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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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domenica 27 novembre 2011

Il lupo capitalista dietro l'agnello riformista: gli indicatori del benessere sociale e la nuova economia del benessere, di Riccardo Achilli




Premessa


La nuova frontiera della statistica economica sembra sempre più spostarsi sull'elaborazione di innumerevoli, e fantasiosi, indici del benessere sociale, che dovrebbero, nella mente di chi li elabora, andare a sostituire le misure della crescita basate sul PIL, in nome di un concetto di “sviluppo” più ampio, che accanto (o addirittura in sostituzione) della crescita della ricchezza produttiva netta (che è poi essenzialmente la base della misura del PIL) tenga conto delle ricadute sociali, ambientali, culturali, di qualità della vita, ecc. del modello di sviluppo stesso.

Tali sforzi di costruire indici del benessere sono addirittura diventati una priorità europea, nel momento in cui Sarkozy, nel 2008, insediò una commissione per “la misurazione della performance economica e del progresso sociale”, composta dai tre più illustri economisti del benessere viventi, ovvero l'indiano Amartya Sen, il francese Jean Paul Fitoussi e l'americano Joseph Stiglitz (primo campanello di allarme per i marxisti e per la sinistra in generale: tale commissione viene proposta da un leader di destra, da una specie di napoleoncino da strapazzo, certamente privo di qualsiasi aspirazione progressista, come Sarkozy). Tale commissione, a fine 2008, ha elaborato un rapporto, acquisito dalla Commissione Europea e da Eurostat come base teorica per la revisione del concetto stesso di contabilità nazionale, la cui finalità è quella di:


1) identificare i limiti del PIL come misura della performance economica e del progresso sociale, ivi compresi i classici problemi di misurazione statistica del PIL, anche nell'ambito ristretto della sua finalità di mera misurazione della variazione della produzione al netto delle materie prime, dei semilavorati e dei servizi alla produzione interamente consumati nel processo produttivo (quindi come indicatore di misura delle variazioni della ricchezza produttiva netta), già ampiamente individuati dalla statistica economica classica;

2) proporre indicatori di progresso sociale più rilevanti, che includano informazioni aggiuntive (essenzialmente le esternalità socio-economiche) rispetto al mero PIL;

3) valutare la fattibilità, stante l'informazione statistica di base esistente e di quella acquisibile, degli indicatori di benessere, alternativi al PIL, proposti.


La base statistica elaborata in detto rapporto rappresenta l'avvio di importanti revisioni nei sistemi nazionali di contabilità dei Paesi membri dell'Unione Europea, di cui gli enti statistici di Gran Bretagna ed Italia si sono fatti pionieri, avviando un percorso “dal basso” mirato ad identificare gli elementi costitutivi di base di un indice del benessere sociale che sostituisca il PIL.

In questo articolo, cercherò di dimostrare la natura non neutrale politicamente, e profondamente manipolativa, in una fase di crisi del capitalismo, in cui il problema di fondo è proprio l'arresto del processo di accumulazione e di crescita, di tali esercizi statistici. Mi sforzerò di mettere in guardia il lettore da simili esercitazioni, apparentemente “progressiste”, perché pretendono di tenere esplicitamente conto di misurazioni dei fallimenti di mercato, nella misura in cui esse, in realtà, servono da base per camuffare il fallimento economico del capitalismo (quindi il suo fallimento come sistema nel suo insieme), creando un sistema “consolatorio” rispetto al progressivo impoverimento economico di ampie fasce di popolazione, con una finalità evidentemente reazionaria. Tuttavia, per poter dare una dimostrazione di ciò, dovrò necessariamente fornire alcuni elementi di base di tipo teorico e statistico, scusandomi anticipatamente con il lettore troppo impaziente di leggere le conclusioni politiche del presente articolo.




La teoria: l'evoluzione moderna dell'economia del benessere


La teoria del benessere tradizionale, elaborata dagli economisti liberisti, si fonda essenzialmente sulla legge di Pareto, come perfezionata, fino al suo ultimo stadio, da Kaldor e Hicks. Il principio paretiano di ottimizzazione del benessere sociale, essenzialmente, si realizza quando l'allocazione delle risorse all'interno di un sistema economico (ovvero quando l'allocazione dei fattori produttivi fra tutte le possibili utilizzazioni produttive degli stessi) è tale che non è possibile migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro soggetto.

La “condizione” soggettiva viene misurata in termini del concetto microeconomico di utilità, ovvero di capacità, da parte di un determinato paniere di beni e servizi acquistabile con un dato reddito, di soddisfare la domanda individuale del soggetto. In Pareto, è possibile, per ciascun soggetto, ordinare in una scala crescente di utilità (senza però poter giungere a quantificare tali utilità) tutte le possibili scelte di consumo disponibili stante un certo livello di reddito individuale. Pertanto, in una condizione di ottimo paretiano, non è possibile aumentare l'utilità di un individuo senza peggiorarne quella di un altro. Tale situazione si colloca in uno scenario teorico di massimizzazione nell'efficienza allocativa dei fattori produttivi, laddove cioè non è possibile “spingere”, nemmeno di una quantità addizionale marginale, il potenziale di crescita (e quindi di ulteriore generazione di redditi) conseguito mediante l'allocazione dei fattori realizzata. Per cui, non potendo incrementare ulteriormente produzione e redditi, non è possibile migliorare l'utilità di un individuo (nell'accezione utilitaristica, fornirgli una maggiore quantità di beni e servizi di consumo) senza togliere qualche bene o servizio di consumo ad un altro individuo.

Tale criterio verrà poi affinato da Kaldor e Hicks, al fine di tenere conto dei fallimenti di mercato. In tale versione, l'ottimo paretiano si consegue in una condizione in cui chi migliora la sua situazione (cioè incrementa la sua utilità totale) è in grado di generare un surplus di utilità sufficiente per compensare monetariamente quelli che vengono danneggiati dalle diseconomie esterne generate dal miglioramento dell'utilità del “vincente”. Ad esempio, si avrebbe un miglioramento paretiano nel caso in cui una industria inquinante generasse, grazie all'assenza di investimenti di protezione ambientale, un profitto tale da compensare monetariamente gli abitanti della regione colpiti da cancro al polmone causato dall'attività produttiva dell'impresa stessa, stimando un valore monetario della salute e della vita umana tale da rappresentare la base attuariale della compensazione monetaria!

Tralascerò gli evidenti riflessi etici di una simile impostazione, per concentrarmi su quelli di teoria economica. Nell'assetto paretiano, è evidente che l'ottimo viene conseguito sotto le assunzioni teoriche del modello di concorrenza perfetta (una dimostrazione matematica della coincidenza fra ottimo paretiano e modello walrasiano di concorrenza perfetta viene fatta da Arrow e Debreu). Quindi l'ottimo paretiano è legato all'ideale di realizzazione perfetta del capitalismo concorrenziale, ed è un concetto di ottimizzazione puramente produttivistico e consumistico, legato com'è al conseguimento di assetti produttivi tali da massimizzare il volume di beni e servizi consumati. In tal senso, è ovvio che il benessere sociale possa essere interamente riassunto e misurato dal PIL, che costituisce l'indicatore di sintesi di una visione puramente produttivistica delle dinamiche economiche.

Tale modello non funziona, per diversi motivi. In primo luogo, non tutto è monetizzabile. Come quantificare monetariamente il senso di alienazione dell'operaio? Inoltre, è chiaro che, proprio il modello di concorrenza perfetta, che è un modello del tutto teorico, impedisce che nel concreto si realizzi un ottimo paretiano. Le condizioni di asimmetria informativa rendono impossibile programmare l'allocazione teoricamente ottimale; la tendenza del tasso di profitto medio a diminuire, tipica del capitalismo nel lungo periodo, neutralizza la possibilità di generare surplus tali da compensare monetariamente chi è danneggiato. Infine, il modello di efficienza paretiana non ci dice niente circa il modo in cui la produzione, ed il reddito, vengono distribuiti. In linea teorica, e dipendendo dal punto di partenza dal quale si avviano dei miglioramenti di benessere, è possibile avere un punto di ottimo paretiano in una condizione in cui un solo individuo possiede il 100% della ricchezza nazionale, ed il resto della collettività non ha niente. Si ha quindi la conclusione, apparentemente paradossale, ma perfettamente coerente con un modello di benessere sociale puramente basato sui volumi totali di produzione e consumo di una società, in cui il massimo del benessere si può conseguire anche in corrispondenza con il massimo di iniquità distributiva!

In modo formale, Tibor Scitovski dimostra la non transitività del criterio di ottimo paretiano sotto le assunzioni di Hicks e Kaldor, nel senso che il criterio paretiano si trova in una condizione di indeterminatezza nel dirci quale sia in assoluto la situazione di benessere ottimale, qualora la situazione di benessere A sia preferibile alla B, e quest'ultima alla C, ma a sua volta la C sia migliore della A. Tale affermazione, che può sembrare astratta, in realtà ha implicazioni pratiche enormi, nella misura in cui ci dice che in numerose situazioni il criterio paretiano non può essere utilizzato come criterio-guida per determinare le scelte di politica pubblica, ed i relativi obiettivi. Amarthya Sen, poi, assesta il colpo mortale al criterio paretiano. Egli ha dimostrato formalmente che, in uno Stato che voglia far rispettare contemporaneamente efficienza paretiana e libertà (quest'ultima intesa come la presenza di uno spazio in cui le sole preferenze dell'individuo determinano la scelta di consumo), possono crearsi delle situazioni in cui al più un individuo ha garanzia dei suoi diritti. Egli dimostra dunque matematicamente la possibile inesistenza dell'ottimo paretiano nel liberismo, smentendo quindi Arrow e Debreu, e smontando anche l'ultimo degli assiomi che teneva insieme la teoria paretiana, ovvero che, in una condizione teorica di liberismo perfetto e di perfetta concorrenza, fosse possibile raggiungere l'ottimo paretiano.

La fine poco gloriosa della teoria del benessere tradizionale apre la strada ai due filoni moderni dell'economia del benessere, che possono così sintetizzarsi.

Da un lato, emerge l'approccio keynesiano, che si mantiene nell'ambito dei meccanismi puramente economici, affiancando alle misure quantitative della crescita, ovvero il PIL, anche quelle redistributive, per cui il PIL viene “corretto” soltanto con indicatori, come l'indice del Gini, che misurano il grado di equità nella distribuzione sociale del PIL stesso. Tali teorie si fondano su politiche, dette di “stop and go”, che cercano di contemperare stimoli alla crescita con disincentivi alla stessa quando questa si surriscalda, avendo sempre a mente parametri di equità distributiva, sia nelle fasi di “go” (perché tale fase deve essere alimentata da stimoli alla domanda aggregata, possibilmente concentrati sulle fasce sociali a più basso reddito, che hanno la più alta propensione marginale al consumo) che in quelle di “stop” (essenzialmente implementate per evitare che un surriscaldamento inflazionistico danneggi il tenore di vita reale dei ceti meno abbienti, tipicamente titolari di redditi fissi, quindi esposti all'aumento dei prezzi. Altri strumenti keynesiani, adottati per proteggere i ceti meno abbienti dal surriscaldamento inflazionistico, oltre alle fasi di “stop”, sono la scala mobile ed il recupero del fiscal drag). Modelli empirici, stimati econometricamente, come la relazione di Phillips, vengono utilizzati per calibrare al meglio la tempistica delle fasi di stop e di go.

Con il sostanziale fallimento del welfare keynesiano, provocato dalla globalizzazione e dall'emergere di Paesi a elevata competitività di costo, nasce l'approccio attualmente dominante, denominato “nuova economia del benessere”, di cui l'alfiere è Sen, che esce dal campo meramente economicistico, e fonda l'idea del benessere sociale sui concetti senniani di “capacitazione” e “funzionamento”. In sintesi, Sen elabora la teoria dei funzionamenti, che si pone come alternativa alle più consuete concezioni del welfarismo basate sul criterio delle utilità sopra descritto. La visione dei funzionamenti prescinde da una misurazione dell'utilità meramente legata alla quantità e varietà di beni consumati, basandosi sulla realizzazione di certe dimensioni oggettive, che sono dei risultati acquisiti dall'individuo su piani come quello della salute, della nutrizione, della longevità, dell'istruzione. Leggiamo in Lo sviluppo è libertà: " I livelli di reddito della popolazione sono importanti, perché ogni livello coincide con una certa possibilità di acquistare beni e servizi e di godere del tenore di vita corrispondente. Tuttavia accade spesso che il livello di reddito non sia un indicatore adeguato di aspetti importanti come la libertà di vivere a lungo, la capacità di sottrarsi a malattie evitabili, la possibilità di trovare un impiego decente o di vivere in una comunità pacifica”. Sen sottolinea la sterilità, sotto il profilo teorico, della prospettiva di discorso utilitarista affermando la necessità di mediare tra quest' ultima e una dottrina fondata sui diritti. Per l'utilitarismo ciò che conta sono gli stati di cose, la sua è un' impostazione aggregativa, non è sensibile a come le utilità sono di fatto distribuite, ma si concentra esclusivamente sull'utilità complessiva, tralasciando l'importanza dell'individuo.

Sen è d'accordo con John Rawls, il quale richiede l'uguaglianza dei diritti e doveri fondamentali e sostiene in contrapposizione con l'utilitarismo che le ineguaglianze economiche e sociali sono ammesse, cioè sono giuste, ma non se avvantaggiano pochi, molti o anche i più tralasciando coloro che si trovano nelle situazioni più precarie. Il fatto che esistano degli svantaggiati è, per Rawls, un dato di fatto, ma è necessario che le istituzioni usino dei criteri compensativi.

Il concetto di capacitazioni è strettamente legato al precedente concetto di funzionamenti. Le capacitazioni sono le abilità che vengono messe a disposizione dell'individuo da un corretto funzionamento, grazie alla fruizione di beni pubblici quali la sanità, l'istruzione, la possibilità di fruire di cibo, acqua e alloggio adeguati, ecc. Tali abilità mettono in condizione l'individuo, se meritevole, di sviluppare pienamente le sue potenzialità ed i suoi talenti, nell'ambito del quadro sociale esistente.

In sostanza, quindi, la nuova economia del benessere di Sen pone l'accento sulla sovrastruttura politica e sociale, abbandonando una logica puramente incentrata sui rapporti economici di produzione: si tende ad una modificazione della sovrastruttura socio-politica, che produca opportunità di mobilità sociale ascendente anche per gli appartenenti ai ceti economicamente sfavoriti, tramite l'erogazione di un livello paritario ed uniforme di beni pubblici “di base “ (sanità, istruzione, cibo ed acqua, alloggio, trasporti, accesso ad Internet) e la garanzia di libertà politiche e di democrazia liberale. Ovviamente, tale concetto di sviluppo, che abbraccia elementi di sovrastruttura, superando una logica meramente incentrata sulla crescita del reddito e la sua distribuzione, richiede indicatori di benessere che incorporino il PIL dentro sistemi di misurazione più generali, includenti anche aspetti sociali, politici, ambientali, educativi, ecc. In sostanza, la nuova economia del benessere di Sen esprime essenzialmente un riformismo possibile all'interno di un paradigma che resta quello del capitalismo a democrazia liberale, e che rimane sostanzialmente competitivo: il ruolo del policy maker è solo quello di fornire a tutti le “capacitazioni” di base, dopodiché la mobilità sociale rimane affidata alla competizione fra individui. L'approccio della nuova economia del benessere, incarnato da Sen, e dai suoi colleghi Fitoussi e Stiglitz, nominati da Sarkozy nella famosa commissione di cui alla premessa, rimane quindi sostanzialmente capitalistico e concorrenziale, e rinuncia all'idea fondamentale di azzerare le differenze e le disparità socio-economiche fra individui, ovvero alla logica marxista.




Gli indicatori del benessere






Ecco quindi che, in base all'evoluzione dell'economia del benessere sopra tratteggiata, si sviluppa parallelamente un lavoro statistico mirato ad elaborare indicatori del benessere sostitutivi, e più ampi, rispetto al PIL, che risente del declino della tradizionale ottica paretiana.

Nell'ambito dei tentativi keynesiani di costruzione di nuovi indici del benessere, Samuelson (1947) propone una funzione teorica di utilità aggregata, che sia una trasformata di funzioni di utilità individuali, nelle quali un campione statisticamente rappresentativo di individui, intervistato, doveva esprimere valori di utilità non soltanto rispetto alla quantità e qualità di beni e servizi associati ad ogni alternativa sociale, ma anche in merito al modo in cui questi beni e servizi venivano ottenuti e distribuiti. E' ovvio che il tentativo di Samuelson, nel più puro filone keynesiano, è quello di “correggere” misure di crescita (della produzione netta, ovvero il PIL, o del consumo) mediante parametri di tipo redistributivo.

Nell'ambito della nuova economia del benessere senniana, Nordhaus e Tobin (1972) fanno un primo tentativo di costruire un indicatore di misura del grado di sviluppo alternativo e più complesso rispetto al PIL pro capite, sostituendo quest’ultimo parametro con un indicatore dei consumi reali annuali delle famiglie, in grado di includere, sotto forma di costo-opportunità, anche beni pubblici quali la fruizione di determinate libertà politiche e sociali, ecc. Inoltre, venivano aggiunti ai consumi anche gli investimenti netti, tentando di contemperare la crescita dell’indicatore dei consumi con una stima del grado di riproducibilità delle risorse naturali ed ambientali, con ciò di fatto effettuando un tentativo di definire un indicatore di sviluppo ecocompatibile.

Daly e Cobb elaborarono l'“indice ISEW” (index of sustainable economic wealth), che rappresenta il primo tentativo di sistematizzare con completezza una misurazione di un concetto di sviluppo più ampio rispetto a quello delimitato dal PIL. Di fatto, partirono da un indice che misurasse i consumi delle famiglie, aggiustato per vari fattori, fra i quali la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, al fine di incorporare una ipotesi di rendimento marginale decrescente del reddito in termini di crescita del benessere sociale complessivo, ed inserirono, fra i consumi, anche voci normalmente omesse nel sistema contabile, quali le spese pubbliche per istruzione e cultura, quelle per la salute, la dotazione di infrastrutture di trasporto, ecc. deducendo, al contempo, i costi derivanti da una serie di esternalità negative, quali gli oneri sostenuti dalla collettività a seguito di incidenti stradali, oppure quelli derivanti dall’inquinamento ambientale. Il risultato di tale esercizio, applicato agli Stati Uniti, fu che,fra 1950 e 1990, i consumi delle famiglie, a prezzi 1972, crebbero di 928,3 miliardi di dollari, mentre, nel corrispondente periodo, l’ISEW crebbe di appena 438 miliardi di dollari, con un divario negativo fra i due indicatori di oltre 490 miliardi, dovuto alle esternalità negative prodotte sullo sviluppo dalla crescita economica del PIL (in termini di impatto ambientale) e dalla crescente privatizzazione/deregolamentazione del sistema di protezione sociale statunitense.

Un altro indicatore, più recente dell’ISEW, proposto originariamente dall’economista indiano Diwam, il GPI (genuine progress index), segue invece una metodologia di costruzione molto più simile a quella del PIL, correggendo detto parametro con una stima delle disparità nella distribuzione del reddito fra le varie classi sociali, ed aggiungendovi una stima del valore monetario del tempo passato in attività considerate socialmente meritorie e/o non contabilizzate tradizionalmente nel PIL, perché considerate fra i servizi non destinabili alla vendita. Vengono inoltre aggiunti i valori monetizzati dei servizi resi dai beni di consumo durevoli e dalle infrastrutture di trasporto. Vengono invece dedotte dal PIL alcune voci che costituiscono altrettante esternalità negative, quali le spese indotte dalla criminalità, dagli incidenti automobilistici e dall’inquinamento oppure il costo sociale dei divorzi e dalla perdita di tempo libero, o del pendolarismo casa-lavoro. Tale indicatore, partendo dal PIL, è con questi più facilmente confrontabile. Una stima riferita all’Italia mostra come il PIL in termini reali cresca molto più rapidamente, nel periodo 1960-1990, del corrispondente indice GPI, mostrando quindi l’impatto di fattori sociali, ambientali o culturali negativi che hanno inciso sul grado di sviluppo complessivo del nostro Paese, mantenendolo al di sotto della sua crescita economica.

L’elaborazione di tali indicatori ha dato la stura ad una congerie enorme di lavori empirici, che sono stati tutti quanti tesi a individuare indici sintetici che aggregassero i più disparati aspetti di carattere sociale, ambientale, culturale, ecc. che avessero, o si riteneva potessero avere, un impatto significativo sullo sviluppo. Per la loro rilevanza politica, vanno menzionati gli indici elaborati dall’ONU, e più precisamente l’HDI (human development index) e l’HPI (human poverty index). L’HDI si basa soltanto su tre dimensioni, misurate da indicatori elementari, che vengono successivamente aggregati nell’indice di sintesi:


1) il tenore di vita medio (quindi una misura del livello di crescita economica raggiunta), misurato tramite il PIL pro capite;

2) l’accesso alla conoscenza, misurato tramite il tasso di alfabetizzazione degli adulti e l’indice di iscrizione al sistema scolastico. Tali indicatori vengono, del tutto arbitrariamente, ponderati rispettivamente con pesi pari a 2/3 ed 1/3;

3) la qualità della vita, misurata esclusivamente facendo ricorso alla speranza di vita alla nascita.


L’indicatore HPI, dal canto suo, è una modificazione dell’HDI mirata a misurare il fenomeno della povertà, perché tiene conto di indicatori aggiuntivi rispetto all'HDI, come il tasso di disoccupazione di lunga durata oppure la percentuale di popolazione che vive al di sotto della linea di povertà, e ne esiste una versione atta a quantificare l’indigenza nei Paesi in via di sviluppo ed un’altra per i Paesi sviluppati.

Recentemente, l'ente statistico britannico e quello italiano hanno dato avvio alla procedura di stima di un indice del benessere nuovo, che dovrà sostituire il PIL, e le cui dimensioni elementari, che saranno la base per l'indice sintetico, in una ottica “presunta democratica”, vengono valutate dal basso, ovvero tramite la erogazione di un questionario ad un campione rappresentativo della popolazione.

In questo modo, si cerca di dare una parvenza di democrazia e condivisione dal basso all'indicatore stesso, poiché il questionario chiede, ai rispondenti, di esprimere valutazioni sull'importanza, in termini di qualità della vita e benessere complessivo, di 12 domini scelti a monte (ambiente, salute, benessere economico, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, relazioni sociali, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ricerca e innovazione, qualità dei servizi, politica e istituzioni). Sulla base delle risposte, si elaboreranno dei pesi, che serviranno come ponderazioni per il futuro indice del benessere che integrerà e sostituirà il PIL, nel senso che quanto maggiore sarà la frequenza di risposta ad uno dei domini, tanto maggiore sarà il peso attribuito a quel singolo dominio nel calcolo dell'indice sintetico.



Perché tali indici sono manipolativi e politicamente reazionari


E veniamo quindi al cuore politico di quest'analisi, ovvero alla natura non neutrale, rispetto alla politica, di tali esercizi statistici. Essi non sono neutrali politicamente, perché intanto derivano da una teoria del benessere, la nuova economia del benessere di Sen, Fitoussi e Stiglitz, che fa delle precise scelte di campo politico. Essa rimane pienamente nel campo del capitalismo. Accetta, anzi esalta e rafforza, il concetto di competizione fra individui e di scala gerarchica sociale. Si limita soltanto a chiedere che vi sia una “fair competition”, in cui gli individui vengono messi in condizioni di partenza uguali, in termini di “capacitazioni” di base. In questi termini, l'approccio di Sen e dei suoi colleghi altro non è che un riformismo, anche se in buona fede, in un quadro capitalista, e per utilizzare le categorie di Kautsky, corrisponderebbe ad un programma molto, ma molto minimalista.

Tra l'altro anche ingenuo: nonostante il suo premio Nobel, Sen dovrebbe essere molto sciocco a credere che il capitalismo possa realmente fornire a tutti, in condizioni di eguaglianza di accesso, beni pubblici come l'istruzione, l'acqua, la salute. Tali settori sono fonti di pingui business, ed alla lunga la loro gestione pubblica tende sempre, in un modo o in un altro, ad essere avvicinata a metodi gestionali privatistici. Non è per cattiveria, o perché ci sono dei farabutti al governo, è la natura stessa dell'accumulazione capitalistica che porta tale sistema all'esigenza di valorizzare, nella logica del profitto, qualsiasi campo dell'attività umana e qualsiasi risorsa della natura. Se non si esce dal capitalismo, invocare eguaglianza nell'accesso all'istruzione, al cibo, alla salute, all'acqua, è da ingenui. O, come temo sia nel caso di Sen, da furbacchioni che ingannano le opinioni pubbliche per conseguire celebrità e premi Nobel. Persino nella scuola pubblica, i figli delle classi dominanti hanno vantaggi di partenza incolmabili rispetto ai figli degli operai, attribuibili ai tanti benefit accessori che l'appartenenza al ceto dominante consente loro di fruire.

Gli indici del benessere “alternativi al PIL”, come l'HDI, l'HPI, il GPI, l'indice del benessere che sta iniziando ad elaborare l'ISTAT, sono soltanto misurazioni quantitative per orientare politiche economiche e sociali sotto l'ombra di un quadro teorico riformista minimalista, come quello sopra descritto, e quindi assumono un connotato obiettivamente politico, e avverso agli interessi di classe. Tali indici non sono neutrali per la loro natura: scegliere una o l'altra delle possibili dimensioni elementari alla base dell'indice sintetico conduce a risultati finali molto diversi fra loro, ed oggettivamente la scelta di un “set” di dimensioni di base è molto soggettiva, per non dire arbitraria. L'illusione democratica di costruzione di un sistema di ponderazione dal basso, proposta dall'ISTAT, è solo fumo negli occhi. Intanto, i 12 domini cui i rispondenti al questionario sono chiamati a fornire valutazioni sono stati scelti a monte, mentre non vi è, nel questionario, una domanda mirata a far emergere nuovi domini elementari, aggiuntivi ai 12, di iniziativa degli intervistati (ci si limita a chiedere agli intervistati se ritengano esaustivo l'elenco dei 12 domini, ma non si chiede quali potrebbero essere eventuali domini aggiuntivi, in caso di insoddisfazione). Il fatto che il questionario chieda l'importanza, in termini di benessere, del paesaggio e dei beni culturali, e non il grado di soddisfazione/alienazione sul posto di lavoro, o il peso di una società realmente equa in termini distributivi, è chiaramente frutto di una scelta politica. Elementi di benessere magari importanti per tantissime persone, ma pericolosi politicamente per il sistema, vengono volutamente omessi dal questionario. Mentre, come nel caso del questionario sottoposto ai cittadini dall'ente statistico britannico, si cade nel ridicolo, chiedendo quanto pesi sul benessere sociale la “soddisfazione rispetto al proprio coniuge”.

Ovviamente, il metodo di ponderazione e di aggregazione degli indicatori elementari per giungere all'indice sintetico (quindi la fase successiva a quella del questionario) è questione di stretta competenza dei tecnici dell'ISTAT, ma il fatto di utilizzare una media aritmetica, oppure una media geometrica, o il metodo di Wroclaw, o una tecnica di clusterizzazione o di aggregazione per componenti principali, influisce sul risultato finale. E trattandosi di questioni da addetti ai lavori, le eventuali prove fatte, con procedure statistiche diverse, per giungere al risultato “politicamente” meno pericoloso, saranno accuratamente tenute nascoste. Quindi un metodo “presunto democratico” di consultazione dal basso serve a poco, se non a fare una operazione di mera immagine.

Tali indici si prestano ad operazioni manipolative da parte delle classi dominanti: come il lupo che nasconde il suo grugno dietro la maschera dell'agnello, tali indici, elaborati dietro la maschera di guide per politiche di contrasto alla povertà o al disagio sociale, in realtà:


- sono profondamente diseducativi per il proletariato, perché lo portano a ragionare in termini di sovrastrutture politiche e sociali anziché, come sarebbe corretto per la formazione di una coscienza di classe adeguata alla lotta anticapitalista, a guardare ai rapporti sociali di produzione. Se non hai la sanità pubblica, l'istruzione pubblica, se muori in media dieci anni prima di un ricco, e per malattie curabili, se vivi in un ambiente inquinato e pestifero, il problema non è in tali elementi, o in una generica carenza di democrazia politica, o in una classe politica inadeguata. Il problema è che i rapporti sociali di produzione ti incatenano ad una condizione sociale miserabile. Il problema è nell'economia, non nella sovrastruttura, che si limita a riflettere i rapporti economici sottostanti. Ma gli indici del benessere alternativi al PIL tendono a dare una chiave di lettura dei fenomeni sociali che esula dall'economia, e che mette i piedi dentro la sovrastruttura. Molto diseducativo e molto fasullo;

- la tempistica e i protagonisti tradiscono la natura reazionaria di tali esercizi statistici. La Commissione Sen-Fitoussi-Stiglitz viene insediata da Sarkozy; un ex Ministro campione della conservazione come Tremonti annuncia in pompa magna l'avvio della procedura ISTAT per il calcolo dell'indice del benessere; l'HDI è calcolato da una istituzione mondiale al servizio dell'imperialismo, come l'ONU;

- ma ciò che è più importante è che questi indici vengono varati a partire dal 2008, anno-chiave perché è l'anno in cui la Commissione Sen-Fitoussi-Stiglitz consegna il suo rapporto, e la UE lo acquisisce, ma che è anche l'anno in cui si manifestano i primi effetti della crisi economica nel comparto reale dell'economia, e iniziano ad emergere i primi fenomeni di impoverimento di strati della società. Come non vedere un tentativo di comunicazione politica molto losco e disonesto, dietro tutto ciò? Un tentativo rivolto alla massa della popolazione europea che, sotto i colpi della crisi, si sta rapidamente impoverendo, e che in sostanza è il seguente: “è vero che il tuo reddito diminuisce, che sei più povero di tre o quattro anni fa, che forse a breve tu e la tua famiglia dovrete trasferirvi a vivere in una bidonville. Però l'aspetto economico non è l'unica componente del benessere; ti rimane sempre 'o sole, 'o mmare, 'o panorama, 'o mandulino, l'ammore. Anche in un capitalismo in crisi, anche in una disperata caduta libera del benessere economico materiale, si può continuare ad essere felici. Te lo dicono gli esperti della statistica, te lo dice il valore dell'indice del benessere, cui tu stesso, rispondendo al questionario, hai contribuito”. Davvero una miserabile operazione di comunicazione politica, davvero una miserabile e tragica farsa. Miserabile.


E Bob Kennedy, che pronunciò la famosa frase “il PIL misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani” si rivolta nella tomba, per essere utilizzato e citato ad ogni piè sospinto da questi miserabili. Varrebbe la pena di ricordare che pronunziò tale frase nel 1968, ovvero nel cuore della fase più impetuosa di crescita del capitalismo mondiale, e che quindi la sua frase era il riflesso di un illuminato senso di preoccupazione per le storture e le ingiustizie nascoste sotto tale impetuosa crescita. Era una critica al capitalismo, non un modo disperato per nascondere la crisi del capitalismo, come fanno invece i suoi miserabili glossatori odierni.


5 commenti:

Anonimo ha detto...

sei stato preciso e fondamentalmente esaustivo come sempre, caro Riccardo, ma mi sa che sta cosa la leggiamo e la capiamo in due... (spero ardentemente di sbagliare!)

de Candia ha detto...

Riccardo, il commento è mio, non ho capito perchè il sistema non rimanda il mio nome

Lorenzo Mortara ha detto...

Perché tutta questa sfiducia nella comprensione degli altri. il compagno Achilli, come tutti i grandi, è universale e alla portata di chiunque abbia voglia di comprendere.

de Candia ha detto...

Caro Mortara, ho tutte le ragioni per nutrire sfiducia nella comprensione degli "altri" e l'universale Achilli lo sa!

Olympe de Gouges ha detto...

cercavo di leggere qualcosa del genere: l'ho trovata. grazie

a Candia: il Capitale è l'opera meno venduta di Marx (quand'era in vita) e la meno letta (ancora oggi)

un operaio comunista queste cose le sa, intuitivamente, anche se non le ha lette. ciò non toglie che dei brevi saggi divulgativi aiuterebbero a togliere parecchia febbre

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