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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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giovedì 30 giugno 2011

L’IMPERIALISMO ASCARO D’ITALIA E LE ILLUSIONI DEMOCRATICHE


di Michele Basso

dal sito Sottolebandieredelmarxismo



C’è una grande eccitazione per le sberle elettorali toccate a Berlusconi e al Trota senior senatore Umberto (il padre di una trota non può essere un’aquila). Ma la sconfitta più grave del governo va ricercata altrove. C’è un modo sicuro per non capire la politica di un paese, ed è considerare isolatamente la politica interna da quella estera. Il governo si è indebolito anche e soprattutto perché l’imperialismo italiano ha perso una guerra. Non tutti se ne sono resi conto. L’Italia ha perso la condizione di assoluto privilegio nelle forniture di petrolio e i notevoli vantaggi per le sue aziende, che aveva grazie alla collaborazione con Gheddafi. Non è la causa principale della perdurante stasi dell’economia italiana, ma certamente ha inciso.

Approfittando delle ribellioni che scuotono l’Africa, i due imperialismi che storicamente più hanno sfruttato quel continente, e in parte continuano a sfruttarlo, il francese e l’inglese, si sono presentati in veste di liberatori, e il loro intervento si propone di controllare le rivolte, riportandole nell’alveo filoccidentale, di fare le scarpe al concorrente imperialismo italiano, nonché i soliti vantaggi elettorali e d’immagine. Il premio Nobel per la pace ha dato il suo benestare all’intervento armato (aiutandolo con micidiali missili, l’appoggio delle portaerei, e simili inezie). Mentre l’unilateralista Bush lasciava che l’Italia coltivasse il suo orticello libico, il “multilateralista” Obama ha preteso l’immediato allineamento. Il governo italiano, colpito in interessi vitali, non ha tentato difese, neppure sul piano puramente diplomatico, ma si è arreso subito, abbandonando al suo destino l’amico Gheddafi, cha a buon diritto ha gridato al tradimento. Sappiamo che lo scopo di una guerra non è distruggere l’avversario, ma imporgli la propria volontà, e il governo ha accettato persino di bombardare l’ex alleato, dopo l’arlecchinata di Bossi, che pretendeva di cronometrare il conflitto, fissando a priori la fine delle ostilità, come se si trattasse di una partita di calcio. Una resa così totale ha precedenti, non solo in Italia: nella guerra dei sette anni Federico II di Prussia catturò l’esercito sassone e lo costrinse a combattere per lui. Il governo italiano, però, non si è arreso a un grande condottiero, ma a Sarkozy, il Berlusconi francese, e gli ha dato pure il via libera per l’acquisto di industrie italiane. Se non può più essere amico e complice del vecchio padrone Gheddafi, Berlusconi cercherà di rimanere in Libia almeno come maggiordomo dei nuovi padroni.

Ma se la guerra di Libia durerà a lungo, con grande dispendio di mezzi e di denaro, il capitale francese dovrà vendere il bottino di aziende italiane alla Germania o alla Cina, quando i guerrafondai dalle mani bucate avranno difficoltà finanziarie.

Nella triste vicenda libica hanno avuto gran rilievo La Russa e Frattini, corsi subito a inginocchiarsi di fronte al capo degli aggressori Obama, implorando ordini. Ciò non ha impedito a La Russa di pavoneggiarsi in divisa militare nelle visite alle truppe, e di abbaiare agli antimilitaristi gridando “vigliacchi!”. Non c’è dubbio, la difesa degli interessi dell’imperialismo italiano è in buone mani, non c’è da stupirsi se anche nell’alta borghesia c’è chi vuole cambiare cavallo.

Pietro Ancona ha scritto che l’Italia è impegnata all'estero in missioni colonialiste come ascara degli Stati Uniti, il che ci suggerisce la denominazione di “imperialismo ascaro” per il nemico che si trova nel nostro paese. L’importante è che il proletariato non caschi in trappola, non solidarizzi in nessuna maniera con l’imperialismo italiano, quale che sia l’abito che indossa, leghista, berlusconiano, democratico, dipietrista, vendoliano, e che cerchi invece l’alleanza dei lavoratori francesi, inglesi, americani, e di quelli africani, che l’Europa lascia naufragare, quando non minaccia di riempirli di pallottole.

Questi problemi sono stati temporaneamente nascosti dalle omelie giornalistiche su Pisapia e consoci. Dopo averne letto una o due, non conviene perdere tempo con le altre. Le illusioni che diffondono sono incredibili e pericolose. Prendiamo ad esempio un articolo di Ugo Mattei (scelto perché non prolisso). Parla addirittura di nuova fase costituente per il nostro paese. Dopo una considerazione corretta: “stato e mercato, lungi dall’essere antitetici, sono il prodotto storico della stessa logica individualistica, gerarchica e competitiva...”, rovina tutto proponendo di imbrigliare entrambi con “processi politici autenticamente democratici e partecipativi”.(1) Non ha insegnato niente il precedente di “Mani pulite”? Doveva esserci il rinnovamento totale, e invece abbiamo avuto Berlusconi, Fini, Bossi e Casini.

In realtà, questi rinnovamenti in seno alla società borghese non sono più possibili, perché non abbiamo la democrazia sognata da Rousseau e tragicamente sperimentata da Robespierre, ma la democrazia imperialista, strettamente legata a stato, mercato, finanza, strutture monopolistiche. Quando prevalevano le piccole imprese, nessuna di esse aveva la forza per coartare la politica di una nazione. Oggi le multinazionali comprano deputati e senatori, determinano la politica di un paese, e, quando non riescono a forzare un governo o a tenere a freno la popolazione, chiamano il buttafuori di turno, come nel caso libico o della Costa d’Avorio o nel Bahrein. C’è già chi pensa di risolvere il problema della protesta sociale in Grecia con un golpe.

La seconda guerra mondiale ha visto la sconfitta dei paesi fascisti, ma, per un fenomeno conosciuto fin dall’antichità, i vinti hanno influenzato i vincitori. Con la differenza che, mentre la Grecia ha avuto una funzione di incivilimento nei confronti della rozza Roma, i fascismi vinti nel secondo macello imperialistico hanno insegnato metodi repressivi e di condizionamento della vita sociale che hanno reso puramente illusori i meccanismi democratici e liberali, ormai svuotati di ogni contenuto. Da comunisti, non sogniamo nessuna costituente, parola d’ordine adatta a una rivoluzione borghese, ma anacronistica in paesi capitalistici. La lotta deve portare al potere proletario, che si può realizzare solo in una repubblica dello stesso tipo della Comune, della repubblica dei consigli o dei soviet, che non ha niente a che fare con le istituzioni borghesi, col parlamentarismo, la divisione dei poteri, lo stato di diritto, e tutti gli strumenti che garantiscono il potere della borghesia, e al contempo illudono i proletari che, se voteranno in modo giusto, avranno voce in capitolo.

Michele Basso

5 giugno 2011

Nota

1. Ugo Mattei, “La svolta referendaria. Una fase costituente per il nostro paese”. Manifesto, 2/6/2911

lunedì 27 giugno 2011

Patriottismo e lavoro di James Connolly


Che cosa è il patriottismo? Amor di patria, qualcuno risponde. Ma cosa si intende per 'amor di patria' ? "Il ricco", dice uno scrittore francese, "ama il suo paese perché Egli concepisce che glielo deve come un dovere, mentre il povero ama il suo paese, perché crede che sia un dovere." Il riconoscimento del dovere che abbiamo verso il nostro paese è la molla reale dell'azione patriottica, e il nostro 'paese', inteso correttamente, significa non solo il luogo particolare sulla superficie terrestre da cui deriva la nostra parentela, ma anche comprende tutti gli uomini, donne e bambini della nostra razza la cui vita collettiva costituisce l'esistenza politica del nostro paese. Il vero patriottismo cerca il benessere di ciascuno nella felicità di tutti, ed è incoerente con il desiderio egoistico di ricchezza terrena che non può essere acquisita dalla spoliazione di compagni mortali meno favoriti.
Visto alla luce di tale definizione, quali sono le pretese di patriottismo posseduto dalla classe danarosa d'Irlanda ? La percentuale di salario settimanale di £ 1 alla settimana ricevuto dai lavoratori dei tre regni è statuito dalla relazione del Consiglio di Commercio come segue: Inghilterra, 40, Scozia, 50, e l'Irlanda, il 78 per cento. In altre parole, tre su quattro salariati in Irlanda ricevono meno di 1 £ a settimana. Di chi è la colpa? Che cosa determina il livello dei salari ? La competizione tra i lavoratori per l'occupazione. C'è sempre un ampio avanzo di disoccupati del lavoro in Irlanda, e grazie a questo fatto il datore di lavoro irlandese è in grado di sfruttare l'impotenza della classe povera dei suoi connazionali e li costringe a lavorare per meno dei loro compagni in Inghilterra, nel confronto per la stessa classe di lavoro. I dipendenti delle nostre aziende comunali e di altri enti pubblici in Irlanda sono costretti dalla nostra classe media dei consiglieri della città - i loro compatrioti - di accettare salari da 4s. a 8s. a settimana a meno di aziende inglesi che pagano nei rami simili di servizio pubblico. I servitori ferroviari irlandesi ricevono da 5s. a 10s. a settimana meno dei servi ferroviari inglesi negli stessi dipartimenti, anche se gli azionisti delle ferrovie irlandesi traggono maggiori dividendi che vengono pagati sui prosperosi inglesi. In tutti i lavoro privato in Irlanda prevale lo stesso stato di cose. Cerchiamo di essere chiari su questo punto. Non esiste una legge sul libro legge, nessun potere posseduto dal Privy Council, nessuna funzione civile o militare sotto il controllo del primo ministro, Lord Luogotenente, o segretario capo che può, fa o cerca di costringere la classe impiegata in Irlanda a prendere vantaggio dello affollato stato del mercato del lavoro e usarlo per deprimere i salari dei loro lavoratori al livello attuale di fame. Per l'avidità della nostra classe danarosa, operante a partire dalle condizioni sociali create dal latifondismo e dal capitalismo, e mantenuto su baionette straniere, tale risultato è solo attribuibile, e nessuna quantità di proteste devono convincere i lavoratori intelligenti che la classe che li macina fino alla schiavitù industriale può, nello stesso momento, spingerli in avanti per la libertà nazionale. Il vero patriottismo cerca il benessere di ciascuno nella felicità di tutti, ed è incoerente con il desiderio egoistico di ricchezza terrena che non può essere acquisita dalla spoliazione di compagni mortali meno favoriti. E' la missione della classe operaia di dare a questo patriottismo superiore, più nobile, un significato. Questo può essere fatto solo dalla nostra classe operaia, come l'unica universale, classe che tutto abbraccia, come l'organizzazione di un distinto partito politico,
riconoscendo nel lavoro la pietra angolare del nostro edificio economico e l'anima della nostra azione politica. Da qui la nascita del Partito socialista repubblicano irlandese. Abbiamo deliberato l'indipendenza nazionale, come il fondamento indispensabile di emancipazione industriale, ma siamo altrettanto decisi a farla finita con la leadership di una classe sociale il cui statuto è derivata dalla oppressione. La nostra politica è il risultato di una lunga riflessione sulla storia e le circostanze particolari del nostro paese. In un paese indipendente, l'elezione di una maggioranza dei rappresentanti socialisti alla legislatura significa la conquista del potere politico da parte del partito rivoluzionario, e di
conseguenza la padronanza delle forze militari e della polizia dello Stato, che sarebbe poi diventato l'alleato della rivoluzione, invece del suo nemico.
Nel lavoro di ricostruzione sociale che avrebbe poi dovuto derivarne, il potere dello Stato – creato dalle classi possidenti per i loro scopi di classe - servirebbe il nuovo ordine sociale come arma nella sua lotta contro gli aderenti degli ordini privilegiati, come si sforzò di resistere alla graduale estinzione della loro regola. L'Irlanda non è un paese indipendente, l'elezione di una maggioranza di repubblicani socialista non sarebbe in grado, purtroppo, di porre i frutti della nostra fatica così facilmente alla nostra portata. Ma avrebbe un altro, forse non meno importante, effetto. Vorrebbe dire che per la prima volta nella storia irlandese una chiara maggioranza dell'elettorato responsabile della nazione irlandese – uomini atti alle armi – hanno registrato presso le urne il loro desiderio di separazione dall'Impero Britannico. Tale verdetto, arrivato non nel tumultuoso e, troppo spesso, entusiasmo volubile di incontri mostro, ma in un'atmosfera sobria e di calma giudiziaria del polling-stand, sarebbe come un anello di squillo di tromba nelle orecchie dei nostri governanti e di tutti i nemici del sistema imperiale britannico. Che non sopravvivino a lungo ad una consumazione. I suoi nemici leggerebbero nel verdetto così consegnato alla urne un appassionato appello per un aiuto contro l'oppressore, l'insurrezione morale del popolo irlandese, che una piccola forza di spedizione e di materiale bellico potrebbe convertire in una insurrezione militare che esaurirebbe la potenza dell'impero a casa e rendere i suoi possedimenti facile preda all'estero. Per quanto tempo un tale appello può essere ignorato? Nel frattempo, non c'è palliativo temporaneo della nostra miseria, nessun beneficio materiale che può conferire il Parlamento che non poteva essere estorto con la paura di un partito rivoluzionario che cerca di creare una tale situazione, come ho descritto, prima che da qualsiasi azione anche i più determinato Home Rule o altro partito costituzionale. Così, allo stesso modo per le prestazioni attuali e future per la libertà, la politica rivoluzionaria è la migliore. Un partito il cui obiettivo di una Repubblica meramente politica che proceda su tali linee, sarebbe sempre minacciato dal pericolo che qualche astuto statista inglese potrebbe, emanando un provvedimento farsa di Home Rule, disorganizzare le forze repubblicane concedendo delle concessioni, fino a quando il critico
momento fosse passato. Ma il Partito socialista repubblicano irlandese, richiamando l'attenzione sui mali insiti in quel sistema sociale di cui l'impero britannico è la più elevata forma politica di espressione, fonda la sua propaganda sul malcontento di iniquità sociale che non farà che passare quando l'Impero non c'è più, e così impiantare in tutti i suoi seguaci un odio immortale, inestinguibile del nemico, che rimarrà indisturbato e immodificato da qualsiasi sistema di qualunque concepibile ciarlataneria politica.
Una repubblica socialista irlandese dovrebbe, quindi, essere il grido di battaglia di tutti i nostri connazionali che desiderano vedere l'unione e il trionfo del patriottismo e del lavoro.

Nota editoriale:

Mentre si è in sintonia piena con il punto di vista del signor Connolly sulle questioni sociali e del lavoro, siamo assolutamente contrari al sistema che mette in campo per la formazione di un partito irlandese repubblicano nel Parlamento britannico. Ogni coscienza repubblicana avrebbe il bastone del giuramento di fedeltà e nessun affidamento può essere immesso in quello che John O'Leary chiama uomini dal "doppio giuramento". John Mitchel egli stesso ritornò come un rappresentante, ma ha assolutamente rifiutato di intrattenere l'idea di rivendicare il suo posto. Ha guardato la sua elezione come un semplice dichiarazione a favore dei suoi principi di inalterabile ribelle. Vorremmo avere un dibattito su tale questione.

RIFARE LA CGIL NEL NOME DEI SOLITI BUROCRATI di L. Mortara


di LORENZO MORTARA


In un articolo di Pietro Ancona, Rifare la Cgil da un’altra parte, gli iscritti sono invitati a lasciarla per l’ennesimo sindacato di base e soprattutto per ridare vita, sotto nuova formula, alla Cgil di Di Vittorio.

La penna di Pietro Ancona, sindacalista in pensione, è ottima e sarebbe perfetta se solo si inchiostrasse nel marxismo. Purtroppo il suo calamaio attinge alla Costituzione e al socialismo parlamentare, il quale altro non è che la copertura politica per il capitalismo extraparlamentare.

Dopo averci ricordato tutte le malefatte della maggioranza della Cgil, dal sostegno all’intervento imperialista in Libia alla legge Biagi, all’opposizione in Fiom e allo smantellamento delle pensioni, Pietro Ancona, da petulante riformista qual in fondo è, propone come ricetta per il “male incurabile” del nostro sindacato, il ritorno all’età dell’oro di Di Vittorio, ovvero all’epoca immaginaria di «una linea di coerente difesa dei lavoratori».

Non c’è niente da fare, o abbattiamo gli idealisti di tutte le razze e le provenienze, o non ci risolleveremo mai. Chi è per Di Vittorio, non può essere contro la Camusso. Nella democrazia progressiva è già contenuto in nuce il Partito Democratico. Il processo che porta da Berlinguer a D’Alema è solo la tappa dello stesso identico percorso che va da Togliatti, passando per Di Vittorio, fino all’attuale riduzione degli ex-PCI a personale politico della borghesia. Non c’è soluzione di continuità. I salti, anche bruschi, da una svolta all’altra, sono solo accelerazioni nella stessa direzione. Imboccata la strada della controrivoluzione permanente, il destino era segnato in partenza.

La coerenza di Di Vittorio, data per scontata da Pietro Ancona, è messa in contrapposizione ai vertici attuali della Cgil e a quel D’Aragona che strisciò come un verme ai piedi del fascismo. Di Vittorio è un mito per Pietro Ancona, e quindi è mitica la Cgil sua e del compare socialista Bruno Buozzi. Infatti, la realtà storica, è affatto diversa e non lascia scampo alle illusioni del sindacalista in pensione.

Elogiare Buozzi che ricostruisce da un’altra parte la Cgil consegnata al fascismo da D’aragona, si può fare solo a patto di ricordare quanta responsabilità abbia avuto questa nullità a forma di socialista nell’avvento del regime mussoliniano. Nel biennio rosso, quando la Cgil si spacca a un passo dalla rivoluzione, Buozzi, come tutti gli ipocriti pieni di ambizioni sbagliate, non si schierò né con la mozione a favore della socializzazione dei mezzi di produzione, firmata da Schiavello e da Bucco, né con quella di D’aragona firmata da tutti quelli che se la facevano nei calzoni. Buozzi, anima bella del sindacato italiano, per darsi chissà quali arie, sostenne una terza via, la via dell’ipocrisia più sfacciata. A nome del direttivo Fiom sostenne il programma di «attuare tutte le riforme politiche ed economiche più insistentemente reclamate dal proletariato socialista e compatibili con le condizioni del Paese»1. Gli è in primo luogo che la compatibilità con le condizioni del Paese, è la compatibilità dell’operaio subordinata alle esigenze del Capitale, e in secondo luogo che un movimento rivoluzionario è tale proprio perché tutte le istanze del proletariato sono entrate in rotta di collisione con le compatibilità del sistema capitalistico di sfruttamento. Buozzi che non era uno stupido, in fondo sapeva benissimo queste cose, è per questo che subito dopo aver programmato la capitolazione degli operai, da buon piccolo borghese, si astenne. E si sa che in un momento rivoluzionario, chi si astiene, vota contro.

D’Aragona dal canto suo, in quei giorni, dal Direttivo della Confederazione diramava comunicati edificanti come questo: «un movimento insurrezionale in Italia avrebbe dato modo alla borghesia di scatenare una violenta e sanguinosa reazione che avrebbe diminuito le nostre forze ed impedito il successivo svolgersi dell’azione politico-sindacale socialista»2. Buozzi gli strizzava l’occhio accusando i rivoluzionari di giustificare con la loro mozione «la più immediata e spietata delle reazioni». Come si vede, i due compari, non sono poi così diversi, uguali essendo, in tutte le occasioni rivoluzionarie, gli opportunisti vigliacchi di tutte le sfumature.

Gli opportunisti sono così, scaricano sempre su qualcuno la loro impotenza. Sono incapaci di assumersi la responsabilità di quel che (non) fanno. I socialisti tedeschi, qualche anno prima, non avevano votato i crediti di guerra con la scusa che anche negli altri paesi i socialisti facevano lo stesso? E così i loro corrispettivi italiani votarono contro la rivoluzione per non scatenare la controrivoluzione. Come se fosse possibile fare l’una senza sollevare anche l’altra. Fare la rivoluzione senza scatenare la reazione, significa pretendere di farla al di fuori della lotta di classe. E in effetti questo è il motto di chi in fondo si è schierato sul più bello dall’altra parte. Va però girato al contrario per comprenderne il pieno significato: non scateniamo la reazione altrimenti corriamo il rischio di dover fare la rivoluzione!

La realtà, ovviamente, s’incaricò di smentire questi due damerini del proletariato. La reazione ci fu lo stesso, più spietata del previsto. I socialisti furono estromessi dal Parlamento, i sindacati veri sciolti e il fascismo fu appunto il regalo che D’Aragona e Buozzi, dopo aver fatto fallire la rivoluzione, fecero agli operai.

Il povero Buozzi fu poi fucilato dai nazisti, poco prima della firma del Patto di Roma, con cui nel 1945 assieme a Di Vittorio e Grandi, alla caduta del fascismo, e cioè di Sua Maestà il Capitale, i tre burocrati riconsegnavano sottobanco, e per la seconda volta, il proletariato nelle mani dei padroni. Era dovere di ogni comunista difendere Buozzi dalle camicie brune, ma solo per avere il piacere di fucilarlo noi, sulla pubblica piazza, come nemico del popolo.

L’erede di D’Aragona, Di Vittorio, aveva già avuto modo di non distinguersi dagli altri, quando da buon socialista nazionale, e cioè sciovinista provinciale, s’era scoperto interventista nella Prima Guerra Mondiale, andando al fronte a servire le mire imperialistiche dei padroni italiani. Tornato in Patria, come ricompensa, i padroni lo fecero deputato nel 1921 dopo una breve parentesi carceraria che giunse come la manna dal cielo per gli operai, impegnati com’erano, poco prima, nel biennio rosso. Deputato a sbarre, Di Vittorio non poté fare gli stessi danni di Buozzi e D’Aragona. Per questo si rifece nel 1936, quando sulle orme del suo predecessore, firmò assieme a Togliatti e ad altri 61 stalinisti come lui, il famoso Appello ai fratelli in camicia nera. Fascisti e antifascisti dovevano unirsi contro il comune nemico del Capitale plutocratico (sic!). Fu con questo appello che chi ancora non aveva capito, non aveva più scuse, allora come ancor di più oggi, per capire che l’antifascismo antirivoluzionario e coglione di certa gente non era altro che un gioco di potere come quelli praticati dai borghesi.

Dopo una parentesi in Spagna, inviato per una breve battuta di caccia alla rivoluzione, col Tradimento di Salerno, insediato come un burattino dal burattinaio Togliatti, burattino di Stalin, alla guida della Cgil, Di Vittorio ebbe finalmente la grande occasione per dimostrare tutte le sue grandi qualità di burocrate stalinista.

La sua prima vera mossa fu il Patto di Roma, e cosa fu il Patto di Roma lo spiega l’unico partito onesto, ancorché inconcludente, della coalizione antifascista: il Partito d’Azione. Il Patto di Roma non fu per l’unità sindacale, ma per l’esatto contrario, visto che questa «deve attuarsi come espressione delle categorie lavoratrici e non come organo di un gruppo più o meno importante di partiti politici»3. Sordi ai richiami del Partito d’Azione, i firmatari del Patto di Roma rifondavano la Cgil sul «principio della più ampia democrazia interna». Tutte le cariche dovevano «essere elette dal basso». Proprio per questo, la democratica Cgil di Di Vittorio, Grandi e Canevari (in sostituzione del defunto Buozzi), dall’alto della loro autorità burocratica, tagliava la democrazia a fette di 5 rappresentanti per ognuna della correnti maggioritarie. Le minoranze, come quelle del Partito d’Azione, erano democraticamente escluse. Ed esclusi più di ogni altra cosa erano gli operai a cui il Patto di Roma veniva – sempre democraticamente! – imposto alle spalle.

Qualche stalinista giustificherà questa porcheria con la solita scusa delle difficoltà del momento, come primo atto di un qualcosa da aggiustare successivamente. L’idealismo spinge sempre a vedere quello che non c’è. La maestria con cui venne sabotata la rivoluzione, dimostra infatti che nulla fu lasciato al caso e all’improvvisazione. Perché, in realtà, solo stabilendo d’ufficio 10 cariche controrivoluzionarie unite a 5 presunte rivoluzionarie era possibile l’unità sindacale contro la rivoluzione. Ma non bastava, bisognava ancora affidare all’ala socialista gli operai dell’industria, all’ala democristiana l’agricoltura e all’ala comunista, capeggiata dal codista Di Vittorio, i miserabili braccianti. È così che la borghesia, con la complicità di Togliatti e Di Vittorio, riuscì a mettere i comunisti come ultima ruota del carro anche tra i ranghi del proletariato. In questo modo, sbilanciata a favore della reazione, la Cgil, cinghia di trasmissione dei tre partiti, fu subito dichiarata e pretesa autonoma dai partiti. In una parola, fu subito dichiarata borghese. In effetti, l’unità sindacale dall’alto e a forza, non è che l’unità dei burocrati coi padroni e contro gli operai.

È su questa base che poté dispiegarsi al meglio l’opera di Di Vittorio.

Per la ricostruzione capitalistica, ribattezzata pomposamente ricostruzione nazionale, Di Vittorio fu in prima linea a Torino, con Togliatti e Roveda, per sconfessare l’operaismo e far ritornare in fabbrica 1200 esperti, alias capi e capetti, buttati fuori a calci dagli operai che non ne potevano più di simili sanguisughe. È grazie a questa pressione dei massimi dirigenti rossi che gli operai della Fiat si ritroveranno tra le balle il fascista Valletta con tutto il suo corteo di criminali del vecchio regime. E mentre i fascisti ritornavano a piede libero o in fabbrica a vessare gli operai, le carceri si riempivano di partigiani. In mezzo a tutto questo casino, gli operai portavano a casa anche la scala mobile. La portavano a casa non grazie a Di Vittorio, ma nonostante Di Vittorio. Era la spinta inarrestabile della rivoluzione che costringeva i padroni a concedere giocoforza qualche briciola. Lo ammetteva lo stesso Di Vittorio, quando commentava che la scala mobile «compensa solo in parte i lavoratori di fronte al crescente costo della vita»4. Cinquant’anni dopo, ci avrebbero pensato i degni eredi di Di Vittorio, Trentin e compagni, a togliere agli operai quel che Peppino non era riuscito a lasciare ai padroni...

Il 18 Gennaio 1946, Di Vittorio presentò come un grande successo la sua firma che sbloccò i licenziamenti padronali. Condì il discorso con grandi promesse di futuri lavori tramite riconversione produttiva e sottospecie di novelli atelier nationaux che nessuno avrebbe mai visto, nemmeno gli operai. Luis Blanc, quando li propose nel 1848 francese, era in fondo in buona fede e comprensibilmente digiuno di marxismo. Quasi cent’anni dopo, Di Vittorio non aveva altra malafede da ostentare oltre a una scorpacciata di stalinismo, ingurgitata sapientemente dal 1921 (o poco dopo), anno della sua conversione al Partito Comunista. E mentre i padroni licenziavano in massa i rossi e gli operai più combattivi, Di Vittorio raccoglieva dal Governo lo sputo delle prime e ultime tasse progressive con cui pretendeva di confiscare i profitti del regime lasciandolo al potere, riverniciato da Democrazia Cristiana. Dei 24˙823 miliardi di lire accertati, il PCI riuscì a portarne a casa per gli operai ben 19, poco più dello 0,07%, una vera fortuna, anche se per i padroni!

Esaurito il loro compito di guardiani dei profitti, i padroni ricompensarono gli stalinisti che non servivano più a nulla, buttandoli fuori dal Governo nel 1947. Ci pensò la Provvidenza, dal volto fanatico di Antonio Pallante, a dare una nuova chance agli stalinisti, attentando alla vita di Palmiro Togliatti. Era il 14 Luglio del 1948. Prese d’assalto strade e fabbriche, ci fu il più imponente sciopero spontaneo che la classe operaia abbia mai messo in scena in questo Paese. Ci vollero 36 ore per cominciare a frenare la piega insurrezionale che aveva preso. Lo sforzo di Di Vittorio e compagni fu teso solo a sfiancare gli operai facendoli marciare per chilometri e chilometri e facendoli girare come le oche per le vie delle città. Nella seduta cretin-parlamentare del 16 Luglio, Di Vittorio cercò di spiegare ai suoi colleghi che la Cgil si era solo inserita nello sciopero per cercare di “tenerlo in pugno. E mentre implorava almeno la destituzione del Ministro degli Interni Scelba, gli sgherri del Ministro, per le strade, accoppavano 20 dei nostri che chiedevano solo ai D’Onofrio di turno «A D’Ono’ dacce er via». Il via naturalmente non arrivò mai e Scelba, rimasto al suo posto, poté continuare indisturbato l’opera mandando al creatore 75 persone, arrestandone 150˙000 e condannandone la metà a oltre 20˙000 anni di carcere. Per tale repressione, ovviamente, non chiese il via a D’Onofrio né a Di Vittorio, sicuro com’era che tanto glielo avrebbero dato. Perché chi non dà il via libera agli operai, lo dà di fatto ai padroni.

Rientrato lo sciopero per l’attentato a Togliatti, la sorte provò ancora a baciare gli stalinisti, liberandoli della palla al piede dei cattolici, che sfrutteranno lo sciopero politico per l’attentato ad Ercoli per rompere l’unità sindacale e fondare di lì a poco la futura Cisl. Come d’incanto, la lotta di classe riprese di slancio. Senza più i cattolici, fu facile agli stalinisti prendere il controllo della Cgil. A mettere il bastone tra le ruote agli operai fu il loro capo sindacale, il compagno Di Vittorio, altamente preoccupato dall’immane pericolo che la Confederazione potesse «anche solo apparire come una Confederazione comunista»5. Di Vittorio confermava che all’idea che qualcosa diventi particolarmente rosso, gli stalinisti sbiancano regolarmente. Ma, in effetti, grande pericolo non c’era, perché liberatasi dai cattolici, la Confederazione non sarebbe mai sfuggita agli stalinisti, e come la Storia ha ampiamente dimostrato è molto più probabile che uno stalinista diventi un servo totale dei padroni, anziché un soldato davvero al servizio dei lavoratori. Eppure, nonostante il loro irrecuperabile capo, gli operai nel 1949 portarono a casa un aumento generale dei salari, e del 5% dalla 44ª alla 48ª ora di lavoro. Poco rispetto a quello di cui avevano bisogno, tanto rispetto a quello che i Di Vittorio avevano lasciato ai padroni negli anni precedenti.

Fu il canto del gallo della classe operaia che, spossata dagli inconcludenti anni ’40, finì per rifluire negli anni ’50. Anni d’oro per i parolai. Mentre infuriava la repressione alla Fiat, Di Vittorio, il burocrate, fu subito in prima linea nell’appoggio a piani del lavoro tanto ponderosi quanto vacui, esattamente come i loro promotori: Vittorio Foa e Bruno Trentin. Nessun’ora di sciopero per provare almeno ad attuare le proprie fantasie. Il piano del lavoro in effetti, esattamente come gli stalinisti, non si rivolgeva agli operai, ma al Governo e ai borghesi che ovviamente lo cestinarono senza dargli nemmeno un’occhiata. Sconsolato, Di Vittorio, non riuscì a capacitarsi del «perché la nostra (sic!) società nazionale non riesce ad utilizzare l’immensa forza-lavoro disponibile, rappresentata dai milioni di disoccupati e di sottoccupati, per attaccare d’ogni lato l’arretratezza economica dell’Italia?». Bella domanda per un sedicente marxista. Un vecchio con la barba, nel 1870 o giù di lì, aveva già dato la risposta: perché il capitale crea incessantemente un esercito industriale di riserva che preme sui salari e fa da perenne arma di ricatto contro il proletariato in lotta contro lo sfruttamento. Non si può quindi eliminare la disoccupazione lasciando al contempo la (loro) società dello sfruttamento. Alla stessa maniera, non si può demandare al Governo una riforma agraria vasta e profonda che elimini i residui di latifondo, perché tale compito può assolverlo solo la rivoluzione socialista. Infatti, cinque anni dopo, Di Vittorio registrò che le misure prese dal Governo, contro disoccupazione e latifondo, non avevano «nessuna parentela con lo spirito e con la portata pratica del piano del lavoro». Il dirigente sindacale, mentre constatava queste cose, non si domandò, però, perché il programma dei comunisti avrebbe dovuto essere attuato dai democristiani. Domanda troppo impegnativa per uno stalinista.

In questo modo allegro, proseguì la carriera di Di Vittorio, fino al 1957, quando la morte sottrasse un equivoco alla classe operaia. Il sindacalista aveva appena fatto in tempo, un anno prima, a sfornare il suo capolavoro di tartuferia e di ambiguità, ancora oggi strombazzato a destra e a manca come atto di chissà quale onestà intellettuale. Appoggiato fin dall’ascesa Stalin come un cagnolino, nel 1956 Di Vittorio si schierò apparentemente con la rivolta di Budapest. Un comunicato della Cgil del 27 Ottobre esprimeva «la condanna storica e definitiva di metodi antidemocratici di governo e di direzione politica ed economica. Sono questi metodi che determinano il distacco tra i dirigenti e le masse popolari». Di qui il sentimentalismo strappalacrime per il grande Peppino. Peccato che il 4 Novembre Di Vittorio scaricò il comunicato all’ala socialista della Cgil, giustificandolo come un sacrificio dei comunisti in nome dell’unità della Confederazione. Averlo approvato «non significa affatto che in noi si siano attenuati il profondo attaccamento che sentiamo per l’URSS». L’attaccamento all’URSS era ovviamente l’attaccamento alla burocrazia del Cremlino, infatti tre giorni dopo, a ricevere in pompa magna i dirigenti sovietici, c’erano tra gli altri Pertini, Foa, Amendola, Longo e naturalmente Di Vittorio. Nella tragedia ungherese, la sua commedia era finita. Il partito gli regalò l’epilogo di una sorta di processo a porte chiuse, in cui Di Vittorio fu visto addirittura piangere le sue lacrime di coccodrillo.

Non vorrei però che qualcuno leggesse queste ultime righe come un elogio dei socialisti. Se gli stalinisti come Di Vittorio si comportarono da stalinisti, i socialisti furono anche peggio, come al solito. La predica contro i metodi antidemocratici, veniva infatti da chi si era spartito alle spalle dei lavoratori il sindacato, ma soprattutto era la solita condanna a parole dei socialisti. Condannare davvero la repressione ungherese, voleva dire scendere in piazza per buttare giù le nostre statue con le stesse rivendicazioni socialiste dei consigli operai di Budapest. Divisi negli insignificanti comunicati di carta, socialisti e stalinisti si trovarono uniti nel non proclamare un’ora di sciopero in appoggio alla rivolta ungherese. Di fatto, dunque, appoggiarono la repressione. Proprio per questo, il più ipocrita di tutti, Nenni, premio baffone anche lui, non si presentò al ricevimento coi sovietici: stava studiando il sistema di scaricarli ora che cominciavano a non essere più di moda.

L’unica cosa concreta che fece Di Vittorio, invece, fu porre le basi perché fosse tranciata la cinghia di trasmissione che legava la Cgil al PCI. Come tutte le teste di legno burocratiche era incapace di vedere il male dove stava – in lui e in quelli come lui – perciò lo attribuì a tutto tranne che a sé stesso e al peso dell’apparato. La cinghia di trasmissione in realtà andava benissimo come concetto, essendo del grande Lenin, quello che era da buttare e sostituire erano le due rotelle, sindacato burocratico e partito stalinista, che giravano al contrario, a favore della concertazione coi padroni anziché a favore dei lavoratori.

Compiuto quest’ultimo sacrilegio della nostra dottrina, Di Vittorio, ignorante assoluto di marxismo, ci lasciò. Il lascito, come si vede, non è granché. Per fortuna ci pensa la sua Fondazione ad abbellirlo, con convegni in cui dimostra che il metodo stalinista è ancora ben oliato, e può, per la bisogna, trasformare il biennio del ’19-20, da biennio rosso a semplice «esplosione di conflittualità che non riescono ad essere gestite pienamente da nessuna delle istanze politiche e istituzionali preesistenti». È incredibile cosa, certa gente, non riesce a fare per nascondere, nei momenti rivoluzionari, l’opera nefasta dei suoi amati controrivoluzionari. Una Fondazione comunque non basta, è per questo che la borghesia ha sentito il bisogno di rendere omaggio a Peppino Di Vittorio con un film. Ci voleva un grande attore come Pierfrancesco Favino per trasformare la maschera d’uno stalinista nella faccia d’un sindacalista. Eppure, nonostante questi trucchi e altri effetti speciali, come non vedere nei suoi discorsi ambigui e perennemente retorici l’analogia coi discorsi vacui dei dirigenti di oggi? Come non vedere la continuità che c’è tra Di Vittorio che vanta come un successo lo sblocco dei licenziamenti alla Fiat nel 1946, i burocrati che presentano come vittoria la sconfitta epocale dei 35 giorni alla Fiat nel 1980, e gli ultimi loro eredi che vanno nelle fabbriche ai giorni nostri a dire che è nel nostro interesse fare 6 anni in più di lavoro? E in effetti a ben guardare, quando oggi si dice che si vuol tornare indietro senza più contratti nazionali né scioperi tra un contrattazione di chissà che tipo e l’altra, non ci si accorge di affermare che si vuol tornare ai tempi di Di Vittorio! Il diritto di sciopero al momento di trattare, infatti, gli operai lo conquistarono nel ’68, sconfiggendo padroni e burocrazie sindacali che fecero, com’era storicamente scontato, da freno.

Gli operai, a differenza di quel che scrive l’Ancona, non hanno bisogno di un «sindacato autonomo dai partiti e dai governi». In mezzo secolo di attività sindacale, non ha ancora capito, Pietro Ancona, che i primi a urlare contro la dipendenza dei sindacati dai partiti e dalla politica, sono i padroni? E come possono i lavoratori volere un sindacato fatto su misura e coincidente con la mentalità padronale? In realtà, gli operai hanno il sacrosanto bisogno di un sindacato autonomo dai partiti e dai governi padronali. La differenza non è mica da poco. Infatti, l’unico modo che ha un sindacato per essere autonomo dai padroni, è essere la cinghia di trasmissione di un partito operaio, e il partito operaio per antonomasia è il partito della rivoluzione.

Gli operai hanno anche bisogno d’una frusta con cui levare la pelle a tutti i piccoli borghesi che s’infeudano nel sindacato, esaltandone la presunta autonomia da partiti e governi, per poi regolarmente piagnucolare per la mancanza del referente parlamentare con cui mandare avanti i loro traffici burocratici, inconcludenti e meschini.

La frusta, però, serve più di tutto ai lavoratori per richiamare all’ordine tutti i “gettatori” di spugna che solo per le nefandezze dei capi si sentono in diritto di abbandonare la nave della Cgil. Sei milioni di iscritti ha la Cgil. Lasciarla significa quadruplicare le cinghie di trasmissione che incatenano metà dei lavoratori alla burocrazia d’apparato e ai partiti padronali.

Suona molto intelligente poi uscire dalla Cgil per ritrovarsi a dover combattere nei sindacati di base la stessa burocrazia che ti butta fuori per niente come fa la Cgil6.

Non serve uscire dalla Cgil, bisogna restarci dentro a tutti i costi per buttare fuori tutti i burocrati che svendono i lavoratori. Questo, come direbbe Lenin, non si può ottenere senza un lavoro lungo e tenace. E nemmeno si può ottenere se lo scopo è un sindacato «non riformista e non massimalista». Un sindacato senza attributi, né carne né pesce, è perfetto per i centristi indecisi come Pietro Ancona. Loro, eterni nostalgici, vanno avanti e indietro col tempo alla ricerca dell’epoca d’oro in cui possono continuare a sognare. Il loro empirismo, li spinge dentro e fuori dalla Cgil a seconda del grado di disperazione raggiunto. In tutti i casi restano sempre a distanza siderale dal marxismo-leninismo. Immergere nel marxismo fino al collo i Pietro Ancona, è il compito più urgente dei compagni più coscienti. E non c’è molto tempo, bisogna far presto, anche a costo di iniettarglielo per endovenosa. In caso contrario, nei migliori militanti del nostro sindacato, continuerà a circolare il sangue avvelenato dalle mille piastrine del liberalismo. Invece di riprendere il cammino, non ci muoveremo d’un passo.



Stazione dei Celti, Giugno 2011

Lorenzo Mortara

Delegato Fiom-Cgil

1 Paolo Spriano, L’occupazione delle fabbriche – Settembre 1920, Einaudi, Torino 1964.

2 Paolo Spriano, opera citata, sia per D’Aragona che per Buozzi.

3 Sergio Turone, Storia del sindacato in Italia, Laterza, Bari 1975, anche successive citazioni.

4 Antonio Moscato, Sinistra e potere – Il PCI al Governo nel ’44-47, Sapere 2000, 1983, anche per le altre citazioni.

5 Sergio Turone, opera citata, anche successive citazioni.

6 È quello che è successo a Fabiana Stefanoni in USB per aver partecipato a uno sciopero non indetto da questo sindacato. Alla compagna, la mia comprensione, non va disgiunta dalla totale disapprovazione che ogni marxista deve riservare ad ogni causa persa nel settarismo.

domenica 26 giugno 2011

Dal comunismo consiliare alla collaborazione di classe (da “Gramsci fra marxismo ed idealismo” di Onorato Damen)


Per Gramsci il problema centrale è il modo di uscire dalla lunga serie delle scissioni originate dal moto molecolare di aggregazione e di disgregazione delle forze sociali, dal susseguirsi delle rivoluzioni passive e dalle guerre di posizione. C'è in Gramsci, costante, una irrequietezza spirituale, la mania di concludere, costantemente inappagata, e una inestinguibile ansia del potere: il problema dello Stato. Si era nel primo dopoguerra; la situazione portava in sé tutti i motivi di una crescente disgregazione; le istituzioni in parte spezzate e quelle rimaste in piedi non erano in grado di darsi un programma e tanto meno di metterlo in esecuzione; un cumulo di contraddizioni, di impotenza e di disperazioni in cui tutto e il contrario di tutto era possibile che accadesse.
Su tutto e su tutti incombeva il trauma della rivoluzione d'Ottobre, enorme spinta psicologica positiva per chi aveva tutto da rivendicare e da conquistare, negativa e fatta di paura per chi temeva di perdere le proprie posizioni di privilegio. I centri di produzione erano centri di scontri e di agitazioni disarticolate e permanenti. Non mancavano iniziative sindacali ma nel contempo era in discussione la validità dello stesso sindacato come strumento di azione politico-sindacale: i vecchi partiti apparivano in stato di profondo disorientamento nel ritrovare la propria identità ideologica e politica. Come per il sindacato anche per i partiti tutto era messo in discussione con la tendenza prevalente a estremizzare sia a destra che a sinistra. Notevoli i conati per esperienze nuove anche nel grembo delle vecchie strutture dei partiti tradizionali, come il Partito Socialista Italiano nel quale trovarono terreno fertile per una distinta area d'azione i due poli di maggior spicco ideologico e di più matura e approfondita elaborazione dottrinaria del marxismo: il gruppo del Soviet della corrente della Sinistra italiana e il gruppo dell'Ordine Nuovo della corrente consigliarista. È questa l'esperienza dei Consigli che interessa il nostro esame.
Nel cuore della guerra, nell'ampiezza e profondità della prima guerra imperialista, i Consigli avevano dato la dimostrazione, soprattutto nell'esperienza aperta dalla rivoluzione d'Ottobre, d'essere gli organi del potere reale. L'organizzazione dei Consigli nel grande complesso industriale torinese ha ben altra origine e formazione, ha obbedito più ad una suggestione imitativa di una formula politica nuova che a spinte oggettive tradotte in termini perentori d'azione rivoluzionaria che non si è verificata più per la insipienza degli organi dirigenti del partito socialista — che avrebbero dovuto capire la situazione e guidare le masse all'azione — che per l'immaturità delle condizioni obiettive. Sotto questo rapporto i Consigli dell'esperienza torinese, non saldati al moto rivoluzionario, non erano né potevano essere che organismi di un potere fittizio e delimitato nel tempo.
Il fatto della disponibilità delle Commissioni interne dei maggiori complessi industriali ad una politica antiriformista, e quindi già inclini ad accettare iniziative della sinistra, non è motivo sufficiente e tantomeno valido perché tali organismi, sorti in funzione sindacale, si trasformassero in organismi del potere operaio, quali sono i Consigli, senza che questo potere esistesse né in potenza né di fatto. All'atto rivoluzionario non si perviene con atti notarili del genere che segnano, semmai, un banale passaggio da una ragione sociale ad un'altra, sempre nell'ambito sindacale, ma dal salire impetuoso dal basso di immense forze sociali, coagulo di sofferenze immani di sfruttati, di potenza distruttiva, di rabbia troppo a lungo repressa, persino di odio con la volontà, precisa e irrimandabile, di spezzare una volta per tutte le strutture di una classe corrotta, quella capitalistica, perché storicamente finita.
Puntualizziamo i tratti di questa volontà protesa a realizzarsi non sui dati obiettivi d'un dato momento della crisi della società capitalista ma sotto la spinta emotiva quale può essere espressa da un certo grado di ottimismo; argomento di fondo: i Consigli, come cellule viventi d'una nuova società. Sentiamo, come è nostro metodo interpretativo, lo stesso Gramsci:
La dittatura proletaria può incarnarsi in un tipo di organizzazione che sia specifico dell'attività propria dei produttori e non dei salariati, schiavi del capitale. Il Consiglio di fabbrica è la cellula prima di questa organizzazione [...] sua ragion d'essere è nel lavoro, è nella produzione industriale in un fatto cioè permanente e non già nel salario, nella divisione delle classi, in un fatto cioè transitorio e che appunto, si vuole superare [...].
Il Consiglio di fabbrica è il modello dello Stato proletario. Tutti i problemi che sono inerenti all'organizzazione dello Stato proletario sono inerenti all'organizzazione del Consiglio [...].
La solidarietà operaia che nel sindacato si sviluppa nella lotta contro il capitalismo, nella sofferenza e nel sacrificio, nel Consiglio è positiva, è permanente, è incarnata anche nel più trascurabile dei momenti della produzione industriale, è contenuta nella coscienza gioiosa di essere un tutto organico, un sistema omogeneo e compatto che lavorando utilmente, che producendo disinteressatamente la ricchezza sociale, afferma la sua sovranità, attua il suo potere e la sua libertà [...].
L'esistenza del Consiglio dà agli operai la diretta responsabilità della produzione, li conduce a migliorare il loro lavoro, instaura una disciplina cosciente e volontaria, crea la psicologia del produttore, del creatore di storia [...].
L'organizzazione per fabbrica compone la classe (tutta la classe) di un'unità omogenea e coesa che aderisce plasticamente al processo industriale di produzione e lo domina per impadronirsene definitivamente. Nell'organizzazione per fabbrica si incarna dunque la dittatura proletaria, lo Stato comunista che distrugge il dominio di classe nelle superstrutture politiche e nei suoi ingranaggi generali.
L'esperienza, più teorica che pratica, dei Consigli, verrà affossata ufficialmente da Gramsci al convegno della frazione comunista di Imola (1920) e non se ne parlerà più nei termini ipotizzati dagli ordinovisti, come organi del potere proletario; spetterà ai futuri epigoni, i manovali della degradazione del partito nato a Livorno, di abbassare ancor più il ruolo dei Consigli riducendolo a strumento permanente della politica sindacale che, per sua natura, non va oltre la pratica del rivendicazionismo, obiettivamente corporativo, al di fuori d'ogni prospettiva rivoluzionaria.
AI culmine della crisi che si avrà con l'occupazione delle fabbriche, il proletariato industriale non è ancora la forza egemone ma ancora forza soggetta, se non uscirà dalle fabbriche occupate per attaccare frontalmente lo Stato e colpire così nel cuore il capitalismo. Il fatto che la Fiat sia occupata da maestranze che lavorano non si sa per chi e per che cosa e la facile soddisfazione di sapere che un bravo compagno, il metallurgico Parodi, siede sulla poltrona di Agnelli, non assicurano davvero dignità alla funzione egemone del proletariato industriale quando lo Stato mantiene comunque intatte le sue strutture e l'industriale Agnelli è sempre padrone della Fiat. E gli avvenimenti di questo periodo storico hanno dato ragione alla linea della Sinistra italiana che per bocca di Bordiga affermava che il nodo da sciogliere non era quello di occupare la fabbrica per rimanervi prigionieri se non si conquistano e non si spezzano le strutture dello Stato.
Gramsci non riteneva che tale ruolo potesse essere assegnato al PSI ma non poneva, come prospettiva immediata, la necessità del partito rivoluzionario; lui che sentiva tutta l'urgenza di un organo di guida alle spinte molteplici, contraddittorie e in parte irrazionali che salivano dal basso, affidava ai consigli, ideologicamente e politicamente immaturi con tutte le influenze negative e inceppanti dello spirito di categoria a sfondo corporativo, il compito immane di portare a compimento l'eversione rivoluzionaria che non è solo atto di violenza, ma è costruzione di una nuova società, e tutto questo in una sola città, sia pure industriale come Torino. La sconfitta operaia dell'occupazione delle fabbriche chiude di fatto e miseramente l'esperienza dei Consigli. Ed è il fascismo.
Chi ha avuto modo di conoscere Gramsci nel vivo della sua personalità intellettuale e umana, sa quanto del suo mondo, ch'egli credeva saldamente ancorato nel cuore delle masse operaie nella fabbrica, fosse vissuto invece fantasticamente, per quella sua facoltà di soggettivizzare tutto, le sue idee, i suoi sentimenti, le stesse vicende della lotta operaia e della politica militante. Ed è proprio per questa tendenza che era portato a pensare e a operare sotto la spinta di una volontà realizzatrice ad ogni costo; giovanissimo, affidava un potere quasi taumaturgico e in ogni caso determinante alla teoria e alla pratica dei "consigli"; fatto più adulto e passato alla direzione del Partito Comunista, considerava la tattica dell'inserimento nella lotta politica come un tuffarsi nella realtà quotidiana per trarre da questa il materiale umano da convogliare nella linea politica del partito e le suggestioni che avrebbero a loro volta influenzato il dato soggettivo della stessa azione politica.
L'esperienza torinese dei Consigli di fabbrica porta i segni evidenti di questa ideologia improntata a intuizionismo mistico, ad acceso volontarismo "creatore" più che alle ferree leggi del materialismo dialettico del marxismo.
Incominciamo con i Consigli. Per la verità ci siamo più volte, e per ragioni polemiche, riferiti a questi punti nodali della dottrina dei Consigli soprattutto per ciò che concerne la tesi cara a Gramsci del carattere di prefigurazione della società comunista che si voleva attribuire a questo tipo di organizzazione già inserito nel contesto delle strutture della vecchia società che si voleva distruggere. I termini della nostra polemica con Gramsci allora sottintendevano l'interpretazione che del ruolo dei Consigli sarebbe stata data dall'opportunismo: i consigli (soviet) sono sorti e sorgono storicamente come organi del potere operaio in perfetta sintonia col partito rivoluzionario, nascono quindi da una spaccatura rivoluzionaria e mai da un processo riformista di riconciliazione tra le classi. È proprio per questo netto spartiacque teorico posto dalla nostra lontana disputa, quanto mai viva e attuale, che ogni rilettura di Gramsci deve essere fatta criticamente, alla luce cioè di quanto viene fatto oggi dai tardi epigoni del Gramscismo in nome del suo insegnamento.
Il Consiglio di fabbrica — scrive Gramsci — è il modello dello Stato proletario. Tutti i problemi che sono inerenti alla organizzazione dello Stato proletario sono inerenti alla organizzazione del Consiglio. Nell'uno e nell'altro il concetto di cittadino decade e subentra il concetto di compagno: la collaborazione per produrre bene e utilmente, sviluppa la solidarietà, moltiplica i legami di affetto e di fratellanza. Ognuno è indispensabile, ognuno è al suo posto e ognuno ha una funzione e un posto. Anche il più ignorante e il più arretrato degli operai, anche il più vanitoso e il più "civile" degli ingegneri finisce col convincersi di questa verità nelle esperienze dell'organizzazione di fabbrica: tutti finiscono per acquistare una coscienza comunista per comprendere il gran passo in avanti che l'economia comunista rappresenta sull'economia capitalista.
Par di leggere un brano preso di sana pianta da una pagina di un qualsiasi scrittore del periodo del socialismo utopistico tanto la crescita d'una coscienza del gruppo soggetto è intrisa di «collaborazione per produrre bene» e «utilmente sviluppa la solidarietà, moltiplica i legami di affetto e di fratellanza», e il passaggio molecolare al gruppo dirigente è tanto palesemente indolore.
Gramsci conclude il suo pensiero in questi termini:
II Consiglio è il più idoneo organo di educazione reciproca e di sviluppo del nuovo spirito sociale che il proletariato sia riuscito a esprimere dalla esperienza viva e feconda della comunità di lavoro. La solidarietà operaia che nel sindacato si sviluppava nella lotta contro il capitalismo, nella sofferenza e nel sacrifizio, nel Consiglio è positiva, è permanente, è incarnata anche nel più trascurabile dei momenti della produzione industriale, è contenuta nella coscienza gioiosa di essere un tutto organico, un sistema omogeneo e compatto che lavorando utilmente, che producendo disinteressatamente la ricchezza sociale, afferma la sua sovranità, attua il suo potere e la sua libertà creatrice di storia [...].
L'esistenza del Consiglio dà agli operai la diretta responsabilità della produzione, li conduce a migliorare il loro lavoro, instaura una disciplina cosciente e volontaria, crea la psicologia del produttore, del creatore di storia.
Quel che colpisce in questa nostra rilettura è l'impressionante assenza, nella funzione dei Consigli, d'una pur minima comprensione dei termini di una contrapposizione di classe che nel biennio '19-20 aveva raggiunto i suoi punti limite con la rivoluzione d'Ottobre in Russia e con la sconfitta del moto spartachista in Germania. Ma vediamo più da vicino il problema dei Consigli nella esperienza personale di Gramsci. E a Torino che egli ne vive il suo maggiore episodio teorico-pratico: una rapida fioritura di Consigli avutasi nel settore più avanzato dell'industria metallurgica, sotto la spinta stimolante degli avvenimenti della rivoluzione russa, fa da supporto pratico-organizzativo al gruppo di Ordine Nuovo che ne diviene il centro di elaborazione teorica.
I Consigli dell'esperienza torinese, più che di una situazione nazionale dove era inesistente una fase d'azione immediatamente rivoluzionaria, erano il riflesso di una situazione internazionale che manteneva tuttora delle possibilità di sviluppi in senso rivoluzionario.
Nella situazione italiana, pur non essendo all'ordine del giorno una prospettiva immediatamente rivoluzionaria, nel suo complesso era tuttavia viva una fase montante nella quale i Consigli potevano trovare ossigeno sufficiente per vivere nella ipotesi di una possibile e non lontana prospettiva di soluzione rivoluzionaria. Ma avevano i Consigli una struttura, una organizzazione nazionale, una rete efficiente di quadri intermedi e soprattutto una raggiunta omogeneità organica tra teoria e pratica? L'originalità dell'Ordine Nuovo e della prima esperienza dei Consigli è stata quella torinese e non ha oltrepassato nella pratica, triste esperienza italiana, i limiti della provincia.
L'errore di fondo di tutta la tematica Gramsciana va individuato in quella sua pretesa, del tutto idealistica, di attribuire agli organi di fabbrica, per loro natura contingenti, mutevoli e ancorati ad interessi particolari, funzioni permanenti e statiche che sono proprie del partito di classe.
L'organizzazione per fabbrica — scrive Gramsci, nella chiusa dello stesso articolo — compone la classe (tutta la classe) in una unità omogenea e coesa che aderisce plasticamente al processo industriale di produzione e lo domina per impadronirsene definitivamente.
Che l'organizzazione dei Consigli non sia riuscita negli anni dell'esperienza ordinovista ('17-'20) a comporre la classe (tutta la classe) in una unità omogenea e coesa, lo dimostra il fatto della sua organica incapacità a recepire una funzione di egemonia politica pur nei confronti di un partito come quello socialista non certo concorrenziale sul piano della lotta rivoluzionaria; e infine, come ipotetici organi del potere proletario, i Consigli, nati asfittici, hanno potuto avere una fine onorevole al Convegno di Imola (1920) che, oltre a gettare le basi del partito di classe, è stato anche la naturale sede di approdo e di autoliquidazione delle due maggiori egemonie imperfette esistenti nello schieramento politico italiano, divenuto ormai adulto nello spazio vitale del Partito Socialista: quella dell'Ordine Nuovo, con la fine dei Consigli e quella del Soviet, con la fine dell'astensionismo.
E nel partito che si formerà a Livorno Gramsci porterà, era inevitabile che ciò avvenisse, la sua forma mentis consigliarista, la concezione cioè di un partito che basa la sua egemonia su di una struttura cellulare di fabbrica. Portare la caratteristica di fabbrica propria dei Consigli nelle strutture del partito, significava per la sinistra contaminarne ideologicamente la natura di organismo unificante le varie e a volte contraddittorie istanze che dal seno della classe salgono fino al partito in un processo di lenta decantazione socio-politica, dalle categorie alla classe, sotto il pungolo costante della vasta gamma delle lotte rivendicazioniste tra capitale e lavoro di cui veramente si sostanzia una propedeutica autenticamente rivoluzionaria.
Nella fabbrica dominano gli interessi che le sono propri e che per loro natura non vanno oltre la rivendicazione corporativa e a questa piegano l'attenzione, i desideri, il comportamento degli operai che vi lavorano. Portare il partito nella fabbrica significava per noi spezzare il nesso dialettico che deve sempre intercorrere tra partito e classe. Si voleva dare il valore di scoperta, combattere ogni tendenza corporativa portando il partito nelle fabbriche e si è finito poi con l'immiserire il partito costringendolo sul binario opposto a portare avanti cioè una politica corporativa (comitati di gestione, ecc).
Nella storia del movimento operaio si tornerà a parlare dei Consigli ma in modo più dimesso e in termini meno esaltanti, svuotati del contenuto originario che Gramsci attribuiva loro e che di fatto non avevano mai avuto, quello cioè di «essere un tutto organico, un sistema omogeneo e compatto che lavorando utilmente, che producendo disinteressatamente la ricchezza sociale, afferma la sua sovranità, attua il suo potere e la sua libertà creatrice di storia». Questa egemonia i Consigli non l'hanno mai raggiunta né quando Gramsci scriveva queste righe né tanto meno, come organi del potere rivoluzionario, ridotti ormai dagli epigoni al rango di organi permanenti del sindacato di fabbrica, una specie di sostituto, forse più rappresentativo, delle vecchie commissioni interne. Nessuno nega che non si sia verificata con ciò una crescita di potere egemonico, ma a favore dell'apparato sindacale, in nessun caso dei delegati al Consiglio anche se questi sono stati eletti dalla base con tutto il rispetto delle regole democratiche.
Era inevitabile che il revisionismo più deteriore del secondo dopoguerra si impossessasse e facesse sua l'arma dei Consigli rifacendosi, si capisce, all'ordinovismo del primo dopoguerra secondo l'elaborazione teorica e l'impostazione politica datane da Granisci. Tuttavia il vizio di origine, quello di considerare la fabbrica come la «cellula d'un organismo», nella quale «l'economia e la politica confluiscono», nella quale «l'esercizio della sovranità è tutt'uno con l'atto della produzione» e nella quale «si realizzano embrionalmente tutti i principi che informeranno la costituzione dello stato dei consigli», è presente in questa riedizione dei consigli e consegue, come in Granisci, ad una sottovalutazione se non addirittura ripulsa della funzione storica del partito di classe. Ma con questa fondamentale differenza: la strutturazione dei Consigli, il loro inserimento nel processo produttivo, la loro abilitazione tecnica, la loro stessa politica produttivistica erano visti da Gramsci nella fase del primo Ordine Nuovo (1919/20) in funzione della conquista del potere, come momento iniziale e formativo dell'esercizio della dittatura di classe del proletariato, mentre per i revisionisti tutto ciò è visto come naturale, pacifico, democratico inserimento delle forze del lavoro nello Stato; il problema del potere si concretizzerebbe così in una crescente abilitazione di queste forze alla gestione del potere in collaborazione con quelle storiche del capitalismo che di fatto detengono questo potere in posizione di forza egemonica e intendono sì accettare quelle collaborazioni che servono in definitiva a conservare e rafforzare il potere economico esistente, ma non intendono spartirlo con chi mirasse ad incidere sui diritti acquisiti d'una egemonia di classe. Sotto questo rapporto si giudichi oggi la politica del preteso controllo operaio tentata, con i risultati che tutti conoscono, attraverso i comitati di gestione e le teoriche postulazioni della cogestione, che è servita a spingere gli operai a produrre il maggiore sforzo produttivo nella fase più delicata e difficile del riassestamento del potenziale economico capitalista. Di fatto i comitati sono finiti nel ridicolo, spazzati via dal processo produttivo nel momento in cui i padroni hanno ritenuto che la loro opera di collaborazione era stata portata a compimento e potevano perciò sentirsi di nuovo veramente padroni.
È interessante seguire il tentativo di teorizzare il problema del controllo operaio che
deve esercitarsi attraverso istituti sorti nella sfera economica, laddove è la fonte reale del potere [...] La sua funzione dovrebbe consistere nel contrapporre alla democrazia aziendale, di marca padronale, la rivendicazione della democrazia operaia [per] spostare sempre più il centro della lotta sul terreno del potere reale e delegante, facendo maturare e avanzare gli istituti nati dal basso, la cui natura sia già affermazione del socialismo.
La lotta del proletariato servirebbe così «ad acquistare giorno per giorno nuove quote del potere, nel senso di contrapporre al potere borghese la richiesta, l'affermazione e le forme di un potere nuovo che venga direttamente e senza deleghe dal basso».
La derivazione dal pensiero di Gramsci è evidentissima in questa impostazione dovuta ad alcuni giovani dell'apparato del PSI ("Sette tesi sulla questione del controllo operaio", Mondo Operaio n. 2, 1958). Ma più evidente è il distacco che separa questo schema, intellettualistico e dilettantistico insieme, dalla visione finalistica e di superamento rivoluzionario del primo Gramsci.
In questi giovani è vivo l'impegno idealistico che li porta a concepire la questione del controllo operaio in astratto, senza tener conto dell'esperienza che essi stessi hanno fatto, negativamente, nella milizia attiva delle formazioni politiche che si richiamano al proletariato. Essi concepiscono infatti fabbriche ideali e ideali legami organizzativi di fabbriche sul piano nazionale; concepiscono istituti a cui affidano il compito di scavare in profondità nel terreno economico-sociale del capitalismo, azione che dovrebbe comportare una evidente lacerazione nel suo diritto di proprietà, e postulano nuovi diritti basati su conquiste operaie che aumenterebbero di potenza materiale in misura proporzionale all'aumento del grado di conoscenze strumentali; prospettano insomma una realtà capitalistica d'interessi economici ben determinati che si fa realtà socialista per virtù insite al processo produttivo, specie di slancio perenne di vita che si articolerebbe per di dentro dalla singola fabbrica al complesso delle fabbriche su su fino al vertice dello stato; molecola di natura socialista della fabbrica dilatata fino a divenire realtà socialista nello stato. Avviene così che il «passaggio pacifico al socialismo invece che verificarsi attraverso il parlamento, va verificandosi ogni giorno, in questo maturare della classe [senza scosse violente, senza rivoluzione, insomma, n.d.a.] attraverso l'opera di questi nuovi istituti di fabbrica».
Par quasi che questi compagni non siano mai entrati in una fabbrica e non conoscano, anche per sentito dire, in quale clima di costrizione morale e di paura gli operai siano oggi costretti a vivere. Va da sé che in questa concezione — in cui un progressismo indefinito delle conquiste operaie si alterna ad una propedeutica riformista della lotta e tutte e due si completano su di un piano nel quale dialettica, metodologia marxista e visione catastrofica del salto rivoluzionario sono del tutto banditi — il partito non poteva ridursi che a semplice «funzione di strumento della formazione politica del movimento di classe (strumento cioè, non di una guida paternalistica, dall'alto, ma di sollecitazione e di sostegno delle organizzazioni nelle quali si articola l'unità di classe)».
Ma le teorie che non coincidono con la realtà sono teorie "fasulle". E riportiamoci alla realtà. Anche là dove i Consigli e il controllo operaio hanno avuto recenti realizzazioni, hanno vissuto giornate di potenza e di gloria nel clima arroventato dell'insurrezione come in Ungheria e in Polonia, o vengono stroncati dal ritorno offensivo del regime contro cui questi organismi erano sorti e insorti (Ungheria) oppure vengono accortamente svuotati di ogni contenuto classista e rivoluzionario e piegati alle esigenze del regime imperante (come sarebbe avvenuto in Ungheria, se Imre Nagy avesse avuto la possibilità materiale di instaurare il suo regime così come in Polonia ha operato Gomulka, così come in Jugoslavia ha operato Tito). Dunque anche il controllo operaio esercitato dai Consigli o esplica il suo compito nel momento dell'azione rivoluzionaria in quanto arma di battaglia o si riduce ad un mezzo banalissimo di conciliazione per allestire la solita truffa riformista.
Mentre Gramsci aveva concepito questi organismi di fabbrica, a parte la critica da noi formulata alla loro impostazione teorica, nel quadro di una prospettiva rivoluzionaria, gli epigoni di Gramsci li hanno concepiti e li concepiscono tuttora nel quadro di una prospettiva riformista e dichiaratamente controrivoluzionaria.
Concludiamo il nostro esame affermando che i Consigli sono gli organi del potere e opereranno come tali quando la questione del potere proletario sarà posta all'ordine del giorno della storia. Ma anche allora non potranno operare da soli, non diventeranno autosufficienti per virtù di nessuna costrizione teorica; non perverranno cioè agli obiettivi per cui sono sorti se non funzioneranno da canali vettori dell'ondata rivoluzionaria imbriglianti l'impeto disordinato e irrazionale delle grandi masse in movimento alle quali tuttavia viene a mancare la coscienza storica del fine e la concezione universale della rivoluzione che sono proprie del partito della classe operaia. La rivoluzione dell'Ottobre russo fu possibile perché ebbe il partito bolscevico più i Consigli. La rivoluzione dell'Ottobre ungherese è fallita perché ebbe i Consigli meno il partito bolscevico.

sabato 25 giugno 2011

SACRIFICI SENZA FINE (MA SOLO PER I LAVORATORI) di A. Madoglio




di ALBERTO MADOGLIO

dal sito Sottolebandieredelmarxismo



Tempi duri per i lavoratori, sia italiani che europei. Le rassicurazioni di chi cerca di convincerli che il peggio è passato, che il sistema economico mondiale ha tenuto ed è ormai instradato verso una solida ripresa, non hanno molto successo.
Infatti, le notizie che in questi giorni stanno arrivando dalle cancellerie del continente inducono pensare che il peggio, lungi dall’essere ormai alle spalle, sia in realtà davanti a noi.
La legge del mercato sta facendo il suo corso e presenta il conto. I debiti che all’inizio della crisi hanno colpito banche e industrie, non sono spariti. Sono stati semplicemente trasferiti, in buona parte, dai bilanci delle aziende a quelli degli Stati nazionali. La speranza della borghesia, nemmeno tanto nascosta, era che con questa opera di “socializzazione delle perdite”, si sarebbe permesso all’economia globale di riprendere slancio. Una crescita sostenuta avrebbe consentito di smaltire lo stock del debito accumulato, e di risolvere tutto al meglio. Le cose non sono andate affatto secondo queste, troppo facili e ottimistiche, previsioni.
Nonostante la crisi del 2007 abbia distrutto una percentuale enorme di “capitale” (intendiamo qui non solo azioni e investimenti, ma anche fabbriche e, ciò che più conta, capitale umano, cioè lavoratori), l’economia mondiale continua a stagnare.
Certo, qualche Paese va meglio, o forse, più esattamente, va meno peggio di altri, ma il quadro a livello globale è sostanzialmente negativo. Le tanto citate locomotive della ripresa, Cina e Germania, più che trainare gli altri Paesi, scaricano su questi ultimi i costi e le storture della loro struttura economica: in altre parole, invece di essere colpite anche loro dalla crisi, riescono (al momento) a farla sopportare ad altri.
Se si pensa che una situazione peggiore di quella che stiamo vivendo ormai da diversi anni è stata evitata col ricorso a misure di politica economica straordinaria (bassi tassi di interessi, finanziamenti alle imprese in crisi, creazione senza freni di carta moneta), si può immaginare quale sia la situazione in cui ci troviamo. In aggiunta, se le misure sopracitate, da straordinarie euna tantum diventano misure “normali”, il pericolo che la medicina possa uccidere, anziché guarire il malato, diventa sempre più reale. I segnali si possono già vedere. La politica del “denaro facile” ha fatto sì che tornasse prepotentemente alla ribalta la speculazione finanziaria sul mercato dei beni alimentari. I prezzi hanno raggiunto, e in alcuni casi superato, il record storico toccato nel 2008. Centinaia di milioni di persone sono, nuovamente, letteralmente condannate alla fame. Ciò causa ribellioni, rivoluzioni, sommovimenti di massa, che rendono complicati i piani dei padroni per risolvere i loro problemi.
I Paesi con le economie e le finanze più deboli, sono i primi a entrare in difficoltà e a dover imporre politiche di “lacrime e sangue” a quei settori della società che già sono stati duramente colpiti da quattro anni di recessione globale.

Due anelli deboli nella catena dell'euro: Roma e Atene

Citiamo due casi su tutti, l’Italia e la Grecia.
E’ bastato che nei giorni scorsi una società di rating abbassasse l’outlook (previsione) del nostro Paese da stabile a negativa, perché il governo fosse obbligato ad annunciare una manovra di bilancio di 40 miliardi per il 2014, con l’obiettivo di arrivare per quell’anno al pareggio di bilancio. Nelle stesse ore la Corte dei Conti ha affermato che, per rispettare i nuovi e più stringenti vincoli europei relativi al debito pubblico, si dovranno fare già dai prossimi anni una serie di manovre economiche di 40/45 miliardi di euro l’anno.
I giudici contabili, così come molti commentatori borghesi, hanno ricordato le finanziarie di Amato, Ciampi e Prodi per permettere l’entrata dell’Italia nell’euro. Si sbagliano. Se l’entità delle cifre fosse esatta, e noi ne dubitiamo (spiegheremo poi il perché), ciò che ci aspetta in futuro farà apparire ciò che successe negli anni Novanta, come una sobria e moderata politica di sacrificio.

La Finanziaria del governo: chi sacrifica cosa

In poche ore, dalla bocciatura emessa da Standard and Poor’s all’annuncio fatto dal Ministero delle Finanze, si sono sbriciolate le bugie che il governo ha raccontato negli ultimi mesi. Secondo Berlusconi, la crisi per noi non era stata particolarmente dura, il Paese aveva retto meglio di altri all’urto della recessione e i lavoratori continuavano a vivere felici e contenti. Non è mai stato così: abbiamo avuto dal 2007 centinaia di migliaia di licenziamenti, una caduta del potere di acquisto dei salari, un impoverimento generale di chi già prima non viveva nel lusso, il tutto ha infatti prodotto una serie di esplosioni sociali (il movimento degli studenti lo scorso inverno, scioperi e manifestazioni un po’ ovunque ecc.), soffocate solo grazie al ruolo delle burocrazie sindacali e politiche del movimento operaio.

La produzione industriale è ancora inferiore del 17% al livello che aveva nell’agosto 2008, data in cui convenzionalmente si fa iniziare la Grande Recessione. Adesso però ogni illusione è finita. I dettagli della manovra non sono noti, lo saranno forse a luglio, ma possiamo già dire chi pagherà: lavoratori, studenti, disoccupati. Sappiamo anche dove si andrà a colpire: pensioni (il direttore dell’Inps ha detto che il bilancio dell’ente è in regola ma bisogna lavorare di più), scuola pubblica (è stata presentata una proposta di legge per far pagare gli insegnanti di sostegno alle famiglie degli alunni che ne beneficiano, e questo è solo l’aperitivo, il resto saranno altre decine di migliaia di licenziamenti di insegnanti e personale amministrativo), tasse (si vuole aumentare l’iva, una tassa regressiva, cioè che colpisce maggiormente i redditi più bassi, sui beni di consumo), distruzione del residuo welfare pubblico ecc.
L’entità della manovra, e di quelle previste dalla Corte dei Conti, è basata su una crescita del Pil, che pur essendo moderata, rischia di essere, in sede di consuntivo, più bassa di quella stimata (come oramai accade da oltre un decennio), quindi alla fine i tagli al bilancio saranno maggiori di quelli annunciati.
E come l’esperienza di altri Paesi dimostra, manovre “lacrime e sangue” in un quadro di recessione economica hanno come risultato quello di peggiorare lo stato dell’economia, avvitandola in una spirale alla fine della quale c’è solo la soluzione Argentina, cioè il fallimento dello Stato.

La Grecia oltre l'orlo del baratro

Su questo ultimo punto, il Paese che fa scuola è la Grecia.
Dallo scorso anno, senza soluzione di continuità si sono avuti: manovre di bilancio che hanno imposto tagli draconiani, un costante peggioramento dei conti pubblici, una continua esplosione di conflittualità fra le masse lavoratrici elleniche che in questo modo si sono opposte a politiche sociali volte a far pagare esclusivamente a loro il costo della crisi.
Ora la resa dei conti sembra essere arrivata. Pur se l’esecutivo guidato dai socialisti del Pasok ha accettato i diktat di Fmi e Bce, varando un piano di privatizzazioni pari a 50 miliardi di euro (per avere un termine di paragone per l’Italia la cifra sarebbe di 300 miliardi), i mercati paiono ormai scommettere sulla bancarotta di Atene.
Le emissioni di titoli pubblici in alcuni casi hanno raggiunto il 22%, il che vuol dire, con un economia che vedrà il Pil calare per il quarto anno consecutivo, che più il Paese chiede soldi per uscire dalla crisi e più i suoi debiti aumentano esponenzialmente, con un meccanismo che non è azzardato definire usuraio.
Le istituzioni internazionali mettono in dubbio la concessione di ulteriori aiuti e, ciliegina sulla torta, la commissaria europea, dello stesso partito del premier Papandreu, ha per la prima volta affermato che il ritorno alla dracma come moneta nazionale è un’opzione sul tavolo. E’ difficile fare previsioni su un’ipotesi che al momento sembra improbabile, ma se ciò avvenisse le ripercussioni per l’intera costruzione europea di Maastrich sarebbero inimmaginabili: per le finanze pubbliche sarebbe come un effetto Leman Brothers, ma moltiplicato per cento.
Italia e Grecia, come abbiamo detto, sono solo due casi simbolo di un continente in crisi: Spagna, Portogallo, Irlanda, Est Europa, domani forse la Gran Bretagna, sono in una situazione simile.

Una medaglia che non ha solo il rovescio

Tuttavia, non ci stancheremo mai di ripeterlo, questo è solo un lato della medaglia.
Sull’altro appaiono le lotte che in questi mesi hanno sconvolto il mondo. Dalle rivoluzioni nel mondo arabo, alle mobilitazioni in Spagna e Grecia, alle embrionali esplosioni sociali che continuano a verificarsi in Italia, ultime, in ordine di tempo, quelle degli operai della Fincantieri di Genova e Castellammare.
Se il capitale si sta preparando a sferrare un duro colpo, forse decisivo, ai lavoratori, questi non devono farsi trovare impreparati. I giovani di Tunisia, Egitto, Siria, Libia e Yemen sono lì a dimostrarci che nulla è impossibile: che anche il regime più solido si sgretola di fronte alla potenza della mobilitazione delle masse proletarie.
E’ per questo obiettivo che dobbiamo impegnarci: per far sì che dopo i Paesi del Maghreb venga, finalmente, il turno degli operai, giovani, donne, immigrati che vivono in Italia. Solo i lavoratori e i giovani, e non Pisapia, De Magistris, Bersani, Vendola, Ferrero, che potranno mettere la parola “fine” a un sistema basato sullo sfruttamento più brutale, che condanna all’impoverimento la stragrande maggioranza della popolazione mentre qualche centinaio di grandi famiglie borghesi si arricchisce sempre di più.

Alberto Madoglio

8 giugno 2011

venerdì 24 giugno 2011

«FLESSIBILITÀ» COME MODELLO DI SVILUPPO? ALCUNE DI METODO di M. Nobile

di Michele Nobile

Pubblicato in Proposta per la rifondazione comunista n. 16, maggio 1997.

Flessibilità è la parola d’ordine degli anni ’80 e ’90. Ma potremmo anche dire alibi, formula magica, nozione contenitore che presenta molteplici dimensioni1, spesso confuse, ma che pure contiene un nocciolo razionale da cui possono derivarsi criteri operativi di comportamento. Teoricamente la flessibilità può essere concepita come una modalità di adattamento evoluzionistico ad un ambiente altamente instabile, ovvero ad una domanda molto diversificata, dall’andamento incerto in quadro di intensificata concorrenza. Le divergenze fra i teorici post-fordisti dipendono essenzialmente dalla diversa enfasi posta sulle varie dimensioni della flessibilità e dalla prescrizione della loro combinazione ottimale.



DIVERSI MODELLI DI FLESSIBILITÀ


Il «post» segnala l’emergenza di un assetto qualitativamente nuovo della produzione e delle relazioni industriali: the second industrial divide, scrivono Piore e Sabel nel testo che delinea il modello postfordista più radicale2, un secondo spartiacque contraddistinto dall'affermazione della flessibilità sulle rigidità tecniche e sociali dell’organizzazione del lavoro del fordismo, e dalla rivincita storica della produzione di piccoli volumi di prodotti diversificati e della high technology cottage industry sulla produzione di massa e sull’impresa gigante, per le quali la campana suona a morto. Tra i principali referenti empirici di questa linea troviamo la «Terza Italia» dei distretti industriali: si parla anche di «modello emiliano» e del nord-est. Il modello della «specializzazione flessibile» di Piore e Sabel presuppone, infatti, l’agglomerazione locale di piccole imprese collaborative, dotate di macchinario flessibile e multi-uso, forza lavoro qualificata e partecipativa, con una prospettiva delle relazioni industriali esplicitamente proudhoniana. Prevale l’integrazione orizzontale tra reti di imprese sostanzialmente paritarie.

Nel modello ispirato dal just-in-time, o kanban in giapponese, prevalgono invece i rapporti fra impresa centrale e fornitori di parti. Si presuppone che anche questi rapporti diano luogo ad agglomerazioni spaziali e siano collaborativi, ma la loro forma tende a orientarsi in senso verticale. Quanto all’organizzazione del lavoro, se la «specializzazione flessibile» ha come presupposto fondamentale una forza lavoro con qualità «artigianali» decisamente anti-tayloristiche, al modello del just-in-time sono spesso associati nuovi disegni dell’impianto ed innovazioni tecniche ed organizzative, le seconde forse anche più importanti delle prime, la cui esatta natura ed i cui effetti sull’autonomia e la qualificazione dei lavoratori sono in discussione.

La riduzione dei tempi di lavorazione e degli stocks o lo spostamento del controllo e della costrizione all’interno della stessa forza lavoro, che nei casi più efficaci si auspica o si teme venga interiorizzata dai singoli lavoratori, possono però essere interpretati come forme perfezionate di taylorismo. In questo caso vengono ridotti i costi della supervisione propri del «taylorismo rigido» statunitense senza intaccare, peraltro, le prerogative del management.

Lungi dall’essere espressione di una vocazione culturale nipponica, i «circoli di qualità» furono il prodotto di un duro scontro di classe e della sconfitta del sindacalismo indipendente, nonché un esempio delle capacità di assimilazione e sviluppo da parte del management giapponese di tecniche originariamente sperimentate negli Stati Uniti.

È il caso di sottolineare che le forme di adattamento alle variazioni temporali della domanda richiedono spesso ristrutturazioni della struttura spaziale della produzione. La geografia della produzione e dell’occupazione non è indifferente alla storia: i processi di deindustrializzazione e di nuova industrializzazione sono anche tentativi di aggirare i conflitti e l’organizzazione sedimentata dei lavoratori muovendo nello spazio. Viceversa, questa nuova geografia può creare nuove forme del conflitto di classe.


FORDISMO E POST-FORDISMO COME TIPI IDEALI


Il carattere evoluzionistico dei modelli a cui sommariamente si è accennato è manifesto nell’idea che il cambiamento dell’ambiente sociale esige le innovazioni tecnologiche ed organizzative e queste, a loro volta, trasformano l’ambiente sociale attraverso un processo selettivo. Il tratto decisivo del percorso evolutivo è quello che procede dall’unità di produzione alla società ed agli assetti istituzionali, attraverso la mediazione delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie. Dunque, il livello microeconomico prevale su quello macrosociale. Per quanto Piore e Sabel respingano il determinismo tecnologico, per quanto nella letteratura più recente sulle «onde» od i «cicli» dello sviluppo economico si insista sulle condizioni istituzionali e sul ruolo della domanda (l’ambiente esterno all’impresa), è dubbio che le trasformazioni del modo di produzione come totalità sociale possano derivarsi attraverso la generalizzazione delle trasformazioni del processo lavorativo, e che dai modi del «dispotismo di fabbrica» si possano derivare direttamente quelli del «dispotismo sociale».

Affiora una concezione riduttiva dei rapporti di produzione che presiedono alla dinamica dell’accumulazione, dietro cui torna a far capolino il determinismo tecnologico. La configurazione della struttura storica dei rapporti di produzione è incompleta se in essa non sono compresi i modi della concorrenza e della centralizzazione tra e dei capitali, la posizione nella divisione internazionale del lavoro ed i modi dell'inserimento nell’economia mondiale, la politica statale e le forme del compromesso tra le frazioni della classe dominante e fra questa e la classe (o le frazioni) della classe dominata.

La riproduzione-trasformazione del capitalismo richiede uno schema della riproduzione allargata del capitale sociale e della formazione sociale che comprende necessariamente il livello dell’accumulazione, ma non si riduce ad esso. Meglio ancora, si può dire che la dinamica storica dell’accumulazione non è separabile dall'assetto complessivo dei rapporti sociali.

Altrimenti il fordismo e le sue alternative, da forme storico-sociali concrete nei campi del già dato e del possibile saranno trasformati in tipi ideali. Si potrà, allora, contrapporre dualisticamente il mondo delle «rigidità» fordiste e «keynesiane» a quello delle «flessibilità»: da questo punto di vista i risultati finali dei diversi modelli sono gli stessi. Da una parte avremo qualcosa come il «fordismo» (o, in politichese italico, la «Prima Repubblica»): industrialista, regolativo, pubblicistico, burocratico, mastodontico, sperperatore e corrotto; dall’altra un’entità, ancor meno definita perché in processo, detta post-fordismo (o, sempre in politichese, la «Seconda Repubblica»). Ed è a questa che si attagliano tutte le sfumature e le connotazioni della flessibilità: allocazione ottimale dei fattori attraverso il libero gioco della domanda e dell’offerta, deregolazione e liberazione da lacci e laccioli, esaltazione del self-made man, dello spirito imprenditoriale e del «piccolo è bello», creatività e adattabilità, trionfo del privato e dell’individualismo, smaterializzazione virtuale della produzione e del rapporto sociale nel sistema delle reti di imprese e della rete delle reti.

Oppure, nella versione pessimista, la «flessibilità» è il tramite verso un mondo alla Blade Runner, fatto di decadenza e «tribù» incomunicanti, di società «duale» e di marginalizzazione di massa.

Un dibattito impostato in termini ideal-tipici non permette di articolare la continuità e la discontinuità, la struttura e l’azione, la lunga durata e la congiuntura, che sono filtrate e mistificate da lenti appannate. Si può scoprire che esso sia in effetti, in aspetti determinanti, un dejà vu3. L’enfasi sull’innovazione tecnologica ricorda, infatti, discussioni ultratrentennali sull’«automazione», che furono proprie dell’epoca d’oro del fordismo, della supremazia tecnologica statunitense e della «sfida» lanciata dalle multinazionali nordamericane al capitale europeo.

Considerazioni analoghe valgono per l’opposizione tra nazionale e mondiale, che spesso interseca quella fra rigidità fordista e flessibilità postfordista: in questo caso, si dice, la globalizzazione dei mercati e la loro accresciuta instabilità svuotano di sostanza lo Stato nazionale ed impediscono i compromessi sociali «keynesiani».

Si corre il rischio di perdere di vista la varietà dei «modelli di sviluppo» dei centri (statuali-nazionali) dell’accumulazione e dei modi in cui si sono costruiti, e si stanno ristrutturando, i meccanismi della riproduzione allargata del capitalismo su scala mondiale. Può sfuggire il fatto che, se è possibile individuare nella storia del capitalismo dei periodi dotati di certe peculiari caratteristiche, l’unità che li costituisce risulta da processi che trasformano, riproducono, spostano nel tempo e nello spazio le contraddizioni, costruendone anche di nuove. Così l’epoca «gloriosa» del fordismo assume una uniformità che dimentica le lotte sociali e politiche da cui essa scaturì, i limiti della diffusione del modello fordista-taylorista nella stessa industria manifatturiera, i diversi ritmi di sviluppo e le diverse forme nazionali del fordismo e della sua crisi, i giganteschi processi su scala mondiale su cui si è fondata: e tra questi la più profonda depressione e il più straordinario e barbarico massacro della storia del capitalismo. A questo prezzo la categoria fordismo diventa un ostacolo per l’analisi e la valutazione globale della fase attuale e dei suoi possibili esiti.

I limiti analitici e teorici si esprimono in effetti politico-ideologici che incidono sulle coscienze, gli atteggiamenti, le pratiche.

Questi limiti sono visibili nell’attaccamento nostalgico alle forme socio-economiche (lo Stato sociale) e politiche (la difesa della Costituzione) precedenti l’avvento del post-fordismo, legittimandole a ritroso; oppure nella fantasociologia che afferma mutazioni genetiche del sistema sociale, tali da determinare una nuova «specie sociale», esaltata come promessa di liberazione dal lavoro alienato o, viceversa, temuta come un abisso senza fondo di alienazione integrale. Ma anche nella complicità o subalternità alle politiche correnti ed ai processi «spontanei» di gestione della crisi e di ristrutturazione dei rapporti di produzione, cui corrisponde, in modo antitetico, un antagonismo che mira a costruire «isole rosse», o «verdi», in un oceano mercantile.


LA LEZIONE DI METODO DELLA SCUOLA DELLA REGOLAZIONE E I SUOI LIMITI


Se il fordismo diventa un tipo ideale irrigidito ed uniforme, in cui descrizione e spiegazione della realtà sono piegate alla prescrizione normativa, non conseguirà che descrizione e spiegazione saranno a loro volta alterate? Non accadrà che i caratteri della fase espansiva postbellica, rispetto ai quali si possono definire continuità e discontinuità, saranno estremamente semplificati insieme all’articolazione complessiva del modo di produzione capitalistico, dei suoi fattori dinamici e delle sue contraddizioni?

Nella «scuola» marxista francese detta della regolazione il fordismo è una forma complessiva dei rapporti sociali nei paesi a capitalismo avanzato, che comprende una particolare organizzazione del processo di lavoro4 ma che non si riduce ad essa.

Un regime di accumulazione intensiva, di cui il fordismo non è che il primo tipo storico, è caratterizzato dal fatto che le condizioni di riproduzione della forza lavoro sono integralmente sussunte nella logica dello sviluppo capitalista e che il rapporto salariale è generalizzato: in altri termini, la riproduzione della forza lavoro dipende completamente dai rapporti mercantili e le forme sociali pre-capitaliste sono dissolte o ridotte ai minimi termini.

Per i regolazionisti il regime di accumulazione che, a partire dagli Stati Uniti, ha assicurato la lunga crescita nei due decenni successivi alla seconda guerra mondiale, si è basato sullo sviluppo parallelo della produttività nella produzione di mezzi di produzione e nella produzione di beni di consumo durevoli, e su un analogo parallelismo della produttività e dei redditi salariali, tali da sostenere tanto il consumo di massa che un alto tasso di plusvalore relativo.

La crescente socializzazione della riproduzione del salariato nel quadro dei rapporti capitalistici è anche il motivo per cui essa è in parte assunta dallo Stato, che fornisce anche le infrastrutture necessarie al consumo individuale delle merci acquistate sul mercato.

Per i regolazionisti a un regime di accumulazione corrisponde un modo della regolazione che rende coerenti i comportamenti dei soggetti economici: insieme, costituiscono un modello di sviluppo stabile. Concetto analogo è stato elaborato da alcuni studiosi marxisti statunitensi: le «strutture sociali dell’accumulazione»5.

Al regime di accumulazione intensiva fordista corrisponde un modo di regolazione monopolista, i cui pilastri sono costituiti dalla contrattazione collettiva e dal ruolo di mediazione degli apparati sindacali, dalla formazione oligopolistica dei prezzi, dal ruolo fondamentale del credito, dalla politica economica «keynesiana».

Non è questa la sede per discutere in modo critico ed approfondito l’elaborazione, peraltro non omogenea, della scuola della regolazione.

Una lezione di metodo che ci viene da questa scuola ritengo però abbia grande valore: la definizione di un «modello di sviluppo» storico del capitalismo passa attraverso l’analisi delle contraddizioni e delle interdipendenze tra i grandi settori dell’accumulazione del capitale e tra questi ed i livelli e le modalità del consumo, costituendo un nesso problematico con le forme, istituzionali e non, che ne organizzano la relativa, sempre transitoria, coesione.

Questo significa che i livelli ed i tipi della meccanizzazione e delle forme dell’organizzazione del lavoro sono variabili fondamentali, ma non autonomamente ed univocamente determinanti. La «rivoluzione» di Henri Ford, come ben sapeva Antonio Gramsci, non fu solo questione di meccanizzazione e di organizzazione del lavoro, ma di articolazione tra produzione di massa e consumo di massa (quindi di livelli salariali, organizzazione della vendita e del credito). Per affermarsi negli stessi Stati Uniti l’«americanismo», inteso come fordismo, richiese due passaggi critici di straordinaria portata, complessità e tragicità: la Grande depressione e la Seconda guerra mondiale. Attraverso questi passaggi la totalità sociale si ristrutturò in tutte le sue sfere, in un movimento che non può essere ridotto alla generalizzazione delle trasformazioni microeconomiche e tecniche.

La maturazione della scuola della regolazione si è espressa nella definizione delle diverse forme e dei diversi tempi e modi di sviluppo nazionali del fordismo («flessibile» per la Germania, «di Stato» per la Francia, «ostacolato» per la Gran Bretagna, «ritardato» per l’Italia) e nella individuazione di diversi regimi di accumulazione su scala internazionale.

Il livello d’analisi programmaticamente prevalente della scuola della regolazione è però quello nazionale e delle relazioni internazionali.

Manca, in essa, la concezione dell’economia-mondo come articolazione sistemica di centro, periferia e semiperiferia di Wallerstein, con le implicazioni relative ai rapporti fra politica ed economia ed alla divisione del lavoro intellettuale, o l’articolazione spaziale dell’economia mondiale fondamentale in studiosi quali Ernest Mandel, Charles-Albert Michalet e Michel Beaud.

Si potrà obiettare che la «globalizzazione» è una delle chiavi dei modelli postfordisti e che, nelle versioni di sinistra, solitamente fosche (e c’è motivo per essere pessimisti: ma non è detto che le ragioni e le previsioni siano le stesse), venga superata la dicotomia «vetero-marxista» fra struttura e sovrastruttura. Personalmente dubito che l’innesto italiano tra togliattismo di sinistra e operaismo costituisca un autentico e costruttivo superamento di quella dicotomia (non sarà, piuttosto, un eclettismo rivelatore di quanto vi sia sempre stato di economicistico e di volontarismo politico in quelle tendenze?), non parliamo poi della fantasociologia alla Gorz6.

Il punto è che le correnti versioni della globalizzazione sono anch’esse semplificazioni ideal-tipiche, al pari di ciò che, in genere, è indicato come «fordismo». Manca in esse la dialettica di nazionale, internazionale, multinazionale e mondiale che impedisce di «ridurre la crisi alla sua sola dimensione mondiale, o alla sua sola dimensione nazionale (crisi del fordismo o del rapporto salariale ...), o alle sue sole manifestazioni internazionali»7. L’economia mondiale non è concepita come prodotto simultaneo sia delle specificità differenzianti, inerenti alle formazioni sociali nazionali, sia dei processi integratori8.


AVVERTENZE SU UN POSSIBILE REGIME DI ACCUMULAZIONE POSTFORDISTA.


Se si resta al solo livello microeconomico la fase attuale potrebbe propriamente essere definita come neofordista, tanto più se non si pone una stretta identità tra fordismo e taylorismo.

Il Giappone, per tanti patria del postfordismo, ha conquistato l’attuale posizione nell’economia mondiale estendendo e intensificando le potenzialità della produzione di massa adottando una variante «flessibile» del fordismo, diversa da quella «rigida» statunitense. Né è secondario che la regolazione attraverso i keiretsu sia fortemente monopolistica ed integrante, in pratica, tutti i campi dell’attività economica, o che il ruolo del Miti (Ministero dell’industria e del commercio estero) non si concilia granché con l’ortodossia liberale.

Discorso diverso si può invece fare al livello della regolazione del rapporto salariale e dei rapporti fra le grandi aree interne al centro. È a questo livello che è chiara l’inversione, con caratteri apparentemente «pre-keynesiani», della politica economica e la discontinuità nei confronti del fordismo e della sua epoca d’oro.

Un modello di sviluppo postfordista è dunque possibile. Ma sono anche necessarie delle considerazioni di metodo, delle avvertenze nell’immaginare ipotetici scenari.

La prima considerazione è che l’idea che i rapporti fra il mercato e lo Stato siano un gioco a somma zero, in cui all’accrescersi dello spazio dell’uno corrisponda il ridursi dello spazio dell’altro, è fuorviante. Cambiano le politiche, si trasformano le strutture, ma quel ruolo cruciale dello Stato nella regolazione economica delineatosi in modo moderno (non meramente mercantilista) nella Grande depressione è destinato a persistere e per certi versi a svilupparsi. Un’economia mondiale capitalista non è concepibile senza gli Stati territoriali, la loro gerarchia, i loro conflitti, il loro ruolo strutturale nella riproduzione del capitale e del salariato.

Se la ristrutturazione della regolazione produce, sotto i colpi dell’offensiva borghese, i suoi effetti più evidenti e dolorosi nei confronti dei salariati, la sua forma definitiva dipenderà, in gran parte, dal diverso articolarsi delle funzioni economiche statuali in rapporto alla ridefinizione dell’«esterno» e dell’«interno» e dei rapporti fra capitale produttivo e monetario. La rottura postfordista risiede nel modo in cui i vincoli internazionali sono internalizzati dalla regolazione. La posizione nella divisione internazionale del lavoro sarà decisiva per la dinamica del rapporto salariale. Con le parole di Alain Lipietz: «gli Stati Uniti pompano plusvalore mondiale e nel contempo offrono sbocchi a questo plusvalore. In altri termini, permettono nel resto del mondo un rilancio attraverso l’esportazione e nel contempo gli impediscono un rilancio attraverso gli investimenti» (9).

L’asimmetria e le contraddizioni derivanti dalla posizione di moneta «quasi-chiave» del dollaro, da una parte, e dalla situazione finanziaria degli Usa, centro della finanza mondiale e primo debitore del mondo, dal relativo declino della superiorità industriale Usa di fronte al «recupero» strutturale compiuto dal Giappone e dalla Germania, spiegano il persistere della stagnazione, in particolare in Europa, a causa dell’orientamento deflazionistico sostituitosi alle «svalutazioni competitive».

La fase attuale, intanto, non costituisce un «modello di sviluppo» nel senso di una configurazione dell’accumulazione e della regolazione dotata di coerenza. L’assenza di un centro egemonico forte è la ragione principale del fatto che le rivalità inter-capitaliste, in un quadro che rende impossibile od altamente improbabile la frammentazione dell’economia mondiale, bloccano le possibilità di ripresa.

In questa prospettiva la «flessibilità», con annessi e connessi, è ancora più lo «strumento» di gestione di una fase di stagnazione che un quadro complessivo tale da assicurare stabilità e crescita del sistema.

La seconda considerazione è quindi che un modello postfordista incorporerà alcune delle trasformazioni e delle sperimentazioni di questa fase, ma non è derivabile direttamente da essa: non si può determinare una forma compiuta e completa né estrapolando dal microeconomico al macrosociale né estrapolando dal breve al lungo termine.

Ciò vale per i rapporti internazionali come anche per i rapporti tra le diverse aree interne alla stessa formazione sociale, e per i rapporti tra i settori e le strutture dell’organizzazione industriale. In quest’ultimo caso settori caratterizzati dalla produzione di massa «flessibilizzata» potranno convivere con reti industriali del tipo della specializzazione flessibile e con più tradizionali modi fordisti.

La terza considerazione è che la formazione di un nuovo modello di sviluppo dipenderà in gran parte dalla rinnovata capacità offensiva dei salariati e dai suoi effetti sulla regolazione, ovvero dalla costituzione di un blocco sociale-politico in grado di spostare nel tempo e nello spazio le contraddizioni fra la «globalizzazione» del capitale e la riproduzione nazionale della forza lavoro.

La riproduzione allargata del capitale ha bisogno del consumo di massa: il «sovraconsumismo» dei ricchi non è sufficiente alla fuoriuscita da una crisi di sovrapproduzione. Il successo attuale del capitalismo nella svalorizzazione della forza lavoro è, sul lungo periodo, un fattore di debolezza e, sul breve periodo, il motivo della persistenza della bassa crescita: «la crisi può verificarsi nelle economie capitaliste sia perché la classe capitalista è “troppo forte” sia perché è “troppo debole”»10. Nel primo caso la crisi parte dalla produzione del plusvalore, nel secondo dalla sua realizzazione. Un relativo equilibrio fra produzione e consumo, con la riduzione della quota di disoccupati e di giovani in cerca di prima occupazione è necessaria. La subalternità dei sindacati e di quel che era la sinistra alla flessibilizzazione ed alla svalorizzazione della forza lavoro fa un cattivo servizio al sistema che servono. Un pizzico di «radicalità» nei paesi più forti (Usa, Germania o Giappone, tanto meglio se simultanea), in un ciclo ascendente di quella che è una fase lunga stagnante, potrebbe creare le condizioni per stabilizzare su una base realmente postfordista la coppia accumulazione-regolazione, le norme di produzione e di consumo, generando una nuova fase lunga espansiva.

Ciò significa anche che la produzione di massa, per quanto «flessibilizzata» ha un lungo futuro: ma le norme di consumo dei salariati dovranno cambiare, forse attraverso l’auto-produzione di servizi, che richiederanno non solo software ma hardware, forse con una diversa articolazione del tempo di lavoro e del tempo «libero», ancor più integrato nella riproduzione del capitale. Il che si concilierebbe con il ridimensionamento della spesa pubblica in servizi mentre, nello stesso tempo, si amplierebbero le entrate e le risorse statali spendibili; e non è detto che smussare gli aspetti più negativi e squilibranti della segmentazione della forza lavoro comporti il rinnovarsi delle «rigidità» sociali del fordismo, già spezzate, o il persistere di alti livelli di disoccupazione.

Ma, quarta considerazione, dati i livelli raggiunti dall’internazionalizzazione, un modello di sviluppo postfordista avrà su scala internazionale minori possibilità di imitazione da parte dei «ritardatari», essendo piuttosto riservato al «centro del centro», ed una configurazione strutturalmente in opposizione al «recupero» (al contrario del fordismo). La disomogeneità delle norme di consumo e delle strutture produttive e del mercato del lavoro potrebbe aumentare tra gli stessi paesi centrali accentuando le differenze gerarchiche nell’economia mondiale. Questa potrebbe essere la sua contraddizione fondamentale ma, nondimeno, la divisione internazionale del lavoro potrebbe trovare le sue «locomotive» e una certa coerenza.

Se, quando e come questo avverrà non è predicibile. E se non sarà l’inferno non sarà neanche il paradiso telematico. L’Italia ha tutte le carte in regola per essere fra i «ritardatari».

Note

1) Si possono distinguere diversi tipi e gradi di «flessibilità» e «rigidità»: numerica o occupazionale, funzionale (relativa ai ruoli nel processo di lavoro), intensiva (relativa all'intensità del lavoro), geografica; ma anche in riferimento alla capacità di variare il design e il volume di determinati prodotti o mix di prodotti o parti, o di distribuirne la lavorazione attraverso il sistema di macchine. In Blackburn P., Coombs R., Green K.,Technology, economic growth and the labour process, Macmillan, London, 1985 vengono discusse ampiamente diverse forme di meccanizzazione e di organizzazione del lavoro, correlandole alla discussione sulle «onde lunghe». Si vedano anche: a cura di Stephen Wood, The transformation of work? Skill, flexibility and the labour process, Unwin Hyman, London, 1989; a cura di Anna Pollert, Farewell to flexibility?, Basil Blackwell, Oxford U. K., Cambridge, Mass. (Usa), un testo critico sulla «flessibilità» come paradigma economico e sociologico. Un sintetico quadro riassuntivo dei vari aspetti della flessibilità, da un punto di vista complessivamente simpatizzante, è in La sfida della flessibilità, Angeli, Milano, 1988 a cura di Marino Regini. Di grande importanza è la «flessibilità» nelle relazioni industriali, intesa come passaggio dalla concertazione nazionale alla «micro-concertazione»: Colin Crouch, «La flessibilità come strategia sindacale», in Marino Regini op. cit. e dello stesso Regini, «Le condizioni dello scambio politico: nascita e declino della concertazione in Italia e Gran Bretagna», inStato e mercato n. 9, 1983 e «Dallo scambio politico centralizzato alla micro-concertazione», Politica ed economia n. 12, 1989; il suo saggio in Le strategie di riaggiustamento industriale, Il Mulino, Bologna, a cura di Regini e Sabel. Si veda anche il saggio di Gianprimo Cella in Stato e regolazione sociale, Mulino, Bologna, 1987, a cura di Peter Lange e di Regini. Per un quadro complessivo dell'evoluzione del rapporto «flessibilità-rigidità» nei paesi europei: Robert Boyer, E. Wolleb (a cura di), La flessibilità del lavoro in Europa, Angeli, Milano, 1987.

2) Il testo fondamentale di Michael Piore e Charles Sabel è The second industrial divide: possibilities of prosperity, Basic Books, N. Y., 1984, trad. ital. Le due vie dello sviluppo industriale, Isedi, Milano, 1987; degli stessi «Keynesismo internazionale e specializzazione flessibile», in Carrieri M., Perulli P. (a cura di), Il teorema sindacale, il Mulino, Bologna, 1985. Del solo Sabel: Work and politics, Cambridge U. P., Cambridge 1982, «Industrializzazione del Terzo Mondo e nuovi modelli produttivi», in Stato e mercato n. 17, agosto 1986. Sulla «Terza Italia» ed i distretti industriali di piccole e medie imprese con «specializzazione flessibile», si vedano i lavori di Arnaldo Bagnasco, Guido Rey, Carlo Trigilia, Becattini. In particolare di Trigilia, «Sviluppo, sottosviluppo e classi sociali in Italia», in Rassegna italiana di sociologia, XVII n. 2, 1976 e in Paci 1978; «La regolazione localistica. Economia e politica nelle aree di piccola impresa», inStato e mercato n. 1, 1985; «Small firms development and political subcultures in Italy», in European sociological review, n. 2(3), 1986 e in Goodman , Barnford , Saynor (a cura di), Small firms and industrial districts in Italy, Routledge, London e N. Y. 1989. Di Bagnasco, tra i primi e più importanti studiosi della «Terza Italia»: «La costruzione sociale del mercato: strategie di impresa e esperimenti di scala in Italia», in Stato e mercato n. 13, 1985 e La costruzione sociale del mercato, il Mulino, Bologna 1988; l'articolo di Archibugi D., «Uso e abuso della specializzazione flessibile», Politica ed economia n. 9, 1988. Per la comparazione internazionale delle tendenze della piccola e media impresa: a cura di Piore, Senberger, e Loveman, The re-emergence of small enterprises, International Institute for Labour Studies, Geneva, 1990.

3) Così è per Richard Hyman, «Plus ça change? The theory of production and the production of theory», in Farewell to flexibility?

4) Il testo fondamentale della «scuola della regolazione» è quello di Michel Aglietta, A theory of capitalist regulation. The U. S. experience, New Left Books, London, 1979. Dello stesso: «Wordl capitalism in the eighties», New left review n. I/136, 1982, Il dollaro e dopo, Sansoni 1988; di Aglietta e Andrè Orlèan, La violence de la monnaie, Presses Universitaries de France, Paris, 1982 e con Anton Brender, Les mètamorphoses de la sociètè salariale. La France en project, Calmann-Lèvy, Paris, 1984. Di Alain Lipietz: Crise et inflation: pourquoi?, Maspero, Paris 1979; «Towards global fordism?,New left review n. 132 1982; L'audace ou l'enlisement. Sur les politique èconomiques de la gauche, La Dècouverte, Paris, 1984; Le monde enchantè. De la valeur a l'envol inflationniste, La Dècouverte, Paris 1983; Mirages et miracles. Problèmes de l'industrialisation dans le Tiers Monde, La Dècouverte, Paris 1985; «La mondializzazione della crisi generale del fordismo», in Riccardo Parboni (a cura di), Dinamiche della crisi mondiale, Editori Riuniti, Roma, 1988; «The debt problem, european integration and the new phase of wordl crisis», in New left review novembre-dicembre 1989; Choisir l'audace. Une alternative pour le XXI siècle, La Dècouverte, Paris 1989. Di Robert Boyer: «La crise actuelle: una mise en perspective historique», in Critiques de l'economie politique n. 7/8, aprile-settembre 1979; La thèorie de la regulation: une analyse critique, La Dècouverte, Paris 1986, «Alla ricerca di alternative al fordismo: gli anni Ottanta», in Stato e mercato n. 24, 1988. Boyer con Jacques Mistral,Accumulation, inflation, crises, Presses Universitaries de France, Paris, 1978, trad. ital. Mulino 1985. Come quello citato sulla flessibilità in Europa, anche il volume Capitalismes fin de siecle, Presses Universitaries de France, Paris, 1986 è stato curato da Boyer,.

Una critica complessiva della teoria della regolazione è stata svolta di recente da Robert Brenner e Mark Glick: «The regulation approach: theory and history», in New left reviewn. I/188, luglio-agosto 1991; in italiano: Michele Salvati, «Rapporto salariale e flessibilità: ovvero teoria della regolazione e political economy», in Stato e mercato n. 24, 1988.

5) Si vedano di David Gordon, Richard Edwards, e Michael Reich, Segmented work, divided workers, Cambridge University Press, Cambridge, 1981, Samuel Bowles, Gordon e Thomas Weisskopf, Beyond the waste land. A democratic alternative to economic decline, Dobleday, Garden City, N. Y., e i saggi su Metamorfosi n. 1, 1986.

6) Si veda l'articolo di Riccardo Bellofiore, «Lavori in corso per "Appuntamenti di fine secolo"», in Politica ed economia n. 6, dicembre 1995.

7) Beaud Michel, Le systeme national mondial hierarchisè, La Dècouverte, Paris, 1987, pag. 118.

8) Michalet Charles-Albert, Le capitalism mondial, Presses Universitaries de France, Paris, 1985, con critiche proprio su questo punto alla scuola della regolazione.

9) Lipietz in Parboni 1988, pag. 258.

10) Bowles, Gordon e Weisskopf, in The imperiled economy, Book I: macroeconomics from a left perspective, Union for radical political economics, New York, 1987, ripreso inRadical political economy. Explorations in alternative economic analysis, Sharpe, Armonk, New York, 1996, pag. 226.

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