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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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mercoledì 31 ottobre 2012

COME ANALIZZARE UNA SCONFITTA SENZA TAFAZZISMI di Riccardo Achilli




COME ANALIZZARE UNA SCONFITTA SENZA TAFAZZISMI

di Riccardo Achilli


Diceva il marchese De Sade: “se si ama il proprio dolore, esso diviene voluttà”. In molte analisi dei risultati (certo deludenti) della sinistra alle elezioni siciliane, fatte da pur ottimi compagni, emerge questa voluttà del farsi male. Per l’amor del cielo, il risultato finale consegna una sconfitta alla ottima e generosa compagna Marano ed ai partiti che la sostenevano. Cerchiamo però di guardare alle cose senza il piacere raffinato di prenderci da soli a martellate nei coglioni. Perché tanto c’è già il nemico di classe che lo fa abbondantemente.
Il risultato delle elezioni siciliane è in realtà chiaro, semplice e del tutto in linea con le previsioni: nessuno vince affinché niente cambi. Crocetta non ha la maggioranza assoluta nell'Ars e farà un accordo politico con l'autonomismo ex lombardiano ed ora rappresentato da Micciché, propiziato dai buoni uffici dell'Udc. Si ripeterà quindi l'assetto di potere già sperimentato in questi anni: autonomisti e cuffariani, con il PD lieto di rimanere dentro la stanza dei bottoni, dopo essersi sdoganato, nei confronti del blocco di potere che governa l'isola, con gli anni dell'appoggio alla Giunta-Lombardo. Con la crisi economica e a sostanziale bancarotta della Regione, il blocco di potere che governa la regione da sempre smotta verso il basso, per l'ingresso nell'area dell'astensionismo di aree di elettorato non più garantibili da meccanismi consociativi che sono saltati, e non possono essere ricostruiti. Mentre il voto di protesta si orienta verso la demagogia inutile e vuota di Grillo, per l'incapacità di una sinistra, pasticciona organizzativamente (vedi pasticcio-Fava), di dimostrarsi credibile, anche se il programma della Marano era intelligente e concreto. Non è bastata ovviamente la faccia onesta della Marano e la sua storia per compensare un grave errore organizzativo che ha di fatto eliminato il leader "naturale" a campagna elettorale iniziata, in una politica che dopo vent’anni di berlusconismo è degenerata verso un leaderismo carismatico sempre più importante per determinare i risultati elettorali (senza contare la scarsa copertura mediatica che la coalizione di sinistra ha patito).
Le ripercussioni a livello nazionale ci saranno, è evidente. Ha purtroppo ragione Casini, il modello pseudo progressisti/veri moderati, nell'assenza di una vera opposizione politica (non considero tale l'M5S, che, in presenza di problemi enormi, pensa di risolvere tutto portando a 2500 euro lo stipendio dei consiglieri regionali) si rafforza. La componente non allineata dell'elettorato siciliano ha spesso apprezzato la linearità e la semplicità quasi elementare delle proposte dei grillini, e le scelte nazionali di SEL, che ha preferito allearsi con il PD a differenza della scelta fatta su scala regionale, potrebbero aver influito nel creare qualche disorientamento nel bacino elettorale potenziale della Marano. Ma il modello SEL/Idv/Rc/Verdi appoggiato dalla FIOM ha ancora più di una carta da giocare, nonostante la sconfitta. In una regione certo non di sinistra come la Sicilia, ottiene il 6,5% dei voti, con punte dell'8-9% nell'area urbana di Palermo. Questo è un punto di partenza, sarebbe disonesto non ammetterlo.
Il prendersi a martellate sui gioielli di famiglia è peraltro una caratteristica della sinistra, da sempre. Il ragionamento disfattista sulla sconfitta andrebbe anche visto sotto un’angolatura diversa: se i partiti che sostenevano la Marano si fossero presentati unitariamente, anche in forma confederata, come ad esempio Izquierda Unida, con il 6,5% avrebbero avuto il loro gruppo consiliare dentro l’Ars. La sinistra italiana non può vivere, politicamente, in un eterno presente, in cui contano solo i risultati elettorali immediati. Non lo si può fare stante la situazione complessiva di sfascio e frammentazione della sinistra italiana, ed il debole radicamento di classe, messo a repentaglio da decenni di riformismo debole, confusione politica e programmatica, opportunismo carrieristico, personalismi e leaderismi, e da una degenerazione della spinta ideologica provocata da vent’anni di politica/marketing berlusconiana e dagli effetti da “pensiero unico” attivati dalla caduta del Muro di Berlino.
Occorre lavorare duramente per:
  1. ricostruire forme organizzative unitarie di una sinistra che, di fronte a leggi elettorali che impongono soglie di sbarramento sempre più alte, non può più continuare a bearsi dell’illusione della coltivazione di praticelli partitici identitari o personalistici,
  2. rilanciare proposte programmatiche all’altezza dei problemi della società,
  3. ricostruire un radicamento di classe e una nuova consapevolezza diffusa della gravità ed eccezionalità della fase attuale (aiutando il proletariato a rifuggire dai “rimedi” grilleschi, che sono un pò come voler riparare un bullone di una paratia del Titanic mentre la nave spezzata in due affonda a velocità incredibile. In fondo le proposte "rivoluzionarie" di Grillo non sono altro che richieste di normalità - costi della politica non stratosferici, onestà degli amministratori, ascolto dei cittadini, attenzione all'ambiente ed alla green economy - che in Paesi diversi dall'Italia sono regole comune condivise da tutte le forze politiche).
Allora, anziché continuare ad analizzare dolorosamente sconfitte del presente, la sinistra ha il dovere di lavorare per il futuro. Nessuno ha detto che è facile, nessuno ha detto che è un lavoro appagante nell’immediato, nessuno può pretendere risultati oggi, dopo il dissesto dal quale veniamo. Ma lo dobbiamo, prima di tutto, ai 122.633 elettori siciliani che hanno votato per la Marano. Anziché ripartire dal cilicio, ripartiamo dal futuro. 

lunedì 29 ottobre 2012

DOPO IL GRANDE SUCCESSO DEL NO MONTI DAY ANDIAMO AVANTI




La manifestazione del 27 ottobre a  Roma ha visto una partecipazione enorme di popolo, che ha rotto il silenzio colpevole dei palazzi della politica e dell'informazione e che ha mostrato la forza reale e ancor più quella potenziale di uno schieramento che si opponga a Monti dal punto di vista dell'eguaglianza sociale, dello stato sociale dei beni comuni e della scuola pubblica, dei diritti del lavoro e del reddito, della democrazia.

Chi e' sceso in piazza lo ha fatto consapevole che gli avversari principali di ogni movimento di lotta   sono oggi il governo Monti e la sua politica del rigore e di tagli sociali, assieme alla corrispondente politica europea guidata dai governi liberisti,  dalla banca europea, dal fondo monetario internazionale. Questa politica fa pagare alla grande maggioranza della popolazione tutti i costi della crisi e fa solo gli interessi del grande capitale multinazionale.

Chi è sceso in piazza lo ha fatto consapevole che questa politica europea contro i popoli è definita dai trattati liberisti che, come il fiscal compact, distruggono la democrazia e lo stato sociale, principali conquiste dopo la vittoria contro il fascismo. Questi patti iniqui sono alla base del governo Monti e sono stati votati dalla gran parte del parlamento italiano, assieme alla controriforma  delle pensioni, alla cancellazione dell'articolo 18, alla distruzione della scuola pubblica, fino alla modifica dell'articolo 81 della Costituzione con l'obbligo del bilancio in pareggio.

Chi è sceso in piazza lo ha fatto consapevole che senza stracciare questi patti e senza rovesciare questa politica non ci sarà alcun cambiamento positivo, la crisi si aggraverà e la condizione sociale dell'Italia sarà sempre più simile a quella della Grecia e di tutti i paesi europei che subiscono le stesse misure di massacro sociale. Non saranno i patti sociali, in Italia come in Europa, né la disastrosa pratica della riduzione del danno a fermare questa devastazione.

Chi è sceso in piazza lo ha fatto consapevole del ritardo che c'è nel nostro paese rispetto a tutti gli altri ove cresce la mobilitazione contro le politiche europee. Questo ritardo è dovuto anche ai danni provocati dalla lunga egemonia della destra berlusconiana, che hanno fatto sì che una sapiente campagna dei poteri forti potesse presentare Monti come il nuovo, anziché come il più rigoroso  continuatore delle politiche della destra liberista e conservatrice. Ma questo ritardo è dovuto oggi in primo luogo al ruolo negativo che stanno svolgendo le principali forze del centrosinistra e del sindacalismo concertativo, che con la politica di unita' nazionale danno sostegno alle scelte di Monti.

Chi è sceso in piazza lo ha fatto consapevole che non si possono ripercorrere vecchie strade, che occorre rompere con tutte le continuità del sistema italiano e che  e' necessario costruire una alternativa a tutte le forze che direttamente o indirettamente danno appoggio alle politiche di Monti,cioè sia alla destra che al centro sinistra.

Chi è sceso in piazza lo ha fatto sulla base di un appello di persone e forze sociali e politiche diverse tra loro , ma accomunate dalla consapevolezza che una vera alternativa  alle politiche di Monti si costruisce mettendo assieme tutte le forze che non ci stanno.  Questo ha chiesto con convinzione la manifestazione: netta discriminante verso chi nelle forze sociali e politiche non rompe con Monti e con chi lo sostiene, e forte unità' di coloro che questa discriminante condividono.

Sulla base del messaggio chiaro e forte del No Monti Day il comitato promotore e le forze che lo compongono decidono di dare continuità all'iniziativa. A tale scopo il comitato promotore e tutte le forze che hanno promosso il No Monti Day si incontreranno  il prossimo 6 novembre a Roma.
In quella sede si definiranno le mobilitazioni già annunciate in piazza S.Giovanni per il 14 novembre, tra cui quella davanti al Parlamento.
Si definiranno proposte e discriminanti comuni  da portare al meeting 8-11novembre di Firenze, sulla base della piattaforma del No Monti day.
E soprattutto si discuterà su come andare avanti assieme, consolidando e diffondendo un programma alternativo a quello di Monti e di chi lo sostiene, in una assemblea delle opposizioni sociali e politiche da svolgere alla fine di novembre.
Il grande successo del No Monti Day consegna a tutte e tutti noi la responsabilità di proseguire sulla strada percorsa a Roma da tante persone.
Il 27 ottobre siamo ripartiti, andremo avanti.


29 ottobre 2012.                                        

                                                                    
COMITATO PROMOTORE NO MONTI DAY





ROMA, 27 OTTOBRE: I PRESENTI E GLI ASSENTI (INGIUSTIFICATI) di Norberto Fragiacomo




ROMA, 27 OTTOBRE: I PRESENTI E GLI ASSENTI (INGIUSTIFICATI)
di Norberto Fragiacomo
Noi c’eravamo, e non è fondamentale sapere quanti fossimo esattamente, se i 150 mila contati da un appassionato Cremaschi o i 20-30 mila visti da Alfonso Gianni, sellino “eretico” perché ragionevole e lungimirante. Eravamo tanti, o comunque parecchi, e abbiamo lanciato dei messaggi che qualcuno dovrà raccogliere. A chi si attendeva (e sotto sotto auspicava) una replica del 15 ottobre 2011, pretesto ideale per reprimere futuri dissensi, abbiamo anche dato una lezione: il Popolo della sinistra protesta, s’indigna, propone, e non sfascia auto né cassonetti. Però il suo (il nostro) no a Monti ed alle politiche a senso unico del governo euronapolitano è risuonato alto e forte, in una Roma graziata dalla pioggia.
Qualche giornalista (o politicante, o giornalista-politicante) dal portafogli rigonfio, attingendo alla sua riserva di luoghi comuni, ironizzerà, al solito, sulla “scampagnata”: ma chi si è fatto due nottate in pullman, praticamente senza chiudere occhio, delle voci vendute poco si cura. Abbiamo speso i nostri soldi e rinunciato al riposo del fine settimana per un semplice motivo: perché andava fatto.
Tagliata fuori dall’Italia ferroviaria, Trieste è lontanissima da Roma: impiegheremo nove ore per raggiungere la capitale, dopo un viaggio in pullman attraverso la notte. Noi del No Debito montiamo in bus a due passi dal cortile della Risiera, e troviamo a bordo i compagni muggesani di Rifondazione, con scorte imponenti (forse anche di cibo, chissà). Si respira nell’aria un entusiasmo da trasferta giuliana: i cori si susseguono per ore, le canzoni più gettonate sono “Bandiera Rossa sventola” e una goliardica “Autogrill, autogrill (…)”, conseguenza di un consumo di birra alquanto elevato. Dormire o anche solo sonnecchiare si rivelerà utopistico, pazienza.
A Roma ci saluta un timido sole: scendiamo alla stazione Anagnina, dopo mezz’ora siamo già in centro. La città trabocca di turisti; i manifestanti, venuti da tutto il Paese, sono una goccia nell’oceano, ma alle due e mezza del pomeriggio diverranno un fiume impetuoso, ordinato ed allegro. Sì, allegro – perché malgrado la spossatezza e la ferocia dei tempi, questo sentirsi uniti, cellule di un organismo più grande (il corteo, la massa) ha sulle coscienze un effetto galvanizzante.

Meno gente di un anno fa in piazza della Repubblica, e mancano troppi vessilli. SeL e l’IdV non hanno aderito alla manifestazione; all’ultimo momento si sono tirati indietro anche i Comunisti italiani, alla ricerca (i vertici) di uno strapuntino parlamentare difficile da ottenere.
C’è tanta Rifondazione, invece, e nutrite rappresentanze dei vari partiti comunisti: PCdL (trotskista), PdAC (idem, ma in cattivi rapporti con il precedente…), Sinistra Critica, PMLI (i marxisti-leninisti), CARC ecc. Ci sono anche i verdi, il Nuovo Partito d’Azione e i socialisti della LdS, che sventolano orgogliosamente una bandiera del PSI con falce e martello.
Davanti a tutti, però, stanno i sindacalisti autonomi (USB e Cobas, finalmente uniti) e gli esponenti della Rete 28 aprile, minoranza interna alla CGIL. Quest’ultima non partecipa, e fa male al cuore dei manifestanti l’assenza della FIOM di Maurizio Landini, considerata fino a ieri un faro della resistenza antiliberista. Ci sono numerosi militanti, con l’inconfondibile felpa indosso, ma i capi no, se ne sono rimasti a casa. Peccato, questa folla non andava abbandonata, perché somiglia tanto a quella del 9 marzo (sette mesi fa!), radunatasi per applaudire il segretario dei metalmeccanici.

Si parte, raccogliendo qualche battimano da balconi e finestre. Chi scrive si innamora di alcune scene: i giovani del PMLI, con le loro bandiere rosse e nere, che incedono dietro a noi gridando slogan e cantando (bene) inni che appartengono a tutta la sinistra italiana; l’ingresso, a passo di marcia, dei compagni del PCdL in piazza San Giovanni, schiere compatte e vessilli al vento. “Compagni avanti, il gran partito…”: le voci si fondono nell’Internazionale, scivola qualche lacrima che non è solo stanchezza.
Impossibile sentire i discorsi degli oratori, che si perdono nella piazza infinita: sarà youtube a portarci, l’indomani, le parole di Ferrero e Cremaschi. Il vecchio leader sindacale non cerca perifrasi: il Governo Monti è nostro nemico, l’Unione Europea, nata per compiacere le lobby, non è riformabile. Questo è solo l’inizio!, tuona, dando voce al pensiero – anzi, alla speranza – di tutti noi.

Rimane in bocca un retrogusto amaro, però, per quelle sigle mancanti all’appello: Sinistra Ecologia Libertà, sorta con l’ambizione di unificare la sinistra, ha preferito lasciarla orfana, virando verso il montismo soft della Carta d’intenti (chi accetta la logica del rigore e dei trattati accetta anche quella dello spread, non può essere altrimenti); la stessa FIOM, salutata a lungo come sindacato irriducibile, pare aver perso la fiducia in se medesima, nei sostenitori e nella possibilità di portare avanti un’ardua battaglia. Alcuni segnali (ad esempio, le trattative serrate con Federmeccanica) suggeriscono che la dirigenza stia cercando di abbassare i toni, e di rientrare, in qualche maniera, nel sistema da cui Marchionne l’ha brutalmente cacciata: questo spiegherebbe l’infittirsi dei contatti col centro-sinistra, un probabile appoggio a Vendola – su cui però grava la spada di Damocle di una possibile condanna per abuso d’ufficio – e la ritirata dalle piazze. Potrebbe sembrare una tattica assennata, e magari lo sarebbe, se fossimo negli anni ottanta-novanta del secolo scorso: nell’età della crisi, tuttavia, l’arrendevolezza non paga, perché i finanzieri non hanno di mira un semplice assestamento (a loro ancor più favorevole) dei rapporti sociali, bensì il ritiro di tutte le concessioni fatte alla classe lavoratrice nel dopoguerra e la trasformazione della società in una fabbrica amministrata con pugno di ferro. 

Mentre noi sfilavamo senza la FIOM, il ministro Ornaghi dichiarava apertamente a Stresa che “uno stato sociale garantito dallo Stato non sarà più possibile, qui come in nessun altro Paese dell’Occidente (…) il welfare ha talvolta indebolito il funzionamento della democrazia, perché l’aspettativa generalizzata, una volta diventata diritto, abbisogna di una soddisfazione che appesantisce i costi dello Stato.”
Cos’è questa, compagni della FIOM, Presidente Vendola, se non una dichiarazione di guerra fatta da un nemico di classe? Come pensate di poter convincere questa genia a ridistribuire un po’ di ricchezza, a rispettare le garanzie e i diritti costituzionali, semplicemente a non infierire? L’unica carta che avreste da giocare è quella della mobilitazione popolare, dell’appoggio ai movimenti, dello sciopero a oltranza; se rinunciate ad estrarla dal mazzo, perderete (e ci farete perdere) non soltanto la partita, ma anche quel minimo di credibilità che capi abili ed innovatori hanno raggranellato in anni recenti.
In un’epoca in cui talebani del liberismo, corrotti e puttanieri si dicono “moderati”, la moderazione è una strada spianata verso il precipizio.

Mentre riflettiamo sul da farsi, giungono dalla Sicilia risultati definitivi e non. Il primo è il boom certificato dell’astensionismo (il 52,58% degli aventi diritto non è andato a votare), il secondo la frammentazione del quadro politico in una miriade di partiti medio-piccoli (tutti sotto il 15%, grillini compresi!), cui fa da corollario la scomparsa della sinistra (SeL e FdS insieme raggiungono a stento il 3%).

Non c’è ragione di essere ottimisti, ma arrendersi è vietato: la sinistra può riconquistare la fiducia di lavoratori, studenti e pensionati solo scendendo unita in piazza, recependo le loro rivendicazioni ed integrandole in una proposta coerente.
Gli assenti di sabato hanno avuto torto, torto marcio; sta a noi, pellegrini per un giorno, richiamarli al loro dovere, senza scordare che anche il nostro impegno deve essere duraturo, e che senza consapevoli sacrifici non si ottiene nulla.




domenica 28 ottobre 2012

LETTERA AL GIORNALE?


di Lorenzo Mortara

RSU Fiom-Cgil


LETTERA AL GIORNALE?
-Vita di delegato IV-



Pur di sfuggire alla lotta, tra le proposte più strampalate che si possono sentire in assemblea, c’è sempre quella avanzata dall’ingenuità fatta a forma di operaio di scrivere una lettera ai giornali. Il lavoratore s’arrabbia se il delegato, irritato, gli risponde a bruciapelo che non serve a niente. Ma per quanto possa arrabbiarsi un operaio, il compito principale di un delegato, in questi tempi strani e reazionari seppur ancora per poco, è quello di distruggere tutte le illusioni – e sono ancora molte, chi legge non immagina nemmeno quante – che gli operai si fanno lungo il tortuoso cammino della presa di coscienza.
In sé e per sé, per scrivere una lettera al giornale non serve un delegato, può farlo benissimo da solo il lavoratore che crede nei suoi sogni di carta. Il fatto che pretenda che a farlo per lui sia il delegato facchino, non è che l’ennesima variante del suo eterno immobilismo. Lui non vuole fare niente per migliorare la situazione, ha delegato la rappresentanza sindacale per risolvere i suoi mali, e di conseguenza si sente autorizzato a pretendere tutto senza mai dare nulla. In sintesi, vuole solo diritti ma non sente alcun dovere. Eppure solo i bambini hanno soltanto diritti e nessun dovere, perché non sono autosufficienti. E il primo dovere di un delegato adulto e maturo è quello di non trattare da bambini quei lavoratori infantili che non sanno crescere e vogliono a quarant’anni suonati o giù di lì essere ancora imboccati come i bambini che non sono più. Finché questi lavoratori arretrati non capiranno che senza mettersi in gioco è giusto che non ottengano nulla, dovremo attendere pazienti la loro maturazione. Nell’attesa, da buon kamikaze che non vuole attendere passivamente, per togliere dalla loro testa simili illusioni, una lettera al giornale locale, il delegato volenteroso può anche farla, più per una questione pedagogica che altro. Però, a sua volta, non si illuda troppo. Infatti, scritta la lettera e non ottenuto come è ovvio nulla, il delegato difficilmente otterrà che il lavoratore apra finalmente gli occhi. Nove volte su dieci, otterrà semplicemente di vedersi proporre da quella santa ingenuità un’altra delle sue inesauribili illusioni. Il delegato non si scoraggi, si armi di pazienza e vedrà che, insistendo, prima o poi anche i più cocciuti capiranno i limiti di uno scontro a colpi d’inchiostro stampato.
Si possono anche scrivere lettere ai giornali, a patto che simili espedienti siano presi per quello sono: fattori ausiliari alla lotta che non possono in nessun caso sostituirsi alla lotta stessa. Andare dietro al lavoratore arretrato che chiede una lettera sul giornale solo perché non vuole scioperare, significa avallare le sue illusioni anziché provare a levargliele per inchiodarlo alla dura realtà. È come accettare di anteporre una possibile vittoria a una sicura sconfitta con una lotta fatta soltanto a parole.
Di norma, lettere ai giornali si scrivono in risposta a un attacco dei padroni avvenuto sempre sulla stampa. Sono lettere difensive, giusto per dimostrare che si sa rispondere colpo su colpo anche con le parole. Andare all’attacco sui giornali senza che sulla stampa sia apparso niente dalla controparte padronale, significa non avere la più pallida idea di come si va all’attacco dei padroni: non giocando con le parole, ma colpendoli nelle tasche. Nel primo caso si farà uno scherzo di lotta, che giustamente farà solo ridere i padroni, nel secondo li si farà piangere quando capiranno che, almeno noi, non si scherza più. Perciò, quando non si sa come attaccare, e si crede di attaccare con una lettera ai giornali, fosse anche la più pepata, si otterrà solo di venire infilzati dalla facile risposta dei padroni. Facile si badi, non perché i padroni abbiano chissà quali argomenti con cui confutare le accuse dei lavoratori. Anzi, di argomenti di norma i padroni non ne hanno nessuno. Perché già gli difetta da sempre la logica formale, figuriamoci la dialettica che ne è il suo completamento scientifico. I padroni hanno facilmente ragione di una lettera sul giornale perché hanno l’unico argomento decisivo in materia di letteratura sindacale: la forza. Ed è per questo che i lavoratori si devono adeguare, accettando di confrontarsi coi padroni non con la forza delle idee, ma con la forza bruta della loro esistenza materiale. Per dirla con Marx, non è con le armi delle critica che piegheremo i padroni, ma con la critica delle armi. Traduzione per i lavoratori più facilmente impressionabili: non con le parole otterremo quel che ci occorre, ma con l’azione. Le armi della critica servono a dare coscienza alle azioni, di più non possono fare. Scrivere invece una lettera ai giornali senza muovere altro che i polpastrelli sulla tastiera, non farà altro che riempire due colonne di azioni incoscienti.
Chi vuole risolvere i nostri problemi con le lettere ai giornali, dimentica inoltre la cosa più importante della stampa nazionale e locale: chi la finanzia. La stampa tutta, dalla Repubblica di De Benedetti al Fatto di Travaglio, fino all’ultimo giornale di provincia, è finanziata coi soldi privati dei padroni succhiati ai lavoratori. Quella che la carta stampata chiama opinione pubblica, altro non è che l’opinione privata di Sua Maestà il Capitale. I giornali non sono lì per pubblicizzare i nostri problemi, ma per reclamizzare al massimo le notizie commerciali dei padroni. Qualunque notizia che dia troppo fastidio ai padroni del vapore sarà cestinata. E se ogni tanto qualcuna passa, passa proprio per veicolare una volta di più l’illusione che con un bell’articolo si possa risolvere un problema che si può risolvere solo con la forza. Per questo, la parte più cosciente del movimento operaio si è sempre battuta per avere una sua stampa indipendente. Oggi, purtroppo, regredito come è regredito il movimento operaio, con giornali sedicenti comunisti che al posto di Marx hanno come punto di riferimento Lord Keynes, non ce l’abbiamo e dobbiamo arrangiarci come possiamo con piccole riviste di nicchia o con blog come questo. Ma la stampa indipendente il movimento operaio non l’ha mai voluta semplicemente per denunciare le malefatte dei padroni, ma anche e soprattutto per elevare la coscienza dei lavoratori, per infondergli il coraggio di lottare contro i loro soprusi. È qui, in fondo, che sta il nocciolo dell’illusione del lavoratore che vuole scrivere una lettera sul giornale. Infatti, senza che ne sia cosciente, quando il lavoratore arretrato chiede al delegato di scrivere una lettera sul giornale del padrone, lo fa perché in fondo spera con un articolo evangelico, melenso e pieno di buone di intenzioni di sensibilizzarlo. Ma i padroni sono insensibili ai problemi dei lavoratori perché sono sensibili unicamente al profitto. E il compito principale della stampa operaia, sia pure elettronica, è sensibilizzare i lavoratori non i padroni. Se si scrive una lettera sui giornali operai, se solo ci fossero, non è per comunicare con i lettori borghesi della stampa padronale, ma per comunicare con i proletari più coscienti delle altre fabbriche che la stampa padronale non la degnano di uno sguardo o la degnano solo con disprezzo. Perché, per comunicare con gli operai delle altre fabbriche non serve la stampa padronale, servono volantini da distribuire ai loro cancelli per incitarli a unirsi nella lotta. E questo deve fare un delegato che entri in lotta con la sua fabbrica. Scrivere volantini per le fabbriche vicine. Sui giornali locali, come su quelli nazionali, lasci scrivere i padroni che in fondo la stampa borghese se la meritano. I lavoratori no, non sono ancora pronti, e non la saranno mai, per i necrologi...


Stazione dei Celti
27 Ottobre 2012

giovedì 25 ottobre 2012

PARTITO SOCIALISTA BERSANIANO di Norberto Fragiacomo




PARTITO SOCIALISTA BERSANIANO
di
Norberto Fragiacomo

La madre di tutte le primarie si approssima, e i condottieri del Partito Socialista (liberale, guai dimenticare l’aggettivo!) arringano la truppa via internet, incitandola a non “disertare” (sic!) e a costituire comitati, provincia per provincia, di appoggio a Pierluigi Bersani.
Di primo acchito saremmo tentati di definirla una scelta singolare: unico tra i tre partiti (PD, SeL e appunto PSI) del centro-sinistra in embrione, quello socialista non ha indicato nemmeno un candidato alla carica di premier (in pectore), respingendo un invito in tal senso formulato dalla sinistra interna; d’altra parte, i vertici non hanno manco preso in considerazione l’ipotesi di sostenere Valdo Spini, socialista doc, intenzionato a scendere in pista. Chi non gioca – viene da dire – neppure dovrebbe schierarsi, perché è sgradevole che il membro di un’alleanza parteggi per un sodale (il PD) anziché per un altro (SeL); soprattutto, in mancanza di un impegno diretto, una dirigenza che pretende di essere “liberale” dovrebbe avere il buon gusto di lasciar liberi gli iscritti di esprimere le proprie preferenze, votando, a seconda delle opinioni e dei gusti, Vendola, Bersani, Renzi o la coraggiosa Puppato.
Perché Bersani, allora? Perché non far competere Riccardo Nencini, o un altro big del partito? La risposta alla seconda questione è facilissima: per non certificare un’imbarazzante debolezza, proprio nel momento in cui, grazie al “patto tripartito”, il PSI gode della benevolenza dei media, e va spesso in tivù (ma, secondo i sondaggi, non si schioda dall’1%). La prima domanda è quasi altrettanto semplice, per chi abbia chiara la situazione attuale e non si lasci fuorviare da propaganda e chiacchiere. Il segretario del PD, ex comunista, sta combattendo una battaglia per la sopravvivenza: se perde è politicamente finito, e la sua creatura si disgrega. Matteo Renzi è una minaccia seria: in caso di trionfo, non farà prigionieri, e modellerà il partito a sua immagine e somiglianza. Più che un nuovo Berlusconi, è un blairista spregiudicato e (forse) fuori tempo massimo, che preferisce i simposi finanziari al dialogo col sindacato; i suoi punti di forza sono la battuta sferzante, che conquista l’elettorato “di sinistra” più superficiale, e la capacità di attrarre i delusi del centro-destra, dai quali, a differenza di Bersani e compagnia, non viene percepito come un alieno. Per contenere la sua avanzata, il segretario ha in mano una sola carta: quella della svolta – anzi, del ritorno – a sinistra. Per ora, la sta giocando decentemente, opponendosi a parole alle più recenti porcate liberiste del Governo Monti: la richiesta di “cambiare marcia su tasse, scuola ed esodati” (da: Il Piccolo del 24 ottobre) è ad acta. Dicendo “qualcosa di sinistra”, Pierluigi Bersani corteggia una base sfiduciata, ed al contempo taglia l’erba sotto i piedi di Vendola, che rischia di essere il grande sconfitto delle primarie, falciato da una riedizione del voto utile.
Non crediamo di sbagliare, però, predicendo che il “neocomunismo” dell’ex presidente emiliano durerà fino alla sera del 2 dicembre (o del 25 novembre, se riuscisse, per miracolo, ad imporsi al primo turno): quando dalle parole toccherà passare ai fatti, cioè ad affossare una manovra, a contraddire Napolitano o a fronteggiare l’onda spread, è probabile che il buon Pierluigi ingrani la retromarcia, biascicando, al solito, “non c’è alternativa, noi siamo responsabili ecc.”. Se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare, e negli ultimi mesi (anni?) gli eredi del comunismo italiano confluiti nel PD hanno mostrato di non averne neppure un briciolo, né una visione alternativa al liberismo imperante. Insomma, prima arrivano le primarie e meglio è: un cozzo novembrino con la realtà sarebbe fatale al segretario-equilibrista.
Anche Nencini spera che il tempo passi in fretta, e che i mercati non si mettano di traverso. Investendo poco o nulla, può ottenere parecchio, cioè una manciata di deputati e senatori – e tutto questo senza assumersi la responsabilità di una linea politica. L’appoggio a Bersani, garante dell’intesa, non implica affatto uno slittamento a sinistra dei socialisti “liberali”: l’assessore toscano ha mangiato la foglia e, un attimo prima di annunciare la costituzione dei famosi comitati (19 ottobre), ha dichiarato testualmente che “sarebbe un errore rifiutare il confronto con i partiti cattolici che hanno contribuito ad aprire una pagina nuova in questa Italia. Di Pietro non è in questa alleanza, non bisogna escludere che domani Casini possa farne parte (…) Io lavoro a questa ipotesi da tre anni e mezzo, è ancora oggi valida, anzi io ritengo che sia la strada maestra (15 ottobre)”.
Secondo Nencini, dunque, la rottura con l’UDC è una mossa tattica: ridimensionato Nichi Vendola e respinto l’assalto di Renzi, Bersani tornerà sui suoi passi e, dopo mesi di mugugni e voti positivi in Parlamento, sarà pronto ad assicurare, in aprile, il rispetto di quell’agenda Monti che l’Uomo del Colle - a Roma e in trasferta - difende a corpo morto, neanche fosse la Costituzione.
L’auspicio di Riccardo Nencini è il timore di chi scrive, e la ragione per cui, di qui a un mese, risparmierò un paio di euro.
Abbigliato con un costume d’antan Bersani è convinto di poter gabbare il suo elettorato; per adesso ha gabbato Vendola, costretto, per galvanizzare se stesso e i suoi, a parafrasare Paolo Ferrero stando sul pulpito sbagliato. Nel frattempo, il presunto tecnico al governo porta avanti la “distruttiva” (parola di Zingales) missione assegnatagli.
Solo piazze in ebollizione, ormai, possono mutare il corso degli eventi.


Trieste, 24 ottobre 2012




mercoledì 24 ottobre 2012

IL KEYNESIANESIMO GENETICAMENTE MODIFICATO DEI NEOLIBERISTI di Riccardo Achilli




IL KEYNESIANESIMO GENETICAMENTE MODIFICATO DEI NEOLIBERISTI
di Riccardo Achilli

Premesso che certamente la ripresa degli investimenti pubblici è fondamentale, a mio avviso il massimo dell'elaborazione in materia di crescita non può essere quella sorta di keynesianesimo alterato, impoverito, che sembra essere l'unica strada possibile di ripresa di un minimo di flessibilità di bilancio per Monti e la Commissione Europea. In questa impostazione, basata sulla golden o sulla copper rule, gli unici investimenti pubblici che possono essere sdoganati rispetto alla regola del pareggio di bilancio sono quelli che agiscono sui fattori di competitività dell'offerta (R&S, infrastrutture strategiche, istruzione e formazione, reti Ict ed energetico/ambientali) e che quindi hanno effetti sulla produttività, nell'ipotesi sottostante che lo shock di produttività comporti effetti di sostituzione e di reddito in grado di riportare verso l'alto la curva della crescita, quindi l'occupazione e la domanda.

Questo tipo di keynesianesimo "povero" è infatti aggiustato per essere coerente con gli schemi neoclassici più moderni, come quelli elaborati da Lucas e Sargent nella NMC. Sono infatti perfettamente coerenti con le teorie del "real business cycle" emerse negli anni ottanta come applicazioni della NMC e della cosiddetta critica di Lucas ai modelli macroeconometrici utilizzati dalla programmazione economica keynesiana, quindi coerenti con una rifondazione microeconomica delle teorie del ciclo, utile a supportare un approccio neoliberista di politica economica. Tali modelli, che hanno anche generato una classe di metodi statistici di previsione del ciclo (il più importante dei quali è il filtro di Hodrick/Prescott) ci dicono sostanzialmente che le fluttuazioni del ciclo dipendono da shock esogeni, dal lato dell'offerta che comportano, come risposta efficiente da parte di agenti supposti razionali, una serie di decisioni produttive, di consumo e di investimento o risparmio che generano la fluttuazione ciclica. In altri termini, la fase recessiva del ciclo sarebbe, secondo tali modelli, una risposta efficiente a uno shock esogeno che incide negativamente sulla competitività, ovvero sulla produttività dei fattori,  e che serve a ricostruire le condizioni per la ripresa della produttività, tramite un riaggiustamento verso il basso del costo dei fattori per unità di prodotto. Per certi aspetti, quindi, il modello di riferimento di Monti, di Barroso e della Merkel ritiene che una recessione sa una sorta di meccanismo di aggiustamento, una auto-terapia del sistema, perturbato da un evento anomalo esterno. Non lo diranno mai, per ovvi motivi politico/elettorali, ma per loro una recessione, anche drammatica, è un modo per riequilibrare gli scompensi interni al sistema.

Una spiegazione dell'attuale depressione coerente con tali teorie è quindi che la bolla immobiliare/finanziaria (anzi, le diverse bolle succedutesi dal 2007 ad oggi) ha creato uno shock sulla quantità e qualità di credito  sulla struttura dei tassi di interesse. Tale shock esterno ha quindi prodotto, come razionale risposta degli agenti economici, una contrazione degli investimenti, un conseguente peggioramento del rapporto fra produttività e costo dei fattori (variabile correlata ovviamente agli investimenti) e quindi una riduzione del livello di attività produttiva, con effetti sull'occupazione e la domanda.
Ora, e questo è il punto più importante da comprendere, tale impostazione NON ESCLUDE interventi di politica economica. Semplicemente, esclude interventi di politica economica dal lato della domanda. Le teorie del real business cycle, infatti, prevedono la necessità che il soggetto di politica economica faccia investimenti pubblici, ma soltanto dal lato del miglioramento/irrobustimento delle condizioni di contesto della libera competizione di mercato, intervenendo cioè su quegli elementi che consentano di assorbire gli effetti negativi sulla produttività totale dei fattori indotti dallo shock esogeno. Quindi, investimenti pubblici su infrastrutture più o meno presunte "strategiche" (TAV) o su R&S, innovazione tecnologica, formazione continua, reti telematiche ed energetiche, sono ben accetti, se non necessari. Se non sono stati fatti ancora in dose sufficiente, è solo perché l'esigenza di stabilizzare le aspettative dei mercati finanziari riguardo alla crisi del debito sovrano ha privilegiato una politica di tagli su tutto. E perché una delle condizioni preliminari per "riassorbire" lo shock esogeno era quella di imporre una ristrutturazione sociale, con l'obiettivo di accrescere la produttività del lavoro rispetto al suo costo. E ciò richiede anche uno smantellamento dei diritti del lavoro, per renderlo più ricattabile e sfruttabile. Ed inoltre, anche perché è prevalsa la preoccupazione di riassorbire gli effetti dello shock sul sistema creditizio, e ciò spiega perché il quantitative easing già varato nel 2011 dalla Bce non ha prodotto alcun effetto sull'economia reale, così come non lo produrrà nemmeno l'attuale nuovo meccanismo di acquisto di titoli da parte della Bce: tali sistemi servono solo per tenere in piedi il sistema creditizio, non per rilanciare la crescita (cosa che è impossibile, atteso che i mercati monetari europei si trovano in una condizione simile alla trappola della liquidità: le iniezioni di liquidità aggiuntiva non generano modifiche nei comportamenti di credito delle banche, i cui assetti finanziari e patrimoniali sono troppo compromessi, né sulla propensione all'investimento, e quindi sulla domanda di credito, da parte delle imprese, le cui aspettative di mercato sono troppo depresse).

Ma possiamo esserne certi: la fase 2 del montismo, che nel nostro Paese sarà interpretata da un centrosinistra organico a tale disegno, punterà proprio su investimenti pubblici "dal lato dell'offerta". E quindi è del tutto prevedibile che, in sede europea, i Governi di Hollande e di una grosse koalition con dentro anche la Spd di Steinbruck faranno spazio a tali politiche, adottando meccanismi di golden o di copper rule.
Ciò che tale impostazione proibisce sono le politiche di spesa mirate direttamente a sostenere la domanda per consumi. Infatti, il riaggiustamento del ciclo dopo lo shock dipende, dai modelli di real business cycle, proprio dai meccanismi di prezzo e di salario sui quali una politica di sostegno ai redditi ed ai consumi genererebbe effetti destabilizzanti sulle aspettative degli operatori, impedendo loro di "riaggiustarsi" in modo razionale.

La crisi attuale, però, pur essendo partita da fattori finanziari, è degenerata in una crisi di sovrapproduzione, per cui la spesa sociale e redistributiva non può essere scartata, per il semplice motivo che occorre riportare dentro il circuito della domanda aggregata e del reddito quote crescenti di popolazione che via via ne sono escluse. Altrimenti, l'unica via d'uscita dalla crisi sarebbe quella di spingere ulteriormente sulla ristrutturazione sociale in atto, al fine di acquisire una competitività di costo sufficiente a competere sui mercati delle economie BRICS, portando le nostre società nel terzo mondo. Quindi il keynesianesimo imbastardito per essere reso coerente con l'approccio dei modelli liberisti, e che impedisce politiche redistributive e di sostegno ai consumi, non ci farà uscire dalla crisi, a meno di non ridurci al livello del Cile degli anni di Pinochet.
Oltre alle politiche di sostegno alla domanda per consumi, ciò che l'approccio del real business cycle impedisce, sono le politiche di regolamentazione dei mercati. Una regolamentazione stringente dei mercati finanziari, tipo Dodd-Frank Act, una limitazione dell'operatività sui mercati finanziari, tipo la Volcker Rule oppure il Glass-Steagall Act, sono inconcepibili perché il riaggiustamento dei mercati allo shock esogeno sarebbe reso, secondo tale approccio, meno flessibile proprio dalle regolamentazioni pubbliche.

Quindi, chi si stupisce perché nella carta di intenti del PD-SEL-PSI non si parla di reddito minimo garantito, di sostegno ai consumi, di regolamentazione dei mercati finanziari, è servito: tali politiche sono proibite dal modello macroeconomico del ciclo sottostante, modello profondamente liberista ed anti keynesiano. Anche se si traveste di un keynesianesimo di facciata.
Lo stesso keynesianesimo di facciata informa la filosofia di fondo del “growth compact”, cioè il documento comunitario sulla crescita recentemente proposto a Bruxelles. Al di là del fatto che è una specie di carta di intenti (vanno di moda di questi tempi) che richiama proposte già fatte e non ancora implementate, o anticipa proposte future, e non ha un quadro finanziario (anche perché il bilancio Ue 2013 è in fase di discussione, così come anche i fondi strutturali, ovviamente) è l'impostazione teorica che è erronea: si continua a puntare sul rafforzamento dei fattori di competitività dal lato dell'offerta (infrastrutture, apertura e liberalizzazione dei mercati, mobilità transnazionale dei fattori, costi dell'energia, omogeneizzaizone delle basi fiscali per le imposte sulle imprese, ecc.) in una fase in cui la crisi è di sovrapproduzione, ed anche la crescita della domanda dei mercati emergenti rallenta, mancano le azioni per il rilancio della domanda, ed è completamente assente il capitolo sociale (se non per qualche modesta azione di rafforzamento di Eures, o di omogeneizzazione dei trattamenti pensionistici, ma anche queste inquadrate nella filosofia di liberalizzazione/apertura dei mercati, cioè affette da un approccio supply/side, che non solo non è redistributivo, in un momento in cui lo schiantamento dei ceti medi produce una distribuzione dei redditi ad "L", ma è anche inadeguato alla stessa crescita.

Dov'è il limite oltre il quale si passa ad un keynesianesimo "de noantri", cioè una giustificazione per lo spreco ed il parassitismo? Intanto dove non si utilizzano i criteri dello stop and go, per cui la spesa pubblica rimane alta anche nelle fasi di ripresa del ciclo, quando invece i cosiddetti ammortizzatori automatici andrebbero definanziati, così come più ingenerale le componenti più sensibile al ciclo della spesa pubblica (tipicamente, gli investimenti in opere pubbliche). E poi laddove la spesa pubblica non incide significativamente sul circuito del reddito: la spesa erogata per mantenere rendite di posizione che utilizzano in modo inefficiente le risorse, o quella che sostiene redditi di fasce sociali a bassa propensione marginale al consumo (p. es. sostegni al reddito erogati a categorie sociali che non ne avrebbero realmente bisogno). Tutto ciò che sta sotto tali limiti andrebbe autorizzato. Quindi non solo gli investimenti sui fattori di offerta, ma anche la spesa pubblica per il sostegno della domanda. Ad iniziare dal reddito minimo garantito.



lunedì 22 ottobre 2012

IL RAPPORTO TRA I SOCIALISTI E IL CONCETTO DI “GOVERNO”







di Giuseppe Angiuli



In questi ultimi tempi, nei quali la Lega dei Socialisti sta cercando – non senza qualche difficoltà - di definire la sua identità politica ed il suo ruolo strategico per l’avvenire, sento molti compagni esprimere delle riflessioni inquiete che investono alcuni concetti-chiave dell’agire politico.

Ma siamo diventati un soggetto della “sinistra radicale” o vogliamo puntare ad essere “sinistra di governo”?
Che ci facciamo con le nostre insegne alla manifestazione del NO MONTI DAY del 27 ottobre?
Ma non è che ci stiamo trasformando in un luogo di “gruppettari” e che ci stiamo “isolando” dagli altri soggetti della sinistra (PD, SEL, ecc.)?

La risposta a simili interrogativi richiede un esame che vada alla radice semantica delle parole, intese nel loro corretto significato.
Che vuol dire oggi essere “socialisti”?
Che significa essere “sinistra di governo”?
Rispetto a chi ed a che cosa occorre evitare di “isolarsi”?

Un detto antico recita: HISTORIA MAGISTRA VITAE.
Basterebbe studiare a fondo la storia del socialismo italiano sin dalle sue origini per trovare una bussola che permetta di dare risposte credibili ad interrogativi importanti come quelli a cui si è fatto cenno sopra.

Una prima cosa decisiva da capire è che, se la costruzione di una nuova società giusta costituisce (o dovrebbe costituire) da sempre l’orizzonte strategico di tutti i socialisti (ossia il famoso “sol dell’avvenire” a cui alludeva Giuseppe Garibaldi in una celebre lettera all’amico Celso Ceretti), la tattica del breve-medio periodo che i socialisti hanno perseguito nel corso della loro storia è sempre mutata, risentendo inevitabilmente del preciso momento storico in cui essi si sono concretamente trovati ad operare.
Come ho ricordato nel corso del mio intervento all’assemblea romana della Lega dei Socialisti del 14 ottobre scorso, quando i pionieri della nostra tradizione politica (tra gli altri, Andrea Costa, Filippo Turati e Antonio Labriola) misero mano alla fondazione del socialismo italiano, il primo obiettivo che essi si posero davanti non fu quello di conquistare il potere mediante la partecipazione alla competizione elettorale interna alle istituzioni dello Stato liberale ottocentesco; né per loro ebbe ad acquisire un valore affatto decisivo il rapportarsi con il tradizionale quadro politico che, all’epoca dell’Italia post-unitaria, occupava la scena, allora dominata dal confronto tra Destra e Sinistra storica.
Al contrario, per i pionieri del socialismo italiano, l’obiettivo prioritario in quella precisa fase storica fu quello di costruire una chiara e netta identità politica, mediante l’adattamento al contesto nazionale delle idee del socialismo scientifico loro consegnate da Marx ed Engels.
E quelle nuove idee erano talmente forti e dirompenti che essi compresero benissimo che la loro efficace diffusione tra i lavoratori italiani non sarebbe potuta mai avvenire se i socialisti non si fossero presentati come qualcosa di nettamente distinto e di diverso rispetto a tutto il panorama che fino a quel momento aveva occupato lo scenario politico dello Stato liberale.

Per comprendere a fondo la questione in parola, è emblematico analizzare la fase embrionale delle più significative esperienze organizzative del socialismo italiano (anteriori alla fondazione del PSI a Genova nel 1892).
Ad esempio, Andrea Costa, dopo avere in un primo momento diffuso idee anarchiche sul solco della Prima Internazionale dei Lavoratori, si decise a costituire il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna: tale soggetto politico per diverso tempo si mosse unicamente nelle campagne e nei borghi della Romagna, organizzando una fitta rete di leghe, cooperative e associazioni solidaristiche (prototipo degli odierni sindacati), il cui spirito unitario fu cementato dai fogli della propaganda socialista, che plasmavano una nuova coscienza di classe nelle genti che da tempo immemore erano state solamente abituate ad obbedire a soggetti che al giorno d’oggi definiremmo come “poteri forti”.
Anche l’azione politica di un altro pioniere del socialismo italiano, Camillo Prampolini, originario di Reggio Emilia, fu avviata in un primo momento solo sul terreno squisitamente sociale e non certo su quello politico-istituzionale (il socialista reggiano è passato alla storia principalmente quale antesignano del movimento cooperativo emiliano e nazionale).


Camillo Prampolini, pioniere del movimento cooperativo


L’insegnamento che deve essere tratto dalla rilettura di queste vicende storiche è che il socialismo italiano giunse a rivestire un ruolo politico incisivo all’interno delle istituzioni parlamentari soltanto dopo anni di lenta incubazione delle proprie idee all’interno della società e dopo che i primi socialisti ebbero a discutere a lungo tra di loro sulla stessa opportunità di partecipare alle competizioni elettorali, cosa che molti di loro – a cominciare proprio da Andrea Costa e da Antonio Labriola (il cui contributo di pensiero per la fondazione del PSI fu assai importante) – non davano affatto per scontata!

Soltanto dopo avere organizzato efficacemente le classi lavoratrici all’interno della società italiana, partendo dalle campagne e dalle officine, i primi socialisti poterono fare eleggere Andrea Costa alla Camera dei Deputati, in una posizione di assoluta indipendenza ed autonomia dalla “Sinistra” storica di Agostino De Pretis - cosa che gli consentì, tra le altre cose, di condannare autorevolmente il nascente imperialismo coloniale inaugurato dal Governo Crispi con la spedizione di Adua del 1896 - ma assumendo al contempo una grande incisività e azione politica autonoma presso le classi lavoratrici italiane.
E fu soltanto al passaggio del secolo, e cioè dopo che i socialisti si erano messi a capo di vasti moti popolari para-insurrezionali tra il 1893 (Fasci siciliani) e il 1898 (i moti del pane di Milano), e dopo che Filippo Turati ebbe provato perfino a respirare l’aria delle patrie galere, che i socialisti poterono contribuire a sbloccare il sistema politico bipolare e classista dell’età liberale e trovarono per la prima volta uno sbocco partecipativo al governo Giolitti-Zanardelli e, in tale quadro politico inedito, fecero approvare le prime radicali riforme del sistema sociale e del lavoro.


Un’immagine dei moti popolari del pane a Milano nel 1898



Ponendoci una domanda paradossale, cosa sarebbe accaduto se il PSI, sin dalla sua fondazione, avesse puntato da subito ad andare al Governo del Paese se prima non si fosse forgiato in anni ed anni di generose lotte dal basso, grazie alle quali conquistò la fiducia di milioni di lavoratori italiani, condotti per la prima volta ad assumere un ruolo di soggettività politica nel Paese?

E comunque la si pensi sul senso della collaborazione turatiana ai governi dell’età giolittiana, resta chiaro un concetto: la partecipazione dei socialisti italiani a quelle esperienze di Governo restò sempre legata a precisi punti qualificanti dell’azione governativa e portò all’approvazione di riforme vere (tra cui la prima forma di tutela del lavoro femminile e minorile), che migliorarono non di poco le condizioni materiali delle plebi italiane.

E dunque, se per i socialisti, a prescindere dal mutare delle condizioni storiche, la bussola dell’agire politico deve restare sempre l’obiettivo di trasformare la società e favorire l’elevazione sociale e culturale delle classi lavoratrici, si comprende bene che la loro partecipazione al Governo del Paese ed alla vita delle istituzioni non può rappresentare un fine in sé e per sé dell’attività politica ma può tutt’al più costituire un mero strumento di lotta politica, praticabile in alcuni contesti storici ma non certo in tutte le fasi.

Anche i socialisti di seconda generazione, come Pietro Nenni, dovettero vivere una prima lunga fase di battaglie nella società, in momenti storici in cui era diventato necessario fare perfino le barricate in piazza per poter conquistare un minimo di agibilità politica (come Nenni fece, giovanissimo, nella sua Faenza), prima di potere arrivare a porsi la concreta possibilità di entrare nella “stanza dei bottoni”, cosa che lo stesso Nenni accettò di fare solo nel 1963 con la nascita del primo governo di centro-sinistra dell’età repubblicana1.

Pertanto, se per i socialisti la conquista del governo nelle istituzioni non può che costituire soltanto un mezzo per trasformare la società (nel senso, ovviamente, di favorire un miglioramento delle condizioni sociali e materiali delle classi lavoratrici) e non può essere un fine immanente dell’agire politico, allora si comprende quanto sia riduttivo e fuorviante – per tornare ai giorni nostri – ragionare in termini in cui molti compagni sono oggi soliti ragionare: “Ma ci alleiamo o no con S.E.L.”?; “Ma siamo o no sinistra di governo”?; “Ma vogliamo consegnare il Paese alla Destra?” e così via dicendo.

Quel che prima di tutto occorre capire è la particolare congiuntura storica in cui ci troviamo oggi a vivere e ad operare, in Italia come in Europa.
Siamo all’interno della più grave crisi che il capitalismo occidentale abbia mai affrontato da prima della seconda guerra mondiale ad oggi.
In questa fase, dovrebbe risultare evidente a chiunque abbia spirito libero e non sia condizionato da “secondi fini” di carattere opportunistico, che le forze del capitalismo finanziario stanno portando a compimento un lungo programma di “lotta di classe”, messo in atto da almeno un ventennio a questa parte.
Tale programma mira essenzialmente a due obiettivi: realizzare un colossale spostamento di ricchezze dai ceti medio-bassi a quelli alti della nostra piramide sociale e, in secondo luogo, attuare una ristrutturazione oligarchica della nostra società, con una progressiva e inarrestabile azione di svuotamento di tutti i poteri delle istituzioni democratiche e con un progressivo azzeramento della sovranità popolare.
Tutto ciò avviene in un contesto di istituzioni sovra-nazionali (l’Unione Europea dei Trattati di Maastricht e di Lisbona) che non consente ai Parlamenti nazionali di adottare alcun tipo di politica redistributiva e di rilancio dell’occupazione.

E quel che è più grave è che nel nostro panorama politico nazionale, il quadro realistico sopra descritto (di sostanziale “sabotaggio” della democrazia rappresentativa) viene sottaciuto da tutte le principali forze politiche della “Sinistra” italiana, da quelle più imponenti, come il P.D. (che di popolare non ha più nulla ma che è anzi il primo referente delle oligarchie oggi al comando, come dimostrano le amicizie non nascoste del “rottamatore” Renzi) a quelle minori, come S.E.L. e il piccolo P.S.I. di Nencini le quali – in buona o cattiva fede, sarà la storia a rivelarcelo – non muovono di fatto alcuna critica pregnante verso i principi fondativi dell’Unione Europea ultra-liberista di Maastricht e di Lisbona, accettando così di risultare del tutto subordinati alle relative logiche.

E a tutto ciò si aggiunga che ormai una buona metà dell’elettorato italiano – soprattutto quello afferente alle classi popolari ed ai ceti medi – sembra ormai avere bene compreso la natura sostanzialmente omogenea dei due principali schieramenti del circo politico-mediatico nazionale (centro-sinistra e centro-destra) di fronte a tutti i punti nodali dell’economia e della società, a partire dalla conclamata incapacità di entrambe le coalizioni di dare una risposta seria al bisogno di lavoro, casa e diritti promanante da milioni di cittadini in estrema difficoltà, che vedono di giorno in giorno peggiorare le proprie condizioni di vita.





E allora, se il quadro è quello appena descritto, ragionando in un’ottica storica ma guardando all’autunno del 2012, coloro i quali intendono assumere su di sé l’onerosissimo incarico di ricostruire una cultura del socialismo italiano, rispetto a quali soggettività devono preoccuparsi di non “isolarsi”?
Diventa più essenziale, per loro, intavolare oggi trattative con Bersani, Renzi o Vendola oppure interagire con milioni di lavoratori italiani che, non solo non sanno che farsene delle primarie interne al centro-sinistra ma che non hanno alcuna intenzione nemmeno di andare a votare alle prossime elezioni politiche, di cui percepiscono fin da ora la sostanziale inutilità?

E’ più importante oggi per i socialisti essere presenti alle primarie del centro-sinistra (ossia partecipare ad un gioco farsesco in cui si sa fin da ora quale futuro reciproco ruolo toccherà a ciascuna di esse) o è più importante porsi alla guida dei movimenti sociali di lavoratori ventenni e trentenni disoccupati o precari che rischiano di non avere più nella loro vita un lavoro stabile, una casa di proprietà e una posizione pensionistica?

E’ da “gruppettari” partecipare al NO MONTI DAY il prossimo 27 ottobre, vale a dire ad una delle pochissime situazioni in cui ai veri socialisti può toccare il compito che nella loro storia essi hanno spesso saputo assumere, cioè quello di porsi alla guida dei movimenti, per offrire loro uno sbocco politico realistico ed adeguato ai tempi?

Al giorno d’oggi è “anti-politico” appassionarsi agli squallidi talk-show tra Renzi e Bersani o provare a ridare una rappresentanza politica a milioni di persone che se ne sentono prive?

E può essere mai così decisivo per i socialisti, nel contesto odierno, porsi come obiettivo tattico prioritario quello di come raggiungere nel modo più facile l’occupazione di scranni parlamentari dal cui conseguimento potrà ricavarsi, nella migliore delle ipotesi, soltanto il ruolo di passacarte e di ratificatori di un impianto legislativo ultra-liberista che, ormai da un ventennio, viene concepito non più a Montecitorio ma nei freddi uffici della B.C.E. e della Commissione Europea?

Quale margine di visibilità atta a rilanciare la loro gloriosa storia potrebbero mai ricavarsi, al giorno d’oggi, i socialisti, all’interno di uno schieramento di centro-sinistra “di governo” il cui programma appare già cristallizzato sulla carta e non è passibile di alcuna sostanziosa modifica che metta in discussione quanto meno il fiscal compact e lo scellerato principio del pareggio di bilancio inserito addirittura nella nostra carta costituzionale?

Quali “riforme” migliorative delle condizioni delle classi lavoratrici italiane potrebbero mai ottenere i socialisti dalla partecipazione ad un futuro Governo di “centro-sinistra” quando è da 20 anni che i ceti medio-bassi italiani al solo sentire nominare la parola “riforma” hanno solo da tremare?

E allora, se siamo onesti fino in fondo, dobbiamo rispondere nel modo seguente al più importante dei quesiti amletici da cui ha mosso i suoi passi il presente scritto.
Se la Lega dei Socialisti si sta trasformando in una banda di “gruppettari”, come insinuato da diversi compagni scettici rispetto alla linea decisa a maggioranza all’assemblea del 14 ottobre, vuol dire che anche Andrea Costa, Filippo Turati, Antonio Labriola e Camillo Prampolini erano dei “gruppettari” ante litteram.


21 ottobre 2012



1 E non si dimentichi che il PSI di Nenni, prima di imbarcarsi nella sua prima esperienza al Governo del paese, ottenne delle importanti rassicurazioni dalla D.C., che poi trovarono effettiva attuazione, tra le quali la nazionalizzazione dell’ENEL, la riforma agraria e la riforma scolastica curata da Tristano Codignola.

domenica 21 ottobre 2012

PER NON DIMENTICARE: I MARTIRI DI “BANDIERA ROSSA” di Stefano Santarelli




PER NON DIMENTICARE:
I MARTIRI DI “BANDIERA ROSSA”
di Stefano Santarelli


Passeggiando nello storico quartiere romano di San Lorenzo e per la precisione nella celebre, politicamente parlando, via dei Volsci verso l’incrocio con via degli Equi il viandante non distratto potrà osservare una lapide dedicata ad Orfeo Mucci morto recentemente e che in modo sintetico ci ricorda che fu il comandante della formazione partigiana “Bandiera Rossa”.
A molti compagni questa formazione partigiana dirà poco o nulla, infatti il nome di questa organizzazione non viene mai menzionata nei discorsi ufficiali dedicati alla resistenza e questo nonostante libri ed articoli (in verità relativamente pochi) dedicati a questa organizzazione.
Il più celebre di tutti è il saggio di Silverio Corvisieri “Bandiera Rossa nella Resistenza romana”. Mi sembra quindi necessario e doveroso in un sito intitolato immeritatamente con il nome prestigioso e glorioso di “Bandiera Rossa” dedicare queste poche righe alla memoria degli eroici compagni romani che furono tra i più importanti protagonisti della Resistenza  contro i nazisti ed i fascisti nella città eterna.
In realtà il nome di “Bandiera Rossa” è quello del giornale del Movimento Comunista d’Italia una formazione di sinistra in pieno dissenso con lo stalinismo di cui il Partito Comunista Italiano era la sua emanazione e che è stata protagonista della Resistenza romana oltre che laziale. Come ci ricorda Corvisieri è stata la formazione partigiana più attiva a Roma e che ha pagato pesantemente i nove mesi dell’occupazione nazista con 186 caduti vale a dire il triplo di quelli subiti dal PCI, cinque volte quelli del Partito d’Azione e 137 arrestati e deportati.
I combattenti riconosciuti da Bandiera Rossa furono 1.183 cinque in più di quelli del PCI e 481 più del Partito socialista. Il contributo di sangue che Bandiera Rossa ha offerto nella Resistenza romana è pari al 34% del totale per quanto riguarda i morti.
Questa formazione partigiana è stata in prima fila nell’eroica battaglia di Porta S.Paolo (8-10 settembre 1943) e sui 335 martiri delle Fosse Ardeatine ben 52 erano membri di Bandiera Rossa.
Nonostante che i nomi dei martiri di questa formazione figurano su molte lapidi delle strade romane la storia di questa formazione politica che ha svolto un ruolo così importante nella resistenza romana è caduta molto presto in preda all’oblio nonostante libri e studi come quello di Corvisieri. Ciò è facilmente spiegabile perché si tratta di una storia scomoda e non del tutto confacente all’iconografia ufficiale della Resistenza, proprio perché si tratta di una formazione che certamente fu la più combattiva nella difesa romana contro l’invasore nazista, ma che aveva anche la caratteristica di essere quella più proletaria presente attivamente nelle borgate più popolari della città (San Lorenzo, Centocelle, Tor Pignattara, ecc.).
Erano allora queste borgate veri e propri ghetti dove il fascismo aveva messo, in condizioni assolutamente incivili, tutti i vecchi abitanti del centro cittadino sventrato con lo scopo di ricreare il mito defunto della Roma imperiale distruggendo tra l’altro la celebre Piazza Montanara, uno degli ambienti popolari più famosi della capitale. Lo sventramento principale ricordiamo fu quello che fece nascere la Via dell’Impero, l’attuale via dei Fori imperiali.
I vecchi abitanti, quasi 4.000 persone si ritrovarono in queste borgate insieme agli immigrati provenienti dalle campagne laziali e dal Meridione arrivati per costruire la “Nuova Roma”. Queste borgate costruite in condizioni igieniche ben peggiori di quelle dei quartieri rasi al suolo erano nettamente separate dalla città da alcuni chilometri di campagna abbandonata.
Ed è proprio in queste borgate veramente proletarie con un’alta percentuale di operai (circa il 60%) che Bandiera Rossa troverà i suoi migliori militanti e combattenti ed il Governo Badoglio temeva che  le masse che abitavano in questi luoghi potessero travolgere la Monarchia aprendo quindi una crisi prerivoluzionaria con sviluppi fatalmente imprevisti.

Il gruppo Scintilla che diede origine al MCdI  era nato nel 1935 (il suo nome era un chiaro riferimento all’Iskra di Lenin) ed i suoi rappresentanti più significativi erano l’avvocato Raffaele De Luca che era stato il sindaco socialista di Paola, Francesco Cretara proveniente dai Cristiani-Sociali e che negli anni ’50 aderirà alla IV Internazionale ed il leggendario Orfeo Mucci figlio di un anarchico del quartiere di San Lorenzo e che terminerà la sua carriera politica come collaboratore di Radio Onda Rossa.
Ed è partendo dal nucleo di Scintilla che nella seconda metà dell’agosto del 1943 viene fondato il MCdI unificando altri nuclei di comunisti e socialisti, tra cui ricordiamo Matteo Matteotti, e ben presto questo movimento disporrà di una forza superiore a quelle di tutte le formazioni partigiane romane compreso lo stesso PCI con forti cellule tra i postelelegrafonici, TETI cioè l’azienda telefonica, Vigili del fuoco, Ferrovieri, Anagrafe, EIAR (la Rai del tempo) e una rete informativa guidata da due ufficiali della Guardia della Finanza (il capitano Gialma Previtera e il maggiore Giacomo Tranfo)  che svolgeranno un importante lavoro di sabotaggio nei confronti delle truppe naziste. Disponendo anche di infiltrati nella Polizia e nello stesso Partito Fascista.
Ma è nelle borgate romane che Bandiera Rossa raccoglierà i massimi consensi riuscendo a capitalizzare il profondo odio di classe degli abitanti nei confronti del fascismo.

Bisogna a questo punto notare che il PCI alla vigilia dell’8 settembre del ’43 era costituito da vari raggruppamenti che possiamo sintetizzare in questa maniera:
1) i comunisti che si trovavano in carcere o al confino (ed erano un migliaio dei migliori quadri di cui disponeva il PCI);
2) i comunisti che si trovavano all’estero (Francia, URSS, USA) tra cui Togliatti vice presidente dell’Internazionale Comunista;
3) altri gruppi che si trovavano in Italia diretti da vecchi compagni che il partito aveva “sganciato” o perché troppo conosciuti dalla polizia o perché non conformi alla linea della direzione e quindi sospettati di bordighismo/trotskismo;
4) giovani intellettuali che dall’antifascismo erano passati al marxismo ed operai e contadini che mantenevano un legame con l’ideale socialista e comunista di cui molti di questi aderiranno a Bandiera Rossa.

Bandiera Rossa non si fece trovare impreparata al vergognoso tradimento di Badoglio e di Vittorio Emanuele III dell’8 settembre e anzi riesce a moltiplicare la sua forza militante e la sua importante influenza nelle borgate.
Alcuni dati possono meglio di altri evidenziare la notevole influenza di questa organizzazione durante la Resistenza romana. Nel novembre ’43 il PCI a Roma contava 1.700-1.800 iscritti di cui l’85% aveva aderito al partito dopo il 25 luglio. In questo periodo di tempo Bandiera Rossa disponeva di una consistenza superiore ai 2.000 iscritti.
E questo lo si può desumere anche dalla tiratura di “Bandiera rossa” che era superiore a quella dell’Unità. Infatti il giornale del MCdI uscì regolarmente nei suoi primi tre mesi di vita (sette numeri l’ultimo dei quali pubblicato il 27 dicembre), per riapparire soltanto altre quattro volte prima della liberazione. Da notare che uno di questi numeri ebbe addirittura una tiratura di ben 12.000 copie e dobbiamo sempre considerare che la pubblicazione e la diffusione di questi giornali avveniva in piena clandestinità.

L’Unità aveva invece una tiratura di circa 8.000 copie mentre gli altri fogli clandestini andavano dalle 1.000 e 2.000 copie.
Per cui si può tranquillamente affermare che il comunismo romano durante l’occupazione nazista  era diviso in due tronconi pressoché equivalenti dal punto di vista numerico. E queste due formazioni comuniste erano la maggioranza assoluta di tutte le forze impegnate nella Resistenza romana.

Le operazioni militari, gli atti di sabotaggio e le iniziative politiche di Bandiera Rossa durante l’occupazione nazista sono talmente tante che non possono essere sintetizzate in questo articolo.
Costituiscono atti eroici di cui tutta la sinistra non può che essere orgogliosa e riconoscente.
Ne citiamo soltanto uno che sembra tratto da un film di Quentin Tarantino: il 30 novembre un pugno di partigiani dotati di grande coraggio e determinazione guidati da Vincenzo Guarniera, ex maresciallo dell’aereonautica, libera undici suoi uomini che il Tribunale di Guerra nazista aveva arrestato e condannato a morte tramite fucilazione a Forte Bravetta.
Il plotone di esecuzione era composto dalla milizia fascista, ma al posto di questo plotone si presentano armati e con la divisa fascista Guarniera con altri dieci partigiani di Bandiera Rossa. Quando all’alba sbuca il camion con i prigionieri, Guarniera con i suoi partigiani si avvicina ai tedeschi e freddamente e rapidamente li uccidono per poi scappare tutti quanti insieme sul camion.
Guarniera riceverà per questa azione la Medaglia d’oro.
Ma queste azioni vengono duramente contrastate dalla Gestapo e dalla polizia fascista e questo anche grazie all’opera di infiltrati. Ricordiamo che gli aderenti a Bandiera Rossa erano regolarmente tesserati il che dimostra una ingenuità notevole da parte di una organizzazione clandestina. Infatti a Vignanello (Viterbo) un militante di Bandiera Rossa, Filippo Fochetti, venne inpiccato perché trovato in possesso proprio di una tessera del MCdI.
Nel famigerato carcere delle SS di Via Tasso i partigiani catturati vengono violentemente torturati prima di essere fucilati a Forte Bravetta e anche Bandiera Rossa, come gli altri gruppi antifascisti, ne paga un prezzo estremamente pesante. Ma l’organizzazione di Bandiera Rossa riesce comunque a continuare la sua missione e non passa praticamente giorno senza che i nazifascisti non subissero un attentato, piccolo o grande che fosse.
Ovviamente tutta questa coraggiosa attività costò a Bandiera Rossa nuove ondate d’arresti che colpirono i quadri dirigenti del movimento. E proprio per aiutare le famiglie degli arrestati e dei caduti che questa formazione fa nascere l’organizzazione del Soccorso Rosso. I pochi soldi possibili che si potevano raggranellare, i viveri, gli abiti ed altro ancora sono cura di questi compagni.
Oltretutto a Roma le condizioni di vita erano divenute estremamente difficili. I bombardamenti uccidono almeno 5.300 persone e la carenza di cibo era gravissima tanto da fare dire che Roma “fu assediata non soltanto dai tedeschi e dai fascisti, ma dalla fame”.



Il 23 marzo il Gruppo di Azione Patriottica fa esplodere a via Rasella un carretto pieno di dinamite al passaggio di un battaglione di SS causando la morte di 42 soldati nazisti e non è un caso che tra i 6 civili italiani vengono uccisi dall'immediata rappresaglia tedesca anche due militanti di Bandiera Rossa (Antonio Chiaretti ed Enrico Pascucci).
La repressione nazista è feroce: dalle carceri di Regina Coeli, Via Tasso e la Pensione Jaccarino vengono prelevati 335 prigionieri e massacrati il giorno dopo alle Fosse Ardeatine e anche Bandiera Rossa paga un pesante contributo di sangue.
Ma tutto questo non ferma l’attività di questa formazione che riprende la sua incessante opera di sabotaggio ed attentati. E dobbiamo ricordare tra l’altro che proprio la cellula dei Vigili del fuoco di Bandiera Rossa sarà la prima a fotografare e quindi a denunciare il massacro delle Fosse Ardeatine.
Ma alla durezza della repressione nazista si abbina un aggravamento dei rapporti con il PCI. L’Unità del 15 marzo attacca violentemente il MCdI condannando l’attività di “sparuti gruppetti cosiddetti di ‘sinistra’ la cui irresponsabilità politica che si sfoga nell’assumere gli atteggiamenti estremistici più astratti e inconcludenti” andava incontro “alla propaganda hitleriana” finendo “con l’assumere una funzione obiettivamente provocatrice”. E questo proprio nel momento più duro coincidente con la strage delle Fosse Ardeatine.
Il vergognoso attacco dell’Unità, (inutile ricordare che stiamo in un contesto di completa clandestinità), continua con il numero del 6 aprile: “… eppure c’è ancora qualche sciocco che si presta a questo gioco infame se, come pare, un cosiddetto Comitato Militare Unificato dei Comunisti (una delle formazioni di Bandiera Rossa) prolifico autore di manifestini in una lingua che sembra preso a prestito dal dr. Goebbels, non è costituito da agenti al servizio dei prussiani, ma da un gruppo di irresponsabili che abusando del simbolo della bandiera rossa, persistono con ostinazione nel gioco che ogni giorno di più si svela come una vera e propria manovra provocatoria ai danni della classe operaia e del comunismo”.
E quest’aggravamento dei rapporti tra le due formazioni comuniste presenti a Roma, ma anche con la sinistra socialista, peggiorano con l’arrivo di Togliatti e la svolta di Salerno.
Nel numero dell’11 maggio “Bandiera Rossa” di fronte al nuovo governo si esprime in maniera netta: “la politica di guerra dei lavoratori deve essere: trasformare la guerra contro il nazismo in guerra contro tutto il capitalismo. La parola d’ordine è: fino a che vi sarà nel mondo anche un solo paese borghese, non vi sarà né pane sufficiente, né pace duratura, né libertà per nessuno.”
Negli ultimi due mesi dell’occupazione nazista aumentano quindi le difficoltà politiche ed organizzative di Bandiera Rossa: i suoi migliori quadri erano stati duramente colpiti durante le rappresaglie tedesche mentre come si è visto i rapporti politici con il PCI erano nettamente peggiorati. Tale quadro viene così sintetizzato in un bollettino interno del 30 aprile: “Con le fucilazioni, gli arresti e le deportazioni, le file dei nostri compagni migliori si sono assottigliate; il timore e lo sconforto si insinuano fra le nostre file. Aggiungetevi la mancanza del giornale, unico sostegno dei deboli, e potrete misurare quanto sia necessario piuttosto approfittare di ogni occasione per consolidare la fede, ammonire e indirizzare gli sperduti sulla giusta via. I comunisti di oggi o hanno rinnegato il passato per abbandonarsi alla comoda democrazia progressiva o non lo conoscono e non lo apprezzano tanto da sentirne la potenza energetica”.
E’ un quadro certamente realistico che però non induce questi compagni a restare fermi anzi tutt’altro. E già il 2 aprile Bandiera Rossa celebra coraggiosamente per la prima volta, con un gruppo armato composto da nove uomini e due donne, i martiri delle Fosse Ardeatine nel luogo del massacro mettendo fiori rossi ed un cartello commemorativo. Un gesto che viene ripetuto il primo maggio da un altro gruppo guidato da Orfeo Mucci ed il 5 maggio al terzo tentativo un altro gruppo di Bandiera Rossa nel compiere questo omaggio è costretto a difendersi in un violento conflitto a fuoco contro i nazisti.
I nazisti, insieme alla polizia fascista, decidono di fronte ai sabotaggi e a questi gesti dimostrativi che erano continuati nonostante il massacro delle Fosse Ardeatine di dare un duro colpo alla resistenza romana. E nella borgata del Quadraro il 17 aprile effettuano una violenta rappresaglia: più di 2.000 uomini tra nazisti e repubblichini bloccano le vie d’accesso al Quadraro e casa per casa avviene una violenta retata che colpisce ben 740 uomini appartenenti a Bandiera Rossa, al PCI e ad altre formazioni politiche.
Il clima di ostilità della popolazione romana nei confronti dei nazisti aumenta e ciò aiuta Bandiera rossa a continuare nelle sue azioni di sabotaggio per tutto il mese di maggio. Da ricordare tra le sue tante operazioni che Bandiera Rossa riesce a scoprire e ad informare gli americani dell’esistenza di un aereoporto tedesco con 250 aerei, nei pressi di Viterbo, che verrà bombardato il giorno dopo (17 maggio).

Il 4 giugno Roma viene finalmente liberata dagli americani restando quindi l’unica città, da Napoli in su, a non liberarsi con una sollevazione popolare e questo grazie all’ostilità vaticana e degli alleati.
La liberazione procura una giusta euforia. Vengono finalmente liberati da Regina Coeli i militanti politici che erano ancora rinchiusi tra cui due dei fondatori di Bandiera Rossa l’anziano avvocato Raffaele De Luca e Antonino Poce.
Il MCdI si era fatto promotore durante l’occupazione di Roma della costruzione di un raggruppamento militare chiamato l’Armata Rossa e che raggruppava centinaia di combattenti molti dei quali iscritti al PCI. Immediatamente dopo la liberazione Bandiera Rossa insieme alla Brigata Matteotti del Partito socialista e alla Pilo Albertelli del Partito d’Azione lancia una campagna di reclutamento che in una sola settimana ottiene uno straordinario successo  con 40/50.000 giovani che si iscrivono.
Il comando alleato è giustamente preoccupato di questa iniziativa come lo stesso PCI che vuole un esercito regolare e non brigate partigiane indipendenti.
Antonino Poce che dopo la sua liberazione era divenuto il vicequestore di Roma viene di nuovo arrestato restando in carcere per due mesi mentre il PCI lo calunniava con l'accusa di avere ceduto alla polizia fascista.
Il 4 luglio l’Armata Rossa si scioglie e l’Unità benedice questa sconfitta del MCdI:
“… Il desiderio di unificazione delle forze proletarie antifasciste ha portato questi compagni ad un errata collaborazione col movimento di Bandiera Rossa, il quale è notoriamente un movimento che ha non pochi elementi irresponsabili nei suoi ranghi, ha messo alla base della sua attività la denigrazione del nostro partito e del CLN nella vana speranza di riuscire a disgregare le fila della classe operaia e il fronte comune delle forze nazionali realizzate nei CLN. Ma quel che doveva accadere è accaduto. A contatto con Bandiera Rossa, i nostri compagni si sono resi conto del carattere disgregatore di questo movimento ed hanno deciso di rompere definitivamente con esso, sciogliendo l’Armata Rossa”.

Il MCdI si trova a questo punto ad un bivio: trasformarsi in un partito o aderire al PCI o al PSIUP (la denominazione che aveva il PSI in quel tempo). E per complicare le cose il giornale “Bandiera Rossa” dopo la liberazione viene colpita da un provvedimento di censura per quasi un anno. Umorismo della vita: pubblicato durante l’occupazione nazista e vietato dopo la liberazione.
E’ una situazione veramente difficile quella in cui si viene a trovare Bandiera Rossa. Il PCI sull’onda della liberazione dai 17/18.000 iscritti nel dicembre del ’44 tessera ben 39.000 comunisti mentre come abbiamo visto Bandiera Rossa vive una profonda crisi organizzativa.
La lotta contro l’invasore nazista ha procurata la perdita di quadri importantissimi che non sono facilmente sostituibili, infatti il grosso del movimento manca di esperienza politica e così molti dei loro militanti vengono fagocitati dal PCI il quale ovviamente dispone non solo del grande prestigio dell'URSS stalinista, ma anche di enormi mezzi economici e materiali mentre alcuni dirigenti del movimento entrano nel PSI.
Bandiera Rossa riprende a pubblicare il suo giornale nel febbraio del ’45 senza autorizzazione arrivando a contare 6.000 iscritti di cui 1.000 nella sola sezione di Tor Pignattara. Un nucleo di Bandiera Rossa che pubblica il giornale Il militante aderisce formalmente alla IV Internazionale anche se bisogna ricordare che allora la maggior parte dei pochi trotskisti militavano dentro il Partito Socialista.
Il declino di questa organizzazione è comunque ormai inevitabile e l’avventura di Bandiera Rossa terminerà formalmente nel 1949 nonostante che si fosse estesa anche in 13 regioni italiane.
Il PCI rifiuta a molti dei loro dirigenti la tessera: il vecchio De Luca ormai settantenne, scampato alla fucilazione dopo una lunga carcerazione a Regina Coeli, chiede l’iscrizione al Partito. La Federazione Romana la accetta, ma la Direzione la respinge nettamente.
Profondamente amareggiato in una lettera al suo vecchio compagno Volpini confessa:
“… Oggi con rinnovata esperienza, sospingendomi nostalgicamente verso la fonte battesimale della mia vita politica, quando alla scuola libertaria di Bakunin si formavano apostoli come Carlo Cafiero, grandi anime ideali come Pietro Gori,lottatori come Amilcare Cipriani e Enrico Malatesta, martiri come Michele Angiolillo e Sante Caserio, concludo che i partiti politici e lo stato come potere politico, malversano le grandi idee e soffocano la vera democrazia che è figlia naturale della libertà…”.

Si conclude così tristemente la storia di Bandiera Rossa, un movimento certamente eterogeneo che è riuscito a mettere insieme intellettuali come Guido Piovene ed un bandito come Giuseppe Albani più noto come il gobbo del Quarticciolo, ma che più di ogni altro ha espresso la vera anima popolare di Roma.

Il nome glorioso di Bandiera Rossa verrà poi ripreso come titolo del giornale della sezione italiana della IV Internazionale e sarà poi anche il nome della corrente trotskista diretta da Livio Maitan dentro Rifondazione Comunista la quale ha preso prima il nome di Sinistra critica per poi trasformarsi in Sinistra Anticapitalista.

Rimane la nostra eterna gratitudine per questa organizzazione, per la sua eroica lotta e per i suoi martiri come: Giuseppe Cinelli, Nicola Stame, Tigrino Sabatini, Eusebio Troiani, Romolo Jacopini, Ezio Malatesta, Giulio Roncacci e purtroppo molti altri ancora, i quali non sono soltanto, e non resteranno mai per noi, dei nomi scritti su delle lapidi ormai annerite dal tempo.



Bibliografia:

S.CORVISIERI – Bandiera rossa nella resistenza romana – ODRADEK edizioni -2005



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