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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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venerdì 29 aprile 2016

"IRPINIA MON AMOUR" Recensione di Lucio Garofalo





"IRPINIA MON AMOUR"
Recensione di Lucio Garofalo



Ieri sera, presso la multisala di Mirabella Eclano ho seguito con curiosità la proiezione del film "Irpinia, mon amour", per la regia di Federico Di Cicilia, alla sua terza opera filmica, credo. Al termine del film si è svolto un dibattito con il regista: erano anni che non intervenivo in un cineforum e questo rappresenta già un elemento positivo. 
L'autore, originario di Villamaina, ha girato una sorta di focus sull'Irpinia. La pellicola ha l'indubbio merito di indurre gli spettatori a riflettere, a prendere consapevolezza della realtà che li circonda. Di questi tempi non è affatto poco. 

Senza esagerare, il film riesce a scuotere le menti intorpidite, le coscienze assopite, lasciando perplessi, generando un miscuglio di sensazioni, stati d'animo e pensieri controversi. L'effetto emotivo è intenso. 
È un film di denuncia politico-esistenziale? Non solo. È una sorta di docufilm, di dossier o inchiesta cinematografica su un territorio devastato, ma che si può estendere anche ad altre periferie o altri Sud del mondo. 
La rappresentazione è a tratti ironica, grottesca e surreale, a tratti cruda e persino "paranoica", ma in ogni caso è efficace. La colonna sonora dei Jambassa ed altri musicisti irpini si impone ad infondere un'atmosfera paranoica e delirante. Come, d'altronde, è l'Irpinia post-sismica. 

Puntuale è l'accostamento tra il sisma del 1980 e la guerra in Afghanistan, con scenari spettrali e desolanti, le violenze provocate su entrambi i fronti. Le vicende dei vari protagonisti, narrate secondo una struttura ad episodi, si intrecciano in una trama il cui denominatore comune è la noia o paranoia esistenziale. Per vincere la quale si inventano qualsiasi espediente: dalla militanza politica al rapimento di X, al suicidio in diretta streaming e via discorrendo. Con un sottofondo amaro di riferimenti espliciti (non casuali, bensì intenzionali) alla realtà, al macabro primato dei suicidi detenuto dall'Irpinia sul versante nazionale. 
I personaggi che si muovono in un contesto sociale desertificato, circondato da paesaggi naturalistici spettacolari (da apprezzare le immagini fotografiche di alcuni luoghi irpini), sono interpretati da attori non professionisti, provenienti dalla strada e dalla vita reale, recitando sé stessi, secondo la tradizione del cinema neorealista italiano. Ma non è un film neorealista in senso classico. È un coacervo di contaminazioni, di influenze varie e molteplici, di citazioni e richiami cinematografici. 
Ed ai cinefili provvisti di una minima cultura storico-cinematografica non sfuggono tali riferimenti. È facile coglierli sin dall'inizio, già nel titolo, ispirato ad Hiroshima mon amour. Citando poi l'Armata Brancaleone nella scena esilarante (parodiata e paranoica) di Don Chisciotte e Sancho Panza contro le pale eoliche. Ed I Soliti Ignoti di Mario Monicelli. Fino ad Ovosodo di Paolo Virzì, con immagini di repertorio delle mobilitazioni del 2003 contro la guerra in Iraq. Forse sono ravvisabili pure richiami stilistici ad Ecce Bombo di Nanni Moretti. E via discorrendo. 

Un prodotto indipendente come questo film, senza fini commerciali, non può avere la pretesa di racchiudere troppi contenuti estetici o sociali, ed ancor meno di suggerire ipotesi di soluzione dei problemi sollevati. Proposte che spetterebbero alle autorità competenti, ovvero alla sfera politico-amministrativa, ma non vengono elaborate, né applicate da chi dovrebbe. A riprova della grave latitanza degli enti pubblici locali, dell'indifferenza e dell'apatia, dell'impotenza delle istituzioni e delle amministrazioni di fronte ai drammi della precarietà e della disoccupazione giovanile, della nuova emigrazione, del triste record dei suicidi detenuto dalla nostra provincia, del crescente spopolamento e dell'invecchiamento delle popolazioni locali, dello spaesamento, ossia dello svuotamento di senso e di valore esistenziale che si avverte in comunità che un tempo potevano vantare un tessuto di reciproca solidarietà interpersonale ed una società a misura d'uomo. 

Ma il dramma più profondo, allarmante, è precisamente la perdita di peso incisivo della politica, l'assenza delle istituzioni pubbliche, rinchiuse in un teatrino sempre più autoreferenziale, la loro distanza siderale dai bisogni concreti del territorio e delle popolazioni che lo abitano. Probabilmente, corro un po' troppo e rischio di valicare le intenzioni del regista stesso.



23 Aprile 2016


 

martedì 26 aprile 2016

RIFLESSIONI "CORSARE" SULLA FESTA DELLA LIBERAZIONE di Lucio Garofalo




RIFLESSIONI "CORSARE" SULLA FESTA DELLA LIBERAZIONE
di Lucio Garofalo



In occasione della ricorrenza festiva della Liberazione, come ogni anno si ripropongono stancamente le consuete commemorazioni ufficiali, simili a liturgie rituali e puramente verbali, ereditate dalla retorica resistenziale. Ormai il calendario delle festività di regime ha istituzionalizzato ed assorbito il valore originario del 25 Aprile e della Resistenza antifascista. 
Eppure, oggi più di ieri, i principi fondamentali sanciti dalla Costituzione del 1948, sorta dalla Resistenza partigiana, sono aggrediti e minacciati seriamente, per non dire abrogati da una sedicente "riforma costituzionale" che reca, tra gli altri, le firme di Maria Elena Boschi e Denis Verdini. Giusto per menzionarne un paio. 

Nel ventennio mussoliniano il Paese si spaccò con violenza tra fascisti ed antifascisti. Nel ventennio berlusconiano ha preso il sopravvento una nuova, netta scissione tra berlusconiani ed antiberlusconiani. 
Oggi, sono diventati tutti (o quasi) renziani, da destra a manca, a celebrare e consacrare, nei fatti, la coalizione delle "larghe intese" ed il "partito della Nazione". Un esecutivo incostituzionale, guidato da un premier abusivo, mai eletto dal popolo, ha ratificato una serie di provvedimenti antidemocratici che manco i peggiori governi di Berlusconi erano riusciti a varare. Fino all'ultimo atto di matrice "piduista", che mette addirittura in discussione la Carta Costituzionale. 

Oggi, tra il fascismo e la democrazia borghese sembra non esserci più alcuna differenza sostanziale, se non nelle forme più esteriori e formali, quindi solo all'apparenza ed in minima parte. Ormai l'essenza del fascismo si conserva e si riproduce addirittura meglio nella "riforma" della "Repubblica democratica". Mi limito soltanto a ricordare che il fascismo, uscito sconfitto sul terreno militare dalla guerra civile e dallo scontro con le Brigate partigiane, in seguito riuscì a vincere politicamente grazie anzitutto a Togliatti e a quanti sostennero la cessazione delle ostilità interne e propugnarono l’obiettivo di una riconciliazione nazionale tra le classi sociali nel nome di un interesse patriottico supremo. 
In tale riunificazione interclassista consiste, sin dalle sue origini, l’essenza autentica del fascismo. Essenza assimilata nel "partito della Nazione" di Matteo Renzi. 

È sempre più palese che la Resistenza deve farsi una lotta di segno anticapitalista, una Resistenza contro la guerra senza quartiere e senza pietà che il capitale finanziario internazionale conduce contro i lavoratori e l’intera umanità. Il fascismo, quello storico, non si è imposto per la volontà malvagia di un partito politico o addirittura per l’avidità o la follia di un unico personaggio, Benito Mussolini. 
Il fascismo mussoliniano si affermò grazie all'aperto sostegno politico e finanziario dei padroni. Si levò per contrastare le rivolte proletarie contro la miseria crescente e lo sfruttamento. All’inizio degli anni Venti, i lavoratori diedero vita ad un imponente movimento di classe con vaste proteste, mobilitazioni di massa ed occupazioni delle fabbriche. In un clima assai teso, ai padroni serviva un regime terroristico. Le persecuzioni dei comunisti, la repressione del movimento operaio e delle agitazioni proletarie, il mantenimento di un livello disumano di sfruttamento, furono i risultati conseguiti dal fascismo di Mussolini. 

Oggi quel tipo di fascismo, incarnato in un regime nazionale di stampo poliziesco, apertamente dittatoriale, non è più necessario, né utile al potere neoliberista, che si avvale di un nuovo genere di totalitarismo, quello dei media e dei network televisivi, assai più persuasivo e pervasivo di ogni autoritarismo politico e militare. 
Nel mondo odierno, il movimento operaio è scomparso dalla scena della storia, ma ciò non significa che siano stati risolti i problemi del lavoro e la questione operaia. L'odierno proletariato è una classe estremamente dispersa e frammentata, ma è uno status diffuso in una società polarizzata tra "proletari e tagliatori di cedole".


domenica 24 aprile 2016

D’ALTRA PARTE di Giandiego Marigo

mulinoepapaveri f


D’altra parte piove sempre
il 25 Aprile
che siano lacrime versate su quei morti?
Sul loro sacrificio
per quel futuro che non fu
Per quello che non si fece
per quello che si dice … oggi
nascondendo anche a sé stessi
il vecchio orbace?
Piove e ci bagna
ma ogni anno siam qui
sommersi dalla retorica
delle camicie bianche inamidate
per ricordare
quel che non è solo memoria
ma ch’era impegno
Per riparlare di ciò che noi
oggi
non rifaremmo mai
Insieme a quelli che l’orbace
lo nascosero davvero
travestendosi al meglio
continuando semplicemente a comandare
o ai loro figli vestiti della festa
cresciuti a quella scuola
Fascismo dell’anima
il più insidioso e triste.
È quello che ci avvolge nelle case
dalle televisioni
da quei valori incerti e titubanti
dal non sapere che parte siamo
e su che sponda stiamo
Partigiani del nulla
siamo la zona grigia
voliamo sopra
né destra né sinistra
e l’egoismo corrode i nostri cuori
la nostra porta è chiusa
ed il possesso e la competizione
D’altra parte piove sempre
il 25 Aprile
forse qualcuno piange quel che siamo



sabato 23 aprile 2016

INDIMENTICABILE a cura di Angela Rizzica





  

INDIMENTICABILE

A cura di Angela Rizzica 




I colori di un cielo primaverile; la natura che si sveglia dal suo torpore sbadigliando indolente; il vociare concitato dei colleghi che si affrettano a prendere i posti migliori dell’aula; sguardi che si corteggiano alla fine della lezione; la Cattedrale di San Gerardo, riscaldata dal sole di Potenza; il sapore della cimmotta e della frittelle di riso che sanno di casa, che sanno di buono. 

Un suono sordo, cupo seguito dall’odore della polvere da sparo trascinato dal vento; qualcuno comincia ad urlare ma sembra di essere in un film muto perché nulla ha più voce. Delle ciglia tremanti si accasciano stanche sugli occhi della sconfitta, li sigillano nella quiete eterna dell’oblio. Eppure, a ben vedere, tra quelle ciglia uno sguardo attento noterebbe brillare le schegge rimaste impigliate dei sogni andati in frantumi ma che ancora c’erano, delle speranze pronte a spiccare il volo, del futuro che si stava dischiudendo insieme all’equinozio sulla testa di un ventiseienne. Troppo giovane per morire, ma non per soffrire. 

Nella mattinata di ieri, uno studente di Ingegneria di Roma Tre si è tolto la vita con un colpo di pistola davanti alla sede della facoltà in Via della Vasca Navale. Un gesto, a quanto sembra, premeditato, come pare fosse voluto anche il fatto di spararsi in mezzo ai suoi colleghi, davanti a quell’ingresso che tante volte aveva varcato. Per gli esperti del settore si tratterebbe di un incontrovertibile messaggio, l’ultimo urlo di disperazione di un fuori sede indietro con gli esami e frustrato dalla carriera universitaria che faticava a decollare. 
Uno come noi, uno di noi. Un nostro amico, un ragazzo che abbiamo visto in qualche serata capitolina, nostro fratello, il nostro fidanzato, noi. 
Un giovane adulto con la paura di crescere, con la paura di deludere dei genitori che fanno tanti sforzi per farti frequentare l’università migliore. 
Un ragazzo che tante volte ha sentito lo stomaco stringersi prima del suo turno all’esame, che ha passato notti insonni sopra i libri per essere preparato al meglio. Quel paio d’occhi che si è incupito davanti ad una bocciatura e che ha sorriso davanti ad bel voto, è come quello di ognuno di noi. 

Lui è noi. Lui è il nostro specchio: ci restituisce l’immagine riflessa della nostra stanchezza, della tristezza e del terrore, delle cose che vanno male e che a mo’ di valanga, ci spingono negli anditi più reconditi della nostra insicurezza. Quello che fa rabbia, e che dovrebbe farci rabbia, è che nessuno ne ha parlato adeguatamente, nessuno ha speso più di qualche parola al telegiornale o in un anonimo articolo del web. La disperazione di un corpo pieno di vene, pieno di battiti, pieno di pensieri, è stata svilita diventando struggente e banale cronaca. 
Lui era una importantissima, unica, irripetibile particella del Big Bang; era composto della stessa sostanza delle stelle, ma non lo sapeva. Forse dovremmo ricordarci più spesso di quanto siamo speciali, di quanto un voto sul libretto non possa neanche lontanamente dipingere che meravigliosa briciola di Universo ognuno di noi sia. A causa di questa dimenticanza un misero, trascurabile proiettile ha avuto l’ardire di squarciare l’Infinito; quel proiettile ha fatto piangere le galassie. 

Tutti sappiamo quanto la vita dello studente possa essere pesante, piena di scadenze, piena di prove da dover superare per non deludere. E se una particella del Cosmo è fragile, potrebbe anche pensare di non farcela. Non fatelo mai, non pensatelo: ce la farete ovunque voi siate e qualsiasi cosa voi stiate affrontando. Siamo tutti destinati a grandi cose, a rendere felici le persone che amiamo ed a raggiungere i nostri obiettivi, anche se per farlo dobbiamo metterci qualche anno in più. Ciò che permette di non ripetere gli errori passati è la memoria, e non dare il giusto risalto ad un gesto così estremo e terribile può avere delle ripercussioni inimmaginabili, facendo sentire sola qualche altra stella in Terra. 
La morte non può e non deve essere mera cronaca, ed il suicidio non può essere lo scoop sulla bocca degli sciacalli del pomeriggio televisivo italiano. 
Il suicidio necessita della sua dignità, necessita rispetto ed ha bisogno di essere ricordato. Io lo ricordo perché ognuno di noi è insostituibile.

Ognuno di noi è una particella di stella indimenticabile, non dimenticatelo.




20 aprile 2015




 

martedì 19 aprile 2016

REFERENDUM: SE TREDICI MILIONI DI VOTI VI SEMBRANO POCHI di Maurizio Zaffarano

Renzi e le trivelle by Luca Peruzzi




REFERENDUM: SE TREDICI MILIONI DI VOTI VI SEMBRANO POCHI 
di Maurizio Zaffarano



I numeri

Voti per l'abrogazione delle norme sulle trivelle:      13.334.754

Voti di Renzi alle Europee del 2014:                          11.202.231

Sarebbe servito un miracolo per raggiungere il quorum nel referendum sulle trivelle, cioè quel cinquanta per cento più uno necessario a rendere efficace sul piano legislativo la volontà espressa dai cittadini. Un miracolo pensando all'Italia della passività e dell'ignavia ma anche della disperazione e della sfiducia e tenendo conto del mancato accorpamento con le amministrative, della disinformazione profusa a piene mani dai giornalacci e dalle tv di regime a cominciare dalla Rai renziana (certe trasmissioni di Rai 3 in cui si affermava che si votava solo in nove regioni rappresentano veri e propri “casi criminali di scuola”), dal punto di partenza rappresentato dal fatto che ormai 3-4 italiani su 10 non vanno più a votare in qualsivoglia elezione  e sul quale i fautori del No hanno fondato la propria campagna per l'astensione, dalla marginalità sostanziale del tema oggetto del referendum (la proroga automatica alla scadenza delle concessioni già in essere per l'estrazione di gas e petrolio, nei tratti di mare entro le dodici miglia), dal fatto che i cittadini delle regioni che non si affacciano sul mare non si sono sentiti (egoisticamente) coinvolti nella questione. Vale la pena ricordare che per il raggiungimento del quorum (invertendo una tendenza che durava da molti anni) nei referendum del 2011 che riguardavano oltre che l'acqua pubblica anche il nucleare ebbe un impatto fondamentale la tragedia di Fukushima in Giappone verificatasi poco tempo prima. E comunque i referendum sulla questione trivelle erano stati già vinti nel momento in cui, con l'ultima legge di stabilità, il governo Renzi aveva abrogato la possibilità di nuove concessioni entro le 12 miglia proprio per non doversi confrontare con i cittadini su quella sciagurata decisione.

UNA RIFLESSIONE SULL'ESITO DEL REFERENDUM di Lucio Garofalo






UNA RIFLESSIONE SULL'ESITO DEL REFERENDUM
di Lucio Garofalo




Nessuno si illudeva, credo, di cambiare radicalmente lo stato delle cose presenti con un Sì espresso in cabina elettorale.

Era un quesito referendario sul rinnovo delle concessioni petrolifere entro le 12 miglia marine. Le multinazionali degli idrocarburi avrebbero continuato a spadroneggiare ugualmente, forse con un po' di certezze ed arroganza in meno.

Il capitalismo è un sistema economico di stampo ottocentesco dipendente dai combustibili fossili e solo una drastica rivoluzione potrebbe invertirne la rotta.

Il discorso è assai complesso e non si esaurisce con un articolo che leggono in pochi. Piuttosto, servirebbe ragionare sul perché il referendum di ieri sia fallito.


 Ieri sera ho ascoltato in TV Renzi auto-celebrarsi per l'esito del referendum, senza ammettere che l'astensionismo non era un merito ascrivibile alla sua persona, anzi. In Italia, nelle ultime tornate elettorali, incluse le consultazioni amministrative, laddove la gente viene addirittura deportata ai seggi, si registra un tasso di astensione cronica che si aggira attorno al 40%. Per cui si deduce che lo scarto di un 25% (al massimo) si potrebbe accreditare al fronte del No.

Insomma, è una minoranza esigua. Eppure, il premier abusivo ha cantato vittoria per lo scampato pericolo. E così hanno esultato i suoi amici petrolieri.

Non c'è dubbio che pure la formula referendaria era assai limitata. Il tema era distante dalla gente (almeno così è apparso). È stata giocata la carta (temo vincente) dei posti di lavoro a rischio.

E via discorrendo. In sostanza, era un referendum amputato, cioè reso sterile.


Da oggi bisognerebbe incalzare sul serio il governo Renzi sulle questioni del lavoro e della precarietà, visti gli sproloqui a difesa dei posti di lavoro.

Invece, lo si asseconda sul suo terreno.



La vignetta è del Maestro Mauro Biani





domenica 17 aprile 2016

COMUNISMO O BARBARIE di Lucio Garofalo




COMUNISMO O BARBARIE
di Lucio Garofalo




Un dato ricorrente nelle crisi che investono periodicamente il capitalismo sono le oscillazioni della pubblica opinione alla ricerca di una soluzione.

In simili temperie gli agitatori reazionari hanno sempre avuto buon gioco nell’indicare un capro espiatorio, un colpevole contro il quale dirigere la rabbia di massa, siano ebrei, comunisti o altro, ma alla fine la violenza per soddisfare il disagio delle masse si ritorce sempre contro loro stesse.
Accadde alla piccola borghesia italiana del secolo scorso, mobilitata dal fascismo contro il movimento operaio e poi strangolata nelle tenaglie dello stato militarizzato. 
Non accadde nella Germania nazista solo perché, grazie agli espropri degli ebrei e nei paesi occupati, Hitler promosse una politica di "socialismo nazionale" di impronta autoritaria e paternalista che assegnò una quota di benessere, benché insanguinato, alle classi sociali subalterne.
Sono scenari che non trovano riscontro nell’attualità per il semplice fatto che non è più disponibile uno strato sociale a sostegno di regimi autoritari e ciò rende effimera ed insostenibile l’eventualità di un fascismo organico.

Tuttavia, ciò non esclude la possibilità di regimi imposti con metodi fascisti, ma si è dimostrato che essi non reggono per più di qualche anno al potere.

Nella crisi presente, che è strutturale e globale, che pone in discussione i meccanismi stessi di accumulazione capitalista, il futuro del mondo, crisi non risolvibile se non con il superamento del capitalismo stesso, a parte alcuni fenomeni marginali come gli stati residui del cosiddetto "capitalismo di stato" (Cina, Corea, ecc.), il segno non è una ricomposizione del mondo sotto il capitale, da imporre manu militari, bensì lo sgretolamento dei paraventi "democratici" con cui le borghesie nazionali si sono legittimate.

La legittimità del potere statuale borghese viene meno non solo per il fatto che la borghesia non è più riconosciuta come "classe nazionale" alla guida di un determinato paese, come motore della produzione dei beni e del funzionamento dello stato, non è più riconosciuta come forza sociale che è depositaria di una cultura nazionale e di un comune sentire di un popolo.
La legittimità scompare principalmente in forza della sua incapacità di produrre un nuovo progresso e perché il suo dominio, attuato tramite meccanismi finanziari ormai globalizzati, è recepito come causa della crisi.
Per tali ragioni, le principali rivolte popolari (rivolte, non rivoluzioni) degli ultimi anni presentano un segno unidirezionale, cioè un indirizzo populista, nel senso che tentano di dislocare quote di potere, sovranità e diritti nella nozione stessa di "popolo". 

La democrazia, in sostanza, è uscita dal formalismo istituzionale e rappresentativo e viene ormai interpretata come "diritto a decidere" tutti gli aspetti della vita associata e come tentativo di smontare pezzi del potere statuale considerati nefasti ed oppressivi.

L'attuale crisi economica si traduce in crisi politica e la politica non riesce più a mascherare la natura reale del potere, non presunto o fittizio, il potere dell’alta finanza internazionale che decide, di fatto, il contenuto e la qualità dell’esistenza dei popoli e il destino di intere nazioni ed interi continenti.

Ed è a questo punto che il conflitto che oppone, non più solo capitale e lavoro salariato, bensì capitale ed umanità, assume connotazioni di classe, dove la classe in questione è una massa proletarizzata nella quale sono state assorbite tutte le entità sociali che un tempo erano interposte tra il proletariato e la borghesia. 

La gravità della crisi odierna sembra riportare la lotta politica a lotta per l’esistenza, ossia a mera lotta per la sopravvivenza.
Spinto verso una miseria insopportabile, il proletariato cerca vie d’uscita affidandosi ad illusioni elettoralistiche, talvolta a suggestioni giustizialiste, talvolta a proteste parziali su specifici problemi, senza dare vita e corpo ad una protesta che apra sbocchi nuovi. Gli mancano ancora tre elementi:
1) la chiara consapevolezza del suo essere classe (la coscienza di classe);
2) la coordinazione unitaria degli sforzi (l'unità di tutto il proletariato);
3) la convinzione di poter fare a meno e meglio dello stato esistente.

Mancano poiché le attuali condizioni di esistenza del proletariato sono frantumate e la sua unificazione può avvenire solo tramite un processo politico ragionato. Inoltre, le passate esperienze di "socialismo reale" gli descrivono un mondo peggiore dell'esistente. La borghesia che ha fallito non morirà per esaurimento proprio: questo è il punto focale della storia presente, per cui occorre spingere la borghesia capitalista fuori dalla scena del mondo per aprire finalmente nuove prospettive di progresso umano.
Ed è a questo punto che diviene indispensabile un’ipotesi di comunismo.




venerdì 15 aprile 2016

RIMETTETE A NOI I VOSTRI DEBITI di Lucio Garofalo





RIMETTETE A NOI I VOSTRI DEBITI
di Lucio Garofalo




Da vari anni, ormai, gli Stati nazionali sono costretti a svolgere l’ingrato 
compito di esattori per conto del capitalismo finanziario internazionale. In questo “ingrato compito”, Equitalia costituisce uno strumento di estorsione legalizzata, che opera una violenza amministrativa organizzata, con interventi di ricatto e terrorismo esattoriale. È la mano armata dell’esattore statale che agisce per conto del capitale finanziario internazionale, strutturata come un vero e proprio cappio da “cravattari” (in romanesco, strozzini).

Presso il popolo ebraico esisteva un istituto, il Giubileo (o “anno giubilare”), il quale ogni quarantanove anni rimetteva e cancellava i debiti, liberava coloro che si erano dati schiavi per debiti o erano incarcerati per debiti. Il Corano proibisce di prestare danaro ad interesse, perciò in Pakistan esiste soltanto la Banca di Stato per l’emissione di moneta. Qualche sedicente “liberal”, in passato, sosteneva che le tasse erano una forma di giustizia  sociale e Padoa Schioppa affermava che le tasse sono addirittura belle.
La verità è che il meccanismo di esazione delle tasse e dei debiti è oggi il vero atto d’imperio dello Stato moderno sulle persone. Oltre simili metodi c’è solo il saccheggio selvaggio e devastante tipo Lanzichenecchi. Nel dramma “Cesare e Cleopatra”, George Bernard Shaw fa dire a Giulio Cesare che la vera occupazione dei conquistatori è la riscossione delle tasse e si sa come i Romani le riscuotessero manu militari, ovvero tramite la forza delle armi.
 Ma Equitalia ha altresì la funzione di occultare il vero beneficiario delle sue malvagie procedure, come lo è il compito della politica.

Tuttavia, esiste un’arma della quale i popoli possono disporre, un’arma assai più potente delle armi stesse, un’arma mediante la quale, ad esempio, il Mahatma Gandhi cacciò l’esercito britannico dall’India, vale a dire lo sciopero fiscale. È pur vero che oggi le ritenute alla fonte rendono estremamente complicato lo sciopero fiscale ed è altrettanto vero che esso ha possibilità di successo solo se coinvolge masse enormi di persone, ma bisogna tener conto della velocità di espansione di una simile protesta nelle condizioni di stress finanziario prodotto dalla crisi che si combina con lo sdegno per le ingiustizie patite e le minacce dell’esattore.
Per la serie: io pago, come diceva Antonio De Curtis, in arte Totò.

Dopo Marx e Lenin, oggi servirebbe un'analisi seria ed aggiornata sull’origine imperialista del debito pubblico negli Stati capitalistici moderni. Non è un caso che il debito pubblico degli USA sia il più elevato del pianeta, anzitutto per finanziare le numerose guerre “preventive” sparse in giro in tutto il mondo dalle truppe yankee.

Anche il debito pubblico italiano è sempre stato assai elevato, con la differenza che in passato era detenuto quasi del tutto dai risparmiatori ed investitori italiani, mentre oggi è in mano soprattutto ai creditori e speculatori stranieri, cioè banche d'affari estere e capitale finanziario internazionale. Da qui deriva il rischio, sempre incombente, degli assalti speculativi in borsa.
La schizofrenia dei mercati azionari è un motivo di apparente e costante instabilità ed oscillazione, per cui proprio nulla è meno monolitico delle borse, che sono schizofreniche ed instabili per antonomasia. In questo apparente guazzabuglio chi detta legge è il più forte, vale a dire il capitale dell'alta finanza internazionale.

I circoli dell'alta finanza capitalistica, che finora hanno speculato e spremuto i Paesi "debitori", sono consapevoli che l'unica via per continuare ad estrarre plusvalore è dilazionare il pagamento del debito. Insomma, allentare il cappio al collo delle vittime per un determinato periodo, per poi stringerlo ancora più forte di prima.


martedì 12 aprile 2016

APPELLO AL VOTO di Lucio Garofalo


 
 
 
APPELLO AL VOTO
di Lucio Garofalo


Si avvicina la data del referendum, per cui anch'io mi cimento in un appello al voto. Domenica prossima è necessario recarsi alle urne in massa per ottenere il quorum previsto dalla legge.

In tal senso è importante persuadere il maggior numero di persone a non boicottare i seggi e, quindi, a votare Sì per dire No alle trivelle in mare.
Cerchiamo di convincere il maggior numero di persone poiché il rischio di non conseguire il quorum è assai alto.
Non è un caso che il fronte avverso che fa capo ai renziani, agli esponenti filo-governativi e a tutto l'establishment politico-informativo asservito alle lobby e multinazionali petrolifere, abbia deciso di sabotare apertamente il referendum per farlo fallire. Infatti, il rischio di un fallimento del referendum è concreto.

Per questo ciascuno di noi, nel suo piccolo, è chiamato a convincere il maggior numero di elettori a recarsi ai seggi e votare Sì. Ognuno deve compiere uno sforzo individuale per contribuire al conseguimento dell'esito tanto sperato.
Tra gli argomenti (in verità sterili) addotti dagli avversari del Sì, c'è la favola dei posti di lavoro creati grazie alle postazioni estrattive del petrolio e che, nel caso il Sì vincesse, verrebbero a mancare. Si tratta di una mistificazione propagandistica, poiché gli addetti al settore sono assunti dalle corporation monopolistiche, e non tra le genti locali.
 Inoltre, le vere ricchezze dei nostri territori sono altre: non il sottosuolo, bensì il suolo ed il mare, l'agricoltura, il turismo, l'artigianato, in grado di generare sul serio indotti virtuosi di migliaia di posti di lavoro tra gli abitanti, esaltando le risorse e le esigenze locali.




domenica 10 aprile 2016

L'AUTOMA E IL CAPITALE di Norberto Fragiacomo





L'AUTOMA E IL CAPITALE
di
Norberto Fragiacomo


Qualche giorno fa, rientrando a casa dopo un interminabile pomeriggio d'ufficio, ho casualmente orecchiato una discussione radiofonica tra il conduttore e due ospiti di un programma, uno dei quali era un giornalista di Repubblica che di cognome fa Staglianò e, a quanto pare, scrive libri di futurologia.
Parlavano dell’ormai prossimo passaggio di consegne fra lavoratori umani e robot, e mi è sembrato di capire che si alludesse non soltanto agli operai, ma pure a impiegati di concetto destinati alla “rottamazione”. Risultiamo superati, tutti. Mentre il secondo ospite (credo, o forse era il conduttore) esultava per il tempo libero che avremo presto a disposizione, Staglianò esprimeva forti preoccupazioni per una svolta che ritiene comunque inevitabile: se non si hanno soldi da spendere, il bene tempo perde molto del suo valore – ha osservato –, l’unica proposta sensata sarebbe quella di introdurre un salario minimo per quanti, “licenziati” dalle macchine, saranno espulsi dal mondo del lavoro. Un’espulsione – intendeva – definitiva e riguardante la maggioranza della popolazione.

venerdì 8 aprile 2016

LA FIOM LICENZIA SERGIO BELLAVITA PER DISSENSO






 LA FIOM LICENZIA SERGIO BELLAVITA PER DISSENSO


Comunicato dell’Esecutivo nazionale di Sinistra Anticapitalista 


Sinistra Anticapitalista esprime la netta indignazione per l’epurazione messa in atto dalla segreteria della Fiom Cgil con il licenziamento del compagno Sergio Bellavita, portavoce nazionale dell’area “Il sindacato è un’altra cosa – Opposizione Cgil”.

Sergio, militante e dirigente sindacale da sempre al servizio della causa dei lavoratori, a cui Sinistra Anticapitalista vuole manifestare tutta la sua solidarietà, non viene messo alla porta per aver commesso una qualche scorrettezza, ma solo per aver osato esprimere legittimamente e nel rispetto delle regole dello Statuto il proprio dissenso riguardo le scelte del vertice Fiom e di quello confederale.
 Inoltre, essendo Sergio anche il portavoce nazionale della minoranza congressuale, con questo atto la Cgil di Camusso e Landini esprime tutto il suo fastidio per ogni critica che metta in luce il carattere fallimentare della sua linea e minaccia di non voler più rispettare le regole pluraliste che hanno finora caratterizzato la Cgil lungo tutta la sua storia.
La cacciata di Sergio è tanto più drammaticamente grottesca perché messa in atto da Maurizio Landini, cioè da un leader che pretende di presentarsi nei talk show televisivi come difensore dei deboli e della democrazia.

In realtà la pratica sindacale di Landini dal 2011 a oggi è caratterizzata da una sequela di sconfitte e di insuccessi, certamente non mascherati dalle vacue dichiarazioni reboanti fatte alla TV. La linea che Landini ha impresso alla gestione della Fiom praticamente dal momento della sua elezione è stata quella di un rientro progressivo nell’alveo della pratica sindacale già sperimentata da Fim e Uilm. Non a caso oggi il punto di riferimento della Fiom è l’unità con queste due sigle. Ma, visto che queste due sigle non hanno affatto cambiato linea (anzi!), a cambiare linea e a chiudere la fase che aveva caratterizzato la politica prima di Sabattini e poi di Rinaldini-Cremaschi è proprio l’organizzazione di cui Landini è il “capo”.

lunedì 4 aprile 2016

SEMPRE A PROPOSITO DI CLASSE, COSCIENZA DI CLASSE E PARTITO di Lucio Garofalo





SEMPRE A PROPOSITO DI CLASSE, COSCIENZA DI CLASSE E PARTITO
di Lucio Garofalo



L'ISTAT, un istituto di statistica ufficiale, noto per la manipolazione sistematica dei dati reali ad usum delfini, cioè ad utilità della casta politica, ci fa sapere che 4 giovani su 10 non hanno occupazione. Si tratta di un dato falso per difetto, ovviamente, e riduttivo della reale portata del fenomeno.
Uno studio meno contraffatto dimostra invece che su 100 giovani 53 sono disoccupati, 42 svolgono lavori sottopagati precari e 5, solo cinque di essi hanno qualcosa che somiglia vagamente ad un’occupazione, sia pure senza diritti. Naturalmente si tratta di una media nazionale, per cui vi possono essere zone del paese nelle quali 78 giovani su 100 sono disoccupati, come ad esempio la Campania, oppure che 68 su 100, come in Lombardia, svolgono lavori sottopagati con salari, abbastanza diffusi, che non superano i 10 euro al giorno e solo per i giorni effettivamente lavorativi.

La politica - diceva Lenin - è l’arte di preparare il futuro”: ma quale futuro attende questi nostri giovani? Un futuro privo di prospettive, che sprofonda in un abisso di sfruttamento e di miseria obbligatoria,  la precarietà imposta come esistenza ed unico elemento di stabilità, la svalutazione e la vanificazione di ogni loro sforzo per qualificarsi, nessun tipo di previdenza sociale, l’impossibilità di dare un senso qualsiasi alla propria vita in una famiglia propria, la morte civile e la fame, quando le pensioni dei genitori non potranno più sostentarli. Nel frattempo, il vagare a vuoto, la condizione psicologica di inutilità, la sconfitta di ogni aspettativa ed ogni speranza.
Essi costituiscono il moderno proletariato, gli equilibristi dell’indigenza, gli esclusi da ogni forma di esistenza dignitosa, i condannati alla non-vita, i nuovi dannati della terra. A loro vale la pena di chiedere: “Cosa avete più da perdere, se non le vostre illusioni?” A loro vale la pena di dire: “Piuttosto che fidarvi di uno sconcio buffone che fa marciare la sua vanagloria sulla vostra disperazione, fidatevi di voi stessi. Siate voi a promuovere ed a costruire una via d’uscita dalla catastrofe del capitalismo. Unitevi!”.

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