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domenica 12 maggio 2019

CELOMADURISMO E MARXISMO: IL CAMPISMO IN VENEZUELA




Pubblichiamo un botta e risposta tra due compagni vercellesi, Lorenzo Mortara e Alessandro Jacassi, membri, tra le altre cose, del Comitato Antifascista cittadino. Lorenzo aveva postato sui social un articolo del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL): Verso la Guerra Civile in Venezuela? (lo trovate qui, e più sotto alla fine). Alessandro prima lo definiva “mare di cazzate” poi, invitato a specificare, rispondeva con le parole che trovate qui sotto. Subito dopo trovate la replica di Lorenzo, lunga e articolata, che prova a far chiarezza fra due modi sostanzialmente opposti di approcciare la lotta di classe in Venezuela: il “campismo” e il marxismo. 



La critica di Alessandro Jacassi 

Prima di tutto non c’è nessun tradimento o divisione dell’esercito, il tentato golpe è durato poco più di 3 ore e ha coinvolto qualche decina di militari di cui molti ingannati dai loro superiori, nessuna base militare ha disertato passando sotto il giogo imperialista dei Trump e dei Guaidò di turno; l’area interessata dal golpe è stato un ponte e un pezzo di strada limitrofa, Lopez e Guaidò cercano rifugio in ambasciate straniere dopo poche ore… Il popolo di cui ti riempi la bocca è sceso nelle strade difendendo la rivoluzione che per scelta di Chávez è, come la definisci tu, riformista, in quanto consapevoli che altro tipo di rivoluzione avrebbe subito visto una risposta armata yankee. Mi fai sempre un discorso di classe e non capisci neanche che a sostenere Guaidò ci sono solo i padroni e qualche lacchè della borghesia, estrema minoranza bianca, mentre il popolo, la classe a cui tu ti richiami è con Maduro e questo è inconfutabile, lo vede chiunque guardi i video girati nei quartieri popolari, quartieri che prima del riformismo come lo definisci tu, erano baraccopoli senza luce né fognature. Forse dovresti iniziare a viaggiare un po’ in quei paesi invece di stare chiuso solo nella tua stanza a leggere manuali impolverati e vetusti. Ciao Lorenzo se vuoi parlare di Latinoamerica meglio che impari lo spagnolo prima. 

A. J. 



E la replica di Lorenzo Mortara 

Per capire un post di sedicenti marxisti come noi trotskisti, bisogna almeno provare a comprendere, non dico condividere, la prospettiva. Per noi la prospettiva non è il socialismo a parole del XXI secolo (che è il solito vecchio capitalismo del XX secolo, magari un po’ più spostato a sinistra, meno liberista direbbe qualcuno...), ma la lotta di classe spinta fino alla rivoluzione socialista, cioè al reale esproprio dei capitalisti (la grande industria oligopolistica, non il piccolo borghese imprenditore, padrone di piccola bottega o di bar o di altre cose non determinanti) e la trasformazione dell’economia anarchica di mercato, in pianificazione socialista sotto il controllo dei lavoratori, con la speranza che non si burocratizzi tutto nel giro di poco come nell'URSS. Ma la burocratizzazione dell'Urss non è un buon motivo per non riprovarci, tanto più che per noi l’evoluzione o l’involuzione di una rivoluzione dipende nella sostanza dalla vittorie o dalle sconfitte della lotta di classe del proletariato su scala oltretutto internazionale, e non semplicemente da quello che fa o non fa questo o quel dirigente. E le nostre non sono semplici opinioni, sono fatti che possiamo documentare come ampiamente documenteremo con numerosi esempi tratti da quell'arsenale infinito di lezioni, che è la storia della lotta della nostra classe di appartenenza. 

Chi non ha questa prospettiva, difficilmente la può apprezzare o condividere, potrebbe però fare almeno lo sforzo di comprenderla, specialmente se è un compagno. Nella critica all'articolo del PCL, non solo questa prospettiva Jacassi non l’ha intesa, fregandosene bellamente, ma non si capisce nemmeno quale sia la sua, anche se l’esperienza ce la fa intuire al volo. Qual è dunque la sua prospettiva? Dimostrare che non c’è una spaccatura nell'esercito? Sconfiggere Guaidò? Appoggiare Maduro e dimostrare che il popolo sta con lui mentre i marxisti stanno da un’altra parte se non proprio con Guaidò (un classico delle accuse a chi osa criticare il leader di turno)? E va bene, anche ammesso tutto questo, e poi? Che si fa dopo aver sconfitto Guaidò senza prospettiva? Sono prospettive queste, o aspetti parziali e in alcuni casi condivisibili di chi non ha altra prospettiva che vivere alla giornata gli eventi venezuelani? 

mercoledì 7 settembre 2011

NOTE SU CHÁVEZ di L.Mortara


di Lorenzo Mortara


a Jacopo


Un mio lettore chiede delucidazioni in merito a un paragrafo del mio ultimo scritto Della Libia e di altre rivoluzioni. Quel che non gli è chiaro è come Chávez, schieratosi dalla parte di Gheddafi, possa essere al contempo per le masse venezuelane, in Venezuela, e per il capitale venezuelano nel mondo, nella fattispecie in Libia. La contraddizione rilevata dal mio attento lettore, è effettivamente presente nel mio articolo, per la semplice ragione che trattasi proprio di una contraddizione reale e concreta. Provo a spiegarmi meglio, sperando di riuscire a chiarire un po’ di più la questione.

Nel processo rivoluzionario apertosi in Venezuela, Chávez, schierandosi con le masse e spostandosi progressivamente a sinistra, ha finito con l’attirarsi contro l’oligarchia venezuelana. Appoggiato dalle masse, il colonnello bolivariano, ha potuto dare inizio a una stagione non ancora terminata di ridistribuzione del reddito a favore delle masse più sfruttate. E tuttavia, nonostante il continuo richiamo a questo o a quel rivoluzionario del passato, tale processo, ancorché non concluso, si è svolto su basi capitalistiche. L’odio che i capitalisti venezuelani gli hanno subito tributato, è dovuto proprio al fatto che queste basi capitalistiche, sono state per così dire usate “innaturalmente”, cioè anziché a favore della concentrazione della ricchezza, a favore di una ridistribuzione più equa.

Riuscire a ridistribuire completamente la ricchezza rimanendo sul terreno capitalistico è ovviamente impossibile. Far girare al contrario il capitalismo è possibile solo per un po’, dopodiché o gli si dà il colpo di grazia, passando davvero al modo di produzione socialista, oppure quel processo che si è innescato, comincerà a burocratizzarsi e a involversi fino al completo arresto, regresso e fallimento. Qualche segnale dell’inizio di questa fase, già si comincia ad intravedere, già si sente parlare di boliborghesi che approfittano del processo rivoluzionario, tuttavia, a tutt’oggi, ritengo che in Venezuela Chávez giochi ancora un ruolo progressista a favore delle masse.

Se in Venezuela possiamo considerare Chávez un rappresentante delle masse sfruttate, la cosa si complica non appena il colonnello mette il naso fuori dal Venezuela. Se in Venezuela può contare sull’appoggio delle masse, fuori dal suo Paese, non dovendo fondarsi direttamente su di loro, Chávez diventa il rappresentante di tutta la Nazione Venezuelana. Non essendo piantato saldamente sul marxismo, Chávez non si sente il capo della classe operaia venezuelana, ma il rappresentante interclassista dell’intero Paese. È l’oligarchia venezuelana a vederlo come rappresentante delle masse per la sua politica ridistributiva. Purtroppo, la struttura economica capitalista, strappa Chávez alle masse, non appena queste, fuori dal Venezuela, pesando indirettamente sulla politica del colonnello, finiscono per essere subordinate agli accordi diplomatici con questo o quel governo “amico”. Infatti, se in Venezuela Chávez può operare per la ridistribuzione del reddito, fuori, la sua struttura economica capitalistica, lo porta direttamente nell’arena del mercato internazionale, a combattere con le altre nazioni per la conquista di quote di mercato. È in questo senso che vanno intesi tutti gli accordi petroliferi che Chávez ha tentato di fare in questi anni con le altre potenze del greggio. Lo scopo era ritagliare uno spazio maggiore all’economia venezuelana, cambiando i rapporti di forza con le altre potenze internazionali, in primis quelle imperialistiche.

Su basi capitalistiche, in un primo momento, ritagliarsi una quota migliore sui mercati internazionali a scapito delle economie più forti, significa spuntare gli artigli dell’imperialismo. Tuttavia, in una seconda fase, se la propria economia capitalistica non viene rovesciata nel modo di produzione socialista, quella quota strappata all’imperialismo diventa solo il punto di partenza perché a una antica potenza in declino, se ne sostituisca una nuova in ascesa. La Cina, anche se non so se riuscirà nell’impresa, anzi ho forti dubbi, è l’esempio più evidente di un simile processo.

Dunque, su basi capitalistiche, il Venezuela di oggi sotto il giogo dell’imperialismo, è solo il Venezuela imperiale di domani che schiaccerà con la stessa violenza i paesi che oggi lo sovrastano.

Anche se Chávez può ignorare queste cose, tuttavia è in quest’ottica che vanno visti i suoi accordi petroliferi internazionali, perché più della sua buona fede, pesa la struttura economica su cui si appoggia. Quando è scoppiata la rivolta libica, Chávez ha avuto paura che gli interessi del Venezuela potessero essere intaccati. Chávez si è posto sul terreno diplomatico, interclassista. Nella sconfitta di Gheddafi ha visto la messa in discussione dei suoi accordi. Ecco perché si è schierato per Gheddafi, non certo perché sia uno stalinista. Semplicemente, non essendo un marxista, non ha visto il risvolto in termini di classe. Schierandosi dalla parte di Gheddafi, Chávez si è posto di fatto dalla parte del capitale venezuelano. Se si fosse posto interamente dalla parte del proletariato venezuelano, che cosa avrebbe dovuto fare? Dal punto di vista di classe, il compito di Chávez era ed è quello di appoggiare la rivolta libica, facendo al contempo tutto il possibile per minare le mire imperialistiche già presenti nel Cnt di Bengasi. Tagliare i fili capitalistici che legano i suoi accordi a quelli stipulati con Gheddafi. Chávez avrebbe dovuto vedere nel processo rivoluzionario libico, un’accelerazione dello stesso processo venezuelano; incitare i rivoltosi a prendere possesso di tutti pozzi petroliferi libici, senza lasciare una goccia di greggio all’imperialismo, ecco quello che doveva fare. Una presa di posizione di tal genere, da parte di un uomo influente come lui, oltre a contribuire notevolmente al progresso della coscienza dei rivoltosi libici, con conseguente spauracchio e indebolimento della Nato, avrebbe senz’altro scatenato le ire dei petrolieri di casa sua, ovvero delle multinazionali americane con cui sono legate a doppio filo. Appoggiandosi interamente sulle masse venezuelane, però, e gasandole sull’esempio libico, Chávez avrebbe potuto a sua volta spingere avanti il processo rivoluzionario bolivariano, prendendo la palla al balzo per nazionalizzare ancora di più l’economia venezuelana, tagliando sempre di più i fili che la legano ai capitalisti e alle loro pretese. Chávez, insomma, avrebbe posto le basi per i primi accordi socialisti tra la Libia e il Venezuela, dando impulso alla rivoluzione sia nel mondo arabo che nel continente sudamericano. Purtroppo, l’interclassismo da cui ancora non riesce a liberarsi, ha fatto perdere un’occasione a Chávez. Col suo appoggio a Gheddafi, scegliendo il cavallo sbagliato, oltre a rischiare di perdere quote nel mercato globale – e questi sono problemi del capitale venezuelano che non ci interessano – Chávez ha rafforzato la presa della Nato su Bengasi – e questi sono problemi nostri, del proletariato. In ultima analisi la sua presa di posizione a favore di Gheddafi, anziché rafforzare il marxismo, si è risolta per ora in un soccorso al liberalismo.

Ecco tutta la contraddittorietà di Chávez, la contraddittorietà delle rivoluzioni attualmente in corso, dalle Ande all’Africa, al mondo intero.



Stazione dei Celti

Domenica 4 Settembre 2011

Lorenzo Mortara

Delegato Fiom


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