Cerca nel blog

Caricamento in corso...
i Quaderni di Bandiera Rossa "Una carta per la Resistenza" di Norberto Fragiacomo
.

lunedì 26 settembre 2016

NE' UOMINI NE' DONNE: SOLO CONSUMATORI (SRADICATI E ASESSUATI) di Norberto Fragiacomo




NE' UOMINI NE' DONNE: SOLO CONSUMATORI (SRADICATI E ASESSUATI)
di
Norberto Fragiacomo



In quest'ultimo periodo - coinciso, per il sottoscritto, con un forzoso "silenzio stampa" - abbiamo assistito ad un frenetico, sconclusionato dimenarsi delle élite nazionali ed estere. Fatti e fatterelli hanno propiziato dichiarazioni roboanti, prese di posizione, battibecchi e scivoloni (questi ultimi ai piani più bassi). In Italia la falsa partenza del M5S a Roma - dovuta in parte a inesperienza, in parte alla brama di protagonismo di alcuni "cittadini" - è stata venduta dai media di regime come un armageddon: la Raggi è quotidianamente messa in croce per qualsiasi cosa accada, dalle scorribande di ratti extra large (ospiti affezionati della Capitale da sempre) all'allagarsi delle strade in seguito ad un acquazzone. Capitava anche prima? Sì, forse, non ricordo bene... ma la mancata nomina dell'assessore al bilancio ha di sicuro aggravato la situazione, ogni situazione. Nel frattempo, qualche gaffe e un provvidenziale lapsus calami di Di Maio hanno restituito il sorriso al premier, che è tornato il Renzi che conoscevamo: dopo le tirate d'orecchio ricevute da Scalfari, Napolitano e co. causa la rischiosa personalizzazione del referendum, si era infatti un po' defilato, "abbassando i toni"; la tragedia successa in Italia centrale, poi, ci aveva regalato l'istantanea di un governante misurato, compunto e dall'eloquio ispirato (da qualche ghost writer? mi auguro per decenza di no, viste le accuse sarcastiche rivolte dal nostro a D'Alema...).

sabato 24 settembre 2016

È DI SINISTRA DIRE NO ALLE OLIMPIADI? di Lorenzo Mortara





È DI SINISTRA DIRE NO ALLE OLIMPIADI?
di Lorenzo Mortara








Virginia Raggi, alla fine, ha detto No alle Olimpiadi, in ossequio a Beppe Grillo che lo voleva a tutti i costi per rilanciare l’immagine del M5S contro i poteri forti. Ma la corruzione, le tangenti, il comitato promotore del Coni e lo stuolo di burocrati che ci hanno già mangiato sopra prima ancora che siano state assegnate, in breve i poteri forti che volevano le Olimpiadi a Roma, non sono altro che la borghesia romana sommata a quella italica. Dicendo No alle Olimpiadi, Virginia Raggi, in ultima analisi, ha detto nient’altro che No al Capitalismo. Ma il capitalismo a Roma non ha bisogno di arrivarci con le Olimpiadi, c’è già da parecchio, troppo tempo. Non c’è posto a Roma che non sia stato raggiunto e sommerso dalla merda capitalistica. Se Roma sembra una fogna a cielo aperto è perché è infognata fino al collo nel capitalismo. Anche senza Olimpiadi, Roma resterebbe sempre campionessa olimpionica di sfruttamento. La medaglia d’oro non gliela toglierebbe nessuno.

Le Olimpiadi sono solo la ciliegina sulla torta di Mafia Capitale e dei loro affari sotto banco. Tolta quella, banche, palazzinari, mafiosi e partiti loro complici, continuerebbero a spartirsi la città come se niente fosse. Quel che non potranno estorcere senza Olimpiadi, i capitalisti lo estorceranno in altra maniera, magari chiedendo i danni per mancato introito, come stanno già facendo. Perché, o si è in grado di offrire le olimpiadi socialiste, o non ha molto senso rinunciare a quelle capitaliste.

venerdì 23 settembre 2016

MAN IN THE MIRROR di Riccardo Achilli








MAN IN THE MIRROR
di Riccardo Achilli





E’ una canzone di Michael Jackson, ma non importa. E’ anche una immagine: l’uomo imprigionato in un gioco di specchi si illude di costruire una realtà, ma non fa altro che rimanere imprigionato dentro il riflesso della realtà esterna a lui. E’ un po’ un gioco di specchi dentro il quale rimane imprigionato il professor Varoufakis con la sua articolata proposta di disobbedienza civile ai trattati europei, che costituisce il suo movimento Diem 25.

La proposta di Varoufakis in pillole

Cerchiamo di capire meglio la proposta di Varoufakis. Il punto di partenza è condivisibile: l’Europa, a politiche economiche vigenti, si sta avvitando in una crisi che porterà alla disintegrazione dall’interno dell’area-euro, e l’entità strutturale della deflazione in atto non è tale da poter essere risolta con un po’ di flessibilità nelle leggi di stabilità (che non fa altro che spalmare l’austerità su un maggior numero di anni) e nemmeno, come dimostra il caso francese, con qualche punto di deficit in più. Occorre evitare questa nemesi, inducendo un ribaltamento radicale della direzione austeritaria e deflazionistica delle politiche inscritte nei trattati europei. Sin qui siamo d’accordo tutti. Ma come?
A suo dire è impossibile proporre una fuoriuscita concordata ed ordinata dall’euro, mediante meccanismi che preservino forme di cooperazione monetaria (ad esempio, un nuovo Sme, il sistema monetario europeo vigente prima dell’euro, o un euro del Nord e del Sud legati fra loro, come propone Stiglitz). L’argomento di questa impossibilità è peraltro bizzarro. Ci si aspetterebbe un argomento politico, legato alla irriducibilità dell’opinione pubblica tedesca nell’uscire da una moneta unica disegnata per diffondere il proprio modello economico in tutta Europa. L’argomento invece è economico. Non appena si diffondesse la percezione di un negoziato per un meccanismo di fuoriuscita ordinata, i mercati farebbero affluire giganteschi investimenti cautelativi in titoli del debito pubblico tedesco, abbandonando gli altri Stati membri. Per usare le parole di Varoufakis, “nel momento in cui diventasse noto che, che un ‘divorzio’ fosse oggetto di discussione, una valanga di denaro abbandonerebbe le banche dei Paesi destinati alla svalutazione, in direzione di Francoforte. A questo punto, le banche degli Stati membri in deficit collasserebbero”. D’altra parte, l’imposizione di rigide misure di controllo nazionale dei capitali provocherebbe la disintegrazione del mercato comune, oltre che dell’eurozona, ed a ruota l’eliminazione delle residue libertà di movimento di Schengen, riportandoci ai biechi nazionalismi autarchici novecenteschi.
 Pertanto, sempre seguendo il Nostro, siamo intrappolati dentro una gabbia senza via d’uscita. E dobbiamo fare di necessità virtù. Tramite una sorta di disobbedienza civile, possibilmente comune a più Paesi, varare leggi di stabilità in palese contrasto con i Trattati, imperniate sul deficit spending. Siccome ovviamente la Germania e i suoi satelliti reagirebbero con le varie misure previste dai trattati stessi (imposizione di multe pari ad una quota di Pil del Paese deviante, strette monetarie che soffocano il suo sistema bancario, congelamento del trasferimento dei fondi strutturali), accanto alla disobbedienza, occorrerebbe prevedere un piano di “deterrenza”, che scoraggi l’adozione di tali sanzioni. Da cosa sia composto questo piano non è dato sapere, sembra di capire che risieda nell’adozione di forme di moneta elettronica inizialmente denominata in euro, da fare circolare nel caso di strette monetarie da parte della Bce. Una cosa che, a dire di Varoufakis, avrebbe iniziato a preparare quando era Ministro, e che non poté attuare perché Tsipras glielo avrebbe proibito.
Il combinato disposto e coordinato a livello di diversi Piigs di disobbedienza e deterrenza, sarebbe sufficiente a piegare la Trojka, facendole accettare cambiamenti di direzione in senso espansivo delle politiche di bilancio. Però il Nostro è anche prudente. Non è che accantoni del tutto (et pour raison, come vedremo) l’ipotesi che tutto vada a carte quarantotto e si debba uscire dall’euro. Quindi occorre un terzo piano, il piano X, per l’uscita il più possibile ordinata dall’euro.

Perché la proposta di Diem25 non funziona

Questo il succo del suo pensiero. Che a giudizio del sottoscritto non funziona già a partire dalla premessa. L’ipotesi che vi sarebbe una fuga di capitali verso la Germania, non appena si iniziasse a pensare ad una soluzione concordata di fuoriuscita dall’euro, è puramente ipotetica e discutibile. Come del resto si sono rivelati puramente ipotetici i ragionamenti sulle fughe di capitali dalla Gran Bretagna dopo la Brexit: l’andamento della Borsa di Londra segnala che sta avvenendo esattamente il contrario! Proprio perché l’uscita sarebbe concordata, e prevederebbe il mantenimento di meccanismi di cooperazione monetaria, bancaria e finanziaria fra gli Stati membri, non c’è alcuna ragione per la quale i capitali dovrebbero fuggire dall’Italia o dalla Spagna in direzione di germaniche sponde. Se dopo l’euro si dovesse ragionare su un meccanismo di stabilità concordata dei tassi di cambio, gli investitori non dovrebbero temere effetti svalutativi. Se si tornasse verso un meccanismo simile all’euro, i tassi di cambio potrebbero oscillare solo entro un margine prestabilito. Il rischio di attacchi speculativi sulle parità centrali come quello del 1992, derivante essenzialmente da rilevanti differenziali nazionali nel tasso di inflazione, non esiste in una situazione come quella attuale, dove i tassi di inflazione nazionali sono tutti allineati asintoticamente attorno allo zero.  Eventuali controlli temporanei ai movimenti di capitale nella fase di transizione non comporterebbero alcun “tracollo del mercato comune”, come dimostrail fatto che Grecia e Cipro siano stati sottoposti a tali controlli, e la Ue continui tranquillamente ad esistere. E incidentalmente sarebbe anche il caso che da sinistra si iniziasse a rimettere in discussione il paradigma della libertà assoluta di movimento dei capitali, che è la base del dumping sociale a danno dei ceti popolari, che in teoria si dovrebbero rappresentare.
Piuttosto, rimanendo in tema di movimento dei capitali, ciò di cui ci si dovrebbe preoccupare è il deflusso di capitali dall’area-euro nel suo insieme che, dopo un miglioramento nel saldo fra ingressi ed uscite culminato nel 2013 con un risultato positivo, torna ad essere pesantemente negativo nel 2014-2015, quando la crisi europea inizia a manifestare i sintomi di una deflazione permanente. Ciò segnala come gli investitori ritirino i loro capitali da un’area economica caratterizzata da persistente crisi di domanda. Altro che funzione dell’euro di moneta di attrazione di investimenti! Con il tanto amato euro ci stiamo svuotando di investimenti.



giovedì 15 settembre 2016

PENSIONI: IL FURTO DI STATO AI PENSIONATI di Umberto Franchi

 
 
 
PENSIONI: IL FURTO DI STATO AI PENSIONATI
di Umberto Franchi

 
 
 
In Italia negli ultimi 30 anni hanno "riformato" per ben 8 volte le pensioni... non c'è stato governo di destra o di sinistra che non abbia smontato mattone per mattone la struttura portante del sistema pensionistico conquistato con le lotte operaie e studentesche dell'autunno caldo del 1969. Il fine è stato quello di far sparire un diritto sancito dagli articoli 36 e 38 della Costituzione:  chiudere il ciclo lavorativo della propria vita con dignità e serenità. Per questo fine si sono inventate bugie clamorose sul costo pensionistico più alto d'Europa, statistiche mistificanti, falsi buchi di bilancio dell'Inps, fondi privati e pubblici aperti o chiusi, false illusioni...
Oggi si perpetua l'ultima truffa chiamata APE ( anticipo pensioni) dove il lavoratore che ha pagato tutti i contributi e potrebbe andare in pensione in modo dignitoso, deve invece aspettare fino a 67 anni di età (legge Fornero) oppure andare  con 3,7 mesi di anticipo dando  alle  banche ed assicurazioni per tutta la vita (20 anni) una parte della propria pensione : su una pensione di 1500 euro mensile circa 300 euro al “prestito bancario”
Ma perchè si sta perpetrando anche questo misfatto?

mercoledì 14 settembre 2016

NÉ TORINO NÉ MILANO: TORNIAMO ALL'AMORE PER I LIBRI, di Roberto Massari (Massari editore)

 

 

 

NÉ TORINO NÉ MILANO: TORNIAMO ALL'AMORE PER I LIBRI 

di Roberto Massari (Massari editore)




Ci sembra utile e opportuno rilanciare sul blog le parole con cui Roberto Massari - in questo caso l'EDITORE - ha risposto al questionario sul Salone del Libro propostogli dal giornalista Gaetano Farina, con la speranza di poterle pubblicare su alcune testate on-line collegate a quest'ultimo (Affari Italiani, Linkiesta, Articolo 21 e Prima Comunicazione), ma anche su quotidiani come La Stampa, la Repubblica o Il Fatto Quotidiano.

La risposta è lapidaria e offre uno spaccato di come la società dello spettacolo abbia trasformato e modificato geneticamente manifestazioni «culturali» come il Salone del Libro.

Del medesimo autore e sugli stessi argomenti si veda anche, in questo sito, il saggio «Contro l'editoria o editoria contro?». [la Redazione]






Dalle «stelle»…


1) Non parteciperò al Salone di Torino, né a quello di Milano perché anche questo difficilmente riuscirà ad eliminare gli aspetti più orrendi di quello di Torino. Sono entrambi figli della società dello spettacolo (per giunta italiana) e devono quindi sottostare alle sue regole. Non si vede perché un salone del libro - nell'Italia attuale e con il panorama indecente di forze politiche che la dominano - dovrebbe sfuggire alle regole della società spettacolare di massa (dominio televisivo sui libri, grandi celebrità come specchietto per le allodole, ricerca ossessiva di guadagno sul posto ecc.).

lunedì 12 settembre 2016

DIARIO DI UN MAESTRO di Lucio Garofalo




DIARIO DI UN MAESTRO
di Lucio Garofalo




All'inizio di ogni anno scolastico, si rinnova l'abitudine (quasi fosse un rito propiziatorio) di rivedere, con sommo diletto personale, lo sceneggiato televisivo "Diario di un maestro", prodotto nel 1972 da Mamma Rai, che all'epoca assolveva ad un'importante funzione pedagogico-culturale.
Trasmesso in TV l'anno seguente, lo sceneggiato era stato girato dal regista Vittorio De Seta ed interpretato dal compianto Bruno Cirino (fratello maggiore di Paolo Cirino Pomicino, il politico democristiano, noto esponente della corrente andreottiana), un attore versatile e politicamente impegnato, che ha lavorato anche con il teatro di Eduardo De Filippo. Nello sceneggiato TV indossa i panni di un giovane maestro che si trova ad affrontare un'esperienza didattica, umana ed esistenziale a contatto con i ragazzi e gli abitanti di una delle vecchie borgate romane di Pietralata, Tiburtino 3° e La Torraccia. Lo sceneggiato TV è liberamente tratto dal romanzo scritto da Albino Bernardini, "Un anno a Pietralata", che narra una vicenda autobiografica, realmente accaduta.

Al centro del racconto si staglia la contraddizione tra una scuola conservatrice, obsoleta, retrograda, gestita da ottusi ed antiquati burocrati ed una scuola viva, più aderente alla vita ed all'ambiente sociale dei ragazzi. Per tale motivo ritengo che il documentario, per quanto "datato", sia attuale più che mai. Assai istruttiva ed illuminante è la scena finale in cui emergono apertamente le divergenze, che sfociano in scontro frontale, tra le idee e le proposte innovative messe in campo dal maestro e le posizioni assai rigide e retrive del direttore didattico, che non riesce a cogliere, riconoscere ed apprezzare il valore, le competenze e le ragioni del maestro. In questa sequenza cruciale dello sceneggiato si evidenzia con nettezza l'atteggiamento ottuso e reazionario tipico del burocrate.

Insomma, "Diario di un maestro" è un'opera di alto contenuto pedagogico e politico, che induce a rimpiangere la TV monocolore governata dalla DC di quegli anni. Una Rai che, tutto sommato, sapeva produrre cultura ed educazione, mandando in onda questo tipo di sceneggiati e programmi televisivi, all'avanguardia per quei tempi. Questo rimpianto è l'indice più sintomatico di come oggi si siano ridotte la TV "pubblica" ed in generale la cultura di questo Paese, dopo un rovinoso ventennio berlusconiano e quanto ne è conseguito.

Ricordo ancora con enorme piacere il bellissimo "Pinocchio" di Luigi Comencini (grandissimo regista) con un cast nutrito di attori a dir poco magistrali: da Nino Manfredi, nei panni di Babbo Geppetto, a Gina Lollobrigida (la Fata Turchina), da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, interpreti del Gatto e la Volpe, fino ad una breve, ma significativa apparizione del Maestro Vittorio De Sica, e tanti altri ancora. Né bisogna sottovalutare o dimenticare alcuni sceneggiati che la Rai ha prodotto ispirandosi a celebri romanzi del genere "esotico" o "avventuroso", di autori straordinari quali, ad esempio, Emilio Salgari: su tutti cito lo sceneggiato "Sandokan", un vero cult.

Sempre a proposito di TV di altri tempi, ricordo che qualche tempo fa, su Rai 3, hanno mandato in onda la replica di una puntata di "Blitz", un programma TV cosiddetto "alternativo" condotto da Gianni Minà durante la prima metà degli anni '80. Il tema centrale della trasmissione era la nuova cultura partenopea (arte, cinema, musica, teatro, e via discorrendo) di quegli anni. Non a caso, quasi tutti gli illustri ospiti della puntata, tranne Roberto Benigni, erano di origine napoletana: Massimo Troisi, Lello Arena, Lina Sastri, James Senese e Napoli Centrale, ed altri artisti della "nuova Napoli".

Oggi si avverte una sincera e profonda nostalgia verso quel tipo di programmi televisivi cosiddetti "alternativi", che riuscivano a coniugare, con garbo e sapienza, l'intelligenza raffinata e la leggerezza, la cultura e l'intrattenimento, l'impegno e l'ironia, senza scadere nella pedanteria noiosa o nell'esercizio sterile di una falsa ed accademica erudizione.
Si avverte un'amara e profonda nostalgia per un periodo creativo, entusiasmante e stimolante, in quanto la TV odierna dispensa solo lordume e spazzatura, mediocrità e stupidità. Come, d'altronde, è una tendenza che attraversa ed investe l'intera società italiana.

Post Scriptum. "Diario di un maestro" è ormai un classico. Come tutti i classici, ha ancora tanto da comunicarci, è un "evergren". Benché un po' "datato", lo sceneggiato TV è sempre vivo ed attuale. Non a caso, rientra tra i cento capolavori del cinema italiano da conservare e salvare.






mercoledì 7 settembre 2016

I 5 STELLE, I PARTITI, LA POLITICA di Maurizio Zaffarano


Virginia Raggi by Luca Peruzzi

I 5 STELLE, I PARTITI, LA POLITICA 
di Maurizio Zaffarano




Per esprimere la mia opinione a proposito della Raggi e delle difficoltà che sta incontrando la giunta romana per diventare operativa faccio due premesse.

La prima. Non ho mai considerato i 5 Stelle come la nuova forma politica in grado di cambiare radicalmente in meglio l'Italia. Contemporaneamente non ho mai considerato i 5 Stelle come i nuovi barbari (o i nuovi fascisti) destinati a completare la distruzione dell'Italia. E non so se fa più ridere o piangere che questa ossessione sia coltivata da chi vota o votava Renzi e Berlusconi o da chi non riesce ad esprimere nemmeno l'uno per cento dell'indignazione che ha per i 5 Stelle nei confronti di chi ci ha condannato alla gabbia dell'austerità liberista e dell'Unione Europea, di chi ha smantellato quel poco di civiltà sociale che avevamo (scuola, pensioni, sanità), di chi galleggia tra mafie e corruzione, di chi ha portato l'Italia in guerra, di chi ha osato progettare la deforma costituzionale (la “svolta autoritaria”) per di più con un parlamento eletto con una legge incostituzionale. I 5 Stelle sono un fenomeno complesso e contraddittorio: in parte incarnazione – nelle forme che possono oggi realizzarsi nel contesto culturale e sociale esistente - del bisogno di ribellione di chi sta in basso contro le élites (ed in questo sta l'aspetto positivo e progressivo dei 5 Stelle), in parte strumento – consapevole o inconsapevole – di “manutenzione” del sistema e di controllo e sedazione della rabbia e della protesta sociale (nella misura in cui non viene messa in discussione l'economia capitalista). Ma ad oggi non avrei esitazioni a votare il Partito di Grillo in un eventuale ballottaggio contro Renzi o chi per lui.


La seconda. Per quelli che sono attualmente i poteri e le risorse a disposizione di un'amministrazione comunale, Roma e i suoi cittadini sopravviveranno anche con una giunta non funzionante. Così come d'altro canto anche una giunta eccellente – con i cordoni della borsa stretti dalle politiche criminali del governo centrale prono ai diktat della UE – non sarebbe in grado di risolvere i problemi di Roma: ridare un senso e un progetto urbanistico alla città, realizzare 100 chilometri di metropolitane, ridurre almeno del 50 per cento la circolazione delle auto private e lo smog che soffoca la città, intervenire in modo significativo sul disagio sociale (diritto alla casa, agli asili nido, ad una istruzione di qualità, al reddito/lavoro, all'assistenza sociale e sanitaria), raggiungere l'obiettivo dei rifiuti zero, garantire per quanto è necessario il decoro della città (la pulizia delle strade, la manutenzione di parchi e giardini, la sistemazione quotidiana delle buche), riattivare iniziative culturali di massa che mancano dai tempi di Renato Nicolini. Stiamo tranquilli: per quanto “pasticcioni” i grillini non potranno mai fare più danni di chi li ha preceduti e cioè le giunte amiche dei palazzinari e delle cricche di mafiacapitale. Certamente i grillini non regaleranno l'ACEA a Caltagirone né favoriranno il consumo di territorio (la speculazione edilizia) più di quanto fatto e deciso in passato.

giovedì 1 settembre 2016

NAUFRAGI DI NAVI E NAUFRAGI DI PAESI di Riccardo Achilli










NAUFRAGI DI NAVI E NAUFRAGI DI PAESI
di Riccardo Achilli





Il Comandante De Falco, quello del “salga a bordo, cazzo” viene allontanato dalla Capitaneria di Porto di Livorno e trasferito a Napoli. Un uomo che, per la sua perizia nel condurre le operazioni di salvataggio in quella notte disgraziata del naufragio del Concordia, avrebbe meritato la promozione a contrammiraglio e Comandante del Porto. Certo, paga dichiarazioni incaute sulla Marina e sui suoi superiori, un errore grave per un militare, che dovrebbe votarsi ad una vita di discrezione e dovere. Però basta guardare il trattamento che gli è stato riservato, con il tentativo di destinarlo ad un incarico di studi (nella pratica militare, si tratta di un parcheggio su un binario morto per ufficiali sgraditi allo Stato Maggiore) e paragonarlo con quello del condannato comandante del Concordia, che durante il lungo processo ha avuto molto più di un quarto d’ora di notorietà, fra lezioni all’Università, mani di politici strette, libri da scrivere, e si capiscono molte cose del nostro Paese.
Un Paese il cui inconscio collettivo è dominato dall’archetipo del Joker, del malandrino sufficientemente spudorato da non aver vergogna dei suoi atti, e sufficientemente furbo per farli passare come una ribellione allo Stato ed all’ordine, sollecitando gli appetiti opportunistici e individualisti dell’italiano medio. La nostra storia nazionale è una galleria di questi ceffi che vivono periodi più o meno lunghi sul piedistallo dell’eroe popolare che combatte contro le regole soffocanti, la tassazione asfissiante. Da questi instancabili aratori che, nel perseguire senza scrupoli il proprio interesse personale, nell’immaginario collettivo, abbattono le recinzioni ed aprono praterie per la sete di successo ed arricchimento personale degli altri. A discapito dei più deboli e, più in genere, della comunità, identificata con una idea di Stato predatore e abusivo, da mungere quando eroga sussidi e da evitare quando vuole regolamentare. E non mancano i casi patologici, il mafioso ammirato da una intera comunità a lui sottomessa, il bandito di borgata che diviene icona di una sorta di concetto distorto di lotta di classe.

giovedì 25 agosto 2016

LA TERRA TREMA ANCORA IN ITALIA, MA NON ABBIAMO IMPARATO NESSUNA LEZIONE di Lucio Garofalo








LA TERRA TREMA ANCORA IN ITALIA, MA NON ABBIAMO IMPARATO NESSUNA LEZIONE 
di Lucio Garofalo




Un sisma di magnitudo 6.0, pari a quello che nel 2009 devastò la città dell'Aquila, ha colpito un'area assai vasta compresa tra Lazio, Marche ed Umbria, provocando danni ingenti alle abitazioni e, purtroppo, alle persone. 

Sembra che in particolare un intero paese, Amatrice, sia stato raso al suolo e si scava sotto le macerie per recuperare le vittime e salvare i superstiti. Questa ennesima calamità "naturale" conferma, casomai ce ne fosse ancora bisogno, che il territorio appenninico dell'Italia centro-meridionale denota un elevatissimo rischio di sismicità, pari ai livelli del Giappone, giusto per intenderci. La frequenza e la pericolosità dei fenomeni tellurici che si verificano, forniscono la prova più tangibile ed inequivocabile. Per cui occorre un grado di preparazione tecnologica, di educazione preventiva civile (a cominciare dalle istituzioni scolastiche), di politica seria in chiave antisismica, che evidentemente non è stato ancora raggiunto nel nostro Paese, malgrado le disastrose esperienze del passato. 

Sarebbe l'ora di attrezzarsi in modo adeguato, come avviene da tempo in Giappone. In Italia non si è appreso nessun insegnamento dalla storia. Ora è il momento del dolore, della rabbia, della solidarietà morale e materiale, ma dovrà pur venire il momento dell'assunzione di responsabilità e di scelte politiche serie



24 Agosto 2014 


 

venerdì 19 agosto 2016

YANKEE GO HOME! di Lucio Garofalo








YANKEE GO HOME!
di Lucio Garofalo




L'ideologia che ispira la politica del renzismo, che definire "vandalico" sarebbe un eufemismo, è riconducibile ad una propensione ad assecondare i "poteri forti" (in primis, la Confindustria), ma anche gli umori e gli istinti più irrazionali e viscerali delle fasce sociali più retrograde, qualunquiste e rozze della popolazione italiota. Le spinte retrive si possono riassumere in una volontà di azzerare o neutralizzare quelli che sono gli effetti ancora vivi, in termini di progresso e di emancipazione civile e culturale, generati dalle battaglie sociali e dai movimenti politico-sindacali sorti dal biennio 1968/69. 

Credo che gioverebbe ricordare la provenienza anglosassone di determinate teorie oggi in voga, che in Italia vengono accolte sempre con ritardo, quando magari altrove, nei luoghi di origine, sono già in crisi o sono state messe in discussione. Mi viene in mente, ad esempio, lo psicologo americano Benjamin Samuel Bloom, che propose la costruzione di classificazioni gerarchiche degli obiettivi educativi, chiamate "tassonomie". I criteri da adottare per costruire tali classificazioni devono essere didattici, logici, psicologici, oggettivi e, soprattutto, articolati secondo una complessità crescente. La tassonomia di Bloom considera tre sfere: cognitiva, affettiva, psicomotoria. Quella cognitiva è articolata in sei categorie fondamentali, analizzate a loro volta in sequenze di complessità crescente:

lunedì 15 agosto 2016

RIFLESSIONI DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE di Lucio Garofalo









RIFLESSIONI DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE
di Lucio Garofalo





Da sempre sono convinto che le droghe e le discoteche forniscano una sorta di arma subdola e solo apparentemente incruenta, che è abilmente impiegata per alienare, rincitrullire e controllare le giovani generazioni, vale a dire per sedare il dissenso e soffocare la rabbia giovanile, senza far ricorso alle forze dell'ordine, alla repressione carceraria, all'azione coercitiva di quelle istituzioni che per natura e vocazione sono deputate proprio a funzioni di ordine pubblico: cito in primis la polizia. 

Sia ben chiaro, a scanso di equivoci, che non è una mia intenzione colpevolizzare le discoteche, e tantomeno chi le frequenta. Non mi ritengo affatto un moralista. Personamente, mi professo un comunista libertario e mi dichiaro a favore della libertà e della possibilità di divertirsi e di svagarsi in un modo, se possibile, sano, corretto ed intelligente. Ma sarei persino incline a concedere "sballi" e trasgressioni entro quei limiti dettati dal buon senso, ma soprattutto da misure o interventi socio-educativi e preventivi sotto il profilo sanitario. Sono propenso a depenalizzare il consumo delle sostanze stupefacenti (non solo quelle leggere, ma anche pesanti) per favorire provvedimenti volti a regolamentare e razionalizzare le vendite, anzitutto per contrastare ed abolire il cosiddetto "mercato nero" e sottrarre in tal modo una notevole fonte (illecita) di reddito e di potere alle narcomafie. E via discorrendo. Giusto per offrire un assaggio delle mie convinzioni e delle mie proposte in materia. 

venerdì 12 agosto 2016

PIU' PIL PER TUTTI di Lucio Garofalo






PIU' PIL PER TUTTI 
di Lucio Garofalo   




Che cos'è il PIL? Il Prodotto Interno Lordo indica un dato statistico assolutamente falsato, nel senso che è distorto e manipolato ad arte dai vari "istituti di ricerca" (che non sono affatto indipendenti, checché se ne dica altrimenti), ad uso e consumo delle élites eurocratiche dell'alta finanza: la Trojka, la Commissione Europea, la BCE, il FMI. 
La stima del PIL è un esercizio che giova soprattutto alle oligarchie capitaliste che hanno l'interesse a massimizzare costantemente i loro profitti. 

Infatti, il prodotto interno lordo non è mai distribuito in modo equo tra le classi sociali di una nazione. Un Paese come la Cina, che vanta il più alto PIL del mondo, possiede oltre un miliardo di poveri. In Spagna il PIL è ritornato in una percentuale positiva, ma in realtà sono cresciute le cifre che segnalano il livello della miseria e della disoccupazione ad esclusivo discapito delle fasce sociali più indifese. In Italia, da anni gli indici ed i calcoli relativi al PIL nazionale sono in una fase recessiva, eppure gli utili del grande capitale (cioè quello che comanda sul serio nell'economia internazionale, ovvero i circoli dell'alta finanza, le principali banche d'affari, i grandi gruppi multinazionali) sono schizzati a livelli record e ai massimi storici. 
Come mai? Non occorre essere esperti in materia di economia per capire che i conti non quadrano. È evidente che interviene qualcosa (o qualcuno, dall'alto) che non fa quadrare bene i conti. 
Nel senso che le statistiche economiche vengono costantemente manipolate ad arte a palese vantaggio di chi ci guadagna, cioè a profitto di alcune minoranze politicamente egemoni e dominanti, le oligarchie finanziarie che detengono il controllo dei settori nevralgici del potere: economia, politica, mass-media "mainstream", banche centrali, atenei universitari, accademie scientifiche più prestigiose, ivi compresi gli istituti di ricerca che si occupano di diffondere i dati ufficiali relativi al PIL. 

Inoltre, la democrazia formale (delle istituzioni liberali-rappresentative borghesi) non è un elemento in grado di arginare la violenza dei mercati azionari. La memoria collettiva della gente, si sa, ha un raggio di azione estremamente corto e scarsamente duraturo. All'indomani del fragoroso crack finanziario del 2008 si levò un coro unanime di voci "indignate" ai vertici delle principali istituzioni politiche internazionali (in primis cito il presidente degli Stati Uniti) per reclamare interventi volti a regolamentare e "moralizzare" i meccanismi della finanza globale, percepita come "rea e perversa" e additata quale capro espiatorio del dissesto economico di intere nazioni. Si invocarono misure tese ad arginare il cinismo e la sfrenatezza dei mercati speculativi, introducendo imposte fiscali sulle rendite azionarie e le transazioni finanziarie, per impedire che le attività speculative continuassero ad attrarre plusvalore sottraendolo all’economia reale e produttiva. 
Da allora sono trascorsi ben otto anni, ma nessuna proposta politica degna di tal nome è stata adottata in tal senso. Né poteva essere altrimenti, considerando le interferenze che le élites finanziarie sovranazionali sono in grado di esercitare nei confronti delle autorità politiche, ricorrendo a qualsiasi mezzo, ad espedienti spregiudicati e criminali, per limitare e condizionare la sovranità o l’autonomia decisionale di enti ed organismi eletti democraticamente. 

 Pertanto, cianciare ancora di “democrazia” quando tale istituzione di governo è destituita di ogni principio e fondamento, non ha più senso. Forse acquisterebbe un valore concreto solo se si riuscisse a rilanciare o rinvigorire il funzionamento della democrazia a partire dal basso, allestendo canali e strumenti di controllo e di partecipazione diretta delle masse popolari ai processi politici decisionali. Insomma, rivoluzionando radicalmente l’attuale assetto socio-politico-economico internazionale. Se la recessione economica degli ultimi anni "vanta" un merito, esso consiste probabilmente nell’aver messo a nudo tutte le insanabili contraddizioni insite nell'ingranaggio capitalistico, rivelando la sua irriducibile ed essenziale indole autoritaria. Una matrice che è assolutamente incompatibile con i valori della sovranità democratica e popolare e qualsiasi forma di legalità costituzionale e di civiltà giuridica.


lunedì 8 agosto 2016

E LA CHIAMANO MERITOCRAZIA... di Lucio Garofalo







E LA CHIAMANO MERITOCRAZIA...
di Lucio Garofalo



Con l'alibi della "meritocrazia" in salsa renziana, in Italia, e persino nel mondo della scuola (rimasto a lungo una sorta di "oasi felice"), stanno sdoganando ed istituzionalizzando definitivamente il clientelismo, la corruzione e la mafia. Si pensi solo ad un tizio come Schettino che un paio di anni fa ebbe l'onore di svolgere alla Sapienza addirittura un "master" sul tema (udite udite!): "come gestire il panico". Pare una barzelletta, invece non lo è. 
Una lezione in un ateneo così prestigioso, tenuta da un soggetto simile sulla gestione del panico, a me suona come un ossimoro, una contraddizione terminologica. Probabilmente, tale caso indica la sintesi più emblematica, il paradigma perfetto, quanto parossistico, di un Paese assai scombinato, che si muove alla rovescia. 
Un Paese deformato da paradossi di carattere politico, storture economiche ed antinomie sociali e culturali. 
Un Paese assai irrazionale e controverso, in cui i codardi e i banditi salgono in cattedra per impartire lezioni, i mediocri, gli inetti e gli ottusi governano le istituzioni statali, i mafiosi e i corruttori legiferano in materia di mafia e corruzione, gli evasori fiscali fanno la morale a chi paga le tasse, i farisei predicano male e razzolano persino peggio. 
Tutto ciò risulta inconcepibile o inammissibile ad un intelletto appena sano e ragionevole, o ad una persona intellettualmente onesta, diversamente da chi è in perfetta malafede o mentalmente distorto. Eppure, vicende così assurde e bizzarre (trattasi di eufemismi) sono diventate la "normalità" nell'Italia "renzusconiana". I lacchè e i "benpensanti", i cani da guardia fautori delle tecnocrazie e delle oligarchie capitalistico-finanziarie al potere, chiamano (cinicamente) "meritocrazia" simili aberrazioni. In tal modo, oltre al danno ci tocca sopportare la classica beffa. Possono farlo liberamente, in quanto detengono quel ruolo ideologico delicato che Gramsci definì "egemonia", che consente di spararle clamorosamente grosse e rimanere impuniti.



giovedì 4 agosto 2016

RECENSIONE DI "LETTERA A UN GIUDICE" di Lucio Garofalo







RECENSIONE DI "LETTERA A UN GIUDICE"
di Lucio Garofalo


 
Ho letto il libro di un autore irpino, intitolato "Lettera a un Giudice"
È un romanzo scritto in forma epistolare che racconta l'amara vicenda, non autobiografica, di un "secchione" (inteso in un'accezione simpatica e goliardica) che, non essendo raccomandato, fallisce la prova di un concorso per dirigenti pubblici, per cui decide di rivolgersi ad un magistrato per offrire libero sfogo al suo sdegno contro la corruzione ed il malcostume della società. 

La trama narrativa è ambientata in un paese immaginario (neanche troppo) denominato Repubblica dei Pomodori. L'idioma nazionale è il pomodorese, i gendarmi sono pomodoresi, tutto è pomodorese. Certo, l'autore non sembra essersi arrovellato troppo con l'immaginazione per inventare altri nomi di fantasia. 
Non mi pare tanto originale nemmeno l'idea ispiratrice che ha stimolato la narrazione di questo novello, aspirante Sciascia irpino. La passione per lo scrittore siciliano si arguisce facilmente dai frequenti richiami alle opere e ai personaggi sciasciani: Candido, A ciascuno il suo, Il giorno della civetta ed altre citazioni contenute nel romanzo. 

Ma il tratto che risulta meno originale, quasi conformista e addirittura banale, risiede in uno spunto ideologico di tipo moralistico o (come si direbbe oggi nel lessico corrente) di stampo giustizialista. 
Questa mia valutazione critica non vuol sembrare affatto una stroncatura nei confronti della prima fatica letteraria di questo autore mio conterraneo. Il quale è un intellettuale assai esperto in lettere classiche, un umanista ed un critico letterario, per cui non potrei mai competere con l'autorità e l'erudizione di tale studioso. 

Non possiedo la competenza, la perizia necessaria ad esprimere un giudizio pertinente sul piano squisitamente tecnico-letterario. Mi limito ad osservare che il registro stilistico del romanzo, per quanto lieve e scorrevole, nient'affatto stucchevole, volgare o dozzinale (ed è già tanto di questi tempi) non risponde al mio personalissimo gusto estetico. Trattasi, dunque, di un giudizio assai soggettivo e relativo. 
Il romanzo si legge tutto d'un fiato, è leggero e mai tedioso, ma non sono riuscito ad intravedere il fuoco che infiamma il vero genio artistico, l'inquietudine interiore, il pathos che assale lo "spirito guerriero" dello scrittore e del poeta. Per me la letteratura e l'arte non sono uno "specchio" che riflette il mondo reale, bensì una sorta di "martello" che picchia sull'incudine con furia, fatica e sofferenza per plasmare e per modificare lo stato di cose esistente. Scrivere, dipingere, scolpire, suonare, danzare, recitare, esigono un ardore militante, una tensione civile, una pulsione rivoluzionaria. È una battaglia in cui l'artista si cimenta in modo indiretto, senza avere tessere di partito. Ciò accende ed esalta il valore più autentico dell'arte, che altrimenti non sarebbe in grado di esternare assolutamente nulla. 
Aggiungo una chiosa conclusiva, ma non certo esaustiva. Non basta saper scrivere per fare di un autore qualsiasi un grande scrittore.



LIBIA, NO ALLA GUERRA

 

 

 

LIBIA, NO ALLA GUERRA

Comunicato dell’Esercutivo nazionale di Sinistra Anticapitalista





Con i primi raid statunitensi a sostegno dell’operazione Al Bunian al Marsus (Costruzione stabile) la guerra è in Libia e l’Italia è in guerra. Preceduto da un battage durato mesi su tutti i media mainstream, per costruire il consenso necessario al nuovo capitolo della guerra permanente, l’intervento dei caccia Usa ha dato il via all’ennesima illusione di guerra lampo, selettiva e senza intervento di terra (per ora) contro la roccaforte del sedicente Stato islamico nel Golfo della Sirte.

Durerà «solo trenta giorni», assicurano i cronisti embedded, e, saltando a piè pari ogni parvenza di dibattito parlamentare il governo Renzi ha già autorizzato i caccia e i droni dell’ingombrante alleato a sorvolare il nostro spazio aereo e utilizzare la base di Sigonella. Se, alla Camera, la ministra della guerra ha giurato che le «Operazioni Usa non hanno finora interessato l’Italia nè logisticamente nè per il sorvolo del territorio nazionale», subito dopo Roberta Pinotti ha ammesso che «il Governo mantiene aperta una linea di dialogo diretta e assidua sia con la controparte libica sia con gli alleati americani, per verificare lo sviluppo della operazione e le eventuali esigenze di supporto indiretto. In tale ottica, il Governo è pronto a considerare positivamente un eventuale utilizzo delle basi e degli spazi aerei nazionali a supporto dell’operazione, dovesse tale evenienza essere ritenuta funzionale ad una più efficace e rapida conclusione dell’azione in corso».
Ma sembra che Sigonella sia già stata interessata dai droni dello Zio Sam e tutto ciò con la copertura dell’Onu che ha avallato, con la Risoluzione delle Nazioni Unite n°2259 del 2015, l’intervento militare sollecitato dal governo fantoccio di Tripoli.

mercoledì 3 agosto 2016

BANCHIERI, ECONOMISTI E AGENTI SEGRETI: TUTTI CLONI DI ZENO L’INETTO? di Norberto Fragiacomo

 
 
 
 
 
BANCHIERI, ECONOMISTI E AGENTI SEGRETI: TUTTI CLONI DI ZENO L’INETTO?
di
Norberto Fragiacomo
 
 
 
 
Non è quello di essere “antieuropeisti” - pienamente a ragione! - il rimprovero che fa più male, di questi tempi, alle (poche) schiene dritte della sinistra italiana: molto più imbarazzanti appaiono le accuse di “rossobrunismo” e “complottismo”.
 
La prima, tuttavia, è una bastonata che lascia il segno solo in scaramucce civili pateticamente di nicchia, e resta ignota al 99,99%; la seconda, al contrario, precipita sulla testa del malcapitato dritta dritta dai media di regime, e procura pertanto ferite profonde, oltre a un senso di inadeguatezza e vergogna. In cosa si sostanzia – chiediamocelo per la millesima volta – una visione del mondo “complottistica”? Nell’immaginare che dietro ogni singolo evento ci sia una macchinazione ordita da non meglio precisati “poteri forti” – e già definirli “forti” è riduttivo, perché dovrebbero essere onnipotenti e onnipresenti per ingerirsi, vincolandola, in qualsiasi attività umana. Ora, deificare l’èlite è peccato mortale, anche perché spinge all’inazione: se costoro possono e sanno tutto, allora resistere è una palese perdita di tempo. Non è così, ovviamente: soltanto un dio biblico potrebbe architettare “piani esecutivi” ogni giorno che passa, e se lo facesse non gli resterebbe un minuto per occuparsi d’altro.

Stampa e pdf

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...