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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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sabato 11 giugno 2011

La filosofia del materialismo storico di Antonio Labriola

Se mai occorresse di formulare, non sarebbe fuori di luogo il dire, che la filosofia implicita al materialismo storico è la tendenza al monismo; - e uso la parola tendenza, accentuandola. Dico tendenza, e aggiungo tendenza critico-formale. Non si tratta già, insomma, di tornare alla intuizione teosofica o metafisica della totalità del mondo, come se noi, per atto di cognizione trascendente, giungessimo issofatto alla visione della sostanza a tutti i fenomeni e processi sottostante. La parola tendenza esprime precisamente l'adagiarsi della mente nella persuasione, che tutto è pensabile come genesi, che il pensabile, anzi, non è che genesi, e che la genesi ha i caratteri approssimativi della continuità. Ciò che differenzia cotesto senso della genesi dalle vaghe intuizioni trascendentali (per es., Schelling) è il discernimento critico, e quindi il bisogno di specificare la ricerca: ossia il riavvicinamento all'empirismo per ciò che concerne il contenuto del processo, e la rinuncia alla pretesa di recarsi in mano lo schema universale di tutte le cose. I volgari evoluzionisti fanno così: afferrata la nozione astratta del divenire (evoluzione), ci caccian dentro ogni cosa, dal concretarsi della nebulosa alla fatuità loro. Così facevano i ripetitori di Hegel, col ritmo soprastante e perpetuo, della tesi, antitesi e sintesi. Ragione precipua dell'accorgimento critico, col quale il materialismo storico corregge il monismo, è questa: che esso parte dalla praxis, cioè dallo sviluppo della operosità, e come è la teoria dell'uomo che lavora, così considera la scienza stessa come un lavoro. Porta infine a compimento il senso implicito alle scienze empiriche; che noi, cioè, con l'esperimento ci riavviciniamo al fare delle cose, e raggiungiamo la persuasione, che le cose stesse sono un fare, ossia un prodursi.
Il brano dell'Engels citato più innanzi potrebbe, però, dar luogo a delle curiose illazioni; come chi si pigliasse tutta la mano, quando altri gli ha offerto il dito. Dato ed ammesso, che la logica e la dialettica continuino a sussistere come per sé stanti, non può esser questa, si direbbe, occasione propizia a rimettere a novo tutta la enciclopedia filosofica? Rifacendo, a parte a parte, e per ogni singolo ramo di scienza, il lavoro di astrazione degli elementi formali che vi sono impliciti, si riesce a scrivere dei vasti e comprensivi sistemi di logica, come son quelli esemplari del Sigwart e del Wundt; le quali, in verità, son delle vere enciclopedie della dottrina dei principii del sapere. Ora se è questo il desiderio dei filosofi professionali, stiano pur tranquilli, che le loro cattedre non saranno abolite. La division del lavoro nel campo intellettuale si presta praticamente a molte combinazioni. Se c'è chi voglia compendiare in forma schematica i principii, coi quali noi ci rendiamo conto di un determinato gruppo di fatti, per es., di un determinato ordinamento giuridico, nulla osta che egli cotesta disciplina (1) chiami scienza generale del diritto o anche, se gli piace, filosofia del diritto, purché si rammenti che riduce a sistema (empirico) un ordine di fatti storici; ossia che coglie una categoria storica come il divenuto del divenire.
Tendenza (formale e critica) al monismo, da una parte, virtuosità a tenersi equilibratamente in un campo di specializzata ricerca, dall'altra parte: - ecco il resultato. Per poco che s'esca da questa linea, o si ricade nel semplice empirismo (la nonfilosofia), o si trascende alla iperfilosofia, ossia alla pretesa di rappresentarsi in atto l'Universo, come chi ne possedesse la intuizione intellettuale.
Leggete, di grazia, se non l'avete già letta, la conferenza di Haeckel sul monismo, che fu volgarizzata in Francia da un appassionato darwinista della sociologia (2). In quell'insigne scienziato si confondono tre attitudini diverse: una maravigliosa capacità alla ricerca e dichiarazione dei particolari, una profonda elaborazione sistematica dei particolari appurati, e una poetica intuizione dell'Universo, che pur essendo della immaginazione, alcune volte pare della filosofia. […]

Dunque, tendenza al monismo, ma al tempo stesso coscienza precisa della specialità della ricerca. Tendenza a fondere scienza e filosofia, ma, medesimamente, continuata riflessione su la portata e sul valore di quelle forme del pensiero, che usiamo in concreto, e che pur possiamo distaccar dal concreto, come accade nella logica stricto jure, e nella teoria generale della conoscenza(che voi chiamate metafisica). Pensare in concreto, e pur poter riflettete in astratto su i dati e su le condizioni della pensabilità. La filosofia c'è e non c'è (3). Per chi non c’è ancora arrivato, essa è come il di là dalla scienza. E per chi c’è arrivato, essa è la scienza condotta a perfezione.
Oggi, come in passato, noi possiamo scrivere, su i dati astratti da una determinata esperienza, dei trattati per es., di etica o di politica, e possiamo dare alla trattazione tutta la perspicuità del sistema: purché ci ricordiamo di questo, che le premesse cioè si ricollegano geneticamente ad altro; purché non cadiamo nella illusione (metafisica) di considerare i principii come degli schemi ab aeterno, ossia come lesopraccose delle cose dell'esperienza.
A questo punto nulla c'impedisce di enunciare una formula come la seguente: tutto il conoscibile può essere conosciuto; e tutto il conoscibile sarà, all'infinito, realmente conosciuto; e di là dal conoscibile, a noi, nel campo della conoscenza, non importa nulla di null'altro. Questo generico enunciato, nel suo aspetto pratico, si riduce a dire: che la conoscenza tanto importa per quanto ci è dato di realmente conoscere, e che è una mera fantasticheria l'ammettere, che la mente riconosca, come esistente in atto un'assoluta differenza tra il limitato conoscibile e ciò che è per sé inconoscibile: - un inconoscibile, che io dichiaro di conoscere come inconoscibile! Come fate voi, von Hartmann, a bazzicare da tanti anni con l'Inconsapevole, che voi così consaputamente vedete operare; e voi, signor Spencer, a manovrate di continuo col riconoscimento dell'Inconoscibile, che in fondo voi in qualche modo sapete, se ne fate il limite del conoscibile? In fondo a cotesta fraseologia dello Spencer si cela il dio del catechismo; - c’è, insomma, il residuo di una iperfilosofia, che rassomiglia, come la religione, al culto di quell'ignoto, che, in uno e medesimo tempo si dichiara ignoto, e pur si afferma di conoscere in certa guisa facendone oggetto di riverenza. In tale stato d'animo la filosofia è ridotta allo studio dei fenomeni (parvenze), e il concetto di evoluzione non implica punto che la realtà stessa divenga.
Per il materialismo storico il divenire, ossia l'evoluzione, e invece reale, anzi è la realtà stessa; come è reale il lavoro, che è il prodursi dell'uomo, che ascende dalla immediatezza del vivere (animale) alla libertà perfetta (che è il comunismo). In questa inversione pratica del problema della conoscibilità, noi ci rechiamo interamente in mano la scienza, in quanto essa è il fatto nostro. Una nuova vittoria sul feticcio! Il sapere è per noi un bisogno, che empiricamente si produce, si raffina, si perfeziona, si corrobora di mezzi e di tecnica, come ogni altro bisogno. Noi via via conosciamo ciò che ci occorre di conoscere. L'esperimentare è un crescere; e ciò che chiamiamo il progresso dello spirito, non è se non un accumularsi di energie di lavoro. In cotesto prosaico assunto si risolve quell'assolutezza della conoscenza, che era per gli idealisti un postulato di ragione, o una argomentazione ontologica (4). Quella tal cosa (così detta in sé), che non si conosce, né oggi, né domani, che non si conoscerà mai, e che pur si sa di non poter conoscere, non può appartenere al campo della conoscenza, perché non si dà conoscenza dell’inconoscibile. Se un simile assunto entra nella cerchia della filosofia, gli è perché la coscienza del filosofo non è tutta fatta di scienza, ma consta ancora di tanti altri elementi sentimentali ed affettivi, da cui, sotto l’impulso della paura, e per tramite della fantasia e del mito, si generano combinazioni psichiche, le quali, come in passato impedirono lo sviluppo della cognizione razionale, così ora adombrano il campo del sapere meditato e prosaico. Pensiamo alla morte. Essa è teoricamente insita alla vita. La morte, che pare così tragica negli individui complessi, che alla comune intuizione appariscono come i veri e proprii organismi, è immanente agli elementi primissimi della sostanza organica, per la estrema labilità e per la circoscritta plasticità del protoplasma. Ma tutt'altro è la paura della morte – ossia l'egoismo del vivere! E così è di tutte le altre affettività e tendenze passionali, che, nelle loro derivazioni mitiche, poetiche e religiose, gettarono, gettano e getteranno in varia proporzione le ombre loro sul campo della coscienza. La filosofia dell'uomo puramente teoretico che tutte le cose contempli sotto l'aspetto del proprio esser loro, gli è come il tentativo di far passare il pensiero astratto su tutto il campo della coscienza, senza che v'incontri, né deviazioni, né attriti. Ecco Baruch Spinoza, il vero eroe del pensiero, che se stesso contempla in quanto gli affetti e le passioni, a guisa di forze della interiore meccanica, gli si trasmutano in obietti di considerazione geometrica!
En attendant che in una futura umanità di uomini quasi trasumanati, l'eroismo di Baruch Spinoza divenga la virtù minuscola di tutti i giorni, e che i miti, la poesia, la metafisica e la religione non ingombrino più il campo della coscienza, contentiamoci che fino ad ora, e per ora, la filosofia, così nel senso differenziato, come nell'altro, sia servita quale istrumento critico e serva, per rispetto alla scienza, a mantenere la chiaroveggenza dei metodi formali e dei procedimenti logici, e per rispetto alla vita a diminuire gl'impedimenti che all'esercizio del libero pensiero frappongono le fantastiche proiezioni degli affetti, delle passioni, dei timori e delle speranze; ossia giovi e serva, come direbbe precisamente Spinoza, a vincere l'imaginatio e l'ignorantia.

Note

(1)
(2)
(3)
(4)

[Da Discorrendo di filosofia e socialismo, in A. Labriola, La concezione materialistica della storia, a cura di E. Garin, Laterza, Bari 1971, pp. 232-237]

domenica 1 maggio 2011

RITORNARE AD ANTONIO LABRIOLA




Antonio Labriola, già dagli albori, aveva colto bene la vera essenza di un autentico Partito Socialista. Egli che, a differenza di Turati, (il quale gli viene contrapposto da alcuni storici come Arfè, perché lo ritengono più concretamente “realista” rispetto al “dottrinale” Labriola), è invece a tutti gli effetti un politico marxista assai moderno. Forse più del “positivista” Turati, soprattutto nel rapporto tra teoria e prassi.
Per Labriola il partito dei lavoratori può diventare egemone, non con la semplice acquisizione da parte di un gruppo minoritario di una coscienza marxista, e neppure con l’eversione, ma nel momento in cui matura concretamente al suo interno nuove forme di convivenza e di politica concepite nella lotta. Nella ricerca di una nuova funzione sociale nell’ambito di un modello propositivo socialista.
E ciò può realizzarsi, secondo Labriola, solo mediante l’attuazione di un modello partecipativo
Purtroppo sia il Partito Comunista che quello Socialista spesso nel dopoguerra ad esso subalterno, tranne che nel periodo craxiano, hanno messo in atto un modello dirigenziale di stampo gramsciano, in cui è la classe dirigente a decretare le linee guida e a sviluppare il conseguente modello del centralismo democratico.
Mentre l’elaborazione di un vero nuovo partito socialista che sia coerente con le sue più autentiche origini, deve tornare al Labriola ed è quello in cui non vi è che una “compagnia partecipativa” (cosa che non fu di sicuro il PSI di Bettino Craxi)
E gli intellettuali, coerentemente con ciò, “non sono né padroni, né né duci, né intraprenditori, ma soltanto i dotti della compagnia”
Mi piace Labriola più di Turati perché Turati, anche se fondò il Partito Socialista, restò sempre un evoluzionista e un positivista, fautore di riforme sociali, pacifiche e integrabili nel sistema capitalistico di produzione. Invece Labriola fu sempre un rivoluzionario, un "eversivo" anche dai tempi del suo impegno universitario, e ostacolato per questo dai peggiori reazionari dell'accademismo di allora come Mamiani (che paradosso inaccettabile è il fatto che un liceo classico sia tuttora intitolato a Mamiani e non a lui!).
Labriola lo scrisse chiaramente a Turati nel 1891, sottolineando le profonde differenze tra la loro impostazione teorico pratica ed affermando: "La linea assoluta del Socialismo la intendo quanto voi, perché ho il temperamento degli uomini estremi, e non sono né positivista né evoluzionista"
Egli ebbe una grande intuizione, valida allora come oggi: un nuovo partito, se vuole diventare effettivamente rivoluzionario, deve avere il "coraggio" di "nascere come minoranza qualificata". Labriola non aveva dubbi nel merito. La storia infatti non ammette l' "allevamento artificiale" e una organizzazione generica di massa non può che svolgere battaglie di retroguardia.
E la storia gli ha dato ragione, sia allora che oggi, non dargli retta è costato al PSI permanenti scissioni e oggi la costituzione di "partiti contenitori" non fa altro che mettere sotto gli occhi di noi tutti la retroguardia della civiltà politica, economica e sociale a cui siamo destinati in Italia.
Scriveva lucidamente Labriola nel 1891 a Turati: "non so perché non si possa appartenere ad un piccolo partito quando si ha la coscienza di essere assolutamente nel vero! Ma il piccolo partito crea dei nemici aperti, esige una grande energia di volontà, non apre la vie delle carriere politiche, non dà la platea - è un contro senso, insomma, di tutte le passioni italiane, che sanno sempre di faccenderia e di commedia"
Il suo pensiero in sintesi si può ricondurre a tre principi
A) Rappresentare concretamente e nettamente l'autentica cultura e dottrina socialista
B) Subordinare tutto alle assemblee popolari e al confronto con il popolo, la società civile, quella che allora si chiamava classe operaia e aveva le sue assemblee, e oggi è costituita da tanti che dialogano nei posti di lavoro, nelle strade e in Internet e sono accomunati dalla voglia di cambiare radicalmente la società.
C)Non fare del parlamentarismo un feticcio ed una bandiera, cioè accettare la bandiera dell'antiparlamentarismo nella misura in cui il parlamentarismo si riduce a giochi di potere e assemblea di rappresentanti lobbistici di interessi avulsi dalla base popolare che resta l'essenza della democrazia. Portare in Parlamento la bandiera del popolo sovrano con intento rivoluzionario, per scardinare le logiche autoreferenziali della politica parlamentaristica lobbistica.
Ascoltate lo stesso Labriola quando dice che era consapevole che un giorno le fila del nuovo partito non sarebbero state più costituite solo dalla classe operaia perché "L'esercito di riserva col nome di disoccupati aumenta di numero, e la proletarizzazione, così in città come in campagna, cresce di intensità, una parte non piccola degli artigiani (oggi diremmo piccole e medie industrie), ignara della mala sorte che a tutti sovrasta, si butta ai ripeghi illusori e ciarlataneschi delle società di mutuo soccorso e delle cosiddette cooperative (che oggi producono precarietà a profusione)"
Sembrano scritte oggi, in concomitanza con la crisi attuale.
Allora, quando c'è il rischio che il Socialismo italiano sparisca persino dalla memoria, non si torni ai fiumi, dove tutto scorre e nessuno si bagna mai la stessa volta, e nemmeno alle sorgenti, certe volte prosciugate o inquinate, ma addirittura alla pioggia che genera entrambi.
Quella che, se non inacidita dal fumo della confusione dei valori, inevitabilmente e sempre, incombe su di noi, come una condanna o una liberazione.
E per una volta, cerchiamo di non aprire l'ombrello.

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