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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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domenica 20 novembre 2011

I VICERÉ - recensione




La recensione de I Viceré, è stata scritta qualche mese fa, in occasione dei 150 anni dell’Unità Borghese d’Italia, espressamente per il Direttivo Fiom di Vercelli, nel tentativo di rianimare un discorso culturale che è sempre stato patrimonio della sinistra radicale.
Qualche lettore l’ha richiamata recentemente, perciò la riproponiamo.
L’iniziativa di presentare libri, è stata presa dall’autore sull’onda della sua elezione a delegato RSU di fabbrica.
Accolta piacevolmente dagli altri membri del Direttivo, sarebbe bello se si estendesse anche in altre fabbriche, perché senza solide letture, né il sindacato né una qualunque alternativa politica di sinistra sarà mai in grado di scrivere un programma all’altezza dei tempi.



di Lorenzo Mortara




È del 1894, I Viceré, uno dei massimi capolavori della letteratura italiana, uscito fuori dalla penna verista di De Roberto. Al suo apparire e per molto tempo, il romanzo non ebbe fortuna, anche, ma non solo, per la stroncatura senza appello che gli appioppò l’estetica da governante del Croce. La retorica risorgimentale, di cui oggi si festeggiano i 150 anni della sua puntuale riproposizione, non poteva sopportare molto un romanzo che faceva piazza pulita del mito unitario.
Il romanzo si snoda a cavallo dell’impresa garibaldina dei mille e narra le vicende della nobile famiglia Uzeda di Francalanza, i Viceré appunto dei Borboni, il cui destino, senza che vi sia del fatalismo, perlomeno in chi scrive, è quello di governare sia prima che dopo il passaggio di consegne tra la monarchia spagnola e quella sabauda.
A livello dei personaggi, l’opera è imperniata sull’apparente contrasto tra Don Giacomo Uzeda, Principe di Francalanza, e il principino Consalvo, suo figlio. Contrasto che De Roberto segue fin dall’infanzia del principino, smussandone via via gli angoli, per scioglierlo nell’ultima parte del romanzo in una sostanziale continuità. Consalvo, in effetti, è il vero erede di Don Giacomo, e il contrasto col padre, apparentemente di valori e di ideali, non può che essere alla fine solo un banale scontro generazionale tra il vecchio e il nuovo modo di difendere gli stessi interessi.
Sullo sfondo dell’alleanza tra la borghesia industriale del Nord e l’aristocrazia terriera del Sud, su cui s’imperniava la nascente industrializzazione capitalistica italiana, il romanzo non concede spazio a sentimenti, emozioni o altre pose romantiche. Tutto è calcolo, cinismo e arrivismo, comprese fede e superstizioni che fanno solo da supporto. I rapporti sono bloccati. Le donne non contano. L’interesse costringe alla capitolazione ogni timido tentativo che i personaggi fanno, qua e là, di ribellarsi.
Per il pessimismo senza speranza, ma anche senza rimpianti, con cui De Roberto narra i primi passi dello Stato unitario, il romanzo è stato associato a Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Il paragone è più che pertinente, anche se va detto che è De Roberto ad anticipare Tomasi di Lampedusa. La famosa frase in cui si riassume Il Gattopardo, «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», è anticipata da De Roberto nella parodia che fa del celebre motto del D’Azeglio: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri!». I Viceré son tutti qua, immobili nella loro sete di dominio. La ribellione di figli e figliastri non riesce mai perché in fondo è finta, troppo compromessa e assoggettata a un mondo che tutto sommato accettano e condividono. La prosa di De Roberto, lenta e sicura come la vita oziosa di questi nobili, segue tutte le incoerenze dei personaggi, ben conscio che l’unica coerenza che possa dare solidità alla narrazione, è la fedeltà assoluta all’interesse personale della famiglia Uzeda.
La modernità dell’opera, oltre al suo indubbio impianto laico, merce rara all’epoca e non troppo disponibile nemmeno ora, si può anche trovare in alcune felicissime trovate dell’autore che non possono non stupire il lettore d’oggi. Si resta ad esempio sbalorditi, nello scoprire come rassomigli a qualcuno il modo in cui Consalvo si comprerà un seggio in Parlamento. I Viceré dei Borboni, cambieranno subito bandiera, non appena Consalvo capirà che basterà un po’ di demagogia per entrare nelle grazie dei Savoia. Per convincere i suoi concittadini a votarlo, sarà a favore della proprietà privata e contro lo sfruttamento, per la laicità e al tempo stesso per la religione, ma soprattutto sarà per la pubblicità di sé stesso. Non convinto del tutto dalla sua retorica, infatti, Consalvo aggiungerà una specie di opuscolo da regalare a tutti i suoi “sudditi” poco prima del suo trionfo elettorale. Come non vedere in questa campagna di basso profilo, il precedente letterario che anticipa lo stucchevole analfabetismo sottoculturale con cui il già Viceré, Uzeda-Berlusconi, ha chiesto alla Nazione d’incoronarlo addirittura come imperatore? In effetti, a ben guardare, Una Storia italiana non è che la riedizione aggiornata con cui si è conclusa la preistoria borbonica.
Oggi che il successo e la grandezza del romanzo di De Roberto, sono finalmente riconosciuti, si corre però il rischio opposto di sopravvalutarne lo spirito nichilista. L’immobilismo eterno con cui De Roberto e Tomasi di Lampedusa guardano alle cose umane, è spesso associato al presunto carattere dei siciliani, ma almeno per De Roberto si può forse ipotizzare che fosse più che altro dovuto al contesto storico-culturale da cui proveniva. Ai tempi de I Viceré, il socialismo in Italia muoveva i suoi primi passi, e Marx ed Engels erano ancora sommersi tra il positivismo, l’idealismo piccolo borghese e l’anarchismo. Ci sarebbero voluti ancora parecchi anni prima che attecchisse la concezione scientifica del moderno progresso socialista. E una volta attecchita, poco più di un lustro bastò per sommergerla di nuovo nel medioevo stalinista da cui ancora non è risorta.
Perciò, anche se apparentemente la Storia sembra aver dato ragione al pessimismo senza speranza di De Roberto, noi operai non possiamo in alcuna maniera unirci al coro disfattista con cui, a 150 anni dall’unità borghese d’Italia, parecchia intellighenzia ha riproposto, con rabbia, la “quistione meridionale”. Per chi è armato del metodo storico marxista, non dicono niente di nuovo le ultime lamentele in forma di libro contro l’occupazione, l’assoggettamento e la repressione con cui i briganti del Nord si annettevano i contadini del Sud, in vista della loro proletarizzazione da immettere nell’incipiente mercato nazionale.
La mancata rivoluzione del Risorgimento, era in realtà l’unico modo possibile ai borghesi per rivoluzionare i rapporti di produzione in Italia. L’aumento del divario Nord-Sud, non è l’indice del fallimento unitario, al contrario mostra il suo strepitoso successo, dietro al quale si cela la vera contrapposizione, tra padroni e salariati, che permea l’Italia come tutto il resto del mondo, e che torna oggi prepotentemente alla ribalta dopo che tanti superficiali l’avevano data per risolta una volta per tutte.
Solo col completo dispiego del capitalismo è possibile portare pienamente allo scoperto il contrasto fondamentale tra padroni e operai e liberarsi degli ultimi Borboni senza corona che infestano l’Italia. Tornando indietro, al Regno Delle Due Sicilie, o addirittura credendo di andare avanti impaludandosi nella reazionaria quanto fantastica Padania, è impossibile.
Tuttavia, se l’unico rivolgimento storicamente possibile, non è ancora avvenuto, non è per l’immutabilità delle cose o perché il nichilismo dei senza speranza alla De Roberto, abbia avuto ragione. Il motivo è meno metafisico e più terra terra, e va ricercato nel fallimento secolare, storico della sinistra italiana. Infatti, mentre i nuovi borghesi industriali, i vecchi proprietari terrieri, i soliti preti e gli altri redditieri, si alleavano per difendersi coi denti e con le unghie dall’ascesa del proletariato, in 150 anni di Storia, la sinistra tutta, invece di sentirsi intimamente legata alla nostra sorte, ha finito in un modo o nell’altro, specie nei momenti decisivi, col farsi anch’essa – purtroppo! – gli affari loro.



(a Giovanni Forti, chiunque sia la sua governante, e a Garibaldi.
Viva l’impresa dei mille! Evviva le camicie rosse!)

Stazione dei Celti, Domenica 27 Marzo 2011
Lorenzo Mortara Delegato Fiom-Cgil

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