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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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sabato 26 luglio 2014

L'IMPERIALISMO DI NETANYAHU E IL PERICOLO DI UN DUPLICE ANTISEMITISMO, ANTIEBRAICO E ANTIARABO di Michele Basso



L'IMPERIALISMO DI NETANYAHU E IL PERICOLO DI UN DUPLICE ANTISEMITISMO, ANTIEBRAICO E ANTIARABO
di Michele Basso



Qual è lo scopo dell’operazione di brigantaggio di Netanyahu a Gaza? Ottenere il pieno controllo dei giacimenti di gas prospicienti la costa di Gaza; si intima ai palestinesi: “O la borsa o la vita, o mi lasciate carta bianca sui gas, o vi faccio fuori”. Gli dà corda un rabbino impazzito: “"“La Torah spiega in che modo gli ebrei devono difendersi dai propri nemici: se è necessario, Israele deve distruggere Gaza”. Parola di Dov Lior, leader spirituale dell’insediamento illegale di Kiryay Arba alle porte di Hebron, considerato il rabbino più estremista della destra religiosa ebraica. Famoso per aver asserito che “se uno dei due genitori non è ebreo, il bambino avrà i geni negativi che caratterizzano i non-ebrei”; ma anche per essere stato arrestato e interrogato con l’accusa di incitamento alla violenza per aver promosso un libro religioso, “il Re della Torah”, che dà gli ebrei il permesso di uccidere i non-ebrei, compresi i neonati." (1)

Perché uso il termine imperialismo e non sionismo? Seguo la lezione di Trotsky (Lenin, Trotsky, Bordiga, Luxemburg… appartengono alla migliore tradizione del movimento operaio, e non occorre aderire a qualche scuoletta per citarli), che nel luglio 1935 consigliava di parlare di guerra contro l’imperialismo e non contro il fascismo: “ Il problema non è chi è “meglio”, il Negus o Mussolini, è un problema della relazione tra classi e della lotta di un paese sottosviluppato per l’indipendenza contro l’imperialismo” (2) Tra l’altro il Negus abbandonò il paese mentre la guerra era ancora in corso, facilitando la vittoria di Mussolini, e, tra i suoi imitatori troverà proprio il nuovo imperatore di Etiopia, Vittorio Emanuele III, che fuggirà a Brindisi.
Parlare di imperialismo significa anche mettere in evidenza la vera matura dell’aggressione, perché lo stato imperialista può essere totalitario o democratico, laico o clericale, di destra o di “sinistra”, e chi lotta contro l’aggressione non difende il regime del paese vittima dell’imperialismo, ma la sua popolazione. E anche per non dare, a quei personaggi che vogliono identificare antisionismo e antisemitismo, infiniti pretesti per confondere le idee sulla vera posta in gioco.

D’altra parte, ciò che rinfocola le mai spente braci dell’antisemitismo (il socialismo degli imbecilli, si diceva nell’Ottocento!) è proprio la politica militarista di Netanyahu, che massacra con la massima indifferenza civili, donne e bambini in particolare, bombarda scuole e ospedali, e spara sulla mezzaluna rossa (la croce rossa dei paesi musulmani). Inoltra alimenta un secondo tipo di antisemitismo, che ha preso piede soprattutto con le sciagurate presidenze della dinastia Bush, di Clinton e Obama, e che gioca sull’odio antiarabo, il ramo più numeroso dei semiti. Sappiamo che le divisioni razziali non hanno alcun fondamento scientifico, ma non possiamo non tener conto che la propaganda può far credere vere le teorie o i pregiudizi più infondati.

Non è un difensore delle masse palestinesi Putin. In un incontro con un gruppo di sionisti, Putin ha chiesto di portare un messaggio a Netanyahu, e cioè che la Russia è un vero amico d’Israele e del suo primo ministro: “ “Sostengo la battaglia d’Israele che intende proteggere i suoi cittadini “ ha detto sulle operazioni delle Forze di difesa israeliane per restaurare la calma nella regione e fermare il terrorismo di Hamas”. (3)
Non una parola sul massacro dei palestinesi.
Da un lato abbiamo uno stato imperialista, che ha una grande quantità di missili, centinaia di atomiche, l’appoggio del governo di Washington e di quelli europei, la benevolenza della Russia e la pratica indifferenza della Cina; dall’altra parte, non uno stato, ma un Bantustan, al quale vengono bloccati, da Israele e dalla giunta golpista egiziana, persino i rifornimenti di medicine e di acqua. Quale che sia la sua direzione, porlo sullo stesso piano di Israele come fosse uno stato imperialista, proponendo pure per esso il disfattismo rivoluzionario, è una sciocchezza contro il marxismo e persino contro il buon senso. Chi avesse dubbi a questo proposito può leggere o rileggere “Aggressione all’Europa”, di Bordiga, dove si chiariscono i limiti del disfattismo rivoluzionario di fronte a un imperialismo strapotente. (4)

Termino esprimendo ancora una volta il mio apprezzamento per quegli ebrei, che coraggiosamente denunciano la guerra di Israele. E non m’importa se sono comunisti, semplicemente antimilitaristi, laici o rabbini. Conoscono i rischi che corrono, di essere discriminati dalla loro comunità, o, soprattutto in Israele e negli Stati Uniti, di essere arrestati. Su altre questioni ci potremmo trovare forse su fronti opposti, su questa li considero eccellenti alleati.
Se ho scandalizzato qualche chierichetto o qualche suorina del “marxismo accademico”, non me ne scuso affatto.


Note 
1) “Le considerazioni del rabbino estremista, espresse sotto forma di una sentenza religiosa, danno la benedizione alle autorità israeliane di sterminare gli abitanti della Striscia per difesa. Il Meretz chiede di aprire un’indagine”, NENA NEWS 26 luglio 2014
2) Leon Trotsky, The Italo-Ethiopian conflict, 17 luglio 1935.
3) “President Putin: “I Support Israel”” The Federation of Jewish Communties of the CIS.
4) “Aggressione all’Europa”, in “Battaglia Comunista”, n. 13, 1949. Lo si trova negli archivi dei siti internet di Programma Comunista, Il partito comunista, N+1, e altri.


dal sito Il Pane e le Rose


giovedì 30 giugno 2011

L’IMPERIALISMO ASCARO D’ITALIA E LE ILLUSIONI DEMOCRATICHE


di Michele Basso

dal sito Sottolebandieredelmarxismo



C’è una grande eccitazione per le sberle elettorali toccate a Berlusconi e al Trota senior senatore Umberto (il padre di una trota non può essere un’aquila). Ma la sconfitta più grave del governo va ricercata altrove. C’è un modo sicuro per non capire la politica di un paese, ed è considerare isolatamente la politica interna da quella estera. Il governo si è indebolito anche e soprattutto perché l’imperialismo italiano ha perso una guerra. Non tutti se ne sono resi conto. L’Italia ha perso la condizione di assoluto privilegio nelle forniture di petrolio e i notevoli vantaggi per le sue aziende, che aveva grazie alla collaborazione con Gheddafi. Non è la causa principale della perdurante stasi dell’economia italiana, ma certamente ha inciso.

Approfittando delle ribellioni che scuotono l’Africa, i due imperialismi che storicamente più hanno sfruttato quel continente, e in parte continuano a sfruttarlo, il francese e l’inglese, si sono presentati in veste di liberatori, e il loro intervento si propone di controllare le rivolte, riportandole nell’alveo filoccidentale, di fare le scarpe al concorrente imperialismo italiano, nonché i soliti vantaggi elettorali e d’immagine. Il premio Nobel per la pace ha dato il suo benestare all’intervento armato (aiutandolo con micidiali missili, l’appoggio delle portaerei, e simili inezie). Mentre l’unilateralista Bush lasciava che l’Italia coltivasse il suo orticello libico, il “multilateralista” Obama ha preteso l’immediato allineamento. Il governo italiano, colpito in interessi vitali, non ha tentato difese, neppure sul piano puramente diplomatico, ma si è arreso subito, abbandonando al suo destino l’amico Gheddafi, cha a buon diritto ha gridato al tradimento. Sappiamo che lo scopo di una guerra non è distruggere l’avversario, ma imporgli la propria volontà, e il governo ha accettato persino di bombardare l’ex alleato, dopo l’arlecchinata di Bossi, che pretendeva di cronometrare il conflitto, fissando a priori la fine delle ostilità, come se si trattasse di una partita di calcio. Una resa così totale ha precedenti, non solo in Italia: nella guerra dei sette anni Federico II di Prussia catturò l’esercito sassone e lo costrinse a combattere per lui. Il governo italiano, però, non si è arreso a un grande condottiero, ma a Sarkozy, il Berlusconi francese, e gli ha dato pure il via libera per l’acquisto di industrie italiane. Se non può più essere amico e complice del vecchio padrone Gheddafi, Berlusconi cercherà di rimanere in Libia almeno come maggiordomo dei nuovi padroni.

Ma se la guerra di Libia durerà a lungo, con grande dispendio di mezzi e di denaro, il capitale francese dovrà vendere il bottino di aziende italiane alla Germania o alla Cina, quando i guerrafondai dalle mani bucate avranno difficoltà finanziarie.

Nella triste vicenda libica hanno avuto gran rilievo La Russa e Frattini, corsi subito a inginocchiarsi di fronte al capo degli aggressori Obama, implorando ordini. Ciò non ha impedito a La Russa di pavoneggiarsi in divisa militare nelle visite alle truppe, e di abbaiare agli antimilitaristi gridando “vigliacchi!”. Non c’è dubbio, la difesa degli interessi dell’imperialismo italiano è in buone mani, non c’è da stupirsi se anche nell’alta borghesia c’è chi vuole cambiare cavallo.

Pietro Ancona ha scritto che l’Italia è impegnata all'estero in missioni colonialiste come ascara degli Stati Uniti, il che ci suggerisce la denominazione di “imperialismo ascaro” per il nemico che si trova nel nostro paese. L’importante è che il proletariato non caschi in trappola, non solidarizzi in nessuna maniera con l’imperialismo italiano, quale che sia l’abito che indossa, leghista, berlusconiano, democratico, dipietrista, vendoliano, e che cerchi invece l’alleanza dei lavoratori francesi, inglesi, americani, e di quelli africani, che l’Europa lascia naufragare, quando non minaccia di riempirli di pallottole.

Questi problemi sono stati temporaneamente nascosti dalle omelie giornalistiche su Pisapia e consoci. Dopo averne letto una o due, non conviene perdere tempo con le altre. Le illusioni che diffondono sono incredibili e pericolose. Prendiamo ad esempio un articolo di Ugo Mattei (scelto perché non prolisso). Parla addirittura di nuova fase costituente per il nostro paese. Dopo una considerazione corretta: “stato e mercato, lungi dall’essere antitetici, sono il prodotto storico della stessa logica individualistica, gerarchica e competitiva...”, rovina tutto proponendo di imbrigliare entrambi con “processi politici autenticamente democratici e partecipativi”.(1) Non ha insegnato niente il precedente di “Mani pulite”? Doveva esserci il rinnovamento totale, e invece abbiamo avuto Berlusconi, Fini, Bossi e Casini.

In realtà, questi rinnovamenti in seno alla società borghese non sono più possibili, perché non abbiamo la democrazia sognata da Rousseau e tragicamente sperimentata da Robespierre, ma la democrazia imperialista, strettamente legata a stato, mercato, finanza, strutture monopolistiche. Quando prevalevano le piccole imprese, nessuna di esse aveva la forza per coartare la politica di una nazione. Oggi le multinazionali comprano deputati e senatori, determinano la politica di un paese, e, quando non riescono a forzare un governo o a tenere a freno la popolazione, chiamano il buttafuori di turno, come nel caso libico o della Costa d’Avorio o nel Bahrein. C’è già chi pensa di risolvere il problema della protesta sociale in Grecia con un golpe.

La seconda guerra mondiale ha visto la sconfitta dei paesi fascisti, ma, per un fenomeno conosciuto fin dall’antichità, i vinti hanno influenzato i vincitori. Con la differenza che, mentre la Grecia ha avuto una funzione di incivilimento nei confronti della rozza Roma, i fascismi vinti nel secondo macello imperialistico hanno insegnato metodi repressivi e di condizionamento della vita sociale che hanno reso puramente illusori i meccanismi democratici e liberali, ormai svuotati di ogni contenuto. Da comunisti, non sogniamo nessuna costituente, parola d’ordine adatta a una rivoluzione borghese, ma anacronistica in paesi capitalistici. La lotta deve portare al potere proletario, che si può realizzare solo in una repubblica dello stesso tipo della Comune, della repubblica dei consigli o dei soviet, che non ha niente a che fare con le istituzioni borghesi, col parlamentarismo, la divisione dei poteri, lo stato di diritto, e tutti gli strumenti che garantiscono il potere della borghesia, e al contempo illudono i proletari che, se voteranno in modo giusto, avranno voce in capitolo.

Michele Basso

5 giugno 2011

Nota

1. Ugo Mattei, “La svolta referendaria. Una fase costituente per il nostro paese”. Manifesto, 2/6/2911

venerdì 13 maggio 2011

Perchè è necessaria una nuova scala mobile di Michele Basso

Quando Trentin, D’Antoni e Larizza firmarono il famigerato accordo del luglio 1992, che sanciva la “cessazione del sistema di indicizzazione dei salari”, abolendo con ciò gli scatti di contingenza, non potevano non sapere che ne sarebbe conseguita una forte riduzione dei salari reali, anche se, nel Verbale d’intesa si parla di “mantenimento del valore reale delle retribuzioni e dei trattamenti pensionistici”. La verità, di cui negli anni successivi abbiamo avuto mille conferme con l’accertato impoverimento dei lavoratori, a volte trapela persino dal documento, dove si parla della “previsione di una parziale difesa del potere d’acquisto dei salari per i tempi di prolungata discontinuità contrattuale...”. Non solo si avalla la prassi dei datori di lavoro di lucrare speculando sul ritardo dei contratti, ma si stabilisce che la difesa del potere d’acquisto potrà essere solo parziale!
Tutti abbiamo udito le abituali lagnanze dei dirigenti sindacali: troppi capitali impiegati nella speculazione finanziaria, troppo pochi negli investimenti produttivi: nel documento del luglio 1992 si parla di canalizzare il risparmio verso gli investimenti, ma “promuovendo il ricorso al capitale di rischio” e dando “maggiore solidità e respiro alla Borsa” , e con la promozione di investitori istituzionali quali i fondi pensione, fondi chiusi, fondi locali. Quei fondi pensione, dal nome apparentemente così innocuo, che sono stati tra i maggiori protagonisti di spericolate operazioni finanziarie a danno delle industrie – gli Stati uniti insegnano – e che, a volte, hanno lasciato senza pensione chi aveva avuto fiducia in loro.
Capitale finanziario vuol dire imperialismo. Non si punta più alla conquista dei mercati prevalentemente tramite l’esportazione di merci, ma con l’esportazione di capitali, e, spesso e volentieri, col trasferimento delle imprese all’estero. Non sapevano tutto questo i “nostri” dirigenti sindacali?
Il verbale diceva: “per conseguire apprezzabili risultati nell’abbattimento dell’inflazione, rafforzare la competitività dei nostri prodotti sui mercati internazionali e garantire la stabilità del cambio, occorre rendere coerente la dinamica delle retribuzioni unitarie e del costo del lavoro con l’inflazione programmata”. (1) Come fa notare Andrea Fumagalli, c’era la garanzia che la Banca d’Italia non avrebbe svalutato la lira:
“La storia ci racconta che poco più di un mese dopo, il 9 settembre 1992, il Sistema Monetario Europeo (SME) collassa e la lira comincia la più grande svalutazione del dopoguerra: - 30% in un anno (superiore a quella della seconda metà degli anni Settanta). La forte instabilità valutaria e i vincoli posti dallo stesso Trattato di Maastricht portano il governo, guidato ...da Giuliano Amato a decretare una manovra finanziaria dell’ammontare di 90.000 miliardi, la prima di una lunga serie di Leggi finanziarie tese a smantellare lo Stato sociale...”. (2)
Ci sarebbero state tutte le condizioni per denunciare l’accordo, dato che gli impegni dello stato non erano stati rispettati. Invece, il 23 luglio 1993 – si aspettava sempre che si annunciassero le vacanze estive, in modo che l’ira dei lavoratori si diluisse nel tempo - gli incrementi dei salari furono definitivamente vincolati al tasso di inflazione programmato che, essendo una pura invenzione, non aveva niente a che fare con quello reale.
I titolari d’impresa dovevano “contenere i prezzi entro i livelli necessari alla politica dei redditi”, il governo si impegnava a contenere i livelli salariali degli statali e parlava della “costituzione di uno specifico Osservatorio prezzi”. A simili forme di “Astronomia” non abbiamo mai creduto. Si parlava anche della regolamentazione del lavoro interinale, allora “consentito alle aziende del settore industriale e terziario, con esclusione delle qualifiche di esiguo contenuto professionale”.(3)
Ovviamente il lavoro interinale si diffuse a macchia d’olio, i controlli dei prezzi divennero presto lettera morta, quelli sui salari furono efficaci e vincolanti.
Il verbale d’intesa propugnava anche l’uso del rapporto di lavoro flessibile, naturalmente “al fine di contenere al riduzione del personale”.
Il fascismo, per mantenere la lira a quota novanta rispetto alla sterlina, ridusse drasticamente i salari; ma, a guardar bene, Benito era un dilettante, perché doveva ricorrere a periodici atti di autorità mentre con gli accordi degli anni ’90 si è introdotta la riduzione programmata del salario reale. Nei dieci anni successivi al 1993 i salari, rispetto alla ricchezza complessiva prodotta, hanno perduto più di dieci punti percentuali.
Le condizioni politiche dell’Italia degli anni novanta erano estremamente diverse da quelle del periodo fascista, ma la politica economica restava sempre quella corporativa, di una collaborazione tra stato, industriali e sindacati. E’ vero che la collaborazione di questi ultimi nel fascismo era coatta, mentre negli anni novanta era volontaria, ma la sostanza economica del controllo dei salari era identica.
Da allora, persino il salario differito, cioè quella quota di salario accantonata per le pensioni, il trattamento di fine rapporto, è stato sempre più abbandonato alla speculazione privata.
Questi accordi costituiscono gli atti di resa, che Trentin, D’Antoni e Larizza hanno firmato a nome dei lavoratori italiani. Tutto ciò che è venuto dopo, le sconfitte del movimento operaio, la perdita di posti di lavoro nella grande industria, la crescente precarizzazione, il declino dei salari, l’impoverimento di massa, sono in gran parte conseguenze di questi accordi. Lo stesso governo Berlusconi non è altro che un loro esecutore testamentario.
Particolarmente speciose le giustificazioni che si diedero di questi accordi forcaioli. Si disse:
1) che la scala mobile generava inflazione. Gli scatti della scala non erano la causa, ma l’effetto dell’aumento del prezzo, al quale si adeguavano con un certo ritardo.
2) che la moderazione salariale avrebbe permesso di impiegare gli accresciuti profitti in investimenti, creando nuovi posti di lavoro. In realtà, i maggiori profitti furono impiegati in gigantesche operazioni finanziarie, e, dove ci furono investimenti, servirono solo a sostituire manodopera con macchine, creando nuova disoccupazione.
3) che l’eliminazione degli aumenti automatici avrebbero lasciato maggiore spazio alla contrattazione. Invece i contratti furono utilizzati per ricuperare in parte quegli adeguamenti all’inflazione che un tempo erano garantiti dalla scala.
Con tutto ciò, non bisogna idealizzare la vecchia scala mobile. Occorre dirlo, soprattutto per chi è entrato nel mondo del lavoro dopo il 1992. La borghesia, anche allora, si serviva largamente di metodi truffaldini per defraudare i lavoratori. I prezzi erano rilevati sulla base di un paniere che escludeva buona parte dei prodotti di largo consumo. Il paniere costituiva quasi un reperto di archeologia dei consumi. Ne facevano parte le candele, i pennini, e anche i non fumatori sapevano che il pacchetto delle nazionali semplici era come l’araba fenice – che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa . Questi prodotti non aumentavano di prezzo, perché pochi li usavano, oppure erano introvabili, e nascondevano l’ascesa degli indici dei prezzi. Antonio Moscato scrive: ”Questo meccanismo è stato perpetuato ancora fino agli anni Novanta: invece di calcolare il gas di città, il gasolio o la bombola, nel “paniere” c’era la fascina da ardere”. Particolarmente sottovalutato, allora e adesso, l’incidenza del costo della casa. “Quando le associazioni dei consumatori (riprese anche dai maggiori giornali) si sono domandate come è possibile che il costo dell’abitazione incida in Italia solo per il 9,3% nel “paniere” su cui si calcola la spesa della famiglia (come è possibile che chi guadagna due milioni al mese paghi solo meno di duecentomila lire d’affitto?) il presidente dell’Istat Luigi Biggeri ha risposto candidamente che ciò dipende dal fatto che viene effettuata una media tra chi paga l’affitto e chi non lo paga perché la casa è di sua proprietà, e per questo la percentuale si abbassa”.(4) Ancora oggi, in tempi di epidemia aviaria, vige la “media del pollo”: io mangio due polli, tu nessuno, statisticamente ne abbiamo mangiato uno a testa.
Non possiamo riporre la garanzia del nostro salario o della nostra pensione nelle mani dello stato borghese e dei suoi esperti di statistica. E’ ormai evidente la caduta in povertà, non solo di disoccupati e sottoccupati, ma anche di buona parte dei lavoratori salariati e pensionati, che non arrivano a fine mese. Si aggiunga la continua perdita delle tutele sociali, delle prestazioni sanitarie e previdenziali, la crescita delle tariffe, delle spese per l’istruzione, per i trasporti e per l’abitazione. Molti figli di lavoratori devono rinunciare agli studi universitari, che stanno ritornando ad essere un privilegio.
Sono benvenute, quindi, le proposte di organizzare la lotta per una nuova edizione della scala mobile, che avrebbe almeno la funzione di stabilizzare i salari. Per aumentarli, sarebbe necessaria una legge che riducesse l’orario di lavoro: questa, diminuendo fortemente il monte ore a disposizione degli imprenditori, porterebbe inevitabilmente ad un aumento del costo del lavoro, in altre parole, alla rivalutazione dei salari. Sarebbe una svolta che favorirebbe l’unificazione delle lotte dei lavoratori, con un impatto, anche politico, enorme.
Michele Basso
22 febbraio 2006
note:
1) Verbale di Intesa dell’accordo del 31 luglio 1992.
2) Andrea Fumagalli: Derive Approdi n. 21, aprile 2002.
3) Verbale di intesa dell’Accordo del 23 luglio 1993.
4) Antonio Moscato, “Il meccanismo truccato della rilevazione dei prezzi”

martedì 10 maggio 2011

Dilibertismo, fase senile del togliattismo di Michele Basso







di Michele Basso


E’ stato pubblicato un documento dal titolo “Ricostruire il Partito Comunista”, corredato  da mille e più firme, tra cui quelle di Fausto Sorini, Vladimiro Giacchè,  Manlio Dinucci e Domenico Losurdo.
Toccherò solo alcuni punti essenziali.
Propone “una radicale inversione di rotta nel nostro Paese, facendo della difesa e rilancio integrale della Costituzione la base del programma politico, con la ripresa dell’intervento pubblico in economia e della programmazione democratica sotto controllo operaio e popolare.”
Per il comunismo, la base del programma politico è l’emancipazione dei lavoratori, la rivoluzione socialista, la demolizione della struttura dello stato borghese, l’instaurazione di una repubblica dei lavoratori. Non a caso, uno dei primi provvedimenti preso dai bolscevichi fu lo scioglimento della borghese Assemblea Costituente. La proposta del documento va nel senso esattamente opposto, ridare vitalità alla repubblica borghese, la cui crisi è sotto gli occhi di tutti, come dimostra il clima da basso impero che ci circonda.
“ Nella repubblica democratica – ricorda Lenin in “Stato e rivoluzione”, citando Engels – “la ricchezza esercita il suo potere indirettamente, ma in maniera tanto più sicura”, in primo luogo “con la corruzione diretta dei funzionari” (America), in secondo luogo “con l’alleanza tra governo e Borsa” (Francia e America) ”. Perciò, è una pura chimera pensare che si possa fare una politica di programmazione a favore dei lavoratori in una repubblica borghese decotta, dove la corruzione si tocca con mano, dove l’evasione fiscale è uno sport nazionale più seguito del calcio, dove sono evidenti le infiltrazioni mafiose, le ingerenze clericali, le scorribande dei servizi segreti americani e israeliani, le truffe finanziarie. Le gesta del guitto di Arcore sono sintomi e non  causa della crisi della repubblica.
La proposta politica di Marx, di Engels e di Lenin era la dittatura del proletariato. Nella prefazione a una nuova edizione tedesca del “Manifesto del Partito comunista” del 24 giugno 1872, Marx ed Engels scrissero: La  Comune, specialmente,  ha fornito la prova che “la classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale già pronta e metterla in moto per i suoi propri fini”. Questi passi, nei testi originali o nelle citazioni di Lenin, dimostrano che elogiare una forma di stato come quello repubblicana borghese significa tornare a concezioni premarxiste. La repubblica dei comunisti è quella dei consigli, che potrà avere ovviamente una forma diversa da quella della Russia di Lenin, ma non potrà ricalcare le orme del costituzionalismo borghese.
Non a caso, il programma della frazione comunista a Livorno nel 1921 diceva: “Dopo l’abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato statale borghese e con l’instaurazione della propria dittatura, ossia basando le rappresentanze elettive dello stato sulla sola classe produttiva ed escludendo da ogni diritto la classe borghese”. Dello stesso tenore i discorsi a Livorno di Bordiga e Terracini. E Gramsci, su “L’Ordine Nuovo” del 13 gennaio 1921, scriveva: “L’emancipazione dei lavoratori può avvenire solo attraverso l’alleanza degli operai industriali del nord e dei contadini poveri del sud per abbattere lo stato borghese, per fondare lo stato degli operai e dei contadini...”.
Persino nel 1926, quando le lotte interne al partito bolscevico tra internazionalisti e fautori del “socialismo in un solo paese”  si riflettevano drammaticamente  sul partito italiano con lo scontro definitivo tra Bordiga e Gramsci, la parola d’ordine della dittatura proletaria rimase. Non è qui possibile affrontare il tema delle divergenze a Lione tra i fondatori del PCdI, e dei successivi sviluppi,  basterà ricordare che Gramsci, nelle Tesi di Lione, pose tra i compiti fondamentali del Partito comunista: “Porre al proletariato e ai suoi alleati il problema dell’insurrezione contro lo stato borghese e della lotta per la dittatura proletaria e guidarli politicamente e materialmente alla soluzione di esso attraverso una serie di lotte parziali”.  E che nelle tesi della sinistra di Bordiga si ribadiva che “la sola libertà per il proletariato è nella sua dittatura”. Bordiga, a differenza di Togliatti, Scoccimarro, Terracini, ecc, non si smuoverà mai da tali posizioni. Gramsci nelle carceri fasciste sarà costretto ad usare, nei Quaderni e nelle Lettere, il “linguaggio di Esopo”, il che permetterà a esegeti stalinisti, borghesi e socialdemocratici di interpretare a piacere il suo pensiero, e di trasformarlo in  un’icona inoffensiva.
Altro punto fondamentale del documento. Nel corso di una sviolinata a favore del PdCI (l’ombra di Diliberto aleggia su ogni riga!) si legge: “Limiti ed errori hanno segnato pure l’esperienza del PdCI, ma essi sono oggetto di un ripensamento, come nel caso della riflessione autocritica sulla partecipazione al governo della guerra contro la Jugoslavia.” Altro che ripensamento! Hanno votato, insieme con Rifondazione e col governo Prodi, il rifinanziamento di tutte le spedizioni militari, a cominciare da quella in Afghanistan. Sono recidivi! Ricordiamoci che la frattura storica tra comunisti e socialdemocratici è cominciata col voto dei crediti di guerra da parte della Socialdemocrazia tedesca e degli altri partiti della II Internazionale, e che l’appoggio alla guerra costituisce la forma più estrema di collaborazione di classe.  I bigotti possono reiterare il peccato, confessarsi e sentirsi puri come colombe, Diliberto, Bertinotti, Ferrero e compagni possono confessarsi, ma niente potrà cancellare la loro corresponsabilità politica in un’avventura militare e imperialista che dura tuttora, e  continua a provocare morti e disastri immani, non solo in Afghanistan, ma anche in Pakistan. Un partito comunista autentico deve per statuto escludere i socialsciovinisti, a cominciare da chi ha votato il rifinanziamento delle spedizioni militari, in altre parole i  famigerati “crediti di guerra”.
Da Livorno, e anche dal II dopoguerra, sono passate generazioni e generazioni, e non ha senso polemizzare con i trapassati, ma bisogna comprendere il processo storico. Terracini a Livorno diceva: “...il riformismo ...ha sempre voluto dire, in Italia, la collaborazione al potere... ma allora che nome dobbiamo dare a questa mentalità di quella parte che non vuole collaborare al potere, ma vuole andarci con l’attuale forma del potere? Noi la chiamiamo socialdemocratica...”. Dal Terracini di Livorno al Terracini padre costituente c’è un totale capovolgimento di posizioni politiche. Non si tratta di  problemi di biografia politica, di coerenza personale o di critica moralistica, si tratta di  problema storico, del fatto che una parte significativa degli uomini di Livorno 1921, da eversori del sistema si trasformarono in restauratori del sistema borghese, sia pure in una forma più evoluta e repubblicana. E con ciò, per usare la terminologia del primo Terracini, si trasformarono in riformisti, in socialdemocratici. Nonostante il nome, riformista e socialdemocratico fu il “partito nuovo”, il PCI di Togliatti, Longo, Berlinguer, una delle colonne portanti dell’ordine repubblicano, il garante della democrazia borghese. Sarebbe ora di prenderne atto.
Chi vuole costruire un partito che “faccia della difesa e rilancio integrale della Costituzione la base del programma politico”, non deve richiamarsi a Marx, a Lenin, al congresso di Livorno – perché ogni riga di quegli scritti, mozioni, documenti smentisce senza appello tale posizione ultrariformista, ma deve richiamarsi a Togliatti,  e a tutti il revisionisti del marxismo del novecento. E, per eliminare qualsiasi illusione su presunti “uomini nuovi”, questo partito proposto dai mille firmatari – ammesso che nasca - avrà come leader naturale - in forma ufficiale o no - una vecchia conoscenza, l’ultimo erede spirituale di Togliatti, Oliviero Diliberto.
Michele Basso
8 febbraio 2011

lunedì 11 aprile 2011

LA TEORIA DELLA DECRESCITA, IL VOLTO NUOVO DEL RIFORMISMO


Il problema del riformismo è vecchio come il movimento operaio, e si ripresenta in forme nuove. Lo si può sconfiggere per un certo periodo, poi ritorna. Come il gigante Anteo riprendeva forza quando toccava la terra, così le radici sociali del riformismo, da ricercare nell’aristocrazia operaia e nella piccola borghesia, lo rigenerano continuamente, e la lotta deve riprendere.
Le riforme sono necessarie, ma il riformismo ha con esse un rapporto distorto, perché sacrifica il grande scopo della lotta rivoluzionaria, l’emancipazione dalla schiavitù salariale, a vantaggi spesso contingenti, effimeri.
Il problema del rapporto tra riforme e rivoluzione è stato chiarito magistralmente da Rosa Luxemburg. Le riforme servono al rafforzamento della classe ascendente, fintantoché essa non è abbastanza forte da conquistare il potere politico. Ma rimangono sempre mutamenti all’interno del sistema, nessuna serie di riforme potrà far passare un paese da un sistema economico sociale ad un altro, per far ciò occorre una rivoluzione: “Riforma legislativa e rivoluzione non sono dunque metodi diversi del progresso storico, che si possono scegliere al buffet della storia, come salsicce calde o fredde, ma sono momenti diversi nello sviluppo della società classista, che si condizionano a vicenda ma nel medesimo tempo si escludono a vicenda, come il polo nord e il polo sud, la borghesia e il proletariato” (1)
Il movimento operaio deve necessariamente lottare per riforme essenziali, come la riduzione per legge dell’orario di lavoro, l’aumento e la salvaguardia delle pensioni, un’assistenza sanitaria decente, ecc, ma nessuna di queste importantissime e indispensabili rivendicazioni aprirà la via al cambiamento di sistema economico e sociale. Capitalismo era e capitalismo resterà. Si può uscirne solo con una rivoluzione.
Invece assistiamo al proliferare di numerose dottrine, lo sviluppo sostenibile, ecocompatibile, o la decrescita, felice, infelice, serena, la critica moralistica alla società dei consumi, ecc. Più che di riforme, si tratta di velleità, perché tutti pretendono di cambiare radicalmente la società, ma lasciano salario, prezzo, profitto, il capitale, il mercato, l’impresa, ecc, l’azione dei quali riproduce continuamente proprio questa società. Come dire: aboliamo il feudalesimo, ma lasciamo la servitù della gleba, la corvée, il ripatico e l’erbatico, le ordalie, il guidrigildo, i cavalieri, vassalli, valvassori e valvassini.
Dal sito dell’associazione per la decrescita (decrescita.it) traiamo il famoso programma delle otto R: “rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Tutte insieme possono portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica.” (2)
Vediamo i singoli punti:
1) “Rivalutare. Rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser cambiati. L’altruismo dovrà prevalere sull’egoismo, la cooperazione sulla concorrenza, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la cura della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, il bello sull’efficiente, il ragionevole sul razionale. Questa rivalutazione deve poter superare l’immaginario in cui viviamo, i cui valori sono sistemici, sono cioè suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare.”
Confesso che trovo più stimolanti le prediche di Benedetto XVI. Il taglio è pienamente idealistico: rivediamo i valori e la società cambierà. E’ vero, riconoscono che i problemi sono suscitati dal sistema, ma il cambiamento viene inteso, non come una lotta rivoluzionaria, ma come una modificazione della nostra coscienza. Eppure, oltre 160 anni fa, Marx ed Engels scrivevano: “Finora gli uomini si sono sempre fatti idee false intorno a se stessi, intorno a ciò che sono o devono essere. In base alle loro idee di Dio, dell’uomo normale, ecc., essi hanno regolato i loro rapporti... Liberiamoli dalle chimere, dalle idee, dai dogmi, dagli esseri prodotti dalla loro immaginazione, sotto il cui giogo languiscono. Ribelliamoci contro questa dominazione dei pensieri. Insegniamo loro a sostituire queste immaginazioni con pensieri che corrispondano all’essenza dell’uomo, dice uno; a comportarsi criticamente, dice un altro; a togliersele dalla testa, dice un terzo, e la realtà esistente andrà a pezzi”. Così Marx ed Engels parafrasavano e prendevano in giro Bauer, Stirner e compagni. Oggi, l’errore idealistico si ripete: basta cambiare i nostri valori, con la stessa facilità con cui si cambiano gli euro in dollari, e la società diventerà altruista, conviviale e gioiosa. Facile, nevvero? Un po’ come la ragazzina che annotava tra le cose da fare il giorno successivo: “comprare il rossetto, andare a lezione di musica, cambiare personalità...” Non è
diversa l’impostazione di Berlusconi, quando dice che la crisi economica si supera con l’ottimismo. Ci sono milioni di tonnellate di manuali americani che insegnano cose simili, millantano di essere in grado di cambiare le vita dell’individuo, ma almeno non pretendono di cambiare la società.
“Organizziamo la nostra vita...” Può farlo il figlio di un industriale, che può scegliere se fare una vacanza alle Maldive o perfezionare l’inglese ad Oxford, divertirsi con le ballerine o comprare un ristorante, partecipare a gare tra velisti o studiare l’aramaico, aiutare il padre nell’azienda o presentarsi alle elezioni. Ma un operaio, che ogni giorno deve passare ore sui treni dei pendolari, lavorare alla catena di montaggio, quale scelta ha, tornato stanco a casa, se non stendersi su una poltrona davanti al televisore, e nella maggior parte dei casi addormentarsi? Oppure, sulla base di nuovi valori conquistati – per esempio per far prevalere “il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro” - dovrebbe licenziarsi, per poi essere sfrattato e mandare allo sbaraglio moglie e figli? Quante sono le donne che rinunciano ad avere figli perché sanno di non potere assicurare loro una vita degna di essere vissuta? La nostra vita non è libera, è condizionata da un valore che non abbiamo scelto, che per semplificare chiameremo denaro, e ci potrà liberare soltanto una rivoluzione estremamente radicale, non certo le chiacchiere psicologico - sociali di un brillante professore universitario.
2) “Ricontestualizzare. Modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso. Questo cambiamento si impone, ad esempio, per i concetti di ricchezza e di povertà e ancor più urgentemente per scarsità e abbondanza, la “diabolica coppia” fondatrice dell’immaginario economico. L’economia attuale, infatti, trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione.”
In questa favola idealista, l’economia si sposa con l’immaginazione (altro che “finanza creativa!”).
La ricchezza e povertà sono intese non come rapporti reali, ma come concetti, tuttavia, come direbbe Hegel, ci si propone di “garantire non tanto il discernimento, quanto l’edificazione”.
In altre parole, ci si immagina di essere ricchi o poveri, ma basta ricontestualizzare, mutare il senso, e la povertà sparisce. In altre società era possibile dormire in una botte ed essere stimato come filosofo, oggi, chi cerca di vivere come Diogene rischia di essere cosparso di benzina e dato alle fiamme da figli di buona famiglia che vogliono combattere la noia.
Ad Haiti, prima del terremoto, il 58% della popolazione era denutrita, in Eritrea il 68%, nel Burundi il 63% (Istituto Geografico De Agostini). Davvero la penuria, la pressione delle multinazionali, la corruzione delle amministrazioni locali possono essere combattute modificando il contesto concettuale ed emozionale, il punto di vista con cui la situazione è vissuta? Qui siamo davvero al pensiero magico!
3) “Ristrutturare. Adattare in funzione del cambiamento dei valori le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita, così da orientarli verso una società di decrescita. Quanto più questa ristrutturazione sarà radicale, tanto più il carattere sistemico dei valori dominanti verrà sradicato.”
Facile a dirsi. Gli operai della Fiat vanno da Marchionne e gli dicono: “Come sei arretrato! Non vedi che bisogna cambiare le strutture economiche produttive, i modelli di consumo. Altro che 18 turni massacranti, dobbiamo ridurre la produzione, fare solo auto ecologiche, e capovolgere il carattere sistemico dei valori dominanti”.
4) “Rilocalizzare. Consumare essenzialmente prodotti locali, prodotti da aziende sostenute dall’economia locale. Di conseguenza, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale, per bisogni locali. Inoltre, se le idee devono ignorare le frontiere, i movimenti di merci e capitali devono invece essere ridotti al minimo, evitando i costi legati ai trasporti (infrastrutture, ma anche inquinamento, effetto serra e cambiamento climatico).”
Un sistema gigantesco, che va dalle compagnie americane che schiavizzano masse enormi di latino americani, che non esitano ad assoldare bande per far fuori sindacalisti scomodi, che lanciano insetticidi dagli elicotteri irrorando equamente piante, animali e uomini al lavoro; continua con una rete di trasporti, che prevede l’uso di sostanze conservanti il cui impatto sulla salute è forte, e una
catena di supermercati, discount o grandi magazzini con relativa pubblicità. Questa catena di interesse enormi dovrebbe smobilitare senza fare resistenza di fronte ai mercatini locali? Il capitale, finché si trova di fronte manifestazioni innocue come quelle di ecologisti e fautori della decrescita, lascia correre, ma se si trovasse di fronte a ostacoli reali, ricorrerebbe a tutti i mezzi, dalla concorrenza “sleale” alla dinamite, dalla repressione statale all’intervento delle varie mafie e allo squadrismo.
Inoltre, anche ammesso e non concesso che si lasci fare, se rimanesse il profitto, le zone più produttive tenderebbero a estendere la loro zona di vendita, perché dal piccolo agricoltore, dal piccolo commerciante rinascerebbe regolarmente il capitalista. I membri delle corporazioni e dei comuni medievali si circondavano di divieti d’importazione e d’esportazione e di dazi, limitavano la produzione, perché intuivano che senza di ciò la loro autonomia sarebbe stata travolta da altri comuni e produttori più forti. La generalizzazione del piccolo mercato locale necessiterebbe di una continua protezione e costituirebbe un gigantesco salto all’indietro verso il medioevo, e quindi è possibile solo nelle fantasie dei fautori della decrescita.
5) Ridistribuire. Garantire a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso alle risorse naturali e ad un’equa distribuzione della ricchezza, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose per tutti. Predare meno piuttosto che “dare di più”.
“Predare di meno!”. Ditelo allo stato più potente della storia, che si è impadronito con la forza del petrolio iracheno, suscita rivoluzioni colorate al fine di creare intorno alla Russia una cortina, per costringerla a vendere il suo surplus energetico a chi e alle condizioni che Washington sceglie. Che ha subito occupato i pozzi iracheni, ma ha lasciato incustodito il museo di Bagdad, permettendo una gigantesca rapina di opere d’arte, in seguito vendute ai migliori offerenti. Ditelo alle multinazionali che suscitano continuamente guerre sedicenti tribali nelle zone minerarie più ricche, arruolando con la forza o con l’inganno bambini soldato. Persino come rivendicazione morale è scarsa: predate pure, ma con moderazione.
6) “Ridurre. Sia l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare che gli orari di lavoro. Il consumo di risorse va ridotto sino a tornare ad un’impronta ecologica pari ad un pianeta. La potenza energetica necessaria ad un tenore di vita decoroso (riscaldamento, igiene personale, illuminazione, trasporti, produzione dei beni materiali fondamentali) equivale circa a quella richiesta da un piccolo radiatore acceso di continuo (1 kw). Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l’Europa occidentale cinque, mentre un terzo dell’umanità resta ben sotto questa soglia. Questo consumo eccessivo va ridotto per assicurare a tutti condizioni di vita eque e dignitose.”
E questo sarebbe possibile lasciando il profitto? Si pensi solo alla speculazione edilizia, che divora il territorio, distrugge foreste, spiana colline, occupa spiagge e zone archeologiche. Il capitale si deve riprodurre, e per farlo si mette sotto i piedi ogni esigenza umana, ogni necessità di salvaguardia della natura, ogni rispetto umano.
Anche se gli americani consumassero di meno, chi fornirebbe i beni a popolazioni non in grado di pagare? Nel 1973/74, mentre la carestia creava innumerevoli vittime nel Sahel e nel Bangla Desh, il governo degli Stati Uniti riduceva la superficie coltivata a grano di 20 milioni di ettari, pagando ai coltivatori oltre tre miliardi di dollari all’anno in sussidi per far cessare la produzione in gran parte dei campi. Nel 1974 in Bangla Desh c’erano disponibili 4 milioni di tonnellate di riso. Ma la popolazione era troppo povera per acquistarla, e furono trasferiti di nascosto in India dove il prezzo del riso era doppio rispetto al Bangla Desh. (3)
Le madri possono anche insegnare ai bambini che l’acqua è un bene prezioso, e questi possono ridurre il getto al minimo mentre si lavano i denti, ma intanto il sistema di trasporto idrico italiano, trascuratissimo, perde almeno il 40% del liquido, i trafori per l’alta velocità squarciano le montagne e distruggono fonti preziose, e nel mondo piratesche compagnie s’impadroniscono di questo bene che rivendono a prezzi di usura.
7) “Riutilizzare. Riparare le apparecchiature e i beni d’uso anziché gettarli in una discarica, superando così l’ossessione, funzionale alla società dei consumi, dell’obsolescenza degli oggetti e la continua “tensione al nuovo”.”
Il capitale, a mano a mano che il mercato si satura, crea nuovi prodotti che durano di meno, per poterli sostituire più facilmente. Un’auto costruita in gran parte a mano, ancora negli anni ’40 e cinquanta, aveva una durata notevole, mentre oggi resiste ben poco. Se una lampadina dura più di un certo numero di ore viene scartata come se fosse imperfetta. Se un prodotto non è fatto per durare, la riparazione diventa più costosa della stessa sostituzione, oltre che rivelarsi presto inutile.
Un buon calzolaio può riparare scarpe di cuoio, ma vale la spesa riparare scarpe di plastica o di cartone? La distribuzione, il consumo, non possono prescindere dalla produzione. Molti prodotti sono programmati per una vita effimera, non sono riutilizzabili, e sono candidati alla spazzatura.
8) “Riciclare. Recuperare tutti gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività.”
E’ una cosa che si può fare in certi casi, ma anche le imprese addette a questo compito seguono la via del profitto, riciclano solo quello che può dare profitti, e il resto andrà ad ingombrare le discariche o finirà bruciato nei cosiddetti termovalorizzatori.
Allora, che fare? Rassegnarsi a farsi soffocare da un sistema invivibile, annientati da lavori opprimenti, e circondati dalla spazzatura? Assolutamente no. Chi non si fa condizionare dalle classificazioni e dai giudizi che la società borghese preconfeziona, è in grado di scoprire che anche il marxismo si è posto gran parte di questi problemi, ma ha respinto l’idea velleitaria di affidarne la soluzione alla buona volontà dei singoli. Nel 1952, quando molti fautori della decrescita ancora non erano nati, Amadeo Bordiga scriveva un programma per i paesi sviluppati, che prevedeva il disinvestimento, una radicale riduzione dell’orario di lavoro, l’innalzamento dei “costi di produzione”, per cominciare a modificare il rapporto tra lavoro necessario e plusvalore in attesa del superamento del capitalismo, un piano di sottoproduzione, con una riduzione forzosa di tutti quei consumi artificiali o dannosi indotti dalla società capitalista.
“Si tratta dell'esatto contrario di ciò che oggi come ieri qualunque opportunista predica verso la classe operaia esortandola a lottare per una impossibile società borghese del benessere.” “Fine della contraddizione fra le aree urbane e il resto del territorio. Le mostruose concentrazioni abitative dovranno incominciare ad essere drasticamente ridimensionate e la popolazione ridistribuita. In parte ciò sta già avvenendo, ma in modo del tutto capitalistico, cioè gli abitanti vengono espulsi dai centri cittadini per far posto ad uffici e attività commerciali. La popolazione non si redistribuisce sul territorio ma si concentra in aree periferiche minori, con dispendi enorme di energia per i trasporti pendolari, giunti in alcune parti del mondo sviluppato a limiti assurdi. D'altra parte alcune aree un tempo abitate vengono abbandonate e il precedente habitat, meno disumano, viene perduto a favore delle nuove concentrazioni.” (4)
Questi compiti non erano proposti alla buona volontà degli individui o a filantropi, come facevano i socialisti utopisti. Era un compito del proletariato, organizzato al seguito della sua avanguardia rivoluzionaria, il partito di classe.
C’è l’obiezione di chi dice. Sia il riformismo sia la concezione rivoluzionaria hanno fatto fallimento, il capitale è sempre più forte. Rispondiamo che la lotta tra le classi spesso ha un percorso carsico. Il marxismo è nato in un periodo rivoluzionario, ma dopo la sconfitta della rivoluzione 1948/49, Marx ed Engels si trovarono quasi soli, senza un partito, con un piccolo numero di amici. Le possibilità di conquista delle masse sorgono solo in epoche rivoluzionarie, in epoca di deflusso i grandi partiti sono conquistati dall’opportunismo, di cui quello social sciovinista della socialdemocrazia e quello staliniano – nazionalista grande russo sono i casi più noti. Chi proclama che nel suo paese non ci saranno più rivoluzioni, rischia di essere un pessimo profeta come Miliukov, che poco tempo dopo assistette alla rivoluzione di febbraio e a quella di ottobre.
D’altra parte, quale altra forza, se non una rivoluzione, potrebbe ripulire le stalle di Augia dell’età dell’imperialismo, a cominciare dal nostro paese, dove il Po è inquinato, non solo dagli scarichi industriali, ma anche dalla cocaina, di cui una società che ha perso ogni controllo non sa più fare a meno.
Quindi, lottiamo per le riforme indispensabili, partendo dai lavoratori salariati, l’unica forza di massa che può ottenerla, se si libera dalle direzioni opportuniste, ma non dimentichiamo che senza rivoluzione, le possibilità di dar vita a una società più umana sono nulle.
Michele Basso
27 luglio 2010

Note:
1) Rosa Luxemburg, “Riforma sociale o rivoluzione?”, parte seconda, par. 3, “La conquista del potere politico”.
2) Serge Latouche ,”Il programma delle Otto R”, decrescita.it, sito dell'Associazione per la Decrescita.
3) Ernest Mandel, “La Crisi. Una risposta marxista alle congiunture attuali (1974-1978).
4) “Il programma immediato della rivoluzione in occidente” (Riunione di Forlì del Partito Comunista Internazionale, 28 dicembre 1952).

domenica 3 aprile 2011

LA BUSSOLA



                                     

                                       di Michele Basso



Sulla questione della Libia occorre riflettere molto, perché, con la campagna di disinformazione in corso, che pone tutto in termini di tirannia e democrazia, se non stiamo più che attenti, corriamo il rischio di trovarci a manifestare in piazza con Emma Bonino e Walter Veltroni.
Non a caso, Dante Lepore scrive : “...l’insorgenza sociale che scuote il Nord Africa... assume già livelli di manipolazione ed è filtrata negli schemi della propaganda in modo tale che la percezione del fenomeno e i suoi insegnamenti vadano nel senso di «aspirazioni alla modernizzazione, alla democrazia e alle libertà borghesi» contro regimi dittatoriali obsoleti, piuttosto che come esplosione di rivendicazioni proletarie (che ne sono ovunque con tutta evidenza le protagoniste) ad un mondo migliore.”(1)
Sugli eventi di Libia, più ancora che su quelli tunisini ed egiziani, la propaganda ha diffuso equivoci e confusione, in cui è caduta anche parte dell’estrema sinistra. C’è chi, in nome di un preteso antimperialismo di Gheddafi, si augura la sua vittoria. Dimentica che le ingenti rendite petrolifere libiche hanno portato a importanti esportazioni di capitali proprio nelle metropoli imperialiste, a cominciare dall’Italia: “La Libia possiede in questo momento il 7,5% di Unicredit (4,99% della Banca centrale libica e 2,5% del fondo sovrano Libyan Investment authority), l'1% di ENI, pari a 750 milioni di EURO circa, il 2% di Finmeccanica, il 14,7% di Retelit e il 7,5% della Juventus. In tutto la Libia investe 3,7 miliardi nelle società italiane quotate in Borsa. (2)
La borghesia libica ha fatto fior d’affari con tutte le potenze imperialistiche, mentre sfruttava senza limiti oltre un milione e mezzo di immigrati, in gran parte clandestini, ora abbandonati al loro destino.
Ancora più pericolosa l’altra trappola, di chi, in nome della lotta al tiranno, chiede l’intervento dell’Europa e dell’America. I comunisti e i lavoratori coscienti in nessun caso devono schierarsi dalla parte degli USA. La cosa era abbastanza ovvia quando alla Casa Bianca risiedeva il rozzo Bush, incapace di nascondere le sue aspirazioni imperialistiche, è meno evidente oggi che è in carica il diplomatico e sottile Obama. Ma un episodio apparentemente secondario potrà far capire chi sono realmente gli “umanitari” che impongono sanzioni, e prospettano no fly zone e sbarchi militari, gridando al tiranno. Un aereo delle forze di sicurezza statunitensi doveva portare materiale e istruttori per tenere al Geof (Grupo Especial de Operaciones Especiales de la Policia Federal) corsi di perfezionamento per la lotta al terrorismo.
Ma una valigia conteneva : “sostanze stupefacenti come Epinefrina, morfina e molti altri sedativi ipnotici ad effetto immediato, oltre ai relativi antidoti. Non solo droga. Nella valigia le forze argentine hanno anche trovato strumenti per la trasmissione dati e per la decriptazione di file.” “Tutto il carico sequestrato era contenuta in casse di legno contrassegnate ‘7° Gruppo Forze Speciali, Ft. Bragg, North Carolina’, secondo il giornalista argentino Walter Goobar Alcuni dei farmaci trovati, secondo Tercera Información News Service, erano adrenalina, ketamina, solfato alcaloide di morfina, midazolam, naloxone, OxyContin e l’oppioide semi-sintetico nalbufina.” (3) I moralizzatori girano per paesi amici con pesanti carichi di droga e con apparecchiature che presuppongono operazioni illegali. Approfittando dell’impunità che hanno nelle maggior parte dei paesi (a cominciare dall’Italia) violano quotidianamente tutte le norme del diritto internazionale che asseriscono di difendere. Questa è l’alta morale alla quale l’imperialismo americano s’ispira.
Per evitare queste trappole, occorre una bussola, per fissare l’asse principale delle lotte al quale tutti gli altri sono collegati. Sull’esempio dei comunisti del passato, dobbiamo chiederci qual è la forza che, a livello mondiale, rappresenta un costante pericolo per qualsiasi conquista dei lavoratori. Marx ed Engels individuarono nello zarismo russo la riserva di tutte le reazioni, e vi ravvisarono l’ostacolo principale, non solo per un’eventuale rivoluzione proletaria, ma persino per le rivoluzioni e le riforme borghesi. Dopo la caduta dello zarismo, Lenin e l’Internazionale indicarono nella Gran Bretagna colonialista il nemico da abbattere, e trovarono alleati nei movimenti anticoloniali. Zinoviev, scandalizzando molti comunisti ingenui, a Baku terminò il suo discorso con queste parole: “Adesso è giunta l’ora in cui potete incominciare a organizzare una vera guerra santa popolare contro i predoni e gli oppressori. L’Internazionale Comunista si rivolge oggi ai popoli dell’Oriente e dice loro: “Fratelli, vi chiamiamo ad una guerra santa, soprattutto contro l’imperialismo britannico”. (4)
Dopo la II guerra mondiale il despota da colpire era rappresentato dalla repubblica a stelle e strisce. In una lettera del 1951 a Onorato Damen, che definiva Mosca “la centrale d’un imperialismo alla pari con quello americano nel porre in funzione russa il problema del dominio del mondo”, Bordiga, dopo avere esaminato i fattori di concentramento di forze produttive, riserve umane, continuità storica del potere statale, militari, rispondeva : “Esaminati tutti questi fattori, si vede che l’America è il concentramento n.1 nel senso, oltre tutto il resto, ed oltre la probabilità di vincere in ulteriori conflitti, che sicuramente può intervenire ovunque una rivoluzione anticapitalista vincesse. In questo senso storico dico che oggi la rivoluzione, che non può che essere internazionale, perde il tempo se non fa fuori lo stato di Washington. Ciò significa che ne siamo ancora lontani? Okei.” (5)
Oggi, gli Stati Uniti non hanno più, come alla fine degli anni ’40, la metà della produzione industriale mondiale, ma restano una potenza che sul piano militare non ha confronti, hanno una diplomazia e centrali spionistiche potentissime, una potente rete di alleanze e mille strumenti di ricatto. Ogni loro rafforzamento allontana, forse anche di decenni, la ripresa della lotta di classe e della rivoluzione. Sbaglia in modo grave chi spera che si possa fare qualche passo avanti verso la rivoluzione con l’aiuto diretto o indiretto degli USA. Questi ultimi si fregiano volentieri del titolo di liberatori, ma ogni loro intervento si risolve in una forma più completa di asservimento per i popoli “liberati”. Iracheni, afgani, e i popoli latino americani portano ancora i segni della benevolenza dell’imperialismo di Washington. I vietnamiti sono sfuggiti a questa “liberazione” pagando un prezzo enorme.
L’intervento della Nato in Libia, benedetto o meno dall’ONU, sarebbe perciò la soluzione peggiore.
I paesi europei - a perenne scorno degli europeisti, che sognano un superstato borghese in grado di trattare alla pari con gli USA, per fortuna abortito, perché sarebbe un ulteriore ostacolo sulla via della lotta proletaria per un’Europa comunista - conducono politiche estere diverse e potenzialmente conflittuali fra loro. Sarkozy, il nemico giurato dei lavoratori e dei pensionati e degli immigrati in Francia, spinto da fregole elettorali concorrenziali rispetto all’estrema destra, riconosce il Consiglio nazionale di Bengasi, e vuole bombardare le postazioni di Gheddafi. La Merkel non vorrebbe impelagarsi in guerre mediterranee, che lascerebbe volentieri ad altri, visto che la Germania è troppo impegnata a conquistare mercati, a detrimento dei cari, chiassosi vicini. Berlino, tuttavia, fa parte della Nato, e potrebbe essere costretta, obtorto collo, a intervenire. L’Inghilterra si è già compromessa con l’incursione dei corpi speciali a Bengasi. Un gruppo di SAS, guidato da un alto ufficiale del M16 (il servizio segreto britannico), con tanto di elicottero, esplosivi, munizioni e passaporti falsi, arrestato come una banda di ladri di polli. Evidentemente, i tempi dell’impero sono lontani per Londra, ma certi dirigenti politici non se ne sono ancora fatti una ragione.

Per quanto riguarda l’Italia, sappiamo fin troppo bene, che le dichiarazioni di Berlusconi variano completamente secondo il luogo dove le pronuncia. Non c’è galletto segnavento più rapido a mutare posizione: filorusso a Mosca, yankee a Washington, amico di Mubarak, di Ben Alì, e pochi giorno dopo dei ribelli, libertino a casa e baciapile in chiesa, in un convegno di seminaristi sarebbe capace di parlare delle beatitudini. Ancora meno attendibile Frattini. Per capire la politica italiana verso la Libia è meglio vedere ciò che fa l’ENI, che ne è il vero protagonista, e per ora i suoi contratti non sono stati annullati.

Gli insorti libici stanno arretrando, e questo fa pensare che siano state fatte loro promesse ingannevoli. Non sarebbe la prima volta. Bush padre, al tempo della guerra del 1991, fece dichiarazioni che furono interpretate come un invito agli sciiti perché insorgessero, ma, una volta prese le armi, furono lasciati alle vendette di Saddam. L’interesse reale delle potenze per le vite umane si vede anche dall’abbandono in cui sono lasciati i lavoratori immigrati di pelle nera, perseguitati dagli insorti perché scambiati per mercenari, e scacciati dalle truppe di Gheddafi.
Non è escluso, però, che Obama prenda tempo per preparare meglio l’attacco. E’ vero che l’America è già impegnata pesantemente dal punto di vista militare, ma l’occasione libica è troppo ghiotta. Finora il successo USA nella penetrazione militare ed economica in Africa non è stato grande. In un’intervista ad Hassan Mohamed si dice: “... gli Stati Uniti non riescono a impedire ai paesi africani di commerciare con la Cina, e hanno perso una grande influenza sul continente. Testimonianza del colpo subito dal Pentagono, è stato quando esso ha cercato invano un paese che ospitasse il quartier generale del suo comando regionale AFRICOM. Tutti gli Stati continentali si sono rifiutati di ospitare questa base. Il ministro della Difesa sudafricano ha spiegato che il rifiuto è "una decisione collettiva africana" e lo Zambia aveva anche risposto al Segretario di Stato USA: "Vorreste avere un elefante in salotto?" Attualmente, la sede del comando regionale per l'Africa è a Stoccarda ...! E’ una vergogna per Washington.” (6)
Nonostante ciò, gli USA sono riusciti ad avere punti di forza in singoli stati, per esempio nella Repubblica democratica congolese (RDC) a Kisangani, nel cuore di Ituri, Provincia orientale, dove lavorano per formare un esercito professionale. Sappiamo cosa ciò ha significato nell’America latina, dove i colpi di stato condotti da eserciti addestrati dagli americani erano all’ordine del giorno. Ma per il generale William Ward: “Si tratta di formare un esercito più professionale, che rispetti l'autorità civile e garantisca la sicurezza del popolo congolese. Ciò che facciamo qui come in altri luoghi d'Africa, d'accordo con i governi sovrani, è nell'interesse dei popoli. Agli USA e alla comunità internazionale interessa che il popolo congolese viva in pace ed abbia la possibilità di un futuro migliore”. (7) Amen! La politica di Obama segue punto per punto quella di Bush, con più intelligenza e più concessioni alle belle maniere.
L’importanza strategica della Libia è enorme, non solo è nel cuore del Mediterraneo, ma si spinge a sud nel Sahara e può controllare gran parte dell’Africa nera. Fu lasciata all’Italietta di Giolitti, ma, se fosse caduta nelle mani della Germania, avrebbe costituito un pericolo mortale per gli imperi inglese e francese, belga, portoghese, ecc.
A tempo della guerra fredda, gli Stati Uniti non avevano interesse ad inimicarsi Francia e Gran Bretagna, per cui lasciarono loro mano libera negli ex imperi coloniali. Lo sgambetto fatto a Suez alle due alleate nel 1956, costituì un’eccezione: quando Nasser nazionalizzò il canale, Gran Bretagna, Francia e Israele, intervenute militarmente, furono costrette a ritirarsi da Russia e America. Dopo la parentesi di Nasser, l’Egitto finì nell’orbita americana. Caduta l’URSS, i contrasti euro–americani si accentuarono, finché negli ultimi anni la concorrenza cinese minacciò di cacciare europei e statunitensi dal mercato africano. Se Africom riuscirà a installarsi in Libia, invece, gli USA potranno puntare con più probabilità di successo al dominio del continente nero, l’America latina avrà minori margini di manovra, e Washington potrà pensare a fare i conti con Russia e Cina. Si dirà che gli Stati Uniti sono in decadenza dal punto di vista economico, ma proprio questo li rende più aggressivi e più pericolosi nella lotta per conservare il predominio.
Perciò occorre opporsi all’intervento militare, e lo si può fare soltanto cercando la collaborazione dei proletari e degli antimilitaristi statunitensi, i soli che possono colpire il mostro imperialista dall’interno. Chi, per risentimento antiamericano, pensa di escludere questo determinante settore del proletariato mondiale dal bilancio sulla lotta di classe internazionale, considerandolo alla stregua di un’immensa aristocrazia operaia controrivoluzionaria, si preclude da solo la via per la comprensione dei rapporti internazionali tra le classi.
In Italia, c’è un motivo in più per la lotta antimilitarista, e lo chiarisce uno scritto della Confederazione COBAS della Sicilia: “Preoccupanti sono le dichiarazioni del Ministro Frattini che candidamente dichiara che per attuare la No Fly Zone bisogna bombardare le basi militari ed aeree dell’esercito Libico. Il Ministro La Russa sa benissimo che le nostre coste e le basi di Sigonella, Birgi, Augusta e Niscemi, da lui messe a disposizione della macchina bellica occidentale, sono nel raggio di azione delle armi missilistiche della Libia.” (8)

Che farà con questi missili Ignazio Benito Maria La Russa? Li fermerà sul bagnasciuga?

12 marzo 2011

dal sito   
http://www.webalice.it/mario.gangarossa/sottolebandieredelmarxismo.htm


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NOTE:

1) Dante Lepore, “L’imperialismo nel grande gioco Nord Africano – I parte”. http://www.ponsinmor.info/.
2) Il Sole 24Ore, 18 febbraio 2011 e “Dagli appunti sulla Libia” di Angela Marinoni)
3) Alessandro Grandi, “Un aereo militare Usa atterra in Argentina con un carico non completamente dichiarato. Le autorità intervengono, sfiorata la crisi fra i due Paesi”. Peacereporter, 17/2/2011. Andrade Mario, “Confiscato in Argentina un velivolo militare USA di una operazione coperta in Sud America; agenti della CIA sotto inchiesta”, Aurora, 28/2/2011
4) “Assalto al cielo, Documenti e manifesti del Congressi dell’Internazionale Comunista (1919- 1922). Congresso dei popoli d’Oriente (Baku, 1920)”
5) “Alfa ad Onorio” (Amadeo Bordiga a Onorato Damen), 9 luglio 1951, pubblicate in “Prometeo”, serie II, n. 3, aprile 1952.
6) Oceano Indiano: qui si svolge la grande battaglia per il dominio del mondo. Intervista di Lalieu Gregory & Michel Collon a Hassan Mohamed Investig'Action - Mondialisation 15 settembre 2010. Traduzione di Alessandro Lattanzio - Aurora.
7) AFRICOM nel cuore della guerra per il petrolio Africa, Amadou Fall, 11 novembre 2010.
Fonte: http://www.fundacionsur.com/spip.php?article7422. Traduzione dallo spagnolo per http://www.resistenze.org/ a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare, in Campo Antimperialista – Italia.
8) “No all'intervento armato in Libia”, Confederazione COBAS della Sicilia Fonte in sottolebandieredelmarxismo

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