi di gestione sono in parte
sostenuti dallo Stato? Oppure lo Stato deve appropriarsi
integralmente dell’erogazione di tali servizi, ammettendo anche la
sfera privata, ma senza che questa sia finanziata con risorse
pubbliche? Questo è il problema centrale, e non vale solo per la
scuola, ma anche per la sanità, per i servizi socio/assistenziali,
per i servizi di assistenza ai poveri, ecc.
La mia personale risposta
parte, anche se solo come avvio, dalle teorie dell’efficienza
dell’erogazione dei beni pubblici, così come insegnate
dall’economia del welfare. Fondamentalmente, il bene pubblico è
erogabile, in condizioni di efficienza, solo fino al punto in cui il
beneficio marginale (cioè l’incremento di educazione di una
collettività di scolari/studenti, nel caso della scuola) eguaglia il
costo marginale (cioè l’incremento di costo pubblico sostenuto per
incrementare al margine il beneficio sulla collettività). Oltre tale
punto, l’economia non può dire più niente. Ci si trova in un
punto di Pareto-efficienza, in cui non è possibile incrementare
ulteriormente il beneficio marginale derivante da un ulteriore
aumento di erogazione del servizio pubblico, generando al contempo
risorse aggiuntive atte a ricompensare chi è danneggiato da tale
incremento (nel caso di specie, il contribuente che, con le sue
tasse, deve finanziare l’incremento di erogazione del servizio
oltre il punto Pareto-efficiente).
Oltre tale punto, deve
essere la Politica, con la “p” maiuscola, intesa cioè come la
scienza e la pratica destinata a decidere cosa fare della polis, a
fare scelte. E lo deve fare sulla scorta di considerazioni non
economiche, ma morali. Nel senso più ampio che il termine “morale”
assume. Ovvero, dalla sua etimologia, “comportamento dettato da
norme, da consuetudini, da costumi”. Se il costume della
collettività, democraticamente deliberante, è quello di andar oltre
il punto di efficienza economica, si dovrà andare oltre. Se invece
il costume morale è invece quello di rimanere entro il punto di
Pareto-efficienza, occorrerà accettarlo. Se il costume morale è di
compromesso, ovvero di tipo sussidiario (“andiamo oltre il punto di
Pareto-efficienza, ma affidiamoci al privato convenzionato, laddove
l’incremento del servizio, a totale carico pubblico, comporti un
costo ingestibile per le pubbliche finanze) si dovranno accettare
modelli di welfare misti pubblico/privato convenzionato.
Il filo conduttore per la
scelta deve quindi, a mio avviso, essere di questo tipo: prima di
tutto, il servizio pubblico deve essere spinto fino al punto di
Pareto-efficienza, di eguaglianza fra i benefici marginali (che
ovviamente non sono economici, ma sociali) ed il costo marginale.
Perché fino a tale punto, il pubblico è l’unico soggetto in grado
di assicurare universalità e non discriminazione nell’erogazione
del servizio. Dopodiché, se andare oltre tale punto, e come andarci
(con il pubblico, o con il privato convenzionato) deve essere una
scelta politica, affidata al confronto democratico. Ancora una volta,
però, anche la scelta del privato convenzionato deve ispirarsi a
criteri di efficienza. Perché la convenzione è erogata con denaro
pubblico. Perché devo dare i soldi pubblici alle scuole paritarie
cattoliche, e non alle scuole paritarie gestite dai protestanti, che
magari dimostrano di poter erogare il servizio in condizioni di
migliore efficienza fra costi e benefici? Non è possibile costruire
un sistema misto pubblico/privato senza rimettere in discussione
posizioni di mercato acquisite, senza cioè bandi pubblici che
costringano chi vuole erogare il servizio in regime paritario di
dimostrare di essere il migliore nel rapporto fra costi e benefici.
Anche se ovviamente, nel caso delle scuole cattoliche, tali soggetti
partirebbero favoriti dal fatto di aver già sostenuto i costi di
nvestimento ed avviamento dell'attività, quindi alla fine sarebbero
quelli in grado di assicurare le migliori condizioni di economicità
di gestione. Ma questo aspetto va comunque verificato tramite un
bando.
Questo ragionamento è
assente, oggi, nel referendum bolognese. Manca un ragionamento sulla
massimizzazione dell’efficienza erogativa del servizio pubblico, e
sul modo in cui massimizzare l’efficienza anche di un sistema misto
pubblico/privato, qualora la collettività volesse andare in tale
direzione. Ci si rifà al solito, sterile e di retroguardia, scontro
fra laici e cattolici, che spingerà molti elettori a votare non
sulla base di un ragionamento su ciò che è meglio per la propria
comunità, ma in base all’appartenenza ideologica (per cui un ateo
voterà contro le scuole paritarie per partito preso, idem un
elettore cattolico). Si pone in essere un ragionamento generico e
nebuloso sulla sussidiarietà, ma senza analisi degne di questo nome,
che abbiano cioè un ocntenuto minimo di serietà. Ad esempio, sul
sito istituzionale del Comune di Bologna, si afferma, come vantaggio
del sistema misto, che se questo non ci fosse, il Comune dovrebbe
spendere 12 Meuro per garantire la stessa disponibilità di posti con
la scuola pubblica. Tuttavia, tale analisi è fallace, perché non
fornisce il dato sul risparmio colettivo totale che, presuntamente,
si otterrebbe tramite la scuola privata convenzionata. Infatti, il
costo aggiuntivo di tale sistema, oltre il milione di euro erogato
dal Comune, viene sopportato dalle famiglie, tramite il pagamento
delle rette. Non c'è un'analisi comparativa che ci dica se, rispetto
ai 12 Meuro aggiuntivi che, presuntamente (perché il dato viene
esposto in modo apodittico, senza giustificarlo) il Comune dovrebbe
spendere per avere un sistema di scuola materna interamente pubblico,
il costo complessivo per la collettività, che include non solo il
milione di euro erogato dal Comune, ma anche i costi sopportati dai
privati per mandare i loro bambini alle scuole convenzionate, sia
minore, raggiungendo quindi una condizione di migliore efficienza
sociale complessiva. Si usano dati non confrontabili fra loro: ancora
una volta, il Comune mette a confronto la spesa pubblica piena a
bambino in una scuola comunale (6.912 euro) con il contributo medio
a bambino nella scuola privata convenzionata (657 euro) quando questo
contributo medio rappresenta solo una parte del costo, quella
sostenuta dal bilancio comunale, il resto essendo sopportato tramite
la retta pagata dai genitori. Circolano dati completamente diversi
fra loro: secondo il Comune, ci sono ancora posti liberi nel sistema,
mentre secondo i promotori del referendum ci sarebbero invece carenze
di posti. Nessuno cerca di giustificare il dato in suo possesso. Non
si andrà da nessuna parte con questo livello di povertà di analisi
e di utilizzo improprio dei dati, quale che sia l’esito finale del
referendum. Rimarremo un Paese senza capacità di analisi, senza
serietà.
A puro titolo di esempio, il Puer in
rigenerazione è presente nella simbologia cristiana del Cristo
bambino e del Cristo risorto, così come in quella pagana del Dio
Hermes/Mercurio, o, nei suoi aspetti rigenerativi, di Narciso, dal
cui sangue sboccia il fiore omonimo. L’archetipo dell’Ombra è
presente nel dualismo cristiano fra virtù e peccato, così come
nell’aspetto integrativo del bene e del male tipico delle
religioni orientali (ying e yang), ecc. ecc.
venerdì 24 maggio 2013
AL MONOPOLI DELLA CONSULTA LO STATO VINCE COMUNQUE di Norberto Fragiacomo
AL MONOPOLI DELLA CONSULTA LO STATO VINCE COMUNQUE
di
Norberto Fragiacomo
La Corte Costituzionale ha, in materia di legislazione, sempre l’ultima parola: commentare le sue decisioni è perciò un esercizio abbastanza inutile sotto il profilo pratico (cosa fatta, capo ha!).
Ciò non toglie che spesso – spessissimo, nei tempi recenti – le pronunce della Consulta si rivelino preziose, sul piano politico-interpretativo, per misurare la temperatura del mondo in cui viviamo, e ci comunichino, con lapidaria schiettezza, “verità” che i borbottii dei politici di mestiere lasciano solamente intuire.
Prendiamo una sentenza di pochi mesi fa, la n. 3 del 2013 (decisione del 14 gennaio, deposito del 18), che mette la parola fine ad una controversia sorta, a inizio 2012, tra il governo centrale e la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. L’oggetto della contesa era il solito: soldi, tanti soldi – da quando è esplosa la crisi e le manovre “correttive” si sono moltiplicate, la Corte si occupa principalmente di “vili” questioni pecuniarie, che hanno però conseguenze drammatiche sul tenore di vita di decine di milioni di cittadini.
La vicenda è datata, i suoi antefatti risalgono all’era Illy: proviamo a ricostruirla per sommi capi, a beneficio del lettore.
La crisi è ancora un puntolino all’orizzonte quando, con decreto legislativo n. 137/2007 (Norme di attuazione dello statuto speciale della regione autonoma Friuli Venezia Giulia in materia di finanza regionale), l’esecutivo Prodi assegna alla regione, a decorrere dall’esercizio 2008, i 6/10 del gettito delle ritenute sui redditi da pensione riferite ai soggetti residenti, indipendentemente dal fatto che la riscossione abbia avuto luogo al di fuori del territorio regionale. Si tratta di una previsione importante, che assicura – secondo le stime di allora – almeno 125 milioni di risorse annue aggiuntive per le finanze regionali; una previsione che viene però smentita, mesi dopo, dall’articolo 5, comma 2, della legge finanziaria 2008, che stabilisce un tetto di 20 milioni di euro per il 2008 e di 30 per il 2009, subordinando – per gli anni successivi – la concessione di “maggiori introiti rispetto all’importo riconosciuto per l’anno 2009 (…) ad una contestuale attribuzione di funzioni dallo Stato alla medesima regione autonoma”. Pochi soldi, e neanche certi, in cambio di compiti aggiuntivi: il mutamento di prospettiva è notevole, e la regione – comprensibilmente – punta i piedi. Non manca molto alle elezioni, e Riccardo Illy ha bisogno di risultati: le trattative con un governo ormai alla deriva portano soltanto, però, ad una proroga delle “disposizioni di cui al primo periodo del comma 5 dell’articolo 2 (…) per l’anno 2010”, cioè ad altri 30 milioncini “sicuri” che il governatore uscente prova, senza troppa convinzione, a spacciare per una propria vittoria politica. In realtà, il problema è solo rinviato: sarà la nuova Giunta di centrodestra, guidata da Renzo Tondo, ad incaricarsi della sua soluzione, confidando nell’”allineamento di pianeti” (Berlusconi ha riconquistato l’Italia e vanta una maggioranza parlamentare mai vista prima) tanto caro al comandante Staffieri.
mercoledì 22 maggio 2013
UN'INUTILE SFILATA di Anna Lami
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Krugman: Grazie alla crisi passano le riforme dell'élite
Noah Smith ha recentemente espresso un interessante punto di vista sui reali motivi per cui le élite sostengono così tanto l'austerità, anche se in pratica essa non funziona. Le élite, egli sostiene, vedono le difficoltà economiche come un'opportunità per costringere a delle riforme (cioè in sostanza i cambiamenti da loro desiderati, che possano servire o meno a promuovere la crescita economica) e si oppongono a tutte le politiche che potrebbero attenuare la crisi senza rendere necessari questi cambiamenti: «Penso che gli "austerians" siano preoccupati che delle politiche macro anti-recessione consentirebbero a un Paese di cavarsela nella crisi senza migliorare le sue istituzioni. In altre parole, temono che uno stimolo di successo potrebbe sprecare le possibilità offerte da una buona crisi. Se la gente pensa realmente che il pericolo di uno stimolo non è che potrebbe fallire, ma che potrebbe avere successo, allora dovrebbe dirlo chiaramente. Solo così, credo, potremmo avere un dibattito pubblico ottimale sui costi e benefici».
Come Smith osserva, il giorno dopo aver scritto questo post, Steven Pearlstein del "Washington Post" ha fatto esattamente questa argomentazione a sostegno dell'austerità.
Ciò che Smith non ha osservato, in modo alquanto sorprendente, è che la sua tesi è molto vicino alla Shock Doctrine di Naomi Klein, la quale sostiene che le élite sistematicamente sfruttano i disastri per far passare politiche neoliberiste, anche se tali politiche sono sostanzialmente irrilevanti sulle cause dei disastri. Devo ammettere che al tempo della sua pubblicazione non ero tanto ben disposto verso il libro di Klein, probabilmente perché fuori dal campo della professionalità e cose simili, ma la sua tesi aiuta davvero a spiegare molto di quello che sta succedendo, in particolare in Europa.
Scrive la Klein: « Per decenni le destre hanno sfruttato le crisi per far accettare proposte che non hanno nulla a che fare con la risoluzione di tali crisi. Il Wisconsin non è diverso. Dal Cile degli anni Settanta in poi gli ideologi della destra hanno sfruttato le crisi per spingere proposte che nulla hanno che fare con la risoluzione delle crisi, e che tendono ad imporre la loro visione di una società meno democratica, dura, e più diseguale. Non c'è niente di sbagliato nel rispondere alla crisi in maniera decisa. Le crisi richiedono risposte decisive. Il problema è questo ambiguo tentativo di usare la crisi per centralizzare il potere, di sovvertire la democrazia, di evitare il dibattito pubblico dicendo: "Non abbiamo tempo per la democrazia. È tutto in confusione. Non importa quello che volete. Non abbiamo scelta. Dobbiamo forzare". Sta accadendo tutto su vasta scala».
E la storia va ancora più indietro. Due anni e mezzo fa Mike Konczal ci ha ricordato un classico saggio del 1943 di Michal Kalecki, il quale suggeriva che gli interessi del business odiano la teoria economia keynesiana perché temono che potrebbe funzionare. E questo comporterebbe che i politici non dovrebbero più umiliarsi davanti agli uomini d'affari in nome del fatto di preservare la fiducia. È un argomento abbastanza vicino alla tesi che l'austerità è necessaria perché lo stimolo potrebbe togliere l'incentivo alle riforme strutturali che, avete indovinato, offrono alle aziende la fiducia di cui hanno bisogno prima di degnarsi di produrre la ripresa.
Quindi, un modo di vedere la via dell'austerità è l'implementazione di una sorta di giuramento di Ippocrate al contrario: «In primo luogo, non far nulla per limitare il danno». Perché la gente deve soffrire se le riforme neoliberiste devono prosperare.
articolo originale: The Macro Wars Are Not Over
Come Smith osserva, il giorno dopo aver scritto questo post, Steven Pearlstein del "Washington Post" ha fatto esattamente questa argomentazione a sostegno dell'austerità.
Ciò che Smith non ha osservato, in modo alquanto sorprendente, è che la sua tesi è molto vicino alla Shock Doctrine di Naomi Klein, la quale sostiene che le élite sistematicamente sfruttano i disastri per far passare politiche neoliberiste, anche se tali politiche sono sostanzialmente irrilevanti sulle cause dei disastri. Devo ammettere che al tempo della sua pubblicazione non ero tanto ben disposto verso il libro di Klein, probabilmente perché fuori dal campo della professionalità e cose simili, ma la sua tesi aiuta davvero a spiegare molto di quello che sta succedendo, in particolare in Europa.
Scrive la Klein: « Per decenni le destre hanno sfruttato le crisi per far accettare proposte che non hanno nulla a che fare con la risoluzione di tali crisi. Il Wisconsin non è diverso. Dal Cile degli anni Settanta in poi gli ideologi della destra hanno sfruttato le crisi per spingere proposte che nulla hanno che fare con la risoluzione delle crisi, e che tendono ad imporre la loro visione di una società meno democratica, dura, e più diseguale. Non c'è niente di sbagliato nel rispondere alla crisi in maniera decisa. Le crisi richiedono risposte decisive. Il problema è questo ambiguo tentativo di usare la crisi per centralizzare il potere, di sovvertire la democrazia, di evitare il dibattito pubblico dicendo: "Non abbiamo tempo per la democrazia. È tutto in confusione. Non importa quello che volete. Non abbiamo scelta. Dobbiamo forzare". Sta accadendo tutto su vasta scala».
E la storia va ancora più indietro. Due anni e mezzo fa Mike Konczal ci ha ricordato un classico saggio del 1943 di Michal Kalecki, il quale suggeriva che gli interessi del business odiano la teoria economia keynesiana perché temono che potrebbe funzionare. E questo comporterebbe che i politici non dovrebbero più umiliarsi davanti agli uomini d'affari in nome del fatto di preservare la fiducia. È un argomento abbastanza vicino alla tesi che l'austerità è necessaria perché lo stimolo potrebbe togliere l'incentivo alle riforme strutturali che, avete indovinato, offrono alle aziende la fiducia di cui hanno bisogno prima di degnarsi di produrre la ripresa.
Quindi, un modo di vedere la via dell'austerità è l'implementazione di una sorta di giuramento di Ippocrate al contrario: «In primo luogo, non far nulla per limitare il danno». Perché la gente deve soffrire se le riforme neoliberiste devono prosperare.
articolo originale: The Macro Wars Are Not Over
sabato 18 maggio 2013
venerdì 17 maggio 2013
mercoledì 15 maggio 2013
BENVENUTA, BANDIERA ROSS@! di Norberto Fragiacomo
BENVENUTA, BANDIERA ROSS@!
di
Norberto Fragiacomo
Sabato 11 maggio è stato un giorno di fermento per quell’area eterogenea e dai confini avvolti nella nebbia che i giornalisti – per comodità, abitudine o disposizioni superiori – sogliono etichettare come “sinistra”.
Tralasciamo la sacrosanta contestazione a Berlusconi, condita – sui cartelli - da frasi spassose (“Se ti fanno un monumento saremo i tuoi piccioni!” e l’indimenticabile “Hai le orge contate”) che solo il servilismo elevato a professione poteva disapprovare, e focalizziamo la nostra attenzione su tre fatti.
Il primo è l’elezione di Guglielmo Epifani, ex Cgil, alla segreteria del Partito Democratico. Si tratta – o parrebbe trattarsi – di un mandato a termine, da “traghettatore” verso il congresso autunnale.
Sarei tentato di chiosare, col poeta, non ragioniam di lor, ma guarda e passa, visto che le penose vicende interne del PD non riguardano da tempo la sinistra, ma voglio soffermarmi brevemente su due aspetti. Innanzitutto mi ha colpito, nel pantano di commenti in rete, l’enfasi posta sulla provenienza politica di Epifani che, come tutti ormai sanno, nasce socialista (giolittiano, precisano). Il dibattito è presto diventato caciara: c’è chi non perdona, al neosegretario, di essere uscito illo tempore dal PSI (i sopravvissuti, li chiamo io), chi vede in lui l’auriga in corsa verso l’agognato PSE (gli idolatri), chi approfitta della vicenda per dirgliene quattro ai “comunisti” e sottolineare le ragioni, “riconosciute dalla Storia” della propria parte (i turatiani del secolo sbagliato). Il tutto appare abbastanza grottesco, per almeno un paio di motivi che provo ad elencare. L’incarico ad Epifani è, come detto, esplorativo, una sorta di parentesi tra un passato prossimo fallimentare ed un futuro tutto da scrivere, verosimilmente a destra (ferma restando la possibilità di un “rompete le righe!” di qui a qualche mese). In secondo luogo, la scelta di un socialista non è figlia del caso, né di un’improvvisa folgorazione del gruppo dirigente: occorreva individuare un personaggio abbastanza autorevole, fuori dai giochi e “digeribile” da tutte le fazioni in lotta – il non essere stato comunista né democristiano ha rappresentato il requisito vincente, che è valso al buon Guglielmo una segreteria armistiziale. Il chiasso della sinistra Facebook è dunque del tutto gratuito, e sottolinea solamente l’infantilismo, la tendenza settaria e l’ingenuità di un gran numero di militanti della domenica. Altra cosa – molto piùseria – è la mobilitazione dei giovani del PD, che iniziano finalmente a prendere coscienza del disinteresse dei vertici nei confronti delle istanze e dei bisogni della base: se non ad un’improbabile rifondazione del partito, la durevole protesta di Occupy potrebbe preludere ad un rimescolamento delle carte nella sinistra italiana, e al sorgere di una nuova sensibilità politica. Buona fede ed entusiasmo non mancano, e reputo difficile che finiscano per amalgamarsi con lo sclerotizzato cinismo dei “vecchi”, la cui disponibilità ad ogni compromesso è oramai sotto gli occhi di tutti. “Vedaremo”, diseva l’orbo.
martedì 14 maggio 2013
SAN GIACOMO, LA TRIESTE OPERAIA di Norberto Fragiacomo
di
Norberto Fragiacomo
Il colle “nobile” (S. Giusto, con la cattedrale d’una modesta bellezza, il minaccioso castello e le rovine romane rimesse in piedi) è a poco più di un chilometro di distanza, in linea d’aria, ma S. Giacomo non racconta la storia dell’arte.
Una chiesa, in una grande piazza, dedicata all’apostolo, tante case e osterie; un brulichio di vita – vita povera, vita di duro lavoro, senza agi o riscatti. Cent’anni fa, il rione era definito, dai benestanti del centro, “popolare e popoloso”. Un pizzico di snobismo, misto a preoccupazione: S. Giacomo era una città nella città, un mondo a parte. Chi ci nasceva, raramente si avventurava fuori dei suoi confini: mancavano i soldi per il gelato domenicale, per le giacche alla moda e i vestiti eleganti che animavano il listòn nel cuore dell’austero borgo teresiano. Quartiere di ciabattini, falegnami – operai, soprattutto, che parlavano una loro versione del dialetto, arricchita (sì, arricchita) da termini stranieri, in genere slavi. Non è un caso che uno fra i maggiori poeti dialettali, Guido Sambo (1905-1968), sia venuto al mondo da queste parti, in via della Guardia.
sabato 11 maggio 2013
venerdì 10 maggio 2013
LA DIGNITÀ DELLA POLIOLI
Rsu Fiom-Cgil
Rete28Aprile
Questo scritto appare in contemporanea col sito
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Vercelli
– Brutta aria alla Polioli, azienda chimica che produce, oltre agli
smalti per gli elettrodomestici, anche vernici e resine per le auto.
Un cartello davanti al Presidio Permanente recita “RSU dove
sei???”, non si sa se in polemica con una rappresentanza sindacale,
monocolore Cisl, che ha svenduto parecchi diritti convinta così di
poter salvare quei posti di lavoro che ora l’azienda taglia lo
stesso, oppure con un’azienda che per evitare rischi ha ripagato
tanta generosità mettendo in cassa integrazione, per prima, proprio
la RSU. È certo però che con la RSU monopolizzata dalla Cisl, il
rischio concreto è che 160 famiglie finiscano in strada senza
neanche provare a lottare, perdendo pure la dignità. Di lotta,
infatti, non ne parla nessuno, a meno che non sia di qualcun altro
che dovrebbe farla al posto dei lavoratori.
giovedì 9 maggio 2013
Riflettendo di riforme elettorali, di Riccardo Achilli
Il cosiddetto
Mattarellum, tanto vituperato e criticato ai suoi tempi non era
invece, nel suo complesso, una legge elettorale poi così malvagia.
Non solo perché si confronta con l’orrido Porcellum, ma perché
teneva insieme l’esigenza di scelta personale del rappresentante
politico da parte di ogni cittadino (con la quota maggioritaria) e
quella di formare coalizioni prima del voto (rese necessarie
dall'esigenza di vincere nei collegi uninominali) recuperando, per
altro verso, capacità di influenza politica a favore dei piccoli
partiti con la quota proporzionale, rafforzata dal meccanismo dello
scorporo dei voti presi nella parte uninominale.
lunedì 6 maggio 2013
IL NON-ALLINEAMENTO ALLINEATO DI RINALDINI
di Lorenzo Mortara
Rsu Fiom-Cgil
Rete28Aprile
Questo testo viene pubblicato pressoché in contemporanea al sito nazionale della Rete28Aprile, e al suo blog collaterale dei compagni piemontesi. Qui però il lettore troverà la sua versione più aggiornata e corretta.
Rsu Fiom-Cgil
Questo testo viene pubblicato pressoché in contemporanea al sito nazionale della Rete28Aprile, e al suo blog collaterale dei compagni piemontesi. Qui però il lettore troverà la sua versione più aggiornata e corretta.
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Dopo
la cacciata di Cremaschi agli esecutivi di Cgil-Cisl e Uil, Rinaldini
ha preso le sue difese. Lo ringraziamo vivamente, ma non possiamo
non sottolineare tutta l’ambiguità della sua difesa. Avremmo di
gran lunga preferito che Rinaldini e La Cgil che vogliamo
prendessero le difese non della persona Cremaschi, ma della posizione
della Rete28Aprile che a quegli esecutivi Cremaschi rappresentava.
Così, invece, Rinaldini ritenendo sbagliata la censura di Cremaschi
«pur
non condividendo le posizioni di Giorgio»
finisce in fondo per dare un colpo alla botte e uno al cerchio.
Pretendere di più da Gianni Rinaldini forse non ha senso, visto che
non è nuovo a questi atteggiamenti ambivalenti. Chi non
ricorda, infatti, il suo NO alla controriforma prodiana delle
pensioni del 2007 senza però alcuna campagna contro il Sì di
Epifani? Il non-allineamento di Rinaldini, oggi come allora, è molto
più allineato di quello che appare.
LA SINISTRA È ANDATA IN BARCA di N. Fragiacomo
di Norberto Fragiacomo
Stavolta il PD non ha gettato semplicemente la maschera (come mille volte ha fatto negli anni passati): si è tolto l’intero costume di sinistra, mostrando – agli elettori presbiti e a quelli miopi – un flaccido corpaccione conservatore.
Neppure un Vincenzo Monti, oggi, riuscirebbe a trovare qualcosa di “progressista” in gente come Enrico Letta, l’amico di Monti e dei mercati, e allora la base si ribella, protesta, occupa le sedi, mentre Vendola coglie l’opportunità di smarcarsi, ammettendo – di fatto – che il suo 2012 è stato tutto un errore.
domenica 5 maggio 2013
venerdì 3 maggio 2013
In bocca al lupo
di Carlo Felici
dal sito Ecosocialismo Libertario
Il mondo dovrebbe essere dei giovani, invece essi sono nelle condizioni più umilianti e terrificanti in cui si siano mai trovati di recente, di peggio c'è solo che vengano spediti in guerra, e in varie aree del globo accade anche questo.
Si dice sempre ipocritamente: “largo ai giovani” ma a farsi largo, non di rado, sono gli anziani (ovviamente quelli privilegiati), fino a situazioni che rasentano il parossismo ed il grottesco, salvo ovviamente le dovute eccezioni.
Due casi, in tal senso, sono stati di recente significativi in Italia: quello di Papa Benedetto XVI e del Presidente Giorgio Napolitano.
giovedì 2 maggio 2013
IL GOVERNO LETTA NELLA FALSA COSCIENZA DI SINISTRA
di Lorenzo Mortara
Rsu Fiom-Cgil Rete28Aprile
Con la riproposizione in
versione politica del Governo Tecnico PD-PDL, con la sola
sostituzione del burattino Monti col burattino Letta, entrambi
prodotti in Vaticano per il mercato europeo, è cominciata nell’arcipelago sinistrorso del PD, l’immancabile, stucchevole
ricerca del capro espiatorio a cui scaricare le colpe di una politica
che fa storcere il naso ai suoi sostenitori. Se prima era colpa di
Grillo se non partiva il Governo PD-M5S, ora è sempre colpa di
Grillo se parte il Governo PD-PDL con la ruota di scorta montiana.
Per chi da due mesi blatera sull’assunzione altrui di
responsabilità, non saper assumersene neanche mezza per le proprie
malefatte, è addirittura il colmo.
mercoledì 1 maggio 2013
QUID EST AMERICA? LA VERSIONE DI WILLIAM BLUM di Norberto Fragiacomo
Per fortuna, però, ci sono i corsi di formazione professionale… anzi, i compagni di corso: uno di loro, che gli States li conosce di prima mano per averci lavorato, mi ha suggerito un nome, William Blum, e mi ha pure prestato una copia di “Rapporti dall’Impero[1]”.