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sabato 13 ottobre 2012

NEOCENTRALISMO E COMPITI DI UN PRESIDENTE DI REGIONE di Norberto Fragiacomo




NEOCENTRALISMO E COMPITI DI UN PRESIDENTE DI REGIONE
Verso le elezioni 2013 in Friuli Venezia Giulia
di Norberto Fragiacomo

E’ difficile dire se la situazione di un’Italia zeppa di lestofanti alla Fiorito sia seria; di certo è disperatamente grave, e quando il centro sta male, anche la periferia soffre.
La crisi ce l’abbiamo in casa, tra imprese che licenziano o delocalizzano e negozi che chiudono, ma è opportuno tenere a mente qualche dato statistico: il debito pubblico del sistema Italia, che ammontava a 1.899 miliardi di euro al 31 dicembre 2011, ha toccato, sei mesi dopo, quota 1.972,9 (+3,9%), pari al 124% ca. del prodotto interno lordo (PIL). A titolo di raffronto, si consideri che il debito era aumentato, nel biennio precedente, di complessivi 115 miliardi. Per quanto riguarda le spese per interessi, gli esborsi sono stati pari a 74 miliardi circa nel 2009, a poco meno di 72 miliardi nel 2010 ed hanno raggiunto il picco nel 2011 con 77,5 miliardi, a causa – evidentemente – della danza macabra dello spread. Il saldo primario– cioè la differenza tra le entrate delle amministrazioni pubbliche e le loro spese al netto degli interessi sul debito – è stato positivo sia nel 2010 che nel 2011, ma ciò che davvero conta, ai fini del futuro rispetto (a partire dal 2014) del principio del pareggio di bilancio (art. 81 Cost.) e del fiscal compact è il fabbisogno complessivo – vale a dire la necessità di ricorrere al debito – che in un anno è sceso da quasi 68  miliardi a 61 miliardi e mezzo (dati MEF), comunque moltissimi.
Questi numeri ci raccontano una semplice verità: per riportare, in un decennio, il debito pubblico al 90% del PIL (il 60% è fantascienza alla Philip Dick) le c.d. riforme strutturali, ad altissimo impatto sociale, e le “potature” operate nell’ultimo anno e mezzo non bastano, sono soltanto – dolorosissime - punture di spillo. Abbassare il debito, a valori correnti, a 1431,1 miliardi (90% del PIL) significa recuperare 541 miliardi, cioè 54 miliardi all’anno circa, in aggiunta alle manovre “ordinarie”, ma solo dopo aver portato il fabbisogno a zero.
Mission impossibile? Pare proprio di sì, anche perché non si è tenuto finora conto del denominatore, ossia del PIL, che, anziché salire, si sta contraendo per effetto delle infinite manovre depressive: Moody’s prevedeva, in agosto, un decremento tra l’1,5 e il 2,5% per il 2012, e crescita zero, o addirittura negativa (-1) per l’esercizio successivo.
Prendiamo per buoni questi calcoli, che pure ci sembrano ottimistici: adesso abbiamo tutti gli strumenti per imitare Malevic, e dipingere un quadr(at)o nero.
In sintesi: Mario Monti e il suo governo non ci stanno conducendo in salvo, anzi. Per motivi ideologici, più che per considerazioni di natura “tecnica”, l’attuale esecutivo ha imboccato risolutamente una delle due strade consigliate dagli economisti borghesi, quella del rigore – e, come ci insegna la Storia del ‘900, il rigore soffoca la crescita. Studiosi premi Nobel come Krugman e Stieglitz suggerivano un’altra via, che passa per la spesa pubblica, ma non si è voluto ascoltarli: peccato, perché, se il denominatore/PIL spicca il volo, la famigerata percentuale si abbassa naturalmente, senza necessità di ganasce sociali e sacrifici insostenibili; inoltre, investitori avveduti e senza preconcetti potrebbero dar fiducia ad un’economia dinamica.
Al di là dei giudizi di merito, le politiche montiane hanno prodotto finora una serie di effetti innegabili, che meritano almeno di essere citati.
Il principale è l'accantonamento del federalismo, e l’avvento di un nuovo centralismo, ben più accentuato ed invasivo di quello della c.d. Prima Repubblica. Non si tratta solo dell’introduzione del pareggio di bilancio (art. 81) o dell’altrettanto frettolosa riscrittura del Titolo V, che sembrano una giustificazione a posteriori: l’ingentissimo taglio di risorse, a partire dal 2011 (manovre estive Tremonti), ha di fatto bloccato l’attività di Regioni ed Enti locali, i cui margini di manovra sono stati annullati; contemporaneamente, si è assistito all’accendersi di un conflitto istituzionale senza precedenti, con il Governo centrale che impugnava ogni norma finanziaria delle amministrazioni regionali e viceversa. La partita non è aperta, dal momento che la Corte Costituzionale - mostrando più realismo politico che scrupoli giuridici - ha avallato e continua ad avallare, in pratica, le decisioni governative. C’era una volta il principio di sussidiarietà verticale (art. 118, 1° comma, Cost.): scordatevelo, non esiste più. Estinto, come i pacifici brontosauri.
Con questa situazione, sommariamente descritta, la Regione Friuli Venezia e i suoi enti locali si trovano a fare i conti.
L’ultimo salasso – che non sarà affatto l’ultimo! – si chiama disegno di legge di stabilità per il 2013, sceso in pista in coppia con il decreto legge 95. Insieme i due provvedimenti cavano altro sangue agli enti territoriali; si effettua anche un taglio di 1,5 miliardi di euro alla sanità pubblica, che valeva, nel 2011, 110 miliardi. La nostra regione, dunque, è toccata due volte: sia sul fronte delle entrate correnti che su quello, specifico, della spesa sanitaria, che dal 1997 è a carico esclusivo dell’amministrazione regionale.
Secondo una primissima quantificazione la perdita di gettito per effetto delle manovre fin qui varate ammonterebbe a mezzo miliardo di euro, poco meno di 1/10 del bilancio del Friuli Venezia Giulia. Già si annunciano ricorsi, tra cui – particolarmente fondato, per via della peculiarità sopra descritta – quello sui tagli alla sanità: resta il fatto, però, che i recenti orientamenti della Consulta non suggeriscono alcun ottimismo. La situazione dei Comuni regionali non è ovviamente migliore, senza parlare delle Province, a rischio soppressione.
Una cosa è sicura: nel prossimo futuro presiedere una regione o dirigere un ente locale sarà un compito arduo ed ingrato. Detto questo, interroghiamoci su cosa potrà e dovrà fare il prossimo presidente del Friuli Venezia Giulia, all’esito di una compagna elettorale in cui forze politiche poco responsabili non mancheranno di impugnare l’insidiosa bandiera della secessione.
Iniziative di “resistenza” individuali non sono attuabili: nel nuovo modello centralista la Corte dei Conti vigilerà su ogni singolo atto, e un allentamento della pressione sui cittadini sarebbe pagato, dal politico idealista o avventato, con gravose sanzioni pecuniarie ed un sostanziale ostracismo (incandidabilità per dieci anni da qualsiasi carica pubblica!). La cancellazione, ormai certa, dell’autonomia non potrà, in ogni caso, essere contrastata solo per via giudiziaria: è indispensabile che il nuovo “governatore” cerchi l’appoggio degli amministratori locali e delle altre regioni per costituire un fronte compatto di opposizione a scelte regressive e platealmente dannose per le comunità. Opposizione politica, intendiamo - quella cioè che la stragrande maggioranza di partiti e parlamentari ha rinunciato a fare – capace di aggregare anche le forze sindacali e i movimenti espressi dalla società civile. Il governo Monti ed un suo eventuale clone politico godranno sempre dell’appoggio delle tecnocrazie (FMI, BCE, Commissione Europea) e della simpatia di chi controlla i mercati: il cammino è dunque in salita, ma un mutamento dell’impostazione politica è necessario, a pena di recessioni decennali e crescere della miseria e dell’ingiustizia sociale.
Questo non implica un rifiuto di gestire il presente: al contrario, dagli amministratori si pretenderanno competenza ed impegno eccezionali, oltre che un’onestà a tutta prova.
Il bilancio della nostra regione, che negli ultimi anni chiudeva a 5,5 miliardi di euro ca., non è riscrivibile a piacere: senza contare le rigidità, almeno 2,2 miliardi annui sono destinati alla sanità, mentre 8-900 milioni servono al funzionamento del sistema delle autonomie, finanziato integralmente dalla Regione. Crisi o non crisi, queste risorse non si toccano, perché costituiscono le condizioni irrinunciabili del patto sociale.
Devono essere altresì salvaguardati l’assistenza (si pensi alle case di riposo, già oggi una nota dolente) e, più in generale, il welfare, rilanciata – nei limiti del possibile – l’economia, con incentivi alle imprese legati a garanzie di buon lavoro ed interventi adeguati nei settori della cultura e del turismo: realtà storico-archeologiche importanti come Aquileia (sito UNESCO) non vanno abbandonate al degrado, bensì valorizzate, e questo vale anche per numerosi musei in condizioni pietose. Infine la scuola, preoccupazione di ogni socialista e comparto strategico: l’elevato costo dei libri, la fatiscenza degli edifici, il difficile accesso agli studi universitari per i ceti (sempre) meno abbienti e la mancanza di un reale collegamento con il mondo dell’impresa e della scienza sono altrettanti problemi da risolvere.
Quanto al personale della regione e dei comuni, non è il caso di fare demagogia spicciola: il primo è stato abbondantemente sfoltito nell’ultimo anno (-8,8%), e gli enti devono spesso arrangiarsi con un pugno di dipendenti mal pagati ma coscienziosi. Basta angherie, che aggravano soltanto la crisi e la disperazione dei cittadini. Che fare, dunque? Proseguire nell’opera di razionalizzazione dei costi, favorendo l’accorpamento dei piccoli Comuni e – per quanto riguarda la Regione – rimotivare i lavoratori, garantendo prospettive di carriera ai meritevoli, in una logica finalmente meritocratica e non clientelare. La creazione di due grandi province (Friuli e Venezia Giulia) in luogo delle quattro attuali consentirà, inoltre, cospicui risparmi.
Per gli altri settori si cercherà di fare il possibile, utilizzando al meglio ed oculatamente i pochi mezzi a disposizione, che – temiamo – diminuiranno nel tempo; quanto alla politica, un’opera di moralizzazione e contenimento dei costi è improcrastinabile, e passa attraverso l’eliminazione di benefici che, in tutta Italia, trasformano un munus in una posizione di privilegio.
Un candidato che condivida questa visione e sia in grado non solo di promettere (a chiacchierare sono buoni tutti) ma, grazie alle sue provate capacità e competenze, di realizzare quanto indicato avrà il nostro pieno sostegno; astenersi perditempo e chi, giocando furbescamente con le parole, pretende libertà di licenziamento come premessa a nuovi contratti nominalmente a tempo indeterminato.
Di simili personaggi la “sinistra” ne ha candidati parecchi, in anni recenti – e farebbe meglio a non vantarsene.



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