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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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domenica 4 marzo 2012

La lotta contro la TAV Torino-Lione è lotta di classe di tutti i lavoratori, di Riccardo Achilli



Iniziando a sgombrare il campo da qualsiasi possibile equivoco, occorre dire chiaramente che il progetto sulla TAV è, da analisi economiche e trasportistiche accurate fatte da esperti del settore, un’opera totalmente inutile sia dal punto di vista dell’interesse economico nazionale complessivo (anche se soddisfa interessi imprenditoriali particolari, propri di una specifica parte del capitale industriale e finanziario italiano, come meglio si dirà) che dal punto di vista ambientale (è anzi dannosa in questo senso).
Dal punto di vista economico, la realizzazione della TAV Torino-Lione costa all’incirca 15 miliardi di euro, considerando la somma della parte di investimento nella tratta italiana, della quota di 30% di incertezza sull’investimento dichiarata dallo stesso progetto preliminare del 2011, nonché del costo prevedibile per la provvista di capitale. Tale costo, peraltro, come avvenuto regolarmente su tutte le tratte ad alta velocità sin qui costruite, è presumibilmente destinato, per ”fisiologiche” lievitazioni, ad essere moltiplicato almeno per quattro, nei 20 anni di durata del cantiere (stime tratte dalle osservazioni al progetto preliminare pubblicato da Italferr il 28.03.2011 da parte della Comunità Montana della Val di Susa e dall’articolo di Boitani, Manghi e Mercalli “sulla Torino-Lione una pausa di riflessione produttiva”, pubblicato su lavoce.info).
Tale immane investimento serve soltanto a soddisfare gli appetiti imprenditoriali di un segmento della borghesia italiana, ed in particolare, come è ovvio, dell’industria delle costruzioni (uno dei comparti più politicizzati e legati alla casta politica di tutta l’economia) oltre che di alcune aziende specializzate nella produzione di sistemi e segnali ferroviari, e sistemi di telecomunicazione ad uso ferroviario, che produrranno i sistemi di segnalazione e telecomunicazione con cui equipaggiare la linea. Ovviamente, è un ottimo business per il sistema bancario, che fornirà in prestito alle imprese appaltatrici le risorse finanziarie per l’investimento iniziale. Ed è una prospettiva di un certo interesse potenziale per il gruppo Fiat, che può sperare in un effetto-indotto sulle vendite di veicoli per cave e miniere e veicoli speciali per costruzioni, prodotti da IVECO Astra e da New Holland. Naturalmente, la lunghissima e tormentata fase di progettazione dell’opera ha dato lavoro ad una congerie di studi professionali e professionisti.
Fra i promotori del progetto TAV figurano la Fondazione Agnelli, Alenia, Telecom, tre banche di livello nazionale, fra cui il gruppo San Paolo e CRT. Quel che resta da vedere è se l’opera porterà ad un vantaggio complessivo per l’economia italiana nel suo insieme. E qui iniziano i punti dolenti. L’impatto occupazionale previsto, peraltro tutto precario e legato ai tempi delle varie fasi del cantiere, è di 6.000 addetti complessivi a regime, cioè quando i lavori raggiungeranno il punto massimo. A regime, cioè fra qualche anno, i 6.000 addetti possono generare un effetto-reddito, temporaneo e legato all’occupazione di cantiere, di circa 0,008 punti di PIL (stimando una propensione marginale al consumo analoga a quella attuale), più 0,22 punti di PIL all’anno connessi all’effetto-investimento (stima basata sui coefficienti tecnici di produzione desunti dalla matrice input/output dell’economia italiana al 2008, pubblicata dall’Istat). Nell’insieme, quindi, l’investimento, a regime, cioè fra diversi anni, porterà ad un incremento della crescita economica (ovviamente del tutto temporaneo, e che svanirà con il completamento dell’investimento) valutabile attorno a 0,228 punti di PIL aggiuntivo all’anno, per non più di 5-10 anni. Da ciò però occorre scorporare gli effetti negativi derivanti dal danno economico alle attività turistiche ed agricole della Val di Susa, legati all’impatto paesaggistico e al consumo di terreno per le attività di scavo e deposito dei materiali, e quelli sull’economia piemontese, derivanti dalla congestione delle arterie stradali di collegamento fra Torino e la Francia, dovute ad un traffico di camion, legati al cantiere, stimato attorno ai 500 camion al giorno.
Stiamo quindi parlando di un effetto del tutto temporaneo, per pochi anni (non più di 5-10 anni) di pochissimi decimali di PIL, a fronte del quale vi è da calcolare il costo-opportunità, ovvero il PIL che si sarebbe potuto ottenere investendo in modo alternativo quei 15-20 miliardi di risorse pubbliche. Soltanto utilizzandoli nel modo più ingenuo possibile, ovvero distribuendoli a tutti i cittadini come assegno monetario, quei soldi genererebbero un incremento annuo di 0,05 punti di PIL per 15 anni, tramite l’aumento dei consumi, misurato a propensione marginale al consumo vigente.
Riguardo al capitolo relativo ai cosiddetti impatti ambientali favorevoli, cavalcati dai sostenitori del progetto, va detto che l’impatto potenziale più importante, ovvero la riduzione del traffico merci su gomma che passerebbe alla TAV, è del tutto marginale, con effetti assolutamente insignificanti sulle emissioni di gas serra o sul tasso di incidentalità stradale. Ciò deriva da considerazioni tanto semplici da essere accessibili persino ad un bambino. Intanto perché il grosso del traffico merci su gomma è concentrato su tratte nazionali: le tonnellate di merci trasportate su gomma in conto terzi su tratte interne al Paese sono infatti pari al 97,8% del totale delle merci trasportate su gomma in conto terzi (Istat, 2003). Quindi di fatto un tunnel ferroviario pensato per le merci è mirato soltanto ad una piccolissima quota del traffico su gomma, quello cioè di tipo internazionale. Ciò perché esiste una soglia di costo molto ben determinata, e nota agli esperti di economia dei trasporti: in Italia, stante l’assetto orografico, infrastrutturale e la distribuzione degli insediamenti produttivi ed insediativi sul territorio e nei Paesi limitrofi, la convenienza a trasportare merci su ferro è inesistente per tragitti inferiori ai 1.000 chilometri (Russo, 2009). Per tragitti superiori ai 1.000 chilometri, uno studio condotto da STEP, centro studi indipendente, conduce a ritenere che soltanto il 25% delle merci che transitano fra Italia e Francia potrà essere portato dalla gomma al ferro in una modalità economicamente conveniente. Ciò significa che, stante l’attuale volume di merci che transita per l’esistente valico del Fréjus, sarebbe conveniente spostare su ferro soltanto 6 milioni di tonnellate di merci, che è esattamente la quantità attualmente trasportata dall’esistente linea ferroviaria del Fréjus, senza bisogno di nessuna ulteriore opera! Anche volendo considerare una previsione di 30 milioni di tonnellate trasportate al 2030, fatta dagli estensori del progetto della TAV, solo 7,5 milioni di tonnellate, nel 2030, potrebbero essere trasportate su ferro in modo economicamente conveniente. Siamo ancora una volta ampiamente all’interno della capacità dell’attuale linea ferroviaria, che nel 1999 ha superato i 12 milioni di tonnellate trasportate.
La conclusione del ragionamento è la seguente: attualmente, dalla Val di Susa, il mix di merci che transita su gomma e su ferro è perfettamente compatibile con le convenienze economiche relative delle due modalità di trasporto. Prendendo per buone le previsioni al 2030 degli estensori dello studio di fattibilità favorevole alla TAV, al 2030 il mix di modalità trasportistiche sarebbe ancora una volta del tutto coerente con le convenienze economiche relative, oltre che con la capacità dell’attuale linea ferroviaria, e quindi non vi sarebbe la necessità di una nuova opera ferroviaria, sia perché la capacità di quella attuale è del tutto sufficiente, sia perché la distribuzione del volume di merci fra gomma e ferro dipende da un calcolo di convenienza economica che non è modificato in nessun modo da una nuova opera ferroviaria, perché è legato piuttosto al costo di esercizio di ogni specifico vettore, alla tipologia di merci trasportate, ai tempi medi di percorrenza. Quindi non c’è nessun effetto di spostamento di merci dai camion alla ferrovia legato specificamente alla realizzazione della linea TAV Torino-Lione. D’altro canto, però, l’afflusso di circa 500 camion al giorno per le attività di cantiere nei prossimi 15 anni, nonché l’esigenza di depositare nella valle milioni di tonnellate di materiali di scavo, avranno un effetto ambientale netto sicuramente molto negativo.
Quindi, in sostanza, a che serve realizzare una nuova linea ferroviaria, se l’impatto macroeconomico è risibile (cioè l’impatto sull’intera economia italiana, non quello, limitato che andrà a beneficio di qualche impresa di costruzioni, di qualche banca e di qualche fornitore di macchine per l’edilizia) e l’impatto ambientale è negativo? I sostenitori adducono una ulteriore argomentazione: la riduzione del tempo di percorrenza. Questo dato è in parte errato, perché sul versante francese le merci trasportate tramite il nuovo valico TAV non incontrerebbero più linee ad alta velocità, in quanto la Francia ha fatto la scelta strategica di non investire in alta velocità per il trasporto cargo, e quindi il risparmio di tempo sarebbe molto relativo, riguardando soltanto la tratta italiana. Inoltre, il trasporto-merci su ferro, come sa bene chi si occupa di tale tematica, richiede soprattutto sicurezza, stabilità ed un incremento della frequenza dei passaggi, più che l’alta velocità (poiché già ad una velocità di 140 km/h la merce trasportata su ferro viaggia più velocemente di quella trasportata su gomma, non richiedendosi quindi punte fino a 250 km/h per essere più competitivi sotto l’aspetto della velocità). Ora, ciò che garantisce sicurezza, stabilità e maggior frequenza di transito è l’alta capacità, non l’alta velocità. Per cui, per migliorare l’efficienza del traffico ferroviario fra Italia e Francia sarebbe del tutto sufficiente attrezzare la linea attualmente esistente per renderla una linea ad alta capacità, con costi di investimento incomparabilmente inferiori rispetto a quelli previsti dalla TAV Torino-Lione, e con benefici reali sul trasporto ferroviario delle merci, che l’alta velocità non garantisce affatto.
La verità vera è che il progetto serve soltanto a far fare soldi a una ristrettissima cerchia di imprese e di professionisti, a cui la politica regionale e nazionale, come al solito, si prostra deferentemente. E poi il progetto serve all’economia francese e, in misura minore ma comunque significativa, ai sistemi produttivi dell’area del Benelux e del bacino industriale tedesco della Ruhr e della Germania centro occidentale. Infatti, la realizzazione del valico TAV fra Torino e Lione è un pezzo fondamentale dell’attuazione del corridoio trans europeo numero 6, che mira a collegare la Francia centro meridionale con i mercati della Slovenia (e da lì verso tutti i mercati balcanici, tramite il corridoio 10, che si interconnette con il corridoio 18), dell’Ungheria, della Repubblica Ceca, della Slovacchia e dell’Ucraina. Tale collegamento è garantito anche alla Germania ed al Benelux, tramite i corridoi 24 e 4, che si interconnettono con il corridoio 6. in pratica, tramite la realizzazione della Torino-Lione, migliaia di PMI italiane del Nord, ed in particolare del Nord Est, perderanno un vantaggio competitivo sui costi di trasporto verso i mercati dell’Europa centro orientale e dei Balcani rispetto ai loro concorrenti francesi e tedeschi, che attualmente è garantito dalla loro vicinanza geografica a tali mercati. Con la realizzazione di una linea ad alta velocità che dal confine francese porterà fino a quello con la Slovenia, attraversando tutta l’Italia del nord, le PMI italiane perderanno gran parte di tale vantaggio competitivo.
Ancora una volta, il Governo Monti agisce in nome di interessi extra-nazionali, adempiendo ai suoi compiti di Governo-fantoccio del capitale nord europeo, ed in specie franco-tedesco, che governa l’Unione Europea, ed a vantaggio di una ristrettissima cricca di interessi imprenditoriali italiani, che però non coincidono con quelli più generali dell’economia italiana, facendo pagare il conto alle popolazioni, ai lavoratori. Da questo punto di vista, lo squilibrio democratico esistente fra un Governo diretto da poteri economici forti, non tutti interni al Paese, e la popolazione della Val di Susa, costretta alla lotta diretta per assenza di ascolto istituzionale (i cambiamenti di tracciato concessi in questi anni non spostano infatti di un millimetro il problema dell’inutilità e dannosità di tale opera) rende ridicolo pensare di risolvere la questione con un referendum rivolto alla popolazione della Val di Susa, come fa, sia pur con tutte le buone intenzioni, Adriano Sofri, dalle colonne di Repubblica. Chi non è disposto ad ascoltare non è certamente disposto a concedere strumenti di democrazia diretta, ed infatti già Chiamparino, sindaco di Torino, si è esplicitamente opposto a tale ipotesi.
Se il movimento di protesta NO TAV dovesse venire soffocato nelle prossime settimane, e personalmente non lo credo, vista la risonanza che ha ottenuto, e ovviamente non me lo auspico, sarà colpa dell’inaudita repressione poliziesca, che si esercita anche nei confronti di un movimento sostenuto dalle istituzioni democratiche locali (Comuni e Comunità Montana) e della disinformazione dei media di regime, che si combina con una semi-indifferenza di larga parte dell'opinione pubblica italiana, angosciata dalle crescenti difficoltà di mettere insieme il pranzo con la cena.
Ma un eventuale fallimento del movimento No TAV chiamerebbe però anche in causa una falla teorica. La falla è quella di isolare i fatti della Val Susa come elemento di protesta a sé stante, senza comprendere il nesso che lega l'investimento sbagliato, nella TAV Torino-Lione e il più generale disegno della borghesia italiana e del capitale finanziario europeo, cui l'attuale Governo è totalmente asservito.
Esattamente come con le politiche economiche di austerità imposte dal Governo-Monti, che sono funzionali soltanto agli interessi dei mercati finanziari globali, ben rappresentati da Sarkozy e Merkel e dalle burocrazie dell’Unione Europea, ed esattamente come nel caso del progetto di riforma del mercato del lavoro, ancora una volta imposto dagli interessi del capitale globale (oltre che della borghesia nazionale) Monti porta a compimento un'opera pubblica che non favorisce nell’insieme la nostra economia, ed anzi ne penalizza fortemente alcuni comparti ed aree, crea danni ambientali considerevoli, danneggia popolazioni, soltanto per favorire un pugno di grandi capitalisti italiani, e gli interessi della borghesia europea (in primis francese e tedesca), legati ad una conquista dei mercati balcanici ed est europei, resa più facile dal completamento del corridoio 6, di cui la linea Torino-Lione è parte essenziale.
In un simile quadro, la sinistra dovrebbe, per essere più efficace nel contrasto alla TAV Torino-Lione, far capire meglio il nesso fra tale lotta e quella più generale contro le gerarchie europee e franco-tedesche, contro l'euro e contro i rappresentanti italiani di interessi in realtà a noi ostili. D’altro canto, il movimento NO TAV dovrebbe, per essere realmente efficace, inquadrare la protesta contro la TAV nel contesto più generale di una necessaria ripresa della lotta di classe, altrimenti anche eventuali, piccole concessioni che dovessero essere strappate in queste settimane di lotta (come ad esempio una moratoria temporanea sui lavori, o un nuovo tavolo di negoziazione) sarebbero del tutto provvisorie, e verrebbero cancellate non appena le condizioni lo consentissero. Quindi la sinistra dovrebbe ricomporre il quadro delle lotte anticapitaliste, evitando di frazionarle in micro-lotte settoriali, per singolo evento, e riportare quindi anche il contrasto alla TAV nel quadro di una più generale lotta di classe contro l'intero quadro politico italiano. Altrimenti porterà la responsabilità di aver contribuito anche al fallimento della lotta NO TAV. D’altro canto il movimento NO TAV deve ampliare i suoi obiettivi di lotta, andando oltre la singola questione dell’investimento pubblico da bloccare sullo specifico territorio in questione, per inquadrarli all’interno della lotta di classe contro l’insieme delle politiche neo-liberiste che l’attuale Governo Monti, su commissione del capitale, sta attuando.

domenica 12 febbraio 2012

La flessibilità del lavoro: miti e realtà, di Riccardo Achilli


L'elemento giustificativo principale che i liberisti adducono per motivare l'introduzione di maggiori dosi di flessibilità sul mercato del lavoro è che la flessibilità riduce la disoccupazione, fino ad azzerarne la componente involontaria. In altri termini, la flessibilità sul mercato del lavoro, secondo l'approccio di Monti e di Confindustria, condurrebbe in automatico, dopo un processo di aggiustamento progressivo, che può durare anche alcuni anni, ad un equilibrio di lungo periodo in cui la disoccupazione è soltanto volontaria, ovvero composta da persone che non intendono lavorare per il salario medio offerto sul mercato del lavoro, oppure esclusivamente momentanea, cioè derivante da momentanei mismatch informativi fra domanda ed offerta di lavoro per il singolo lavoratore e la singola impresa (ovvero è “frizionale”, derivando cioè da temporanee frizioni sul mercato del lavoro).
Tale impostazione deriva fondamentalmente dai modelli neoclassici di equilibrio economico generale, secondo i quali in condizioni di concorrenza perfetta i mercati tendono automaticamente verso l'equilibrio. In pratica, se gli n-1 mercati dei beni sono in equilibrio, nel senso che la domanda uguaglia l'offerta, allora anche l'ennesimo mercato (il mercato del lavoro) sarà in equilibrio, nel senso che si stabilirà un livello salariale tale da eguagliare la domanda di lavoro delle imprese con l'offerta di lavoro dei lavoratori disposti a lavorare a quel salario. Il salario di equilibrio sarà infatti la risultante matematica del sistema dei prezzi di equilibrio sugli n-1 mercati dei beni e dei servizi, cioè sarà il salario che consentirà di massimizzare la domanda, stante l'offerta, sui mercati di consumo. Ciò però richiede:
a) che il salario sia totalmente e liberamente mobile, verso l'alto e verso il basso;
b) che l'offerta e la domanda di lavoro possano riaggiustarsi istantaneamente, e in modo totalmente libero, sia verso l'alto che verso il basso.
Entrambe queste ipotesi richiedono la flessibilità del lavoro. Infatti, questa riduce il potere contrattuale dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali, facendone dei “price-takers”, cioè dei soggetti disposti a lavorare anche se il salario scende (virtualmente fino al livello della sussistenza). Infatti, in presenza di flessibilità del lavoro, l'impresa può in qualunque momento licenziare i lavoratori divenuti troppo cari rispetto alle proprie condizioni finanziarie e competitive, ed ai propri obiettivi. I lavoratori allora accetteranno un abbassamento del salario, cioè un maggiore range di variazione dello stesso, per non perdere il posto. D'altra parte, nel caso in cui, in una fase di ripresa della domanda, l'impresa dovesse aver bisogno di un maggior numero di lavoratori, o di una maggiore produttività, per raggiungere i suoi accresciuti obiettivi di produzione e vendita, dovrebbe aumentare i salari, per incentivare i lavoratori a produrre maggiormente, ed evitare che essi trasmigrino presso i propri concorrenti, disposti a pagare un salario maggiore per potersi avvalere della ripresa della domanda.
Questa è, in parole molto povere, l'impostazione mentale di Monti, Marchionne, della Confindustria, ed in genere dei liberisti. Quindi, la maggiore flessibilità del lavoro conduce, nel lungo periodo e tendenzialmente, alla piena occupazione, a meno di fenomeni di disoccupazione volontaria e frizionale, per cui eventuali cicli recessivi in cui aumenta la disoccupazione sono soltanto fasi temporanee, che servono per far ritrovare al sistema un nuovo equilibrio, ad un diverso livello dei prezzi e dei salari, compatibile con l'uguaglianza fra domanda ed offerta su tutti i mercati, ivi compreso quello del lavoro. Peccato che la verifica empirica sui dati smentisca l'assioma liberista. Non esiste alcuna correlazione fra flessibilità del lavoro e piena occupazione, nemmeno tendenzialmente. Intanto, sotto un profilo filosofico, sarebbe utile ricordare la celebre frase di Keynes, secondo cui “nel lungo periodo saremo tutti morti”, quindi perché mai, a meno di non aderire a sette filosofiche stoiche, dovremmo pagare un paradisiaco e non meglio precisato futuro di piena occupazione con un presente di disoccupazione, precariato e bassi salari?
Sotto un profilo tecnico, l'inesistenza di un legame fra aumento della flessibilità e crescita occupazionale si desume da due argomenti:
a) dal fatto che esistono almeno due tipologie di flessibilità diverse, ovvero la flessibilità in entrata e quella in uscita;
b) dal fatto che la flessibilità, sia in entrata che in uscita, aumenta l'elasticità fra andamento del ciclo economico ed andamento dell'occupazione, generando, nelle fasi di recessione del ciclo, degli effetti occupazionali molto forti, che non si riassorbono più nemmeno quando arriva la ripresa, per diversi motivi strutturali. Per cui non è vero che la recessione è una fase di aggiustamento del sistema in direzione della piena occupazione, perché genera disoccupazione permanente, non più riassorbibile.Sotto il primo aspetto, la flessibilità in entrata, ovvero quella relativa alla disponibilità di un pluralità di strumenti contrattuali di assunzione a disposizione del datore di lavoro, da scegliere in funzione dei suoi obiettivi aziendali e della sua pianificazione produttiva, è l'unica componente che in linea puramente teorica può creare nuovi posti di lavoro, sebbene precari. Infatti, in tale tipologia di flessibilità, il datore di lavoro può assumere personale con forme contrattuali adeguate ai suoi piani produttivi, ed al contempo abbassare il costo del lavoro (il costo del lavoro si un co.co.pro., ad esempio, è di circa il 15% più basso di un suo pari grado assunto alle dipendenze, grazie alle agevolazioni contributive). Tale ragionamento costituisce l'alibi giustificativo dei provvedimenti che hanno aumentato la flessibilità in entrata in Italia, come la legge Treu o la legge Biagi.
La flessibilità in uscita, invece, non può in nessun modo, nemmeno teoricamente, creare nuovi posti di lavoro, perché è progettata esplicitamente per rendere più semplice l'espulsione d personale, quindi è legata a situazioni di crisi aziendale, non di programmazione di una crescita produttiva, seppur ciclica/stagionale. La flessibilità in uscita è la flessibilità della crisi, della decrescita produttiva ed occupazionale, a questo serve. Per questo viene richiesta dagli industriali soprattutto nelle fasi di crisi economica, come quella attuale.
Un confronto fra i vari tipi di flessibilità e il tasso di disoccupazione armonizzato dei Paesi Ocse mostra la relazione esistente fra flessibilità ed entità della disoccupazione. In particolare, il coefficiente di correlazione fra la flessibilità in entrata, misurata utilizzando l'indice Ocse di rigidità della protezione dei lavoratori, con riferimento all'occupazione temporanea (grado di flessibilità in entrata) ed il tasso di disoccupazione dei Paesi Ocse, per il 2008/2009, mostra una relazione statisticamente debole (0,19), ovvero un effetto esistente, ma modesto, di una maggiore flessibilità sulla riduzione del tasso di disoccupazione. Di converso, l'indice di correlazione fra l'indice di rigidità della protezione dei lavoratori con riferimento al costo ed alla facilità di effettuare licenziamenti collettivi (flessibilità in uscita) ed il tasso di disoccupazione, sempre per i Paesi Ocse, è pari a zero, mostrando come la flessibilità in uscita non generi alcun effetto di miglioramento sul tasso di disoccupazione, essendo le due variabili incorrelate. Cosa significa ciò? Significa che nessuna delle due tipologie di flessibilità crea strutturalmente nuovi posti di lavoro, per cui la flessibilità nel suo insieme non incide sul tasso di disoccupazione, ma il primo tipo di flessibilità, solamente nel breve periodo, può fornire un modesto contributo alla creazione di nuova occupazione precaria, con effetti di breve periodo che però sono più che controbilanciati nel medio periodo dalle conseguenze depressive che tale flessibilità produce sullo stock occupazionale stesso. In sostanza, gli effetti occupazionali della flessibilità in entrata sono meramente illusori, temporanei, mentre la flessibilità in uscita non genera alcun miglioramento occupazionale, nemmeno illusorio.
Circa gli effetti illusori della flessibilità in entrata sugli indici del mercato del lavoro, si può osservare il caso italiano: dopo l'introduzione della legge Treu nel 1997, il tasso di occupazione, che era sostanzialmente stagnante, crebbe di 4,5 punti fra 1997 e 2003, come effetto del gonfiamento dell'area del precariato. Con l'introduzione della legge Biagi nel 2003, che rafforzò la flessibilità in entrata, tale indice continuò a crescere di 1,2 punti, fino a raggiungere il massimo storico nel 2008 (58,7%) per poi discendere rapidamente, riportandosi, al terzo trimestre 2011, sui valori del 2001, cioè di dieci anni prima.
Il motivo per il quale anche la flessibilità in entrata non produce effetti strutturali (ovvero di medio-lungo periodo) sull'occupazione è che incide negativamente sulla domanda aggregata, sottraendo quote importanti di popolazione da livelli di consumo accettabili, influendo negativamente sulla redditività delle imprese. Vi è infatti una relazione statisticamente significativa fra flessibilità in entrata e percentuale di popolazione con una retribuzione inferiore ai due terzi del valore mediano, con un coefficiente di correlazione del Pearson pari a -0,51 fra le serie storiche dell'indice di protezione dei lavoratori con occupazione temporanea e la quota di lavoratori con retribuzione inferiore ai due terzi del valore mediano, per i Paesi Ocse, nel 2009. Il segno di tale correlazione è negativo, e significa che tanto più alto è il livello di protezione dei lavoratori contro la flessibilità in entrata, tanto più bassa è la percentuale di lavoratori con retribuzioni modeste. Naturalmente, l'impoverimento dei consumi generato con la creazione di coorti di “dog workers” precari e sottopagati non fa che amplificare gli effetti recessivi sulla domanda di una crisi economica globale, come quella che stiamo vivendo dal 2007 ad oggi. Ciò spiega il già analizzato rapidissimo degrado del tasso di occupazione italiano dal 2008 in poi, dopo la sua crescita nel decennio precedente, largamente alimentata da lavoro precario: la crisi ha spazzato via il guadagno di occupazione ottenuto con contratti a termine, quindi instabili.
Peraltro, la flessibilità nel suo insieme non influisce minimamente sulla produttività del lavoro, come ci vogliono far credere i suoi sostenitori. Sempre a livello dell'area Ocse nel suo insieme, il coefficiente di correlazione fra indice di protezione dei lavoratori nel suo insieme e crescita della produttività del lavoro nel periodo 2005-2010 è pari a zero. Le due variabili sono completamente incorrelate fra loro. Di conseguenza, l'introduzione di maggiori dosi di flessibilità comporta una perdita di mercato dal lato della domanda, e non produce alcun miglioramento competitivo dal lato dell'offerta, cioè della produttività.
Rimane da affrontare l'argomento più spinoso, ovvero l'inesistenza di un equilibrio di lungo periodo di piena occupazione, con disoccupazione meramente volontaria e frizionale, garantito da una maggiore flessibilità del lavoro, come sostiene il modello neoclassico. In questo caso, occorre andare al di là di quanto sinora analizzato, e cioè andare oltre le oscillazioni cicliche dell'economia e dell'occupazione, per dimostrare che tali oscillazioni non si dipanano attorno ad un trend strutturale di lungo periodo, verso il quale il mercato del lavoro tende a convergere, se si liberalizzano e flessibilizzano le sue regole di funzionamento. Tale dimostrazione si fonda sul concetto di disoccupazione non riassorbibile. Durante le fasi recessive, infatti, una quota di disoccupazione che si genera a causa della crisi diventa strutturale, e non può più essere riassorbita nella successiva fase di ripresa. Ogni recessione, quindi, genera fisiologicamente una sacca di disoccupazione non recuperabile, che non è né volontaria né frizionale. Quindi di fatto la ripresa post-recessione non contribuisce a riportare il trend strutturale del mercato del lavoro verso un ipotetico equilibrio di piena occupazione.
Infatti, durante una fase recessiva si genera disoccupazione di lavoratori a basso livello di qualificazione o di età avanzata, non competitivi sul mercato del lavoro, che una volta perso il loro posto non riescono più a rientrare, neanche quando inizia la ripresa. Ciò si verifica perché all'inizio della ripresa, le imprese, avvalendosi di una maggiore facoltà di scelta dei lavoratori da assumere, grazie all'ampliamento del bacino di disoccupati da cui pescare, indotto dalla precedente fase recessiva, puntano sull'assunzione di lavoratori più qualificati e più giovani. Il maggiore bacino di disoccupazione, peraltro, garantisce di poter assumere lavoratori più giovani, produttivi e qualificati a costi salariali non crescenti. Ciò genera il ben noto fenomeno del tasso di disoccupazione di lavoratori a bassa qualifica, che è in Italia è in costante crescita, dal 10% del 2004 all'11,1% dei primi nove mesi del 2011, e di lavoratori anziani, ed il tasso di disoccupazione di lungo periodo, cioè la percentuale di disoccupati da più di un anno, che hanno oramai perso, stante la lunga durata del loro stato di disoccupazione, gli skills lavorativi e professionali indispensabili per essere competitivi sul mercato del lavoro. Tale tasso passa dal 3,6% del 1993 al 4,1% dei primi tre trimestri del 2011.
I disoccupati a bassa qualificazione, che non hanno cioè la preparazione di base per essere competitivi sul mercato del lavoro, e i disoccupati di lungo periodo, che tale preparazione l'hanno persa durante il lungo periodo di disoccupazione, vanno quindi a costituire un bacino di disoccupazione persistente, non riassorbibile nemmeno nelle fasi di ripresa, e che quindi smentisce l'assunto di base dei neoclassici e dei liberisti, secondo cui l'economia, con le sue oscillazioni cicliche di recessione e ripresa, tende verso un equilibrio di piena occupazione. Non solo: ma l'introduzione di maggiori dosi di flessibilità, lungi dall'aiutare il mercato del lavoro a convergere verso un equilibrio di piena occupazione, provoca l'effetto esattamente contrario: contribuisce cioè ad aumentare, nelle fasi recessive del ciclo, la quota di disoccupati non riassorbibili, quindi contribuisce ad allontanare l'economia dal punto di equilibrio di piena occupazione. Il motivo è semplice: l'aumento della flessibilità incrementa l'elasticità dell'occupazione al ciclo economico (misurabile come docc/dpil, ovvero come il rapporto fra la variazione dello stock degli occupati e la variazione del PIL). E' ovvio: di fronte a mercati oligopolistici, in cui l'offerta di lavoro non ha un potere contrattuale analogo alla domanda, la crescita del bacino di precari, e la maggiore facilità di assumere e licenziare, fanno sì che le imprese possano rapidamente riaggiustare il loro stock di occupati in funzione di ogni cambiamento del ciclo economico generale, diminuendo l'occupazione quando la domanda latita, e riaccrescendola quando si prevede una espansione del ciclo. Infatti, prima dell'introduzione della legge-Treu, la flessibilità dell'occupazione italiana al ciclo era molto bassa: l'assenza sostanziale di figure lavorative precarie faceva sì che lo stock occupazionale rimanesse relativamente costante sia in fase di recessione che di ripresa: fra 1993 e 1997, infatti, il valore medio tale elasticità è pari a 0,2 . Dopo l'introduzione della legge Treu e della legge Biagi, tale indice subisce un balzo, passando a 0,7 nella media del periodo 2004-2010. E' ovvio che i lavoratori meno competitivi, meno qualificati più anziani, cioè esattamente quei lavoratori che avranno le maggiori difficoltà a rientrare sul mercato del lavoro quando arriverà la ripresa, sono i primi a subire gli effetti dell'accresciuta sensibilità dello stock occupazionale al ciclo, perdendo per primi il loro posto di lavoro.
Riassumendo: la flessibilità non genera alcun effetto di miglioramento della disoccupazione: la componente di flessibilità in entrata può indurre effetti di miglioramento degli indici occupazionali del tutto temporanei, che però nel medio periodo sono controbilanciati dalla riduzione strutturale della domanda per consumi, provocata dall'impoverimento di ampie fasce di lavoratori precari, senza peraltro garantire alcuna crescita della produttività degli stessi, quindi nessun guadagno di competitività per l'impresa. La flessibilità in uscita, dal canto suo, è totalmente ininfluente sul miglioramento degli indici occupazionali, anche nel breve periodo, poiché è una tipologia di flessibilità meramente distruttiva, utile alle imprese in crisi per ridurre il costo del lavoro. Inoltre, contrariamente a quanto affermato dal modello neoclassico, la flessibilità nel suo insieme non contribuisce in nessun modo a raggiungere un ipotetico equilibrio di piena occupazione di lungo periodo, nel quale cioè il salario sia fissato ad un livello tale che la disoccupazione possa essere soltanto volontaria o frizionale. Ciò perché, aumentando l'elasticità dell'andamento dell'occupazione al ciclo, la flessibilità contribuisce ad aumentare, nelle fasi recessive, il bacino di disoccupati che non saranno sufficientemente competitivi per essere riassorbiti in fase di ripresa. Quindi di fatto le oscillazioni del ciclo non avranno alcun andamento di lungo periodo convergente verso un equilibrio di steady state di piena occupazione, come invece sostengono i liberisti.
E' quindi chiaro che la lotta contro la flessibilità, in tutte le sue manifestazioni (sia in entrata che in uscita) è un elemento centrale per la sinistra. Perché tutto ciò che tale articolo dice, uno come Monti lo sa benissimo. Per cui il suo progetto di riforma del mercato del lavoro non è certo mirato a far convergere il mercato del lavoro italiano verso la piena occupazione, quanto piuttosto a modificare profondamente il modello competitivo della nostra economia, che sarà basato su uno schema coreano, ovvero sul contenimento del costo del lavoro (invero l'unico effetto strutturale generato dalla flessibilità, poiché essa riduce il potere contrattuale dei lavoratori e dei sindacati). Il tutto a beneficio di una borghesia industriale, perfettamente rappresentata da Marchionne, che non immagina nient' altro che una via d'uscita dalla crisi tramite una “strada bassa” alla competitività, fatta cioè di contenimento del salario e di crescenti pressioni al ribasso sul mondo del lavoro (ovvero un modello neofordista aggiornato ad oggi) anziché provare una strada alta, fatta di qualità, innovazione, creatività, rispetto alla quale evidentemente non dispone dei necessari strumenti culturali, né del necessario coraggio.

mercoledì 1 febbraio 2012

La montagna che partorì il topolino, di Riccardo Achilli


L'accordo intergovernativo di ieri ha delineato la, per così dire, “strategia” che l'Europa pensa di mettere in campo per uscire dalla crisi, illudendosi di salvare un euro che oramai anche i principali think tank liberisti internazionali danno per spacciato. La strategia è imperniata sul “fiscal compact” (che anche dal punto di vista comunicativo fa pensare più ad una compilation di musica dance che ad un pacchetto di politiche fiscali, ma tant'è) e su non meglio precisate linee-guida per riattivare la crescita economica ed occupazionale nei Paesi dell'Unione.
Non starò a fare una lunga analisi del “fiscal compact” (ci sono ottimi articoli che girano su Internet, ne segnalo uno ai naviganti: “Per un nuovo fiscal compact”, di Renato Costanzo Gatti). Mi limiterò ad enucleare alcuni aspetti di fondo:


- l'obbligo di rientrare di un ventesimo dell'extra debito (cioè del debito pubblico superiore al 60% del PIL) all'anno comporta di fatto manovre finanziarie pari a 42 Meuro per il primo anno, 40 Meuro per il secondo, 38 Meuro nel terzo, e così via. Tale regola costringe l'economia italiana a rinunciare ad uscire dalla recessione per lustri. Di fronte alla durezza del sacrificio finanziario imposto, le cosiddette “circostanze attenuanti” che Monti sarebbe riuscito a strappare sono ben poca cosa. In realtà, ad essere precisi, non ha strappato niente, poiché ha solo ottenuto che si riportasse nel “fiscal compact” quanto già previsto nel “six pack” varato qualche mese fa: in sostanza, l'ammontare dell'extra-debito pubblico viene corretto per i passivi impliciti legati all'indebitamento del settore privato (significativamente più basso in Italia rispetto alla media Ue), e per una combinazione fra il costo aggiuntivo legato all'invecchiamento della popolazione, corretto per i risparmi conseguibili da riforme previdenziali. Anche a voler considerare lo scenario più ottimistico, ovvero portando a deduzione dell'extra debito pubblico l'intero ammontare di risparmio lordo privato (gli effetti finanziari più rilevanti della riforma previdenziale si faranno sentire dopo il 2014, quindi riportati al presente attualizzati, risultano di entità non molto significativa) avremmo comunque manovre finanziarie pesantissime, incompatibili con ipotesi di ripresa economica, pari a 35 Meuro nel primo anno, 33 Meuro nel secondo, 31 nel terzo, e così via;
- si smantella ogni residua sovranità nazionale sulle politiche economiche. Infatti, oltre ad imporre l'obbligo del bilancio in pareggio, che di fatto impedisce al singolo Stato di utilizzare politiche di spesa o fiscali per finalità anti-cicliche, si prevede (art. 7) che i Paesi membri debbano fare rapporto alla Commissione europea ogni volta che intendano procedere ad emissioni del loro debito sovrano, mentre l'art. 11 stabilisce che “le Parti Contraenti garantiscono che tutte le più importanti riforme di politica economica che esse pensano di intraprendere saranno discusse ex ante e, laddove sia appropriato, coordinate fra di loro. Questo coordinamento deve coinvolgere le istituzioni dell’Unione Europea così come richiesto dal diritto dell’Unione Europea”. In pratica, lo Stato membro non potrà più prendere una decisione di politica economica senza aver ricevuto il placet dell'Unione europea, ovvero del tandem franco-tedesco che la domina e la controlla;
- l'obbligo di mantenere il deficit strutturale (ovvero corretto per il ciclo e per entrate ed uscite di bilancio “una tantum”) entro lo 0,5% del Pil, di fatto implica l'impossibilità di utilizzare la spesa pubblica come volano di sviluppo, poiché disegna un sostanziale pareggio di bilancio. Ciò va a combinarsi con la previsione del “six pack”, per cui la crescita della spesa pubblica viene limitata ad un coefficiente basato sulla stima della crescita a medio termine del Pil. La filosofia sottostante è chiaramente basata sui precetti della “nuova macroeconomia classica”, cioè della versione aggiornata della teoria neoclassica. In tale impostazione, si rifiuta l'assunto keynesiano secondo cui vi sono numerosi possibili equilibri macroeconomici, molti dei quali non ottimali (cioè che comportano disoccupazione e tassi di crescita inferiori a quelli potenziali). Si riparte quindi dalla teoria walrasiana dell'equilibrio economico generale, secondo cui, in condizioni di concorrenza perfetta, il mercato trova, nel lungo periodo, un equilibrio economico ottimale, in cui il livello del Pil equivale all'utilità attesa dagli operatori (sotto le consuete, ed irrealistiche, ipotesi di razionalità, e quindi con modelli di aspettative razionali). Pertanto, i cicli economici, di crescita e recessione, che oscillano attorno al pattern di equilibrio economico generale di lungo periodo, sono essenzialmente generati da shock esogeni dal lato dell'offerta, ed in particolare sulla produttività dei fattori, derivanti, ad esempio, dalla restrizione del credito bancario alle imprese, che impedisce loro di disporre del capitale monetario iniziale per avviare il processo di accumulazione, e quindi di estrazione di plusvalore relativo, ciò che sembra essere la causa dell'attuale recessione. Ciò implica che la produttività dei fattori sia una variabile pro-ciclica, e che le oscillazioni cicliche, anche quelle recessive, sono semplicemente il modo con il quale il sistema economico si auto-regola, per tornare sul sentiero ottimale dell'equilibrio di lungo periodo. Secondo tale teoria, le recessioni sono causate da una decrescita esogena della produttività dei fattori, che si riaggiusta in automatico, se i salari ed i prezzi sono flessibili, e possono ridursi per riallinearsi alla più bassa produttività, e se lo stesso utilizzo dei fattori è flessibile (consentendo loro di riallocarsi da settori a bassa redditività a settori ad alta redditività, il che è un diverso modo di esprimere la famosa legge di Walras, per cui a livello aggregato, se in un mercato esiste un eccesso di offerta, allora in un altro deve esistere un pari eccesso di domanda, per cui in una condizione di mercati perfettamente concorrenziali domanda ed offerta si auto-riaggiustano, compensandosi, per eliminare gli eccessi). In questo approccio, ogni intervento di politica pubblica, e quindo ogni utilizzo della spesa pubblica, compromette il riaggiustamento verso l'equilibrio. Le aspettative ipotizzate razionali, infatti, comporteranno un riaggiustamento dei comportamenti degli operatori, che “sconteranno” con esattezza, e quindi azzereranno, gli effetti prevedibili di un intervento di politica pubblica, lasciando soltanto in eredità un maggiore disavanzo del bilancio pubblico. La migliore politica pubblica in tale approccio, quindi, è quella che rimuove ogni ostacolo alla libera concorrenza, agisce per aumentare la flessibilità e la mobilità dei fattori produttivi, e riduce il disavanzo ed il debito pubblico, in modo da non generare interferenze nel riaggiustamento automatico dei mercati verso il punto di equilibrio di lungo periodo (interferenze generate, per esempio, da un eccessivo livello di spesa pubblica che genera inflazione, impedendo il riaggiustamento verso il basso di prezzi e salari, oppure disincentivi la ripresa della produttività dei fattori tramite meccanismi assistenziali e previdenziali);
- tale impostazione teorica fondamentale spiega sia l'ossessionante accento posto sulla contrazione della spesa pubblica e sul pareggio di bilancio, sia l'impostazione delle “linee-guida per la crescita e l'occupazione” approvate contemporaneamente al “fiscal compact”. Tali linee-guida sono infatti basate sulla competitività dal lato dell'offerta, sull'incentivazione alla massima flessibilità e mobilità dei fattori, sulla rimozione degli ostacoli alla concorrenza, sul potenziamento della produttività dei fattori tramite la formazione professionale (ricordiamo infatti che in base al modello adottato, è la produttività la variabile-chiave che genera le oscillazioni cicliche fra crescita e recessione) e sull'eliminazione dei fattori di rigidità verso il basso dei salari (tramite la contrazione dei contributi sociali obbligatori e il ridimensionamento dei sistemi nazionali e collettivi di contrattazione salariale);
- questa visione della crescita è socialmente regressiva: implica una flessibilità incontrollata, che genera un ampliamento delle sacche strutturali di precariato esistenziale, uno smantellamento dei sistemi pubblici di welfare, e quindi un crescente impoverimento di ampi settori sociali, un incremento della produttività rispetto al salario, con effetti evidenti sulla qualità della vita dei lavoratori, una crescente competizione sul mercato del lavoro, che non potrà che penalizzare i più deboli, quelli che per ragioni economiche non hanno potuto accedere a sistemi di istruzione e formazione di eccellenza, e crea conflitti generazionali, di genere, di etnia, di categoria sociale, nell'ambito della classe lavoratrice. Questo modello, quindi, prefigura una società più povera, più insicura, più competitiva, meno solidale;
- di conseguenza, tale modello è frutto di una visione rinunciataria, pessimistica circa il futuro. L'uscita dalla recessione attuale potrebbe non essere, come si auspica, la fine del capitalismo e l'inizio di un modello alternativo, soprattutto in ragione della storica debolezza della sinistra. Viceversa, l'uscita dalla crisi potrebbe essere rappresentata da una mera riorganizzazione della divisione internazionale del lavoro, e della distribuzione mondiale del benessere economico, con le economie attualmente emergenti (i cosiddetti Paesi BRIC) che diventerebbero progressivamente l'area del benessere, e le economie occidentali mature che precipiterebbero verso il declino;
- rispetto a tale visione del futuro del capitalismo, il modello adottato dai principali leader europei sarebbe del tutto coerente. Tale modello, infatti, come è ampiamente dimostrato storicamente, non genera un equilibrio economico ottimale, perché le aspettative degli operatori, nella realtà, non sono razionali, perché l'informazione non è soltanto incompleta (un dato di fatto che il modello qui criticato prende in considerazione) ma è anche asimmetrica, perché i mercati generano fallimenti ed esternalità negative, anche e soprattutto quando operano in condizioni di perfetta concorrenzialità. Quindi tale modello non assicura una futura prosperità dopo la fase di sacrifici, come afferma Monti, ma ci aiuta soltanto a diventare quello che erano la Cina, la Corea del Sud, Taiwan prima del loro impetuoso sviluppo: l'area emergente del mondo, che basa la sua competitività su un rapporto particolarmente alto fra produttività e costo dei fattori produttivi, e su società altamente concorrenziali. La differenza però è che, mentre Cina, Taiwan e Corea del Sud hanno adottato tali modelli competitivi partendo da situazioni pregresse di grande povertà e sottosviluppo, per cui un modello di sviluppo basato sull'iper-sfruttamento dei lavoratori e sul mantenimento della società di condizioni di povertà era considerato relativamente accettabile dalle popolazioni, i nostri Paesi dovrebbero impostare tale modello partendo da una situazione pregressa di prosperità perduta. La rabbia e la frustrazione sociale per i diritti perduti renderebbero più difficile l'accettazione di tale modello, e quand'anche questo fosse accettato, per imposizione e non per scelta, la frustrazione dei lavoratori, non potendosi sfogare in forme sociali e politiche, si rifletterebbe in livelli non ottimali di produttività e qualità del loro lavoro, compromettendo l'idea di riavviare la crescita “coreanizzando” i nostri Paesi, che sembra essere quella che guida gli attuali leader europei.

Quanto sopra descritto dovrebbe suggerire prudenza ai leader politici europei, prima di continuare ad investire su un paradigma liberista fondato sulle teorie del ciclo della nuova macroeconomia classica. I segnali di allarme, per loro, sono numerosi, e convergono verso una più che prevedibile impossibilità di mettere in pratica concretamente l'accordo sul “fiscal compact” approvato ieri. Non solo la Repubblica Ceca si è immediatamente tirata indietro, ma anche l'Irlanda vuole sottoporre a referendum popolare tale fiscal compact, con il più che prevedibile esito negativo, che farebbe uscire dalla nuova disciplina fiscale europea uno dei Paesi più indebitati, cioè uno dei casi da sottoporre alle regole più stringenti, se si vuole salvare l'euro. Ma c'è di più: lo stesso Sarkozy ha postergato la ratifica francese degli accordi di ieri a dopo le elezioni presidenziali. Poiché il candidato favorito è il socialista Hollande, e poiché quest'ultimo ha dichiarato di voler rinegoziare il fiscal compact, in caso di vittoria, è poco probabile che l'accordo di ieri verrà mai implementato. D'altra parte, una componente essenziale di tale accordo verte sul potenziamento della dotazione finanziaria dell'Esm, su cui la Germania pone un veto apparentemente invincibile. E senza un Esm di dimensioni finanziarie adeguate, sarà impossibile condurre a termine i piani di salvataggio di Portogallo, Irlanda e forse Spagna ed Italia, comportando quindi una fuoriuscita di massa dall'area-euro di tali Paesi. Non appena fuori dall'euro, tali economie potrebbero ritrovare la possibilità di esportare verso i mercati rimasti all'interno dell'euro ripristinando politiche di svalutazione competitiva della loro moneta. Creando grossi guai alle imprese tedesche, francesi o del Benelux. A sua volta, ciò dovrebbe condurre alla definitiva liquidazione dell'euro, anche per le economie centro e nord europee. L'impressione generale è che la borghesia europea non abbia più un progetto per tirarsi fuori dalla crisi, e che annaspi aggrappandosi a teorie neoclassiche già dimostratesi fallimentari, nella realtà del mondo occidentale. L'idea di uscire dalla crisi “coeranizzando” i nostri Paesi, e sfruttando quindi la competitività-prezzo per aggredire i mercati dei nuovi ricchi (ovvero i BTIC) non appare, per quanto detto sopra, realizzabile in concreto al 100%. Peraltro, anche gli stessi BRIC, ed in particolare Cina ed India, stanno accumulando, nella loro impetuosa crescita, contraddizioni strutturali che potrebbero minarne lo sviluppo nel medio periodo. Mentre sembra essersi scatenato un “si salvi chi può”, con gli operatori finanziari all'affannosa ricerca di una riduzione delle prevedibili ingentissime perdite patrimoniali da haircut che subiranno quando, uno dopo l'altro, i Paesi PIIGS dichiareranno default, e con le borghesie produttive europee aggrappate all'illusione di riattivare percorsi neoliberisti di ripresa che, privandosi del volano della spesa pubblica, appaiono impossibili, la sinistra mondiale non è all'altezza della situazione, perché non è in grado di indicare un modello sociale ed economico alternativo. Il futuro sarà cupo.

martedì 24 gennaio 2012

La pseudo-riforma del mercato del lavoro, di Riccardo Achilli


E’ naturalmente ancora troppo presto per stimare l’impatto che la riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, presentata ieri in forma molto generica, avrà sul mercato del lavoro e sui lavoratori, perché siamo ancora all’enunciazione di linee-guida generiche, che peraltro potrebbero anche essere modificate, atteso che una volta tanto la CGIL ha avuto il coraggio di annunciare un timido “no” (poi si vedrà nel prosieguo della discussione se la Camusso riuscirà a mantenere la barra dritta, o se cederà). Tuttavia si possono già fare alcune considerazioni di ordine generale. La filosofia di fondo della riforma proposta mira ad offrire un compromesso, che in realtà non è tale. Lo scambio offerto è “maggiore flessibilità in uscita in cambio di un drastico smantellamento delle numerose segmentazioni interne al mercato del lavoro” (ovvero la suddivisione fra un nucleo, sempre più ristretto, di lavoratori “tutelati” da un contratto e tempo indeterminato e varie bolge infernali, sempre meno garantite, di lavoratori precari, dal purgatorio dei contratti a termine giù giù fino ai tormenti satanici dei contratti a progetto, a chiamata, a fischio, a urlo, delle false partite IVA ecc. ecc. – l’ISTAT conteggia qualcosa come 47 diverse tipologie contrattuali, ovvero 47 diverse pene da scontare).
Tale segmentazione di fatto porta ad una riedizione dei famosi modelli “insiders-outsiders” con cui l’economia del lavoro classica analizzava i mercati del lavoro, senza tuttavia eliminarne le conseguenze socialmente negative, ma anzi aggravandole. Infatti, mentre nel modello tradizionale gli insiders sono i lavoratori, che tendono, tramite le loro organizzazioni del lavoro e la negoziazione salariale, a stabilire un salario di esclusione, tale cioè da impedire l’accesso agli outsiders, ovvero i disoccupati, nella nuova versione di tale modello gli insiders sono i lavoratori a tempo indeterminato, mentre vi è una panoplia di figure di outsiders, dai tradizionali disoccupati fino ai lavoratori precari, nelle loro varie definizioni contrattuali. In questa nuova edizione del modello, gli insiders hanno perso potere negoziale, per cui non vi è più un salario di esclusione, mentre lo sbarramento fra lavoratori insiders e lavoratori precari outsiders si basa su fattori che ricadono fondamentalmente sotto il controllo del padronato, come la produttività delle diverse figure professionali, che dipende in larga misura dall’assetto dei cicli produttivi, oppure sono legati esogenamente agli andamenti dei mercati, per cui il maggior o minore grado di volatilità e differenziazione della domanda su un determinato mercato determina il grado di flessibilità richiesto alla forza-lavoro, o ancora riproducono le differenze sociali esistenti, per cui chi ha potuto studiare, pagarsi un master o un corso di specializzazione post-laurea, perché la famiglia lo ha potuto finanziare, acquisisce un profilo professionale “raro”, che può barattare con un posto di lavoro più garantito e remunerato. In estrema sintesi, la barriera di esclusione fra insiders ed outsiders, non essendo più determinata dal salario di sbarramento, stante la perdita di potere negoziale dei lavoratori, è interamente determinata dalle nuove forme con cui si svolge la riproduzione allargata del capitale e la determinazione del saggio di profitto. Inoltre, ad aggravare la situazione, vi è che gli outsiders non sono più una categoria omogenea, che può quindi autorappresentare i propri interessi e convergere unitariamente su questi nella lotta, ma è composta da figure diverse, con problemi diversi, esigenze diverse, spesso poste artificiosamente in conflitto l’una con l’altra (il lavoratore precario ed il disoccupato, e nell’ambito del lavoro precario chi ha un contratto a termine e chi ha un contratto a progetto, chi ha il contratto più lungo e chi ce lo ha più corto, il lavoratore a progetto, che ha una sia pur minima contribuzione previdenziale, ed il lavoratore sotto partita IVA, che è totalmente scoperto, ecc. ecc.) ciò rende oggettivamente più difficile per gli outsiders convergere su una piattaforma di lotta unitaria.
La logica del buon senso dei dati, porterebbe a ritenere che il superamento di tale segmentazione, avvenga verso l’alto, ovvero verso una estensione dei diritti e delle tutele, non verso il basso, ovvero verso una distruzione di qui pochi diritti e tutele che ancora sussistono. Infatti, questa riedizione del modello “insiders-outsiders”comporta:
- salari che non crescono allo stesso ritmo del tasso di inflazione: come è evidente dal grafico sotto riportato, gli indici delle retribuzioni sono sistematicamente più bassi di quelli dei prezzi, e, esprimendo entrambe le serie storiche su base omogenea (1995=100) l’incremento complessivo delle retribuzioni, fra 2007 e 2011, è pari ad 11,3 punti, ed è quindi inferiore all’incremento complessivo dei prezzi sullo stesso periodo (11,5 punti) con la conseguente erosione di potere d’acquisto. Non solo, ma il livello dei salari in Italia è fra i più bassi d’Europa: il reddito netto di una famiglia con due figli, in cui entrambi i coniugi lavorano, nel 2010, è in Italia pari a poco più dell’86% della media dell’Ue-27 ed al 78% della media della Ue-15 (dati Eurostat).

Graf. 1 – andamento dell’indice delle retribuzioni contrattuali e dell’indice dei prezzi per l’intera collettività (base 1995=100)
Fonte: Istat

- l’ampliamento di enormi divari sociali, territoriali, di genere e generazionali sul mercato del lavoro. L’Italia ha un tasso di disoccupazione giovanile più alto della media europea: il tasso di disoccupazione di chi ha meno di 25 anni è infatti pari al 27,8%, a fronte del 21,1% della Ue-27. Lo stesso dicasi per il tasso di disoccupazione femminile, pari al 9,7%, a fronte di una media del 9,6% nella Ue-27. Il tasso di disoccupazione di lungo periodo (cioè il tasso che si riferisce a chi è disoccupato da più di un anno, e quindi ha perso gli skills lavorativi necessari per rientrare sul mercato del lavoro e riottenere una occupazione, tendendo quindi a trasformarsi in disoccupato perenne) è del 4,1%, contro il 3,9% della Ue-27. In un’intera porzione del Paese, che assorbe il 30% della popolazione italiana, ovvero il Mezzogiorno, il tasso di disoccupazione ha un valore che è più che doppio rispetto al dato del Centro-Nord. Tutto ciò ha il suo riscontro in una enorme porzione di popolazione in età da lavoro esclusa dai processi lavorativi: il tasso di attività, che misura la quota di popolazione in età lavorativa che partecipa attivamente al mercato del lavoro, è pari ad appena l’87,6% del dato riferito alla Ue-27;
- l’ampliamento del bacino del precariato dà peraltro luogo ad un sensibile allargamento dell’area dell’economia informale e del sommerso. Il tasso di irregolarità del lavoro rappresenta il 10,3% del totale degli occupati, ed è fra i più alti dell’intera area-Ocse. Esiste una relazione statisticamente significativa, misurabile econometricamente (cfr. R. Achilli, “Sommerso economico, occupazione irregolare, mercato del lavoro e condizioni competitive delle imprese nelle regioni italiane”, in Svimez, Rivista Economica del Mezzogiorno, nr.3/2009) fra tasso di irregolarità del lavoro e ampiezza del bacino di lavoratori precari, giustificata dal fatto che flessibilità “subita” e occupazione irregolare sono in realtà le due facce del medesimo fenomeno di indebolimento del potere negoziale dei lavoratori.
Tutto ciò non fa altro che ridurre il tasso potenziale di accumulazione del capitale, perché il moltiplicarsi di barriere di accesso al nucleo più tutelato del mercato del lavoro, cioè il moltiplicarsi degli outsiders, di fatto riduce l’apporto del capitale variabile al processo di accumulazione. Lo si può vedere, ad esempio, dalla dinamica del numero di ore lavorate. Il numero di ore lavorate annualmente per dipendente, che nel 1980 era pari a 1.653,8, nel 2010 è sceso a 1.603,3, con una riduzione del 3%. Tale fenomeno è il risultato di una combinazione fra la stagnazione della produttività del lavoro ed il mancato aumento del valore assoluto del monte-ore lavorate, indotto dall’ampia platea di soggetti che escono, per disoccupazione o per scoraggiamento, dal mercato del lavoro. La stessa stagnazione della produttività, oltre che dipendere da fattori competitivi (modesto tasso di innovazione tecnologica, dimensione media delle imprese troppo ridotta) è legata anche ad una minore produttività delle figure professionali precarie. Infatti, la riduzione del numero di ore lavorate per addetto, se la si misura non soltanto sui dipendenti, ma su tutti gli occupati (quindi anche rispetto agli indipendenti, che nascondono al loro interno numerose casistiche di precariato) è, fra 1980 e 2010, ancora più forte, passando dal 3% al 4,3%. Il precario ha minori motivazioni a lavorare di più e meglio, e quindi ha una minore produttività. Perché dovrei lavorare di più se non mi garantisci nemmeno il futuro? Anche un bambino lo capirebbe. Inoltre un precario lavora saltuariamente, quindi il suo monte-ore lavorate si riduce rispetto ad un occupato alle dipendenze che lavora continuativamente. Di conseguenza il capitale variabile si riduce, e poiché, come Marx insegna, il processo di riproduzione allargata è basato anche sull’apporto di capitale variabile, la riduzione del monte-ore lavorate per addetto costituisce un ostacolo che rallenta, riduce, il processo di accumulazione capitalistica.
Inoltre, questa nuova edizione del modello insiders-outsiders produce un minore potere negoziale sui salari, e ciò non fa altro che riflettersi sulla domanda per consumi, che si riduce, aumentando la probabilità di crisi cicliche da sovrapproduzione. Infine, l’ampio bacino di lavoro sommerso che, come si è visto, è statisticamente correlato all’ampiezza delle frammentazioni interne al mercato del lavoro, genera evasione fiscale e contributiva, che incide sull’entità del deficit e del debito pubblico.
Nonostante tali evidenze, che dovrebbero suggerire anche ai liberali ed alla borghesia un processo di riforma del mercato del lavoro “verso l’alto”, ovvero aumentando e diffondendo le tutele, le esigenze di breve periodo di un capitalismo finanziarizzato che si disinteressa sempre di più delle caratteristiche dell’economia reale, nonché di una borghesia, alle prese con la forbice di una accresciuta pressione competitiva sul CLUP (e quindi sia sul costo che sulla produttività del lavoro) da parte delle economie BRIC, e di una crisi strutturale della domanda, premono in direzione di un aumento della flessibilità in uscita, quindi di un ulteriore smantellamento delle tutele, che anziché sanare l’attuale modello “insiders-outsiders” trasformandolo in un modello “insiders-insiders”, lo porterà inevitabilmente a divenire un modello “outsiders-outsiders”. Nel breve periodo, ovviamente, l’aumento dell’area della flessibilità consente di ridurre ulteriormente il potere negoziale sui salari, allineando il costo del lavoro alla sua ristagnante produttività, e di reperire micro-nicchie di mercato ancora al riparo dal calo generalizzato della domanda, tramite una personalizzazione estrema del prodotto, che ovviamente richiede altissimi tassi di flessibilità dei cicli produttivi. Nel medio e lungo periodo, però, come si è visto, tutto ciò va a pregiudicare il tasso di accumulazione capitalistica, e quindi la stessa formazione del plusvalore, e provoca anche effetti negativi sulle finanze pubbliche. Una borghesia oramai culturalmente inadatta ad affrontare le contraddizioni strutturali del suo sistema preferisce quindi adottare la massima di Keynes, secondo la quale “nel lungo periodo saremo tutti morti”, cercando soluzioni di breve respiro, e lasciando i danni strutturali che tali soluzioni comportano ai posteri.
Tutte le caratteristiche generali del progetto di riforma presentato ieri alle parti sociali vanno infatti in direzione di una affannosa ricerca di vantaggi di breve periodo. Non è vero che tali soluzioni comporteranno una drastica riduzione delle segmentazioni interne al mercato del lavoro, e quindi non è vero che porteranno al superamento del perverso modello “insiders-outsiders” che si è andato affermando. Il contratto unico di inserimento alla Boeri/Garibaldi, con tre anni di prova in cui è sempre possibile licenziare, in realtà genererà una nuova segmentazione del mercato del lavoro: fra figure professionali che sono rare e particolarmente pregiate, e che accederanno al tempo indeterminato, e figure professionali a minor qualificazione, facilmente sostituibili, che nei tre anni di prova verranno continuamente licenziate, per consentire alle imprese di avere la giusta dose di flessibilità. Il progetto di differenziazione del valore delle lauree in base agli atenei, presentato in parallelo, consentirà quindi di riprodurre sul mercato del lavoro le ingiustizie sociali, fra chi potrà pagarsi lauree di eccellenza, ed accederà al tempo indeterminato, e gli altri, che rimarranno per sempre prigionieri di un circuito di assunzioni con prova estesa a tre anni. Poiché tali figure avranno anche salari bassi, le compensazioni monetarie che le imprese corrisponderanno a seguito del licenziamento saranno anch’esse modeste.
Nella sostanza, il progetto presentato dal Governo Monti mira solamente a semplificare drasticamente la giungla contrattualistica oggi esistente, e che crea anche alle imprese dei problemi, perché finiscono spesso per dover pagare la parcella ad un consulente del lavoro, o ad un’agenzia interinale, che le aiuti a selezionare il modello contrattuale migliore. Ma non mira affatto a superare il dualismo interno al mercato del lavoro, perché con il modello del contratto unico di inserimento vi saranno sempre insiders garantiti, outsiders precari, intrappolati nell’inferno della prova triennale, e disoccupati/inoccupati che rimangono fuori dal mercato. E ancora una volta, tali segmentazioni riprodurranno le differenze sociali esistenti. In questo modo, con il contratto unico non è più nemmeno necessario toccare l’articolo 18, che rimane, però viene svuotato di significato, perché riguarderà soltanto i privilegiati che supereranno lo scoglio dei tre anni di prova. Ed in questo modo i sindacati padronali che fanno della difesa simbolica dell’articolo 18 il loro alibi per approvare qualsiasi cosa saranno soddisfatti. Il contratto unico semplificherà la vita alle imprese, evitando i costi delle consulenze resi necessari dalla complessità della precedente normativa, mantenendo l’attuale stato di fatto, ovvero l’estrema segmentazione interna al bacino degli occupati, che tende a riprodurre la struttura classista della società, e di fronte a ciò, gli incentivi previsti per la trasformazione in tempo indeterminato dei contratti a tempo determinato, oppure per aumentare il costo contributivo dei contratti flessibili oggi esistenti, non hanno alcuna natura sociale, ma rappresentano soltanto strumenti-ponte per agevolare il passaggio dalla vecchia alla nuova normativa.
L’unico modo per dare un minimo di sostenibilità sociale al progetto, ovvero la garanzia di un reddito minimo di disoccupazione, sull’impronta dei precetti della flexsecurity, diviene una presa in giro, in un momento in cui l’obiettivo è quello di tagliare la spesa pubblica, non di creare nuova spesa sociale. Ed infatti, sempre durante la riunione di ieri con le parti sociali, il reddito di disoccupazione è stato postergato “sine die”, ad un imprecisato futuro. Infatti, il Ministro Passera ha dichiarato che le risorse necessarie sarebbero al momento "non individuabili". Da qui l'ipotesi di inserirlo comunque nella riforma prevedendo però "una applicazione dilazionata". Cioè, tradotto dal gergo politico/amministrativo, tale reddito non sarà implementato mai. Mentre invece sarà immediatamente smantellata la CIG straordinaria, che era lo strumento per garantire un reddito minimo su periodi di tempo poliennali in caso di crisi aziendali strutturali. Mentre rimarrà la CIG ordinaria, quella che non supera le 52 settimane, perché tale strumento, più che avere natura assistenziale, ha natura di sostegno alle esigenze di flessibilità delle imprese, che in periodi di calo stagionale della domanda possono collocare i dipendenti in CIG ordinaria, per poi riprenderli a tempo pieno quando la domanda aumenta nuovamente, ancora una volta per stagionalità. Facendo pagare ai dipendenti il costo, in termini di un’indennità di CIG inferiore allo stipendio medio, di tale esigenza aziendale di flessibilità stagionale (è bene ricordare che il trattamento di CIG ordinaria non può superare l’80% della retribuzione globale di fatto, ed ha un massimale fra 908 euro e 1.089 euro, in questo caso solo per retribuzioni superiori a 1.962 euro).
Tutto ciò delinea il quadro di un progetto socialmente regressivo, culturalmente miserrimo, rivela l’incapacità della borghesia di affrontare con lungimiranza le enormi contraddizioni generate dal capitalismo marcescente, rivela l’incapacità dei sindacati di difendere ciò che resta del nostro popolo e del nostro Paese.



venerdì 20 gennaio 2012

Le liberalizzazioni illiberali, di Riccardo Achilli





di Riccardo Achilli




Introduzione

Il modello di mercato storicamente esistente comporta conseguenze sociali molto rilevanti sulla collettività. Ogni fase del capitalismo ha il suo modello dominante, ed in questa fase il ruolo crescente della concentrazione oligopolistica conduce a spacciare per liberalizzazioni, ovvero per provvedimenti mirati ad aumentare il grado di competizione sui mercati, interventi che in realtà sono puramente mirati ad estendere ulteriormente il ruolo dell'oligopolio, ed al contempo per fornire una utile cornice ideologica e mediatica per smantellare i vecchi monopoli pubblici, che garantivano l'accessibilità a servizi e beni essenziali anche ai cittadini più poveri ed emarginati. In tale articolo, illustrerò come con il pacchetto-liberalizzazioni recentemente approvato, Monti stia in realtà allontanandosi significativamente da un modello concorrenziale, al contempo smantellando i residui monopoli pubblici. Il tutto accompagnato dai gravi danni alla collettività derivanti dall'espansione dell'oligopolio, in luogo dei tanto sbandierati benefici da liberalizzazioni, che nel migliore dei casi saranno modesti e solo di breve periodo.
La fondamentale intuizione di Rudolf Hilferding è che “la borghesia fu - un tempo - in lotta contro il mercantilismo economico e l’assolutismo politico. (In un secondo momento dello sviluppo del capitalismo, nda) le esigenze del capitale finanziario favorirono la nascita e la diffusione di...una nuova ideologia adeguata ai propri interessi. Quest'ultima è però in netto contrasto con quella del liberalismo. Il capitale finanziario non chiede libertà, ma dominio: non tiene in alcun conto l’autonomia del singolo capitalista, anzi ne pretende l'assoggettamento; aborrisce l'anarchia della concorrenza e promuove l'organizzazione”.
In sostanza, Hilferding intuì come la finanziarizzazione del capitalismo avrebbe condotto non ad una esaltazione dei principi liberali classici, quanto piuttosto ad uno sviluppo degli oligopoli, riducendo per questa via il benessere complessivo della società. Di fatto, l'emergere del potere finanziario mette a disposizione quantità crescenti di capitale monetario iniziale per gli investimenti, accelerando l'accumulazione. Tutto ciò, lungi dal favorire la realizzazione dell'ideale liberale di concorrenza perfetta, finisce, in presenza di una curva di domanda spezzata (grande scoperta empirica fatta da Sweezy, Hall e Hitch) per favorire la rigidità dei prezzi (perché con curve di domanda spezzate l'impresa non può aumentare i prezzi, senza perdere la sua clientela, né ridurlo, perché l'aumento di domanda tenderebbe progressivamente ad azzerarsi). La rigidità del prezzo a sua volta finisce per impedire quegli aggiustamenti tipici del modello di concorrenza perfetta.
Quindi, la crescita del capitale finanziario e della concentrazione in sede di accumulazione, e la presenza di curve di domanda angolari, conducono non al paradiso del liberale, ma all'inferno dell'oligopolio, dei poteri forti, delle intese collusive, dei cartelli, e di sistemi politici sempre più legati agli interessi dei poteri imprenditoriali oligopolistici. Per una analisi dei processi di concentrazione oligopolistica in Italia, cfr. un altro mio scritto Processi di crescita dimensionale e concentrazione oligopolistica nell'economia italiana.


I modelli di mercato capitalistico esistenti


Prima di addentrarsi nell’esame del pacchetto-liberalizzazioni di Monti, è però necessaria una breve esposizione teorica dei principali modelli di mercato che il capitalismo propone: la concorrenza perfetta, l’oligopolio, con la sua variante denominata “concorrenza monopolistica”, ed il monopolio, specie quello pubblico. Senza un minimo di esposizione teorica delle forme di mercato, è infatti impossibile capire quali siano gli obiettivi reali del pacchetto-Monti, e si rischia di rimanere intrappolati nella gabbia mediatica che ci fa apparire le liberalizzazioni come una manna per l’economia e per il benessere del singolo cittadino.
Iniziamo a paragonare il modello di concorrenza perfetta con quello di oligopolio. Nel graf.1, il punto di equilibrio su un mercato perfettamente concorrenziale è rappresentato da N. In tale punto, infatti, la concorrenza perfetta fra imprese spinge il prezzo ad un livello di equilibrio, che eguaglia esattamente il ricavo marginale (che in concorrenza perfetta coincide con la retta orizzontale Rcp) con il costo marginale (curva Cmg (A)). Qualsiasi prezzo superiore a tale livello di equilibrio indurrebbe un profitto, e quindi un incentivo all'aumento dell'offerta, fino a che il prezzo scenderebbe fino al suo livello di equilibrio. Similmente, un prezzo inferiore all'equilibrio comporterebbe una perdita (cioè ricavi marginali inferiori ai costi marginali) e quindi una riduzione dei livelli di produzione ed offerta, fino a far risalire il prezzo al livello di equilibrio. In concorrenza perfetta, quindi, si produrrà la quantità di equilibrio Q del bene, venduta al prezzo di equilibrio P. La remunerazione dei fattori avviene in base al loro rendimento marginale, per cui il capitale è remunerato sulla base del suo effettivo apporto alla produzione (trascuriamo, perché allargherebbe troppo il discorso, l’ovvia obiezione marxista, per cui anche il capitale è in realtà frutto di lavoro indiretto). L'assenza di extra-profitti (ovvero aggiuntivi rispetto al rendimento marginale del capitale) è l’aspetto socialmente più positivo del modello perfettamente concorrenziale, cui si contrappongono i classici costi sociali derivanti da fallimenti del mercato (sia sulla quantità che sul prezzo).
In condizioni di oligopolio, però, la curva dei ricavi medi, e della domanda, diviene la curva Rm. Infatti, in oligopolio le imprese hanno la possibilità di influenzare il prezzo di mercato (mentre in concorrenza perfetta il prezzo di mercato è un dato esogeno alle imprese). Ciò significa che la curva di domanda, che in concorrenza perfetta è una retta orizzontale, in oligopolio diviene decrescente, e quindi il ricavo marginale, che è la sua derivata prima, non è più una costante, ma una retta decrescente. Ne consegue che l'equilibrio su un mercato oligopolistico non viene più realizzato in coincidenza con il punto N, ma con un punto che dipenderà dalle interazioni competitive (che nel modello di Cournot, qui assunto come base, avvengono sulle quantità prodotte) fra le imprese partecipanti all'oligopolio. Supponendo per semplicità un duopolio (cioè due sole imprese, l'impresa A e la B) se l'impresa A presume che il concorrente B produrrà la quantità O-B, allora fisserà la sua produzione al livello B-E, in modo da eguagliare, al punto E, il suo costo marginale (Cmg(A)) alla sua curva di ricavo marginale (Rmg(A)). Ne consegue che l'intero mercato oligopolistico produrrà una quantità totale pari ad E, che corrisponde, in base alla curva di domanda Rm, ad un prezzo di equilibrio pari a Po.
Ne consegue che l'impresa oligopolistica A benefici di un extra-profitto, segnalato dall'area tratteggiata, che è dato dal prodotto fra la quantità che essa produce (B-E) ed il prezzo Po, superiore al prezzo P di concorrenza perfetta che garantirebbe l'assenza di extra-profitto. Similmente, il concorrente B godrà di un extra-profitto dato dal prodotto fra la sua quantità prodotta O-B ed il prezzo Po, più alto del prezzo che azzera l'extra-profitto. Mentre in concorrenza perfetta le imprese non realizzano profitti aggiuntivi, e quindi il capitale ed il lavoro che utilizzano vengono remunerati esattamente in base al loro rendimento marginale nel processo produttivo, in oligopolio le imprese realizzano profitti aggiuntivi. Tale extra-profitto viene pagato dalla collettività, in termini di un livello di produzione, e quindi di disponibilità sociale del bene, più basso rispetto a quello che si sarebbe realizzato in condizioni di concorrenza perfetta (infatti il livello di produzione E è, se misurato sull'asse delle ascisse, inferiore a quello che si realizza in condizioni di concorrenza perfetta, pari a Q) ed in termini di un prezzo più alto rispetto a quello di concorrenza perfetta (infatti, Po è più alto di P).

Graf. 1 – equilibrio di mercato in concorrenza perfetta ed in oligopolio




Una variante dell’oligopolio è il modello di concorrenza monopolistica, che è basato sulla differenziazione del prodotto, in modo da creare tante nicchie di mini-monopolio, o di mini-oligopolio, a favore di ciascuno degli operatori che differenziano la loro offerta, in una sovrastruttura di mercato che però a prima vista appare concorrenziale, perché vi sono molti operatori. La differenza fondamentale con l’oligopolio è che le barriere di accesso al mercato sono particolarmente basse (le imprese, in concorrenza monopolistica, non possono fare cartelli o colludere fra loro per impedire l’accesso di nuovi competitors). L’equilibrio di breve periodo dell’impresa in concorrenza monopolistica è identico a quello dell’impresa in oligopolio, per cui si rimanda al graf. 1.
Nel lungo periodo, però, in tale tipo di mercato l’esistenza di una rendita oligopolistica comporterà l’ingresso di nuovi concorrenti (a differenza dell’oligopolio, non vi sono significative barriere all’ingresso) portando quindi l’extra-profitto verso lo zero, come in un modello di concorrenza perfetta, ma, a differenza di quest’ultima, l’impresa in concorrenza monopolistica genererà esattamente gli stessi costi sociali a carico della collettività esaminati nel caso dell’oligopolio: anche nell’equilibrio di lungo periodo, quando cioè l’extra-profitto sarà scomparso, in tale mercato si produrrà una quantità di beni/servizi inferiore, ad un prezzo più alto, rispetto al modello di concorrenza perfetta. Questo perché anche nel lungo periodo, esisterà un certo potere di mercato (quindi, a differenza della concorrenza perfetta, il prezzo non è completamente esogeno per le imprese, che almeno in parte lo possono influenzare) e quindi la retta del ricavo medio non sarà orizzontale in coincidenza del prezzo esogenamente dato (come in concorrenza perfetta) ma, come nel caso dell’oligopolio, sarà inclinata verso il basso. Il graf. 2 evidenzia esattamente la minore quantità ed il maggiore prezzo di equilibrio di lungo periodo su un mercato in concorrenza monopolistica, rispetto alla situazione di concorrenza perfetta.

Graf. 2 – differenze nelle quantità e nei prezzi di equilibrio di lungo periodo fra concorrenza perfetta e concorrenza monopolistica





Nel caso del monopolio a gestione pubblica, è possibile, per finalità di politica economica e sociale, ad esempio, una volta determinato il punto di equilibrio al punto A (corrispondente alla quantità di equilibrio Q* ed al prezzo P*) che corrisponde al punto di massimizzazione del profitto di un monopolista privato, vendere la quantità di equilibrio Q* ad un prezzo P’' inferiore al prezzo di equilibrio, subendo una perdita di profitto pari all'area tratteggiata (graf. 3), e cioè pari a (Q* x P*) - (Q* x P''). Ciò ad esempio può essere fatto per realizzare una politica di prezzi sussidiati a favore dei consumatori più poveri, che ovviamente un monopolista privato non avrebbe l'incentivo a fare.

Graf. 3 – Monopolio pubblico che pratica una politica di sussidi sui prezzi


Analogamente, al prezzo P* di equilibrio, un monopolista pubblico potrebbe decidere di erogare una quantità superiore alla quantità di equilibrio Q*, ovvero una quantità Q’’ che si trova collocata a destra della curva di domanda, perché rappresenta una domanda economicamente non efficiente (nel senso che il suo soddisfacimento comporta costi marginali più alti dei ricavi marginali). Servendo tale domanda, il monopolista pubblico si carica l’onere di costi marginali superiori ai ricavi marginali, in una forbice negativa crescente, rappresentata dall’area tratteggiata nel graf. 3. tale scelta corrisponde, ad esempio, alla scelta di erogare un servizio essenziale anche a bacini di utenza marginali, caricandosi l’onere (che un privato ovviamente, sulla base di considerazioni aziendalistiche, non si caricherebbe mai) di una crescente inefficienza economica (ad es., per una azienda ferroviaria pubblica, ciò corrisponderebbe a tenere in esercizio linee ferroviarie in perdita, i c.d. rami morti, in modo da garantire l’accesso al servizio ferroviario a tutta la popolazione).

Graf. 4 – Monopolio pubblico che pratica una politica di aumento della produzione per gli utenti marginali



Naturalmente anche il monopolio pubblico è un modello che ha i suoi difetti, il principale dei quali è che, tramite il controllo statale della produzione, la sfera di potere e di influenza dello Stato si amplia, realizzando un blocco di potere politico/economico perfettamente funzionale alle esigenze della classe dominante. Infatti, il modello del monopolio pubblico è perfettamente funzionale al capitalismo, e ne connota una particolare fase evolutiva, che nei nostri Paesi ha dominato il secondo dopoguerra, e che in Italia ha iniziato il suo smantellamento a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, con le prime privatizzazioni effettuate dall’allora Presidente dell’IRI, Romano Prodi.
Tale modello, in una fase particolare dello sviluppo capitalistico, è infatti perfettamente funzionale alle esigenze della borghesia, soprattutto perché garantisce una accelerazione nell’accumulazione, soprattutto in settori ad elevata composizione organica del capitale. Inoltre, come già detto, realizza una perfetta fusione fra potere economico e politico, che garantisce il massimo controllo capitalistico dell’intero sistema socio economico. Infine, in termini strettamente economici, il monopolio pubblico produce una tendenza quasi inarrestabile all’inefficienza gestionale ed economica, poiché, anche volendo escludere fenomeni degenerativi come l’appropriazione politica, e non meritocratica, dei vertici dirigenziali delle imprese pubbliche, è comunque teoricamente impossibile stabilire una frontiera entro la quale le perdite di esercizio del monopolista pubblico sono giustificabili in base ad obiettivi di politica sociale (prezzi sussidiati, mantenimento dei rami morti, ma anche, ad esempio, finalità di assorbimento occupazionale in aree territoriali particolarmente svantaggiate) ed oltre la quale sono frutto di pura inefficienza gestionale. Questo perché discriminare fra un’inefficienza giustificabile per fini sociali ed una ingiustificabile è operativamente quasi impossibile. Ecco perché in una determinata fase dello sviluppo capitalistico, quando la pressione competitiva globale aumenta, riducendo il tasso di crescita potenziale dell’economia al di sotto della soglia che garantisce la sopravvivenza del monopolio pubblico, la borghesia avverte la necessità di smantellarlo, non certo per fare spazio alla concorrenza libera, ma per ampliare l’area di influenza dell’oligopolio privato.
Riassumendo: l'avvento dell'oligopolio, e della sua variante (concorrenza monopolistica) tipico dell'attuale fase di evoluzione del capitalismo, produce extra-profitti per i poteri imprenditoriali forti, ai danni della collettività, penalizzata da quantità prodotte inferiori al valore potenziali, e da prezzi più alti. Tale costo sociale non esiste nel modello di concorrenza perfetta, che però non si è mai compiutamente diffuso (rimanendo confinato a pochi casi di studio) e che comunque produce esternalità negative, in termini di fallimenti del mercato. Il modello del monopolio pubblico consente di eliminare sia i fallimenti di mercato connessi al modello concorrenziale puro, sia le perdite di benessere sociale connesse all’oligopolio, ed è quindi il modello socialmente migliore fra quelli che il capitalismo offre, ma presenta una serie di inconvenienti economico-gestionali e costituisce, in una determinata fase, un potente strumento di controllo capitalistico sull’intero sistema socio-economico.


Il decreto-Monti

Tornando all’attualità, dopo il precedente excursus teorico, occorre premettere che è impensabile che un uomo come Monti possa fare una politica che avvicina il modello economico a quello della concorrenza perfetta. E' molto più ovvio che la sua politica tenda a favorire gli oligopoli, sia per la sua estrazione professionale (è un ex uomo della Goldman Sachs) sia, soprattutto, per quanto afferma Hilferding ad apertura del presente articolo, ovvero che la fase finanziaria ed oligopolistica del capitalismo richiede controllo e potere.
Intanto, lo schema di decreto sulle liberalizzazioni contiene disposizioni che niente hanno a che vedere con le liberalizzazioni stesse, ma che tradiscono chiaramente gli intenti degli estensori. Infatti, queste disposizioni sono in realtà mirate a favorire la crescita dimensionale, ovvero una ulteriore concentrazione. In questa chiave va letta la deroga all'art. 18 per le piccole imprese che si fondono fra loro per creare una unità più grande, oppure la definizione del criterio del price cap per le concessioni autostradali. Tale criterio, come è noto, incentiva l'adozione di misure per aumentare la produttività del concessionario, ed ovviamente privilegia i grandi operatori, che possono, tramite economie di scala ed investimenti adeguati, resi possibili da un grado di capitalizzazione più alto, ottenere incrementi significativi del fattore di produttività, in modo più incisivo di quanto possano fare i piccoli. Ciò si traduce in guadagni di redditività estratta dalle concessioni autostradali tendenzialmente crescenti al crescere della dimensione organizzativa e patrimoniale dei concessionari.
Dopodiché, nel dettaglio degli interventi, si prevede la liberalizzazione della possibilità, per gli esercizi commerciali, di praticare sconti, promozioni o vendite promozionali. Si tratta di un provvedimento mirato evidentemente a scatenare guerre commerciali sul prezzo, tali da indurre molti piccoli negozi ad abbandonare il mercato (perché ovviamente in una guerra di prezzi, gli esercizi della grande distribuzione organizzata, in virtù di una maggiore capitalizzazione, di una migliore possibilità di accedere al credito bancario, di una maggiore forza contrattuale con i fornitori, possono resistere un giorno in più rispetto ai piccoli negozi). Il risultato probabile sarà quello di incrementare il peso della GDO. Se nel breve periodo i consumatori avranno dei benefici dalla lotta sul prezzo, nel medio periodo si accentuerà il processo già in atto di concentrazione del commercio su un limitato numero di grandi superfici, rafforzando quindi i meccanismi oligopolistici. Quando la guerra dei prezzi sarà finita, i pochi oligopolisti della GDO che si saranno conquistati gli spazi di mercato abbandonati dalla piccola distribuzione (con la rovina economica di migliaia di famiglie piccolo borghesi) potranno, esattamente come succede negli Usa, che sono molto più avanti di noi nel processo di riorganizzazione oligopolistica della rete distributiva, spartirsi i bacini commerciali, ingaggiando quindi una competizione oligopolistica basata sulla quantità, simile al modello di Cournot che, come è noto, conduce ad un equilibrio-Nash nel quale si verificano gli stessi costi sociali del modello oligopolistico generale studiato sopra: i costi di acquisto dai fornitori primari saranno più bassi per la GDO, mentre solo in parte i prezzi di vendita finali beneficeranno del risparmio conseguito a monte nei confronti dei fornitori. Ne conseguirà che la catena complessiva del valore, nelle filiere, si sposterà a favore delle grandi superfici di vendita, ai danni dei fornitori (quindi anche di migliaia di piccoli agricoltori) e dei consumatori finali. La progressiva scomparsa del piccolo negozio di vicinato comporterà un aumento della congestione nei grandi centri commerciali, con tutti i costi ambientali (traffico, inquinamento, poiché non sarà più possibile, per molti, fare la spesa senza prendere l'auto per recarsi ad un centro commerciale non di rado lontano dalla propria abitazione) e sociali che ne conseguono.
Un ragionamento non molto dissimile riguarda il tema della cancellazione delle tariffe minime e massime per i servizi professionali. In questo caso, la competizione di prezzo che ne deriverà favorirà i grandi studi professionali, che per le loro dimensioni possono fruire di economie di scala ed offrire sconti alla clientela. Se questa ne beneficerà in un primo momento, nel medio periodo si verificherà una riduzione della concorrenza, perché i grandi studi professionali fagociteranno i piccoli, e con ciò stesso i prezzi e le tariffe saranno nuovamente rialzati, erodendo il guadagno iniziale ottenuto dai consumatori (d'altra parte, anche il limite superiore alle tariffe, oggi vigente a beneficio dei clienti, sarà scomparso). Alternativamente, potrà anche verificarsi che gli studi professionali in oligopolio tengano relativamente basso il prezzo dei loro servizi, applicando il criterio del prezzo di esclusione studiato nei modelli oligopolistici di Sylos Labini (ovvero un prezzo sufficientemente basso da scoraggiare l'ingresso di nuovi competitors sul mercato). Ma in questo caso, se è vero che il consumatore di servizi professionali continuerebbe a godere di tariffe più basse di quelle attuali, verrebbe sconfessato un altro degli obiettivi sociali dichiarati nel decreto-Monti, ovvero l'incremento dell'occupazione nel settore dei servizi professionali. Infatti, il meccanismo del prezzo di esclusione impedirebbe a nuovi professionisti di entrare nel mercato, se non come dipendenti dei grandi studi già affermati, con livelli salariali modesti (il meccanismo del prezzo di esclusione regge se i costi sono bassi). Si ripeterebbe cioè il meccanismo estremamente competitivo tipico dei servizi professionali negli Usa, dove i dipendenti sono sottopagati e costretti a lavorare molto duramente, nella speranza (per moltissimi del tutto vana) di divenire, un giorno, soci dello studio. In ogni caso, quindi, che il prezzo salga o rimanga basso, il consolidamento di un sistema oligopolistico nel settore dei servizi professionali non sembra produrre rilevanti benefici sociali alla collettività nel suo insieme (sia questa quella dei consumatori di tali servizi, oppure dei giovani che ambiscono ad una carriera come professionisti).
Rispetto alla liberalizzazione delle farmacie e dei distributori di carburante, il problema è che l'oligopolio, in tali settori, è a monte, fra i fornitori, per cui l'aumento del numero di farmacie o la possibilità di rifornirsi da fornitori di carburante diversi da quello dell'insegna non comporterà alcuna significativa riduzione del prezzo (se non per alcuni prodotti parafarmaceutici, ma in questo caso ci sono già le parafarmacie). In questo caso, la valenza del provvedimento è solo in un limitato aumento dell'occupazione di nuovi farmacisti. Nel settore dei distributori di benzina, la possibilità concessa di aprire rivendite alimentari, di giornali, tabacchi ecc. crea di fatto barriere all'entrata simili al modello di Bain. Come è noto, in tale modello la barriera all'ingresso di nuovi competitors sul mercato non è basata su un prezzo di esclusione, come in Sylos Labini, ma sulla possibilità di effettuare investimenti per diversificare l'offerta aziendale, arricchire la gamma, innovare. Ovviamente solo i più grandi e capitalizzati possono effettuare tali investimenti, possono ottenere dalle banche il credito necessario, ecc. Di fatto, quindi, la possibilità di diversificare l'offerta, dalla vendita di soli carburanti a quella di altri generi merceologici, pressoché infinita, come appare dalla bozza di decreto, finirà per favorire gli imprenditori più capitalizzati, espellendo dal mercato quelli che non possono effettuare investimenti simili, o che sono posizionati in aree dove la diversificazione merceologica non è conveniente, o che hanno una superficie di vendita troppo piccola, e non facilmente ampliabile (si pensi ad es. ai distributori di carburante localizzati nei centri storici delle città). Come già si verifica in molti Paesi europei che hanno adottato questo modello, l'offerta di combustibili si concentrerà su un numero ristretto di esercizi, veri e propri “drugstore” all'americana, generalmente posti alle periferie delle città, non si avrà un significativo calo del prezzo della benzina (perché in buona misura determinato a monte dal prezzo internazionale del petrolio, che ovviamente è un dato per l'esercente che acquista il combustibile, e dal carico fiscale che lo Stato italiano impone sulla benzina; in pratica l'esercente potrà abbassare di qualche centesimo il suo profitto sul litro di combustibile erogato, compensandolo con quello degli altri generi di consumo che vende, ma si tratta di pochi spiccioli di risparmio per l'automobilista) mentre il disagio (ed il costo monetario) di raggiungere fisicamente con la propria auto un minor numero di punti di vendita di combustibile, generalmente collocati all'estrema periferia, o fuori città, peserà sulla clientela. Anche la possibilità, concessa dal decreto, di fare gruppi di acquisto per ridurre prezzo di vendita all'ingrosso del carburante, sembra più che altro acqua fresca rispetto alle tasche ed alla qualità della vita del consumatore finale.
Il capitolo sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali, poi, è semplicemente scandaloso. La possibilità di mantenere diritti di esclusiva o la proprietà pubblica per i servizi da parte degli enti locali, dovrà essere sottoposta alla verifica dell'Autorità per la concorrenza che, c'è da giurarci, si pronuncerà sempre negativamente, spingendo per la vendita ai privati. D'altro canto, si abbassa da 900.000 a 200.000 euro il limite del valore del servizio locale entro il quale è possibile continuare a gestire in house, di fatto obbligando gli enti pubblici a privatizzare tutto. Infine, gli stessi enti locali, sottoposti ai rigidi vincoli del patto di stabilità interno, vengono ulteriormente ricattati: la condizione per essere considerato “ente virtuoso”, e quindi per evitare in parte i tagli di spesa derivanti dal patto di stabilità interno, risiede nel privatizzare i propri servizi. Questa spinta alla privatizzazione dei servizi pubblici locali comporta evidenti problematiche, che rivengono dalla sostituzione di un monopolista pubblico con un modello di tipo oligopolistico: non essendovi più un monopolista pubblico, non sarà più possibile né praticare politiche di prezzi sovvenzionati, né politiche di erogazione del servizio agli utenti marginali. I “rami morti”, ovvero i bacini di utenza non più economicamente redditizi, saranno tagliati via dalla fruizione di servizi essenziali, ed inoltre, con l'avvento dei privati, è quasi sicuro che i prezzi dei servizi saranno più alti per coprire costi di investimento e di manutenzione, precedentemente fiscalizzati sull'intera collettività, quando la proprietà era pubblica. D'altra parte, tale settore è già oggi, a livello internazionale, dominato da pochissime imprese di multiutility che operano su scala transnazionale, che si spartiranno, con criteri oligopolistici, il mercato “liberalizzato” dei servizi pubblici locali italiani, senza quindi creare alcuna significativa ricaduta in termini di sviluppo economico per il nostro Paese, e generando tutti i costi sociali dell'oligopolio, associati alle esternalità negative tipiche dei modelli concorrenziali.
La spinta a privatizzare i servizi pubblici locali va di pari passo con quella di due servizi pubblici nazionali essenziali: il servizio postale e quello ferroviario. La privatizzazione di tali servizi comporterà gli stessi fallimenti di mercato già descritti per i servizi pubblici locali (taglio dei rami morti del servizio, rialzo dei prezzi a carico dell'utenza), senza di fatto avere, in cambio, la possibilità di creare mercati realmente concorrenziali. Nel settore ferroviario ed in quello delle Poste, infatti, gli investimenti iniziali per entrare nel mercato sono così alti, che solo pochissimi operatori molto grandi e patrimonializzati, opportunamente sostenuti dalle banche, potranno effettivamente avviare una loro attività. Questi pochissimi operatori potranno quindi creare meccanismi di concorrenza monopolistica, con tutti i costi sociali che tale modello comporta, e che son ostati analizzati in precedenza. Ad esempio, nel settore ferroviario, Montezemolo diverrà monopolista delle singole tratte in cui otterrà la concessione, poiché è impensabile che due operatori possano spartirsi, in modo economicamente redditizio, una singola tratta, per quanto affollata.
In sostanza, il pacchetto-liberalizzazioni di Monti, scritto evidentemente su dettatura dei grandi operatori oligopolistici, non fa che rafforzare le potenzialità di espansione dell'oligopolio in settori quali i servizi pubblici locali e nazionali, sostituendo il modello del monopolista pubblico con quello, ben più dannoso socialmente, della concorrenza monopolistica. Un discorso analogo vale per la liberalizzazione degli esercizi commerciali, che non farà altro che realizzare una concentrazione del settore su poche grandi superfici di vendita, con rendite oligopolistiche ai danni della collettività. La liberalizzazione delle professioni creerà oligopoli che sacrificheranno o l'utenza finale, con un successivo incremento delle tariffe (posto che nel decreto-Monti anche quelle massima son ostate cancellate) oppure gli obiettivi di garantire nuova occupazione decente e ben pagata nel settore dei servizi professionali. Il verificarsi dell'uno o dell'altro dei due possibili costi sociali dipenderà dalle strategie oligopolistiche che i grandi studi commerciali adotteranno: se utilizzeranno o meno il prezzo di esclusione per dissuadere i potenziali neo-entranti sul mercato.
Nel migliore dei casi, come nel caso dei distributori di carburante e delle farmacie, il pacchetto-Monti non “liberalizzerà” un bel niente, perché le condizioni oligopolistiche, in tali settori, si riscontrano a monte, fra i fornitori. Al contrario, ad esempio tramite la previsione di autorizzare i benzinai a vendere altri prodotti (possibilità che solo quelli che partono da condizioni iniziali più favorevoli potranno sfruttare), creerà condizioni oligopolistiche anche nell'unico anello della filiera che è in condizioni concorrenziali, ovvero quello della vendita finale del prodotto.
Di fatto, sembra che le uniche due categorie aperte ad una effettiva maggiore concorrenza, saranno quelle dei tassisti e dei notai. Davvero un risultato modesto per chi, come Monti, si autoproclama un “liberale”. Adam Smith si rivolterebbe nella tomba, caro professore. Sarebbe più dignitoso ammettere onestamente che si stanno servendo gli interessi del capitale oligopolistico e finanziario.


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