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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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mercoledì 25 settembre 2013

MIRAFIORI: UN ALTRO ANNO DI CASSA INTEGRAZIONE di Lorenzo Mortara





MIRAFIORI: UN ALTRO ANNO DI CASSA INTEGRAZIONE
di Lorenzo Mortara




Marchionne ha promesso un’altra volta di riassumere tutti i 5000 dipendenti di Mirafiori. Per intanto li manterrà in cassa integrazione almeno fino all’inizio del 2015, quando con un miliardo di investimenti produrrà un SUV della Maserati, per quel polo del lusso che dovrebbe finalmente proiettare nel terzo millennio la Fabbrica Italiana Automobili Torino.
Per i suoi giornali, Mirafiori è salva, per Landini un po’ meno, perché non conosce «stabilimenti con 5000 operai che stanno in piedi con un solo SUV. A spanne, almeno la metà non rientrerà al lavoro». Per farli rientrare tutti, ci vorrebbe almeno un altro modello, quello che potrebbe portare l’Alfa Romeo, se solo non fosse implicata nella complicata operazione della fusione di FIAT con Chrysler. Sembra, infatti, che Marchionne, per arrivare a mettere le mani sull’intero pacchetto azionario di Chrysler, abbia mezza intenzione di utilizzare, come merce di scambio, qualche modello dell’Alfa. A dare l’allarme è stata niente meno che la FIM torinese, preoccupata perché «Bob King (leader del sindacato americano UAW, nda) potrebbe essere interessato ad avere più lavoro in cambio di un prezzo migliore per la quota detenuta dal fondo in Chrysler».
Il 41,5% delle azioni che a Fiat mancano per controllare interamente la ditta americana, sono in mano al VEBA, il fondo sanitario del sindacato. Per acquistarle Marchionne dovrebbe sborsare i 5 miliardi di dollari richiesti. Marchionne vorrebbe uno sconto del 20% e pagarne solo 4. È in questa differenza che si gioca la partita della quotazione in borsa di Chrysler. Marchionne per 5 miliardi ha invitato il UAW a comprarsi un biglietto della lotteria, ma è più probabile che messo alle strette, a giocare d’azzardo, alla fine sia proprio lui, scaricando tutto il peso dell’operazione sull’altra metà dei dipendenti di Mirafiori, offrendo il “loro” lavoro agli operai del UAW.
Così, mentre Marchionne continua a ricattare i lavoratori di entrambe le sponde dell’Atlantico, Fiat ha chiuso il secondo trimestre, con un utile tra i 4 e i 4,5 miliardi di euro: +9%. E polarizzando la situazione alla FIAT, con tutti gli utili da un parte e le perdite dall’altra, Marchionne forse non ha più nemmeno bisogno di un polo del lusso per Mirafiori, perché è già riuscito a creare l’unico che conti: il suo.


Se questo è il quadro che si profila all’orizzonte, Mirafiori non è affatto salva, anzi la situazione resta piuttosto critica. Toccherebbe alla Fiom, forte del suo imminente ritorno, per quanto formale, raddrizzare le sorti dei lavoratori. Purtroppo, i piedi della Fiom che varcheranno presto i cancelli della FIAT, non marciano all’unisono con la sua testa. Questa è ferma alle stesse illusioni che l’hanno già messa alla porta tre anni fa. La linea è sempre quella, pretendere un “vero piano industriale” da Marchionne e convocare un tavolo di discussione con le Istituzioni perché, “a conti fatti”, un SUV non basta. Le poche righe sopra esposte, ci mostrano invece che la realtà è un’altra. Non ci sarà mai un vero piano industriale che salvi i profitti di Marchionne e i salari degli operai. Tanto più se ad attuarlo dovessero essere i rappresentanti politici dei padroni. È ai lavoratori che bisogna rivolgersi, se solo la Fiom riuscisse a vederli. Quando riuscirà a scorgerli, la Fiom capirà che a conti fatti anche un SUV può occupare tutta Mirafiori. Basta che anziché strapparsi dalle mani il lavoro, lei e il UAW, si uniscano per dividerselo, dimezzando l’orario a parità di salario. Ecco l’unico piano sindacale che occorre per Mirafiori e per il quale ci batteremo, perché anche la matematica, o è proletaria o è solo un’opinione.      



dal sito RadioFabbrica




lunedì 23 settembre 2013

L'ILLUSIONE DEL "VINCOLO ESTERNO" di Emiliano Brancaccio



L'ILLUSIONE DEL "VINCOLO ESTERNO"
di Emiliano Brancaccio



Intervento al convegno Produzione di lavoro a mezzo di lavoro (CGIL Nazionale, Roma, 19 settembre 2013)


Probabilmente Guido Carli non avrebbe gradito il titolo di questo convegno: “un grande piano del lavoro per uscire dalla crisi”. E’ noto infatti che Carli fu uno dei più accaniti oppositori delle logiche di “piano”; un oppositore tenace, in un’epoca in cui la “pianificazione” andava indubbiamente di moda. Carli tuttavia non somigliava molto ai rozzi propagandisti del nostro tempo. Anzi, egli ammise in più occasioni, in termini più o meno espliciti, che il piano può costituire una modalità di governo dell’economia assolutamente moderna.
Carli in particolare sosteneva che una politica fondata su una legislazione vincolista, sul controllo amministrativo, sull’azione di governo finalizzata alla gestione degli scambi e della produzione, in ultima istanza una politica ispirata da una logica di piano, per essere attuata necessita di uno Stato efficiente, di uno Stato ben strutturato, di uno Stato moderno. Come per esempio egli riteneva che fosse l’apparato statale francese. Al contrario, per Carli, una politica liberista, di completa liberalizzazione dei mercati, costituisce l’unica soluzione possibile per gli apparati statali inefficienti, antiquati, disastrati. Come egli riteneva essere lo Stato italiano [1]. Dunque, potremmo dire: il piano come possibilità dei moderni. E il liberismo come necessità degli antiquati.
La tesi di Carli in Italia è stata pervasiva. Una logica di piano, o anche solo una logica di politica economica che vagamente evocasse il piano, in Italia è stata quasi sempre messa ai margini del discorso politico con argomentazioni simili a quelle di Carli: si è ritenuto cioè che il nostro Stato fosse troppo inefficiente, e che dunque persino il più blando dei piani da noi non avrebbe mai funzionato.
Il fatto che in Italia vi sia stata tutta questa sfiducia nella possibilità di mettere realmente in funzione la macchina dello stato, il fatto che sia maturato una sorta di tabù verso qualsiasi ipotesi che potesse rafforzare lo Stato, che potesse anche solo lontanamente evocare una logica di piano, questo fatto ha generato un vuoto. Un vuoto che è stato colmato da una serie di pie illusioni.
Una tipica illusione di successo è stata la grande fiducia nel cosiddetto “vincolo esterno”. Si tratta di una espressione guarda caso ancora una volta di Carli, che è stata poi declinata in termini talvolta raffinati, talvolta estremamente rozzi, da vari protagonisti della vita istituzionale e politica italiana. Protagonisti al governo del paese, così come ai vertici di Bankitalia. I fautori del vincolo esterno ci dicevano in buona sostanza che i vincoli imposti dall’Europa sul governo della moneta, sui bilanci pubblici, sui tassi di cambio, eccetera, avrebbero miracolosamente trasformato i piccoli ranocchi del frammentato stagno capitalistico italiano in algidi principi della modernità, in vere e proprie avanguardie del capitalismo moderno. Insomma, modernizzare il capitalismo italiano, renderlo più centralizzato e quindi più forte: alcuni padri della patria si sono sinceramente illusi che il vincolo esterno potesse fare tutto questo.
Oggi possiamo affermare che non è andata esattamente così. Anzi, per certi versi la dinamica del capitalismo italiano è andata in direzione esattamente opposta. I piccoli proprietari, i ranocchi, anziché evolvere, anziché diventare principi, si sono in realtà difesi dal vincolo esterno rafforzando un blocco sociale fautore delle prebende dello Stato, del lassismo in campo fiscale e contributivo, della precarizzazione del lavoro. In chiave più strettamente politica, potremmo affermare che la resistenza, la virulenza del blocco sociale berlusconiano – che naturalmente sopravviverà a Berlusconi – è esattamente il prodotto del fallimento dell’ideologia del vincolo esterno.
Eppure, il palesato fallimento dell’ideologia del vincolo esterno non ci sta affatto portando a discutere della necessità di superare i vecchi tabù e di riprendere il tema della modernizzazione e del rafforzamento dell’apparato dello stato ai fini dell’avvio di una seria politica industriale, di programmazione, di una pur accennata logica di piano. Non sta avvenendo nulla di tutto questo. Piuttosto, in Italia rischiamo di passare dalla illusione del vincolo esterno a una illusione esattamente speculare: quella secondo cui il ritorno ai cambi flessibili costituirà la panacea di tutti i nostri mali. In fin dei conti è sempre il vecchio liberismo secondo Carli: una idea disincantata di liberismo come necessità degli antiquati, come unica chance per il nostro capitalismo un po’ straccione, e per il nostro Stato disastrato. Solo che ora si tratta di un liberismo speculare, che alla ideologia del vincolo esterno potrebbe sostituire l’ideologia del cambio flessibile. Del resto, che la tesi del cambio flessibile sia destinata a recuperare gli antichi fasti, che sembri destinata ad avere rinnovato successo politico nel nostro paese, lo si deve a un motivo in fondo semplice: l’attuale assetto della zona euro resta tuttora tecnicamente insostenibile.
Dunque, anche per cercare di uscire da questa diatriba tra illusioni speculari, per cercare di smarcare il discorso politico da questo liberismo duale, un po’ maniacale, oserei dire un po’ italiota, io credo sia positivo che la CGIL, la principale organizzazione sindacale del paese, si faccia carico di recuperare un discorso sul “piano”. Sul “piano del lavoro” [2].
Questa idea, di modernità di una logica di “piano” – sia pure, beninteso, un piano morigerato, tra molte virgolette – questa idea rappresenta io credo una opportunità per cercare di produrre un avanzamento dialettico rispetto a una discussione che altrimenti rischia di rimanere totalmente prigioniera delle illusioni speculari del vincolo esterno da un lato e del cambio flessibile dall’altro.
Ovviamente, qualsiasi discorso che possa anche solo vagamente accennare a una logica di piano, o quanto meno a una logica che miri alla messa in funzionamento dell’amministrazione dello stato per fini di politica economica, qualsiasi discorso del genere non può prescindere dai legami con l’assetto macroeconomico [3]. Sotto questo aspetto io vedo due rischi.
Uno è quello di pretendere di restare nei vincoli dati. Illustri colleghi hanno suggerito negli ultimi tempi linee di indirizzo di politica economica che in quanto tali sono senz’altro innovative, modernizzatrici, ma che pretendono di dispiegarsi nell’ambito angusto e mortifero dei vincoli di bilancio del Fiscal Compact. Ecco, io mi permetto di nutrire un certo scetticismo nei confronti di queste pretese, e in generale di qualsiasi tentativo di modernizzare il capitalismo italiano entro quei vincoli. Questo modo di ragionare rischia in realtà di affossare qualsiasi tentativo di superamento della dicotomia liberista tra l’illusione del vincolo esterno e l’illusione del cambio flessibile.
C’è tuttavia anche un altro rischio. E’ il rischio di trascurare dei vincoli che esistono di fatto, e che possono piombarci addosso da un momento all’altro. In tal caso non mi riferisco tanto al vincolo di bilancio pubblico. Mi riferisco piuttosto al vincolo della bilancia delle partite correnti. A questo proposito mi pare di rilevare che le stime del CER relative all’applicazione del piano del lavoro della CGIL segnalino almeno nel breve periodo un’impennata del disavanzo verso l’estero [4]. Ecco, questo mi sembra un problema. Nell’attuale assetto dell’eurozona, qualsiasi eventuale impennata del disavanzo verso l’estero, anche se solo temporanea, potrebbe creare grande instabilità. Si capisce allora che il piano del lavoro della CGIL, per essere credibile, deve essere affiancato a un chiarimento sull’eurozona, sul nostro ruolo in Europa.
A questo riguardo leggo, sempre nel piano, che la CGIL avanza alcune proposte di riforma della politica monetaria europea. Sono proposte senz’altro ragionevoli, che si aggiungono alle molte altre discusse in varie sedi in questi anni. Io credo tuttavia che il principale sindacato italiano dovrebbe forse soffermarsi in primo luogo su quelle criticità della zona euro che più direttamente si ricollegano al tema della contrattazione. Per esempio, sarebbe opportuno rimarcare il fatto che tra il 2000 e il 2010 in Germania la crescita dei salari nominali è stata di 15 punti percentuali inferiore rispetto alla crescita salariale media dell’eurozona. La Germania, insomma, ha attivato una feroce competizione al ribasso sui salari relativi. Questo è stato senza dubbio uno dei fattori chiave della crescita degli squilibri nei conti esteri intra-europei, e costituisce probabilmente uno dei fattori che potrebbe condurre alla distruzione della zona euro. In questi anni sono state avanzate varie proposte per cercare di affrontare questo problema. Tra di esse c’è lo “standard retributivo europeo” [5], che è stato inserito in vari manifesti politici e che la stessa CGIL ha fatto proprio in una recente audizione al CNEL. Ad ogni modo, la scelta della specifica modalità tecnica di risoluzione del problema non è il punto essenziale. L’importante, io credo, è che il sindacato affronti a viso aperto il nodo che più direttamente lo coinvolge: la contrattazione salariale è uno dei fattori chiave della crisi dell’unione monetaria europea.
Infine, sempre allo scopo di tenere ben saldo il legame tra piano del lavoro e quadro macroeconomico, occorre tener presente che ognuna delle proposte di riforma avanzate, siano esse nel campo della politica monetaria o della contrattazione salariale, oggi non trovano alcuno spazio politico per essere sviluppate. La Germania si oppone alle riforme, e vi si opporrà anche nel prossimo futuro, temo. Ciò significa che la zona euro continuerà a muoversi lungo un sentiero insostenibile. Per questo motivo credo sia bene tenere a mente che, in caso di deflagrazione dell’Unione, esistono modalità alternative di affrontarla. Adoperando espressioni che ultimamente sembrano infastidire alcuni apologeti di un ingenuo interclassismo ma che restano oggettivamente valide ed efficacemente sintetiche, potremmo dire che esistono modi “di destra” e modi “di sinistra” di gestire una uscita dall’euro. Ma di questo, credo, avremo modo di riparlare.

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NOTE:
[1] Carli, G. (1996). Cinquant’anni di vita italiana. Laterza, Roma-Bari.
[2] CGIL (2013). Il piano del lavoro. Conferenza di programma, 25-26 gennaio.
[3] Gruppo di lavoro del CER (2013). Simulazioni di impatto di politiche fiscali alternative, in Pennacchi, L. (a cura di). Tra crisi e “grande trasformazione”. Libro bianco per il Piano del lavoro 2013, Ediesse (p. 602).
[4] Brancaccio, E., Passarella, M. (2012). L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa. Il Saggiatore, Milano.
[5] Brancaccio, E. (2012). Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a ‘European wage standard’, International Journal of Political Economy, 2.


21 settembre 2013





domenica 22 settembre 2013

UN IMPORTANTE WEEK-END D'AUTUNNO di Renato Costanzo Gatti



UN IMPORTANTE WEEK-END D'AUTUNNO

di Renato Costanzo Gatti



Questo primo week-end d’autunno sarà molto importante per l’Italia, la Germania e l’Europa. Nel movimento magmatico, nella guerra di posizione, della politica italiana, con alcuni accenni di guerra di movimento, si fisseranno in questo fine settimana dei paletti che condizioneranno il nostro futuro.
Primeggiano, necessariamente, le elezioni in Germania dove, con grande probabilità, soggetta a clamorosa smentita, si verificheranno due cose essenziali: un governo di Grosse Koalitione e l’entrata in parlamento del partito antieuropeo dell’alleanza per la Germania AfD. Il primo elemento, la Grosse coalizione, necessitata dall’esito del voto, potrebbe fornirci molti motivi di riflessione per la situazione italiana. Il tema è come stare in un “strana maggioranza”, come individuare, in una teoria dei giochi politici, il minimax ovvero il massimo possibilmente ottenibile con il minimo di resistenza dell’alleato (notare che io penso al condizionamento dell’SPD sulla CDU ma il ragionamento vale specularmene nell’inversione dei soggetti). A mio parere la linea da seguire è quella di fissarsi due o tre punti fondamentali, riformistici in senso socialdemocratico, e cercare di imporre con il ragionamento e con la convinzione tali punti tra quelli programmatici del governo. In Germania penso che sia fondamentale, ai fini di una politica europea, che l’SPD, invece di assecondare (opportunisticamente) il senso comune di una Germania virtuosa che bacchetta e penalizza i paesi cicala, si faccia portavoce di una visione dell’Europa in cui la politica export-led della Germania gode di un ingiusto vantaggio nei confronti dei paesi europei altri, vantaggio che tuttavia rischia, a poco a poco, di trasformarsi in un fattore di crisi, per la Germania stessa. In fondo si tratta di leggere le pagine di Keynes in cui si legge che l’esportatore cronico deve cercare di uscire da tale situazione per evitare futuri guai (l’insolvenza degli importatori cronici) e questo non è un atteggiamento umanitario da “crocerossina” ma di lungimiranza politica. Uscire dal luogo comune di una Germania formica e di paesi PIIGS cicale, per assurgere ad una visione unitaria dell’Europa è un onere storico cui la Germania, oggettivo leader economico e politico dell’unione, non può sottrarsi. Esempio di miopia tedesca sono i mini-jobs (lavori da 450 € al mese) che fanno decadere dal reddito minimo garantito, che non sono tassati in capo al lavoratore e costano pochissimo all’imprenditore, e che rappresentano ben 8.200.000 lavoratori tedeschi abbassando il livello di disoccupazione. Ebbene tale sistema sta creando passività occulte che si evidenzieranno al momento in cui quei lavoratori andranno in pensione e, in mancanza di copertura assicurativa, dovranno ricorrere alla pensione sociale a carico della fiscalità. 

sabato 21 settembre 2013

UN COMMENTO DI EMILIANO BRANCACCIO ALL’ULTIMO RAPPORTO OCSE





UN COMMENTO DI EMILIANO BRANCACCIO ALL’ULTIMO RAPPORTO OCSE
“L’Italia soffre di un antico innamoramento verso l’ideologia del ‘piccolo è bello’, che ha favorito un capitalismo frammentato, fatto di piccoli e piccolissimi proprietari, che in media è stato caratterizzato da scarsa innovazione, e che salvo eccezioni ha potuto restare competitivo a colpi di evasione fiscale e contributiva, bassi salari e precarizzazione del lavoro” – è la premessa che fa Emiliano Brancaccio, ricercatore e docente di Economia politica all’Università del Sannio. “
Detto questo, però, è bene chiarire che l’ultimo rapporto OCSE fornisce previsioni limitate a pochi paesi. Guardando a più ampio raggio, si può notare che l’Italia non è certo l’unico paese che chiuderà il 2013 in una situazione di crescita negativa. La stessa OCSE, pochi mesi fa, ha previsto per fine anno un calo della produzione in tutti i paesi del Sud della zona euro. 
In sostanza,” – prosegue – “i paesi che oggi scontano una recessione più intensa e prolungata sono quelli che a partire dal 2009 sono stati sottoposti alle ricette di austerity più pesanti. Le previsioni sul Pil sembrano dunque smentire gli apologeti della cosiddetta ‘austerità espansiva’, secondo i quali le politiche di tagli alla spesa e aumento delle tasse avrebbero ripristinato la fiducia dei mercati e favorito la ripresa”.


Il Mattino, 4 settembre 2013


giovedì 19 settembre 2013

A SCUOLA DALL’E.Z.L.N. (Viaggio nelle comunità zapatiste) di Jacopo Custodi





A SCUOLA DALL’E.Z.L.N.
Viaggio nelle comunità zapatiste 

di Jacopo Custodi


E’ stato un privilegio assistere come alunno al corso di primo livello La libertad según l@s zapatistas che si è svolto in Chiapas (Messico) in vari territori controllati dai governi autonomi zapatisti dal 12 al 17 agosto. Per partecipare era necessario un invito, che ho potuto ricevere tramate il Comitato “Maribel” di Bergamo, da anni impegnato in una solidarietà attiva con la lotta zapatista e da cui arrivano tutte le traduzioni in italiano dei comunicati.

Verso San Cristóbal de Las Casas

Dopo un lungo viaggio aereo passando per Francoforte e Dallas arrivo finalmente a Cancún e mi ritrovo subito immerso nella realtà messicana. Non avevo mai visto differenze di classe così evidenti e territorialmente delineate: si passa dagli sfarzi della costa di Cancún, con i suoi enormi Hotel lussuosi fino all’estremo, alle fatiscenti baraccopoli di periferia e ai tradizionali villaggi contadini delle campagne, che mi tengono a lungo affacciato al finestrino del bus Cancún – San Cristóbal, durante il viaggio di 19 ore.

Al CIDECI


Il mio incontro con gli zapatisti inizia al CIDECI (Centro Indigena de CapacitaciònIntegral), anche chiamato Università della Terra, situato nella periferia di San Cristóbal. Qui finalizziamo la nostra iscrizione e riceviamo i quattro libri del corso: Governo Autonomo I, Governo Autonomo II, Resistenza Autonoma e Partecipazione delle Donne al Governo Autonomo. * Siamo circa 1700 studenti provenienti da ogni parte del mondo, anche se la maggior parte sono Messicani. Nonostante sia la prima volta che gli zapatisti organizzano una scuola (si poteva vedere benissimo come loro fossero emozionati quanto noi) l’organizzazione è eccellente. Veniamo suddivisi tra i cinque Caracoles, i centri delle provincie zapatiste. Lì risiedono le Giunte di Buon Governo, probabilmente la forma di autogestione più radicale che si conosca oggi nel mondo. Ogni provincia è poi suddivisa in vari Municipi Autonomi Ribelli, a loro volta composti da numerose comunità. Mi viene assegnato il Caracol III La Garrucha e da questo momento vengo separato dai compagni italiani con cui avevo condiviso la prima parte del viaggio. 

lunedì 16 settembre 2013

I GIOVANI, LA POLITICA E LA SINISTRA di Maurizio Zaffarano




I GIOVANI, LA POLITICA E LA SINISTRA
di Maurizio Zaffarano



Ogni volta che si ha l'occasione di partecipare a qualche assemblea rifondativa della Sinistra (non so cosa succede dalle altre parti politiche ma immagino avvenga qualcosa di molto simile) sembra di ritrovarsi ad un raduno di un'associazione di Combattenti e Reduci di una guerra lontana nel tempo. In assoluta maggioranza si ritrovano vecchi dirigenti politici, vecchi militanti, vecchi professori, vecchi giornalisti – che non vanno certo derisi per questa indomabile fiducia nella possibilità del cambiamento ma anzi, purché senza secondi fini, assolutamente apprezzati – e di giovani solo l'impalpabile presenza. E quando ci si lascia prendere dall'entusiasmo nel ritrovarsi in sale affollate bisognerebbe sempre aver presente che per raggiungere una partecipazione di gran lunga superiore basta trovarsi non dico ad una importante manifestazione sportiva o musicale ma semplicemente ad un evento con qualche personaggio televisivo di quart'ordine, che sò un tronista o un concorrente del Grande Fratello, o che coinvolga qualche personaggio minore del campionato di calcio.
La realtà è che in un quadro socio-politico-culturale italiano dominato (e non solo da vent'anni!) dall'egoismo, dall'individualismo, dal familismo, dall'opportunismo, l'idea che la partecipazione attiva alla politica – per di più screditata da personaggi inqualificabili e resa subalterna al volere delle grandi oligarchie economico-finanziarie – consenta di perseguire il bene comune e sia mezzo per cambiare la vita concreta di ognuno è cosa sempre più rara in particolare tra i giovani (e al più quando esistono attenzione e interesse per la politica questi vengono dirottati e depistati verso una rappresentazione della politica come spettacolino televisivo in stile wrestling).
E non mi sembra che si stia facendo abbastanza per invertire questa tendenza anche a sinistra che pure della partecipazione attiva dei cittadini ha bisogno come un pesce dell'acqua.
Ora se si prova a scomporre la struttura di una costruzione politica si possono individuare, a mio avviso, almeno cinque elementi costitutivi fondamentali:

domenica 15 settembre 2013

APRITI SEL ! di Barbara Auleta, Stefano Ciccone, Enzo Mastrobuoni e Carolina Zincone




APRITI SEL !
 di Barbara Auleta, Stefano Ciccone, Enzo Mastrobuoni e Carolina Zincone


Apriti SEL ! 

È necessario avviare una discussione vera e trasparente per affrontare la nuova fase politica senza equivoci o ipocrisie. 
Crediamo anche sia necessario aprirci sin da ora, prima del congresso, per contribuire a costruire una sinistra molto più grande di noi, capace di pensare il cambiamento e di cimentarsi con la sfida del governo. 
L’esito e la qualità del nostro congresso non dipendono solo dalla nostra discussione ma da quello che sapremo costruire dentro e fuori di noi. Dobbiamo recuperare un impegno nei movimenti, nelle lotte sindacali, nelle esperienze associative che producono nuova politica, nuovi saperi, nuova socialità. 
Ma per farlo dobbiamo innanzitutto cambiare pelle, liberare la nostra discussione, aprire i nostri spazi di partecipazione, liberarci dei notabilati, vincere una cultura che “militarizza” il confronto e il conflitto politico.
Abbiamo bisogno di discutere liberamente, senza insofferenze infastidite per le critiche, senza difese conservatrici del proprio operato incapaci di ascoltare e riconoscere il disagio.
Non è più possibile tenere distinte le forme di partecipazione dalla qualità e credibilità della proposta politica. Dalla capacità di SEL di affrontare questo nodo dipende la sua credibilità, la possibilità di svolgere un ruolo autonomo e al tempo stesso unitario, di raccogliere domande e intelligenze, di interloquire con ciò che si muove nella società, di aumentare la sua capacità di elaborazione aprendo gli spazi di partecipazione. 
La nostra difficoltà si intreccia con una riflessione più generale che riguarda la crisi dei partiti e della democrazia. Non basta rifiutare l’antipolitica, nella speranza di esorcizzarla, bisogna cambiare la politica, a cominciare da noi. 

giovedì 12 settembre 2013

Assemblea fondativa di Sinistra Anticapitalista



Il 20 settembre si apre l'Assemblea fondativa  seminariale di "Sinistra Anticapitalista" a cui è stata invitata la Redazione di Bandiera Rossa In Movimento.
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DALLA CLASSE LAVORATRICE E DAI MOVIMENTI SOCIALI UN PROGETTO RIVOLUZIONARIO E LIBERTARIO PER IL SOCIALISMO

Testo base per l’Assemblea fondativa seminariale di Sinistra Anticapitalista (Chianciano 20-22 settembre 2013)

di Adriano Alessandria, Daniela Amato, Sergio Bellavita, Federica Bizzarrini, Antonella Bruschi, Fabrizio Burattini, Chiara Carratù, Luigino Ciotti, Eliana Como, Sauro Di Giovanbattista, Ildo Fusani, Francesco Locantore, Aurelio Macciò, Francesco Maresca, Margherita Matteo, Armando Morgia, Antonio Moscato, Gippò Mukendi Ngandu, Marco Nicolai, Umberto Oreste, Roberto Rossetti, Nando Simeone, Aljosha Stramazzo, Franca Treccarichi, Franco Turigliatto, Igor Zecchini

martedì 10 settembre 2013

DALL'INIZIATIVA DI LANDINI E RODOTA' PER LA COSTITUZIONE NON NASCERA' (ALMENO PER ORA) LA NUOVA SINISTRA di Maurizio Zaffarano



DALL'INIZIATIVA DI LANDINI E RODOTA' PER LA COSTITUZIONE NON NASCERA' (ALMENO PER ORA) LA NUOVA SINISTRA
di Maurizio Zaffarano



Provo a dare il mio personale e opinabilissimo giudizio sull'assemblea dell'8 settembre promossa da Maurizio Landini e Stefano Rodotà per lanciare il movimento in difesa della Costituzione.
Rispetto alle incertezze sulla natura dell'iniziativa (determinate in parte dalle speranze del popolo della sinistra, in parte da una certa ambiguità con cui i promotori hanno presentato l'assemblea parlando di un non ben definito 'spazio politico') e cioè se questa fosse finalizzata anche alla nascita di un nuovo soggetto politico, soprattutto Stefano Rodotà è stato chiarissimo: ciò che si vuole costruire è un movimento di opinione e della società civile per richiedere alla politica (dunque ad altri soggetti che sono quelli oggi esistenti: il PD, SEL, il centrosinistra, i 5 Stelle) il rispetto e l'attuazione della Costituzione. In futuro si vedrà e qualora vengano disattese le richieste di chi non accetta che la Costituzione venga calpestata da un ceto politico screditato si potrà pensare a qualcosa di diverso.
“Vanno ricostruiti i canali della partecipazione perché, se da 20 anni abbiamo Berlusconi, non è colpa sua, ma degli altri. Però la soluzione non sta nella creazione dell’ennesimo partito: noi non vogliamo ricreare la sinistra e noi non siamo contro qualcuno. Piuttosto vogliamo essere uno strumento di pressione sui partiti. Chi vuole può agire con noi, ma questo è il momento della responsabilità, non dell’appartenenza”.
Io credo che gran parte del popolo della sinistra, ed io tra questi, avrebbe voluto invece che questo evento fosse il punto di partenza di un progetto di rifondazione della sinistra.
Nella sale affollate dell'assemblea (più o meno come quelle di Cambiare Si Può e come in quella occasione quasi esclusivamente da ultracinquantenni) ho riconosciuto - oltre a tanti giornalisti 'impegnati', deputati e dirigenti di partito in pensione, persino qualche deputato del PD - molti dei personaggi che avevano partecipato al fallito tentativo di costruire una lista unitaria di sinistra radicale alle ultime elezioni: Antonio Ingroia, Giulietto Chiesa, Paolo Ferrero, Alfonso Gianni, Guido Viale.
E questo mi sembra un chiaro sintomo di quella che era l'aspettativa generale confermata peraltro dallo stesso Rodotà all'inizio del suo intervento lamentando il grande numero di messaggi ricevuti (alcuni addirittura 'minacciosi') che richiedevano un impegno politico diretto.
Non ho trovato peraltro nei commenti dei partecipanti all'assemblea disponibili in rete dichiarazioni di delusione o critiche: forse perché Landini e Rodotà appaiono delle icone intoccabili nel campo della sinistra o forse perché qualcuno si aspetta di poter sfruttare comunque il 'treno' del movimento in difesa della Costituzione per poter riguadagnare in futuro qualche consenso elettorale in più.
Non dobbiamo farci prendere dalla fretta ha affermato Rodotà, forse dimenticando che quei 9 milioni di cittadini in 'disagio' per il lavoro, i suicidi per la crisi, la povertà crescente, la crisi economica, lo smantellamento del welfare e la liquidazione dell'intervento pubblico in economia, la guerra incombente, la repressione violenta e le minacce nei confronti di chi manifesta il dissenso richiedano invece di fare presto nel costruire un'Alternativa politica e quali siano le forze che effettivamente minacciano e non applicano la Costituzione stessa. 
O forse è giusto mantenere distinti i due piani. E' vero la Costituzione dovrebbe essere di tutti e non coincidere con uno schieramento di parte ma è altrettanto vero che oggi perché i diritti e i principi in essa affermati non si riducano a mere enunciazioni teoriche si deve essere partigiani.
Per la rifondazione della Sinistra, per non morire piddemocristiani o berlusconiani, serviranno altre iniziative e altre occasioni.



lunedì 9 settembre 2013

15 SETTEMBRE: CHI HA (PIU’) TORTO FRA MTL E PRO PATRIA? di Norberto Fragiacomo




15 SETTEMBRE: CHI HA (PIU’) TORTO FRA MTL E PRO PATRIA?
di
Norberto Fragiacomo


Il 15 settembre prossimo è annunciato, a Trieste, un derby sui generis che, se non richiamerà una folla paragonabile a quella che quattro decenni orsono riempì il Grezar, promette comunque di far riassaporare alla città un rigurgito di anni ’70.
Trieste Libera-Pro Patria: sembra davvero un match di quarta serie, ma l’ironia – anche se lecita – giova a poco. Due cortei attraverseranno il centro, in orari diversi: l’augurio è che non ci siano provocazioni né scontri, anche perché gli organizzatori di evento e contro-evento sono in feroce disaccordo su passato, presente e futuro – in pratica, su tutto, e in tempi di esasperazione generale un’invisibile scintilla può far divampare paurosi incendi.
Il movimento guidato da Roberto Giurastante – più un cavaliere errante che un Masaniello – capitalizza, a parer mio, la disperata domanda popolare di proposte e soluzioni alla crisi. Quella di Trieste Libera è semplice e accattivante: rifacciamo il TLT, attualmente “in sonno”, e nel frattempo, se possibile, chiediamo che l’amministrazione del nostro territorio sia affidata all’Austria felix.

sabato 7 settembre 2013

UN’AGENDA DA NON SCORDARE di Norberto Fragiacomo




UN’AGENDA DA NON SCORDARE 
Nel suo ultimo libro Ugo Pierri ci racconta una Trieste più tetra che allegra 
di Norberto Fragiacomo



Il titolo sembra figlio (o figliastro) dei nostri tempi sciagurati, ma “L’agenda” che tengo fra le mani ha poco in comune con quella funesta del professor Monti, se non altro per il fatto che, anziché dell’elite padronale, raccoglie le confidenze di lavoratori, di pensionati, degli ultimi - quasi tutti comunisti, tra parentesi. Non è comunque un documento politico: è “solo” un libro di racconti, quello scritto e illustrato dal concittadino Ugo Pierri, ma le sue 102 pagine sono dense di riflessione, umanità, rabbia e speranza – e anche questa, in fondo, è Politica. Dell’autore posso dirvi poco più di quel che leggo in seconda di copertina: è nato a Trieste nel ’37, e in città lavora, dipinge, compone versi e sforna “racconti tetrallegri”. Penso di averlo incrociato una volta per strada, ad una manifestazione “contro”, ma mai ho avuto occasione di scambiare quattro chiacchiere con lui. Ricordo certi suoi salaci epigrammi sulle Segnalazioni de Il Piccolo, e questo è quanto.

mercoledì 4 settembre 2013

UN GOVERNO LETTA PER UN POPOLO DI LATTA (PATRIOTI O MORTI)





È stata appena risolta, almeno temporaneamente la diatriba sull’IMU, che già le polemiche e gli scaricabarili si susseguono con ininterrotte litanie di rimpallo­­ di responsabilità inerenti al fatto che quello che viene definito dal centrosinistra “cedimento a Berlusconi” è solo un cappio che maschera altre tasse perché i soldi mancano e li si dovrà trovare con altre gabelle.

martedì 3 settembre 2013

Appunti sulla natura sociale dell'Urss, di Riccardo Achilli



Riccardo Achilli

Il punto di vista trotzkista

E' davvero difficile dire qualcosa di nuovo circa la natura sociale dell'Urss, stante il livello di approfondimento cui il tema è stato sottoposto, e discusso, per tanti anni. La tesi sul tavolo sono note. Per Trotsky, le deviazioni dell'Urss dal cammino rivoluzionario evidenziate sin dagli ultimi anni della guerra civile (in realtà sin dal 1918: “nelle regioni più o meno controllate dai bolscevichi, nell'estate del 1918 scoppiarono circa 140 rivolte e insurrezioni di ampia portata. Le più frequenti riguardavano comunità di villaggio che si opponevano alle requisizioni condotte con brutalità dalle squadre di vettovagliamento, alle limitazioni imposte al commercio privato, alle nuove campagne di reclutamento dell'Armata rossa. Folle di contadini inferociti convergevano sulla città più vicina, assediavano il soviet locale, a volte cercavano di incendiarlo. Quasi immancabilmente gli incidenti degeneravano: le truppe, le milizie incaricate di mantenere l'ordine e - sempre più spesso - i reparti cekisti non esitavano a sparare sui manifestanti1”) e divenute strutturali con l'avvento dello stalinismo, l'Urss era diventato uno “Stato operaio degenerato” dall'ipertrofica crescita della burocrazia di Stato.
Tale analisi non risale però a Trotsky, ma all'ultimo Lenin: già nel 1921, questi afferma infatti che “Ho dichiarato che il nostro Stato in realtà non è uno Stato operaio, è uno Stato operaio e contadino. Leggendo i verbali della discussione, ora mi accorgo di aver avuto torto, avrei dovuto dire: Lo Stato operaio è un'astrazione. In realtà noi abbiamo uno Stato operaio con le seguenti caratteristiche: sono i contadini e non i lavoratori a predominare nella popolazione, è uno Stato operaio con deformazioni burocratiche." Secondo tale impostazione, come è noto, un simile Stato ha un'economia pianificata burocraticamente, grazie alla nazionalizzazione di gran parte dei mezzi di produzione, espropriati alla borghesia, che quindi, in larga misura, cessa di esistere come “classe in sè”, caratterizzata cioè da un oggettivo posizionamento rispetto alla proprietà dei mezzi di produzione ed al modo di produzione. Tale Stato, però, non socializzando i mezzi di produzione, non si dota della democrazia proletaria necessaria ad un sistema pienamente socialista. Di conseguenza si forma una burocrazia dirigente ed improduttiva, che sostituisce la vecchia borghesia nello sfruttamento dei lavoratori. Qual'è la natura di classe di questa burocrazia? Su questo aspetto, Trotzky ha lungamente esitato a chiamarla classe sociale. Nel suo libro “La Rivoluzione Tradita”, anche per difendere la natura essenzialmente operaia, anche se degenerata, dell'Urss, ritiene che la burocrazia sia una sorta di escrescenza patologica della classe operaia al potere dopo la Rivoluzione. Nello specifico, la denomina “strato”: “uno strato privilegiato e dirigente nel pieno senso di questa parola (...) non svolge alcuna attività produttiva ma dirige, comanda, gestisce, grazia e punisce”. Secondo Trotzky, non ha natura di classe perché: 1) è improduttiva e 2) non è proprietaria direttamente dei mezzi di produzione (quindi non può essere assimilata alla componente “rentière” della borghesia, ad esempio).

domenica 1 settembre 2013

Firma l'Appello di Bandiera Rossa !


SINISTRA UNITA ? FACCIAMO PRESTO !

Sono più di 100 i militanti della Sinistra di Classe 

che hanno firmato l'appello !

Compagna, compagno , 

Firma anche Tu l'Appello di Bandiera Rossa !



QUI

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