AL MONOPOLI DELLA CONSULTA LO STATO VINCE COMUNQUE
di
Norberto Fragiacomo
La Corte Costituzionale ha, in materia di legislazione, sempre l’ultima parola: commentare le sue decisioni è perciò un esercizio abbastanza inutile sotto il profilo pratico (cosa fatta, capo ha!).
Ciò non toglie che spesso – spessissimo, nei tempi recenti – le pronunce della Consulta si rivelino preziose, sul piano politico-interpretativo, per misurare la temperatura del mondo in cui viviamo, e ci comunichino, con lapidaria schiettezza, “verità” che i borbottii dei politici di mestiere lasciano solamente intuire.
Prendiamo una sentenza di pochi mesi fa, la n. 3 del 2013 (decisione del 14 gennaio, deposito del 18), che mette la parola fine ad una controversia sorta, a inizio 2012, tra il governo centrale e la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. L’oggetto della contesa era il solito: soldi, tanti soldi – da quando è esplosa la crisi e le manovre “correttive” si sono moltiplicate, la Corte si occupa principalmente di “vili” questioni pecuniarie, che hanno però conseguenze drammatiche sul tenore di vita di decine di milioni di cittadini.
La vicenda è datata, i suoi antefatti risalgono all’era Illy: proviamo a ricostruirla per sommi capi, a beneficio del lettore.
La crisi è ancora un puntolino all’orizzonte quando, con decreto legislativo n. 137/2007 (Norme di attuazione dello statuto speciale della regione autonoma Friuli Venezia Giulia in materia di finanza regionale), l’esecutivo Prodi assegna alla regione, a decorrere dall’esercizio 2008, i 6/10 del gettito delle ritenute sui redditi da pensione riferite ai soggetti residenti, indipendentemente dal fatto che la riscossione abbia avuto luogo al di fuori del territorio regionale. Si tratta di una previsione importante, che assicura – secondo le stime di allora – almeno 125 milioni di risorse annue aggiuntive per le finanze regionali; una previsione che viene però smentita, mesi dopo, dall’articolo 5, comma 2, della legge finanziaria 2008, che stabilisce un tetto di 20 milioni di euro per il 2008 e di 30 per il 2009, subordinando – per gli anni successivi – la concessione di “maggiori introiti rispetto all’importo riconosciuto per l’anno 2009 (…) ad una contestuale attribuzione di funzioni dallo Stato alla medesima regione autonoma”. Pochi soldi, e neanche certi, in cambio di compiti aggiuntivi: il mutamento di prospettiva è notevole, e la regione – comprensibilmente – punta i piedi. Non manca molto alle elezioni, e Riccardo Illy ha bisogno di risultati: le trattative con un governo ormai alla deriva portano soltanto, però, ad una proroga delle “disposizioni di cui al primo periodo del comma 5 dell’articolo 2 (…) per l’anno 2010”, cioè ad altri 30 milioncini “sicuri” che il governatore uscente prova, senza troppa convinzione, a spacciare per una propria vittoria politica. In realtà, il problema è solo rinviato: sarà la nuova Giunta di centrodestra, guidata da Renzo Tondo, ad incaricarsi della sua soluzione, confidando nell’”allineamento di pianeti” (Berlusconi ha riconquistato l’Italia e vanta una maggioranza parlamentare mai vista prima) tanto caro al comandante Staffieri.












