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giovedì 29 dicembre 2011

IL DECRETO SALVA ITALIA NON SALVA GLI ITALIANI



Pubblichiamo in un'unica parte questo articolo che l'autore aveva all'origine diviso in due parti, la prima delle quali risale al 5 Dicembre 2011 e la seconda al 23.

di Gioacchino De Candia


PRIMA PARTE

Una delle cose più aberranti che la “civiltà occidentale” ha saputo produrre, soprattutto negli ultimi tempi, è il florilegio di notiziole, falsità, amenità, quisquilie e pinzellacchere che, in una parola, vanno sotto il nome di “gossip” e che inficiano sistematicamente tutti i mezzi di informazione di massa: dalla carta stampata alle TV per finire al web.

All’interno di tutte queste voci “fuori controllo” è davvero difficile, anche per chi sa distinguere l’informazione buona da quella cattiva, riuscire a barcamenarsi in questi mare magnum di insulsaggini. Molti ci sguazzano, molti ci speculano, tantissimi s’incavolano (dovrei usare un’espressione più colorita, ma sono un signore e quindi evito).

Inevitabilmente, anche il recentissimo decreto Monti (ribattezzato frettolosamente salva-Italia) finisce per cadere nella rete del gossip mass-mediatico, fornendo ulteriore elemento di distorsione alla manovra dell’attuale Governo tecnico italico, che il buon prof. Monti dimostra comunque di saper ben condurre, con il tipico piglio di capitano di lungo corso, che ne ha viste di cotte e di crude e che riesce agevolmente ed anche abilmente a sfiorare e scansare scogli, morene ed iceberg di turno (nonostante sia alla guida della nave Italia, tutt’altro che inaffondabile).

Infatti, sul web già da un paio di giorni sono recuperabili sedicenti bozze del decreto, che Monti stesso ha illustrato a grandi linee or ora coronato dallo stuolo di Ministri tecnici di cui si circonda, che non solo sono in palese contrasto tra loro, ma che vengono anche sbugiardate proprio oggi dal sito di libero, che pubblica un nuovo testo con altri ritagli e relative frattaglie.

Rifacendomi, quindi, a quanto declamato col suo stile impeccabile dal buon Super Mario nella II di avvento, devo purtroppo rimarcare il titolo del presente articolo: il decreto Monti salva (forse) l’Italia, ma non gli italiani.

Tante, troppe, sono le cose della nuova manovra da 24-25 miliardi (anche in questo la stampa non si trova perfettamente d’accordo) che non convincono, perchè non solo non rispecchiano criteri di equità, ma fanno anche da base per un ulteriore inasprimento dell’attuale fase di stagnazione dell’economia italiana, che potrà tradursi in vera e propria recessione da qui al 2015 (se non oltre).

In questo contesto mi soffermo sulle ricadute più immediate per ciò che riguarda, in primis, l’operatore famiglie: ritorno dell’ICI (con un nuovo nome) e nodo pensioni.

Riguardo la nuova ICI (ribattezzata IMU) le famiglie italiane pagheranno nuovamente la vecchia imposta comunale sugli immobili, ma con un inasprimento delle rendite catastali e, quindi, pagheranno di più un’imposta che la stessa Corte Costituzionale (ormai quindici anni fa) dichiarò chiaramente incostituzionale e perciò illegittima. Soffermandomi alle sole abitazioni (cat. A) le rendite dovrebbero essere rivalutate del 60% per tutte queste tipologie di immobili, eccettuata la cat. A10 (ossia tra le abitazioni definite di lusso e per le quali è prevista una rivalutazione molto più bassa): un salasso non da poco per le già striminzite casse delle famiglie italiche. Inoltre, questa imposta in tale nuova veste dovrebbe essere “sperimentale” (?) fino al 2014 ed entrare a regime nel 2015; cosa ulteriormente strana, dato che Monti ed i suoi Ministri hanno già una scadenza massima, ossia tra la primavera e l’estate del 2013.

Passando all’articolo “pensioni”, come da copione chi avrà voglia di smettere di lavorare non potrà farlo prima dei 66 anni (in media) per il maschietti e prima dei 62 anni (in media) per le femminucce. Tutti vedranno la loro futura pensione (se la vedranno) calcolata esclusivamente con il metodo contributivo, ma viene anche spontaneo da chiedersi chi mai, tra operai ed impiegati, sarà in grado, da qui ai prossimi 30 anni, di riuscire a raggiungere una pensione che non sia “da fame” o quasi. Altro aspetto peculiare del nodo gordiano pensionistico: la possibilità di non procedere a rivalutazione “inflattiva” pensioni sopra i 936 Euro per i prossimi due anni. Francamente, si tratta di un doppio insulto: da una parte si restringe ulteriormente il potere di acquisto di chi si trova di poco al di spora di tale soglia (con ulteriore restrizione dei consumi e quindi declino delle attività commerciali) e dall’altro si dà un ulteriore potere a tutti i “superpensionati”, nonché titolari di assegni vitalizi a cinque zeri, il cui valore nominale non dovrebbe subire variazioni, contro un evidente aumento del reale potere di acquisto.

Cacio sui maccheroni, la lacrimuccia del Ministro del Welfare, che proprio non ce l’ha fatta a non sentirsi partecipe dell’enorme dolore che sente di condividere con l’esercito dei pensionati e relative famiglie, il cui urlo di disperazione si eleva da ogni parte dello stivale (tipico di un autentico dramma pirandelliano).

Dulcis in fundo, Mario Monti, che con un autentico colpo da maestro ha deciso di sospendersi lo stipendio da Primo Ministro (sforzo enorme, dato che non solo percepisce il vitalizio da senatore a vita, ma anche altri emolumenti di varia natura sotto forma di pensioni maturate e non meglio specificate nel corso della sua ultradecennale carriera di professionista di “altissimo livello”).

Tutte le misure previste nel decreto attendono, ora, di passare al vaglio delle due Camere per l’approvazione e la promulgazione definitiva, per cui è lecito aspettarsi emendamenti e relativi mugugni da parte delle varie forze politiche, la cui influenza sul decreto medesimo sarà tutta da verificare. Prima, però, dovrà passare al vaglio di Porta a Porta.

Concludendo (per ora) anche la Santa Sede si è espressa sul decreto Monti… e non l’ha fatto in maniera positiva.



SECONDA PARTE

Nella giornata del 22 dicembre si è consumato il secondo atto della manovra finanziaria che, sempre secondo le intenzioni del Governo, dovrebbe “salvare” l’Italia.

Prima dell’approvazione definitiva del testo da parte del Senato della Repubblica, che diventerà Legge dopo la firma automatica del Presidente della Repubblica, come già preannunciato nella parte prima le invettive, minacce, insulti e dileggi si sono sprecati.

Infatti, nelle ultime due settimane prima i sindacati, poi le varie forze politiche si sono lanciate in pericolose e pericolanti “dissertazioni” sull’argomento, finendo soltanto per aggiungere danno al danno e beffa alla beffa.

Andiamo per ordine: all’indomani della presentazione del decreto (alla vigilia di San Nicola) i sindacati si sono affrettati a subire l’onta della disfatta sia sul piano sociale, sia politico. La reazione è stata unanime: “il momento è grave”, “dobbiamo fare sacrifici”, “attendiamoci ulteriore incremento della disoccupazione nei prossimi anni” (con Angeletti che quasi se la rideva sopra e sotto i baffi).

Insomma, i sindacati si adeguavano al decreto ed alla visione tecnicistica della cosa pubblica di Super Mario.

Per contro, la politica di palazzo reagiva in maniera contrastante: la Lega si dichiarava totalmente contraria non solo al decreto, ma all’intera compagine governativa, che cercava di contrastare in tutti i modi sia all’interno dei due rami del Parlamento, sia mediaticamente; l’Idv di Di Pietro dava inizialmente la sua fiducia al Governo, ma tra mille mugugni e con un “occhio sempre attento” all’evolvere della situazione; Pd e Pdl si prostavano di fronte al Mario Monti, ammettendo di fatto il fallimento delle rispettive politiche (con il buon Enrico che arrivava persino a pregare il neoeletto Presidente del Consiglio affinchè diventasse il suo fido e zelante scudiero, con tanto di lettera autografa scritta frettolosamente e puntualmente ed impietosamente inquadrata dalle telecamere di turno).

Di lì a presso si consumava il consueto rito davanti alle telecamere del “terzo ramo del Parlamento”, dove il conduttore quasi vestiva i panni del “professore”, davanti allo “scolaro” Monti (che rispondeva speditamente e compiutamente e quasi senza tentennamenti).

Nei giorni seguenti la bozza del decreto veniva via via digerita e cominciavano i mal di pancia prima dei sindacati, poi delle varie forze politiche (con autentiche gastriti croniche da parte di taluni).

Il decreto “salva Italia” piaceva sempre meno, tanto che si è dovuto persino scomodare lo “zio di Bonanni” per dare più forza alle invettive sindacali nei confronti del Governo. Le lacrime del Ministro del Welfare sono state utilizzate con dileggio nei confronti della medesima (e solo da persone appartenenti allo stesso genere, è bene ricordarlo).

La Lega ha rincarato la dose di critiche e l’Idv ha cominciato a paventare il proprio voto contrario nel momento dell’approvazione del decreto; lo stesso Berlusconi ha fatto sentire la sua voce, ma senza particolare convinzione, mentre il Pd ribadiva la sua fiducia incondizionata e quasi religiosa a Monti ed ai suoi Ministri.

La replica del Presidente del Consiglio non tardava ad arrivare: “Se non foste in questa situazione non avreste avuto bisogno di chiamare Noi”, “queste azioni dovevano essere fatte prima, perché non le avete fatte?”.

Ancora una volta, la colpa è degli italiani e dei politici che li rappresentano (come dargli torto?).

Tuttavia, Monti deve cedere ad alcune critiche che provengono da più parti e ricalibrare il decreto, ma senza grossi ripensamenti.

Così, si è arrivati all’approvazione definitiva del testo che, come consuetudine costituzionale, ha prima incassato la fiducia della Camera (402 voti a favore e 75 voti contrari) e poi del Senato (257 voti a favore e 40 contrari). Una larga maggioranza comunque prevista in partenza.

Entriamo ora nel dettaglio del decreto, seguendo da presso il commento già iniziato nella parte prima sulle ricadute immediate verso l’operatore famiglie: ritorno dell’ICI (con un nuovo nome) e nodo pensioni.

Sostanzialmente, il decreto nella sua veste finale conferma l’IMU (Imposta Municipale Propria) e quindi si tornerà a pagare la vecchia ICI su tutti gli immobili di proprietà secondo i termini previsti già nella bozza primigenia: rivalutazione del 5 per cento ai sensi dell’articolo 3, comma 48, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, secondo i seguenti moltiplicatori: 160 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale A e nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, con esclusione della categoria catastale A/10; 140 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale B e nelle categorie catastali C/3, C/4 e C/5; 80 per i fabbricati classificati nella categoria catastale A/10; 60 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale D; 55 per i fabbricati classificati nella categoria catastale C/1.

Si aggiungono anche i terreni agricoli, tassati dopo una rivalutazione del 25% e con un moltiplicatore pari a 120. Vi è traccia anche di riduzioni dell’imposizione per i fabbricati rurali, ma si tratta di poca cosa e davvero circoscritta (l’aliquota è ridotta allo 0,2% per i fabbricati rurali ad uso esclusivamente strumentale).

Perciò, si conferma la potente volontà da parte del Governo di continuare a spremere “sangue dalle rape”, alleviando i rincari per le categorie catastali più elevate (e quindi i più ricchi); infatti, il moltiplicatore per la categoria A/10 è esattamente la metà della restante categoria A.

Passando all’articolo “pensioni”, il decreto conferma il definitivo abbandono del sistema “retributivo” e “misto” per tutte le categorie di lavoratori, a favore del sistema “contributivo” (ovviamente a partire dal 1° gennaio 2012, ribadendo la necessità di mantenere i vecchi “privilegi” pensionistici per chi appartiene ai vecchi sistemi), confermando la soglia di 66 anni per il recepimento della pensione, con l’incremento di 1 anno a decorrere dal 1° gennaio 2018. Ci si potrà ritirare dal lavoro prima di questa soglia di età, ma solo a patto di aver maturato contributi per 42 anni ed 1 mese per i maschietti e 41 e 1 mese per le signore.

Anche in questo caso ci sono talune eccezioni, ma sono al momento trascurabili, anche perché la maggior parte del lavoratori italiani sono oggi molto lontani dal percepimento della pensione (sempre più lontana ed insicura con gli attuali parametri) senza contare altre leggi e decreti vari che potranno modificare la materia in futuro.

Unica nota “positiva”, il tetto dell’indicizzazione delle pensioni, che passa a 1.400 €, per cui al di sotto di tale soglia i pensionati continueranno a vedere adeguati i loro assegni rivalutati in base all’indice ISTAT relativo sia per il 2012, sia per il 2013, mentre chi percepisce pensioni di importo superiore non usufruirà di questo adeguamento.

Così come per l’IMU, anche la “riforma” del sistema pensionistico porta con sé lacrime sudore e sangue, ma solo per i soliti noti.

Questo il quadro delle ricadute immediate per l’operatore famiglie, che non è certo solitario nel quadro del sistema economico nazionale.

Alla prossima puntata le conseguenze per l’operatore imprese. Continuate a seguirci e… Buon Natale?



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