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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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martedì 23 maggio 2017

PERCHE' UN "FIOCCO ROSA" NON RAPPRESENTA LA TUA STORIA








PERCHE' UN "FIOCCO ROSA" NON RAPPRESENTA LA TUA STORIA


A cura di Fiocco Rosa


Dovete perdonarmi: so perfettamente che questo articolo è troppo lungo, ma dovete comprendere che si tratta di un pezzo di vita ed un pezzo di vita non è mai facile da riassumere. Per anni ho riflettuto sulla mia storia. Per anni ne ho sentito il peso, ed in parte lo sento ancora. Per anni ho pensato se fare o meno un post su Facebook per raccontarla, ma mi è sempre mancato il coraggio. Anche oggi mi manca il coraggio, in parte, altrimenti mi sarei firmata con il mio vero nome. Invece vi scriverò a nome di Fiocco Rosa. All’inizio avevo pensato di firmarmi come Nemo, un nome più accattivante e più serio, adatto ad attirare la vostra attenzione. Poi ho però riflettuto sul senso di un acronimo come questo ed ho deciso che sarebbe stato sbagliato: io non sono “nessuno”, voi mi conoscete. Per alcuni sono un’amica, per altri un volto visto in università, per altri ancora una figlia, per qualcuno l’amore. La realtà è che io sono tutti voi, dormo con voi, sogno con voi, parlo con voi. Sono vostra madre, sono vostra sorella, sono la vostra fidanzata o la vostra migliore amica. 

Intendiamoci, la mia vita è stata piena di cose meravigliose e di disgrazie e sarebbe riduttivo ridurla ad una sola parte della mia storia, per quanto importante. Eppure è stato uno spartiacque, ha lasciato la sua impronta nell’anima e nel corpo. Il Tumore ha bussato alla mia porta poco prima dell’esame di terza media, non avevo ancora 14 anni. Una sua caratteristica è quella di avvicinarsi in modo subdolo, travestendosi in mille modi come il miglior attore del mondo: delle volte ha la veste del sangue nelle urine, delle volte è il colpo di tosse “troppo strano”, altre volte quello della nausea cerebrale, e mille altri ancora. Quando è venuto da me, aveva le sembianze di una sera di Maggio ed una doccia calda. Per quella sera avevo dimenticato di cambiare la spugna, così mi sono lavata a mani nude. Passando la mano sul mio seno ho sentito un “bozzo”. Non sapevo come altro descriverlo ed infatti così lo descrissi a mia madre, con i capelli ancora grondanti d’acqua e la pelle profumata dal bagnoschiuma. lo sguardo vuoto di mia madre ancora lo ricordo, come ricordo la sua voce stridula mentre chiamava mio padre. Due giorni prima del mio esame di terza media, papà mi portò da una dottoressa la quale ci rassicurò dicendo che il “nodulo” era mobile, al tatto non particolarmente duro, assolutamente non pericoloso. A tredici anni non avevo idea di che cosa significasse “nodulo”, ma sapevo cosa significasse la parola tumore e, più volte, l’avevo sentita bisbigliata con paura dalla bocca dei miei genitori quando erano sicuri che non ascoltassi. Subentrò un periodo di serena quiete, quella che precede la tempesta: feci i miei esami prendendo un panciuto ottimo tra gli applausi della commissione e le lacrime di mia madre. Ero serena, mi avevano detto di stare serena. La mia ecografia di “routine” era programmata per la settimana successiva, per “toglierci ogni dubbio”, come aveva detto il medico.

domenica 14 maggio 2017

SOGNI, DICOTOMIE E IMPERATIVO CATEGORICO di Carlo Felici





                                                   di Carlo Felici


E’ ancora opportuno capire se oggi esistano delle reali dicotomie politiche o ideologiche? E in particolare se quella rappresentata dalla contrapposizione destra-sinistra sia ancora valida oppure consista soltanto in una meschina millantatura?
Vediamo di partire da due grandi esempi storici.
Il primo, Mazzini: "Ho udito parlare intorno a me di diritta, di sinistra, di centro, denominazioni usurpate alla retorica delle vecchie raggiratrici monarchie costituzionali; denominazioni che nelle vecchie monarchie costituzionali rispondono alla divisione dei tre poteri, e tentano di rappresentarli; ma che qui sotto un Governo repubblicano, ch'è fondato sull'unità del potere, non significano cosa alcuna" Giuseppe Mazzini. 10 Marzo 1849 alla Repubblica Romana.
Il governo repubblicano romano del 1849 fu, a tutti gli effetti, un governo rivoluzionario, sia perché rovesciò radicalmente un assetto istituzionale preesistente, sia perché ebbe una larga partecipazione popolare, sia perché tentò di cambiare il tessuto economico e sociale dell’epoca, dando un esempio che potesse essere da guida per il resto d’Italia. Purtroppo ebbe breve vita, in quanto fu soppresso manu militari da una repubblica francese che avrebbe dovuto essere sorella amorevole e invece fu fratricida e caina, sperimentando quel bonapartismo che fu, mutatis mutandis, il prologo di tutti i fascismi.
Mazzini immaginava una Repubblica nel senso originario ed etimologico del termine, e cioè come “bene comune”, intendendo con ciò un superamento della contrapposizione delle classi sociali, in nome di un interesse collettivo che fosse basato sulla libertà e sulla giustizia sociale, e che non dovesse avere come arbitro né un papa e nemmeno un re, ma solo il popolo nella sua totalità, integrità e libertà.
Il secondo esempio potremmo trarlo da un altro grande personaggio: Ernesto Che Guevara il quale, non solo non menzionò mai questa contrapposizione tra destra e sinistra, ma volle sempre impegnarsi per costruire un modello di umanità nuova, una sorta di “archetipo umano”, come risulta evidente da questa citazione:
“Si se nos dijera que somos casi unos románticos, que somos unos idealistas inveterados, que estamos pensando en cosas imposibles y que no se puede lograr de la masa de un pueblo el que sea casi un arquetipo humano, nosotros le tenemos que contestar una y mil veces que sí, que sí se puede. Y tiene que ser así, y debe ser así, y será así compañeros.”
(E se ci diranno che siamo quasi dei romantici che siamo degli idealisti inveterati, che stiamo pensando a cose impossibili e che non si può ricavare dalla massa di un popolo, il fatto che sia quasi un archetipo umano, noi gli replicheremo una e mille volte che sì, che sì, si può. Che deve esser così, che necessariamente sarà così, e sarà così compagni)
Anche in questo caso vediamo che il discorso del Che, allora rivolto ai giovani rivoluzionari cubani, è allo stesso tempo pedagogico e politico, e basato sull’esempio da dare in prima persona. La costruzione del “hombre nuevo” è infatti, il prodotto degli “incentivi morali”, della promozione sociale, basata non sul privilegio politico o sul merito economico, ma sull’esempio che si sa e si deve dare al popolo, innanzitutto sul piano morale. E il Che, che andava a lavorare gratis come operaio e contadino tutte le domeniche, poteva ben dire di sapere adeguatamente applicare a se stesso quel che si aspettava dal suo popolo.

martedì 9 maggio 2017

IL DEMIURGO E IL TOPOLINO INCAZZATO di Carlo Felici




I tre candidati in Francia sono stati espressione variabile di un unico sistema, come d’altronde non potrebbe che essere, in una dimensione economica e politica in cui prevale il capitale come demiurgo di ogni assetto governativo ed istituzionale.
Se, quindi, un demiurgo che è uno ma si presenta come trino nell’espressione delle candidature elettorali che competono per vincere, non c’è da sostenere l’uno o l’altro, perché sono tutti variabili dello stesso sistema di cui il demiurgo è fattore fondante ed anche elemento di garanzia di inamovibilità del sistema.
Fa quindi un po’ ridere la scelta del meno peggio o addirittura la contrapposizione tra i candidati stessi, in nome poi di non si sa cosa, dato che nessuno di essi esprime concretamente la volontà di una alternativa di sistema. Forse, piuttosto, in tale prospettiva, è quasi meglio che vinca il peggiore affinché le contraddizioni del sistema stesso non trovino palliativi ma vengano fuori tutte con grande evidenza ed immediatezza.

Possiamo anche specificare che una alternativa di sistema, su scala nazionale, non è possibile in un mondo in cui la globalizzazione ha superato confini nazionali, politici ed economici, oltre che sociali, imponendo un unico modello di   economia e di società che ormai occupa anche gli angoli più reconditi del globo. Non ci illudiamo, pertanto, che il sistema del monopolio che è oggi la massima espressione del capitalismo senza più regole né paletti, possa essere arginato da politiche nazionali, o da fermenti patriottici. Anche nei paesi in cui tali politiche vengono praticate, prevalgono le timocrazie interne, le tendenze imperialiste ed il capitalismo di stato nella sua versione oligarchica, accompagnandosi alla corruzione come sistema di potere endemico ed inattaccabile.
Oggi, è quasi impossibile uscire dalla ferrea necessità autoreferenziale del contingente, e soprattutto credere di poterlo fare con il sovranismo vuol solo dire aggiungere ad una illusione un’altra illusione per averne poi una all’ennesima potenza.
Ci si illude di restituire la sovranità al popolo quando la sovranità è scippata in partenza dai meccanismi dei mercati. Per cui, basta che in un Paese si attui una politica che non viene gradita dai potentati geostrategici e speculativi transnazionali, che quel Paese viene prima bombardato dallo spread, poi bombardato dal debito e dai prestiti ricattatori che lo spingono verso privatizzazioni e svendite del patrimonio pubblico nazionale, e infine, se tutto questo non basta, arriva prima il bombardamento delle sanzioni e poi quello vero esplosivo e distruttivo.

venerdì 5 maggio 2017

IL TROTSKISTA CHE RIVUOLE LA MEMORIA di Angelo Mastrandrea





IL TROTSKISTA CHE RIVUOLE LA MEMORIA
di Angelo Mastrandrea


Nando Simeone è un noto attivista politico romano. Falciato da un pirata della strada sul Gra, al risveglio non ricordava più nulla. La sua battaglia politica per riappropriarsi dei ricordi



La mattina del 6 dicembre 2016 Nando Simeone esce di casa come tutti i giorni per andare al lavoro. Da quando ha smesso il mandato di consigliere provinciale, nel 2008, ha ripreso il suo posto alla Farmacap, la società municipalizzata romana che gestisce 44 farmacie comunali e una ventina di asilo nido. Ha trascorso la notte a casa della compagna, in fondo alla via Tiburtina, dove un tempo c'erano le industrie e oggi è una lunga teoria di capannoni abbandonati, sale bingo e negozi “cerco oro”. Dalla periferia est gli viene più facile spostarsi verso un altra periferia, quella sud di Spinaceto, dove è stato trasferito, a suo parere per “punizione” a causa del suo impegno sindacale, come delegato Cgil, per fermare i tentativi del Comune di privatizzare l'azienda in cui lavora, cominciati con la giunta guidata da Ignazio Marino e tuttora non abortiti.

Quando lavorava nella sede centrale di via Ostiense, invece, impiegava cinque minuti in motorino dall'abitazione in cui sono andato a incontrarlo, 38 metri quadri magnificamente restaurati in un antico edificio occupato nel cuore di Trastevere. Il palazzo era abbandonato da anni e cadeva a pezzi, quando, il 14 luglio 1989, dodici famiglie lo occuparono e ne fecero una delle prime esperienze di “autorecupero” di un edificio pubblico abbandonato. A dispetto di quello che sto per raccontare, Simeone la ricorda benissimo: “All'inizio è stata dura, perché l'edificio cadeva letteralmente a pezzi, ma noi volevamo lanciare il messaggio che il centro della città non può essere solo dei ricchi e per questo abbiamo portato qui persone che non avrebbero potuto mai permettersi di pagare un affitto a Trastevere”, dice.

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