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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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mercoledì 30 dicembre 2015

ITALIA: IL PAREGGIO DI BILANCIO SI REALIZZA CON I MORTI di Maurizio Zaffarano





ITALIA: 
IL PAREGGIO DI BILANCIO SI REALIZZA CON I MORTI 
di Maurizio Zaffarano




C'è la melassa stucchevole dell'informazione natalizia e c'è la réclame senza soste di Renzi, il Vanna Marchi della politica, che spaccia per successi del suo governo e segni della rinascita italiana persino meri doveri dell'Esecutivo: il completamento di opere pubbliche (peraltro di dubbia utilità) cantierate e finanziate in tempi immemorabili e qualche manciata di restauri a fronte di uno smisurato patrimonio artistico e archeologico lasciato nel degrado e nell'incuria.
E poi ci sono le notizie vere, quelle che dovrebbero essere al centro del dibattito pubblico e sulle quali costruire le trasmissioni televisive se non fosse più comodo e utile farlo mistificando la realtà e sfruttando marginali episodi di cronaca nera o grigia di cui sono protagonisti qualche balordo, qualche piccolo criminale di strada, qualche falso invalido o qualche dipendente pubblico assenteista.
Quante trasmissioni televisive hanno parlato della notizia, sconvolgente e inquietante, dell'aumento record di morti nel 2015 in Italia, un incremento comparabile a quello degli anni della guerra?

domenica 27 dicembre 2015

RIFLESSIONI "NATALIZIE" di Lucio Garofalo






RIFLESSIONI "NATALIZIE"
di Lucio Garofalo



Quando il tempo dei rimpianti è già trascorso, mentre il tempo dei ricordi è ancora lontano, vuol dire che è sopraggiunto il tempo dei rimorsi. Il che non significa necessariamente che si è arrecato del male, ma soltanto che si è vissuto. Nel bene e nel male. In caso contrario si resta come sospesi in una sorta di "limbo", prigionieri dell'ignavia, vile e meschina. 
Da agnostico ed eretico anticlericale (troppo accondiscendente verso chi predica), rivolgo i miei auguri più schietti a coloro che confidano nella lealtà e nella sincerità delle persone, nell'onestà (intellettuale), per cui non mi rivolgo a quanti vivono in una condizione di malafede, in un clima di omertà e di indifferenza. 

Il valore dell'amicizia non si può invocare ad uso e consumo personale, ovvero solo quando più ci conviene. Tempo addietro, ho conosciuto e frequentato alcuni sedicenti "amici". Per costoro io mi sono esposto, personalmente e politicamente, in varie situazioni che non mi piacevano affatto e mi sono persino inimicato alcuni notabili locali. Dov'erano loro, i presunti "amici", quando mi sono fatto coinvolgere in polemiche per servire la loro "causa"? Ebbene, erano intenti a studiare calcoli e tatticismi, curando i propri affari. Un'amicizia fondata sulla convenienza e sul calcolo utilitaristico, non è un'amicizia autentica, sincera e disinteressata. 

giovedì 24 dicembre 2015

DOCUMENTO POLITICO DEL PRIMO INCONTRO NAZIONALE DELLA RETE ANTILIBERISTA E ANTICAPITALISTA









DOCUMENTO POLITICO DEL PRIMO INCONTRO NAZIONALE DELLA RETE ANTILIBERISTA E ANTICAPITALISTA




L’assemblea finalizzata alla costruzione della Rete Anticapitalista, riunita a Roma il 13 dicembre 2015, riconferma i contenuti sociali e politici espressi nell’Appello antiliberista e anticapitalista, integrato con l'analisi della situazione internazionale, con particolare riferimento ai teatri di guerra, e con gli emendamenti che sono stati proposti sul tema dell'accordo militare tra lo stato di Israele ed il governo Greco e sulla questione dell’ambiente in particolare dell'antispecismo.
Più che mai, di fronte all’offensiva delle classi dominanti in Italia e in Europa, asservite agli interessi dei grandi gruppi finanziari, alla Troika, responsabili di scelte che spargono a piene mani austerità, precarietà, sfruttamento, distruzione del welfare dobbiamo costruire una risposta unitaria, sociale e politica, per affermare gli obiettivi della lotta antiliberista a difesa delle condizioni di vita e di lavoro delle grandi masse popolari nelle diverse e molteplici articolazioni. E’ un percorso che non vuole e non deve fermarsi davanti ai pretesi vincoli capitalisti del mercato, del profitto e delle rendite, ma che anzi vuole metterli in discussione per aprire la strada a una reale alternativa anticapitalista di piena democrazia sociale e politica, costruita sulla autorganizzazione di organismi consiliari nei luoghi di lavoro e nei territori, e di controllo popolare dal basso nella società, in una ottica di solidarietà internazionalista fra le classi lavoratrici e popolari, volta alla costruzione di un comune progetto politico e sociale alternativo, che abbia come prospettiva il superamento del capitalismo e l’abolizione dello sfruttamento.
Nuovi terribili venti di guerra spirano in Europa e sulle due sponde del Mediterraneo.

RIFLESSIONI SULLO STATO DI CRISI DEL CAPITALISMO di Lucio Garofalo






RIFLESSIONI SULLO STATO DI CRISI DEL CAPITALISMO
di Lucio Garofalo




Azzardo alcune riflessioni di tipo filosofico ed esistenziale, quindi politico. La realtà, che supera puntualmente ogni più fervida immaginazione, ispira un'elaborazione critica di straordinaria attualità storica. 
Il sistema creato dalla borghesia capitalista ha predicato nel mondo, a decorrere dal secondo dopoguerra, quella che è la religione più diffusa e vincente di ogni tempo e luogo: la fede cieca ed incondizionata nel mercato, nel totem della finanza. 
Il culto idiota e mondano del denaro e del successo. Il feticismo della merce e del profitto. La morale utilitarista dell’avere e dell’apparire ad ogni costo in luogo dell’essere, sacrificando tutto e tutti. 
Il corollario finale è l’avvento di una sottocultura di massa improntata al consumismo esasperato, acritico ed alienante, all’edonismo ebete, egoista e conformista. 

Quella che nell’età contemporanea è l’ideologia più ottusa ed onnipotente, una mentalità assai pervasiva e totalitaria, più feroce e persuasiva di qualsiasi tipo di fascismo e di assolutismo che si sia mai visto nella storia millenaria dell’umanità. 
Negli ultimi decenni, alle popolazioni del mondo occidentale si è imposto uno stile di vita iperconsumista: hanno bombardato i cervelli per convincere la gente che bisognava lavorare e produrre al massimo per guadagnare e consumare il più possibile, con il risultato che gli individui sono nevrotici, insoddisfatti ed infelici. Si potrebbe arguire che la scelta più saggia sia quella di moderarsi in modo da lavorare il meno possibile ed avvelenarsi il meno possibile, sentirsi meno stressati e puntare ad arricchirsi soprattutto a livello umano, affettivo e spirituale. 
In altri termini, si potrebbe decidere di condurre uno stile di vita più sobrio sul piano dei consumi in modo tale da permettersi un’esistenza emancipata dal bisogno, libera dallo stress e dalle tossine della vita moderna. 
Certo, se un individuo non si accontenta di un cellulare, ma ne vuole due di ultima generazione, se invece di un’auto per ogni famiglia si avverte il “bisogno” di un’auto a persona, se si desidera la villa in campagna e l’appartamento al mare, inseguendo ed assecondando ossessivamente le mode consumiste, si moltiplicano i falsi bisogni indotti dal mercato, inevitabilmente non basta uno stipendio e si rischia di essere assoggettati ad un “benessere” fittizio, finendo succubi del bisogno e del lavoro, alienati ed infelici. 

lunedì 21 dicembre 2015

GRANDE E' LA CONFUSIONE SOTTO IL CIELO DELLA SINISTRA di Maurizio Zaffarano



Salvini e la Le Pen secondo Luca Peruzzi



GRANDE E' LA CONFUSIONE SOTTO IL CIELO DELLA SINISTRA 
di Maurizio Zaffarano




Il mio contributo alla discussione su Bandiera Rossa sulle elezioni francesi.



Grande è la confusione sotto il cielo ma non so se ciò renda, non me ne voglia il compagno Mao Tse-tung, la situazione favorevole.
Grande è la confusione sotto il cielo della Sinistra, in Italia e nel mondo. Una confusione che è figlia, da un lato, della frustrazione e del senso di impotenza di chi vede il baratro – morale, sociale, politico, economico – nel quale siamo precipitati ma non riesce ad individuare un modo per riscattarci e per salvarci e, dall'altro, è conseguenza del fatto che sono venuti meno gli schemi mentali, i punti di riferimento ideali attraverso i quali potevamo indicare ed indicarci dal punto di vista collettivo ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e i mezzi per perseguire il bene e il giusto.
Nella mia visione, pragmatica e rudimentale e di questo chiedo preventivamente comprensione e perdono ai cultori e ai custodi dei Dogmi e della Dottrina, la Sinistra è la parte politica che vuole per ciascun essere umano la possibilità di esprimere il meglio di sé stesso e di cercare la propria felicità coltivando la propria natura, il proprio talento, le proprie inclinazioni e che ritiene, perché ciò possa realizzarsi, che ciascun essere umano sia liberato dalla schiavitù del bisogno. Dunque che ciò che viene prodotto possa essere equamente distribuito tra tutti, perché a nessuno manchi ciò che è necessario per vivere, e che collettivamente possiamo decidere cosa, quanto e in che modo produrre.

Recita l'articolo 3 della Costituzione (e mi sembra che possa spiegare egregiamente ciò che dovrebbe essere e dovrebbe perseguire la Sinistra):

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. 


La confusione sotto il cielo della Sinistra nasce, a mio avviso, dalla scissione arbitraria e schizofrenica tra i due elementi che ne rappresentano gli elementi costitutivi: obiettivi da perseguire e mezzi per realizzarli.
Così c'è chi può continuare a definirsi di Sinistra solo per il fatto di enunciarne ipocritamente principi e valori: diritti, emancipazione, libertà, solidarietà, opportunità. Ma appunto si tratta di vuote ed ipocrite affermazioni (le “boldrinate”) quando non si fondano su di una trasformazione egualitaria della struttura dei rapporti economici, anzi sono proprio questi “progressisti” gli autori materiali (o i loro complici o gli inetti spettatori che non si rendono conto di ciò che gli succede intorno) dei processi che accentrano sempre più in poche mani la ricchezza e rendono schiavi tutti gli altri.
A tutti costoro, a cominciare dalla nostra (si fa per dire) Presidentessa della Camera, bisognerebbe ricordare ciò che scriveva Sandro Pertini: Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero. “
Nel contempo abbiamo le destre che tuonano, e attraverso questo conquistano il consenso popolare e l'attenzione di una parte del popolo della Sinistra, contro gli strumenti con cui la dittatura del capitalismo finanziario realizza i suoi tragici e perversi effetti : l'euro e l'unione europea, la globalizzazione, la guerra al ribasso per i salari condotta anche attraverso i migranti, la progressiva cancellazione del sistema pensionistico pubblico, le “controriforme” del welfare e del diritto del lavoro. Solo che insieme alla contestazione del capitalismo finanziario da queste destre bisogna prendersi (il “fusarismo”?) anche il pacchetto dei valori tradizionali: Dio, Patria e Famiglia. Con annessi xenofobia, omofobia e via discorrendo e facendo assurgere presepi e canti di Natale alla funzione di linea Maginot della nostra "civiltà" .
Il tragico problema dei migranti diventa così da questione anzitutto sociale e conseguenza dell'imperialismo militare ed economico occidentale una questione religiosa e razziale e il tentativo dell'Islam di travolgere le nostre tradizioni e la nostra identità. Come se poi tradizioni e identità potessero essere cristallizzate una volta per sempre e non essere destinate, come sempre accaduto nella storia, ad un continuo processo di evoluzione e di meticciamento.
Ora in politica vale la regola del “mai dire mai”, si può anche prendere in considerazione il sostegno tattico e contingente o addirittura l'alleanza con un “nemico” se ciò può essere utile a sconfiggere o, almeno, a mettere in difficoltà un altro “nemico” in quel momento più distruttivo e letale, mi rendo conto che l'odio - ingigantito dalla consapevolezza dell'impotenza - verso la dittatura dell'Unione Europea e del mondo delle multinazionali (i cui esecutori sono in Italia il renzismo ed in Francia Hollande e Sarkozy) possa giustificare qualunque scelta e qualunque voto contingente, però a chi si trova a fare il tifo per la Le Pen o Orban contro il Grande Capitale Sovranazionale deve essere ben chiara una cosa. Le destre populiste, nazionaliste, anti-euro ed anti-Europa, fasciste o para-fasciste che vediamo affermarsi e conquistare spazio in tutta Europa (si pensi appunto all'Ungheria o alla Polonia, al Front National in Francia, alla Lega in Italia mentre il Movimento 5 Stelle che è fenomeno ben più complesso e controverso lo lascerei fuori da questo elenco) non combattono l'oppressione del capitalismo finanziario per realizzare l'emancipazione e la liberazione dell'individuo. La loro ideologia è impregnata di autoritarismo, gerarchismo, classismo, razzismo; la componente sociale delle proprie proposte ha una natura paternalista e non egualitaria. Combattono (dicono di combattere) il capitalismo sovranazionale e globalizzato per tornare a forme di capitalismo nazionale e protetto, esaltando il ruolo non dei lavoratori ma degli imprenditori medi e piccoli come se anche per questi il profitto non giustificasse sfruttamento del lavoro, distruzione dell'ambiente, illegalità (corruzione, evasione fiscale e contributiva).
Pensare di potersi accodare alle destre nazionaliste e xenofobe nella lotta contro l'euro e l'Unione Europea, nella convinzione che una volta vinta questa guerra sarebbero ripristinate le condizioni economiche e politiche per la sovranità popolare e per le politiche sociali, è un tragico errore, è totalmente illusorio e miope. Non vi sarebbe alcun nuovo spazio per una libera lotta politica come se senza l'euro venisse magicamente meno anche la struttura dell'organizzazione economica e dei rapporti di forza militari internazionali. Queste destre sono storicamente il piano B del Capitale: quando non regge più l'inganno delle democrazie liberali si ricorre allo squadrismo, al manganello, alle bombe (naturalmente nelle forme contingenti e particolari del momento). Dal regime del capitalismo finanziario passeremmo ad un regime capitalista “tradizionalmente” autoritario e la storia europea del '900 ci mostra quante volte le forze reazionarie hanno utilizzato la promessa di misure sociali per acquisire consenso popolare e scalare il potere.

Una proposta di Alternativa di Sinistra si regge invece su due gambe: il diritto all'autodeterminazione di ogni individuo e la collettivizzazione dell'economia. Se manca una delle due gambe si perde ogni credibilità, la costruzione politica non regge e crolla.
La Sinistra riparte e ritorna credibile nell'unitarietà e nella coerenza di Pensiero e Azione e se riacquista la capacità di comunicare e di mettersi in sintonia con i ceti popolari. Altrimenti non sorprendiamoci (e soprattutto asteniamoci da giudizi moralistici) se questi affidano le proprie speranze e le proprie paure a Grillo o Salvini.
C'è un ultimo ma non secondario elemento che deve essere a mio avviso sottolineato. Oggi la priorità per una proposta di Sinistra di Alternativa è anche quella di riconoscere e denunciare che le elezioni sono una trappola, sono un gioco truccato nel quale perdi sempre per lo squilibrio di risorse delle forze in campo, soprattutto con il maggioritario e il ballottaggio che comunque ti costringono a scegliere tra opzioni che escludono la rappresentanza di larga parte degli interessi popolari e dei principi autenticamente progressisti. Sempre più le cosiddette Istituzioni democratiche sono modellate secondo la logica della governance delle società per azioni in cui una piccola minoranza, grazie a patti di sindacato e complicati sistemi di scatole cinesi, può decidere per tutti.
In assenza di una reale democrazia economica la pretesa democraticità dei regimi occidentali e la retorica delle libere elezioni perdono ogni legame con la realtà: l'unico vero potere è quello dei soldi. Le elezioni non te le fanno vincere (con il terrorismo e le stragi contro il PCI; quando va bene con il bombardamento dei media di regime), se le vinci non ti fanno attuare i programmi per i quali sei stato votato (Syriza in Grecia), se le vinci e metti in pratica i tuoi programmi ti scatenano contro la guerra economica e non solo (il Venezuela).

In queste condizioni, la Sinistra in Italia deve concentrare i propri sforzi e le proprie poche risorse nel dare vita ad un partitino condannato all'impotenza ed alla marginalità elettorale e politica, deve continuare a discutere di percentuali e presunti mali minori legittimando la truffa di cui siamo vittime oppure deve battere altre strade, altri terreni, altre forme di lotta politica e dedicarsi alla costruzione di un movimento di massa auto-organizzato ed in grado di essere riconosciuto quale espressione di contropotere democratico e popolare?





domenica 20 dicembre 2015

IL PRIMATO TEDESCO di Lucio Garofalo




IL PRIMATO TEDESCO
di Lucio Garofalo




Il sogno (o incubo, dipende dai punti di vista) del pangermanismo si è avverato sul terreno della finanza e dell'economia. 
È di fatto innegabile un processo di germanizzazione dell’eurozona, dietro cui si riparano e consolidano gli interessi del capitale finanziario internazionale. Il progetto egemonico tedesco era assai evidente fin dall’inizio. 

Attestare i capitali dietro lo scudo tedesco (finché riesce a reggere) non è solo un’operazione di autodifesa. Nel breve periodo la Germania sta disponendo di una massa di capitali tale da far pendere la bilancia dalla parte dei suoi interessi, divenendo l’interlocutore europeo privilegiato del capitalismo finanziario mondiale, tramite cui sarà possibile “normalizzare” l’Europa, cioè inquadrarne le politiche economiche in modo funzionale agli interessi del grande capitale finanziario. 

Ma la stabilità tedesca dipende dalla tenuta di tutti gli altri Paesi dell'eurozona e per consentirle di reggere, esige che i Paesi più precari economicamente siano espunti dall’area o ridotti a ruoli sempre più marginali o ininfluenti. Per tale ragione si è limitato il tetto degli aiuti erogati ai Paesi in crisi e sono state imposte una serie di condizioni draconiane a tutti i Paesi dove più grave si è paventato il rischio di uno sforamento del patto di stabilità dell’euro, buon ultima in ordine di tempo l’Italia.

venerdì 18 dicembre 2015

LA GAUCHE PERDUE di Stefano Santarelli





LA GAUCHE PERDUE
di Stefano Santarelli



L’articolo indiscutibilmente provocatorio, ma certamente stimolante del nostro compagno Norberto Fragiacomo “Con Sarkhollande vince solo la UE” ha scandalizzato alcuni compagni, in verità pochi ce ne aspettavamo di più, in ogni caso una eventualità prevista sia dall’autore che dal sottoscritto che dirige questo sito.
Le provocazioni hanno anche e soprattutto lo scopo di fare riflettere e di mettere in luce le incongruenze di avvenimenti straordinari. Ed in questa categoria rientrano sicuramente i risultati elettorali delle ultime elezioni regionali francesi che hanno rappresentato non solo una ulteriore sconfitta per la sinistra, ma anche un pericoloso campanello d’allarme per tutti i paesi europei e principalmente anche del nostro.
Il Front National è diventato il primo partito francese con il suo 27,3% con 6 milioni di elettori al primo turno che sono diventati 6,7 milioni al secondo turno, mentre in alcune regioni il FN ha sfiorato punte di quasi il 41% (Provenza –Alpi-Costa Azzurra e Nord Calais-Piccardia) e al secondo turno di ballottaggio Marion Le Pen è riuscita ad ottenere ben il 45,22%.
Risultati che non possono essere giustificati solo dall’astensionismo che se vedeva al primo turno  solo il 49% dei votanti al secondo turno invece raggiungeva il 58,5%.
Questi risultati si commentano da soli e dimostrano che nonostante il FN non sia riuscito a prendere neanche la presidenza di una regione  grazie alla alleanza tra Hollande e Sarkozy rimane comunque il vero vincitore di queste elezioni a maggior ragione se si pensa che le prossime saranno le presidenziali nel 2017 dove il FN si presenterà senza il fardello delle responsabilità politiche e amministrative.

mercoledì 16 dicembre 2015

CON SARKOLLANDE VINCE SOLO LA UE di Norberto Fragiacomo




CON SARKOLLANDE VINCE SOLO LA UE
di
Norberto Fragiacomo




Dopo aver incendiato la Francia con profezie sottratte al sulfureo Houllebecq, il premier unionista Manuel Valls si ripresenta ai media in uniforme austera da pompiere, dicendo pressappoco così: “non abbiamo ceduto niente, ma il pericolo non è eliminato.” Se “non canta vittoria” (così i giornali nostrani) è per salvare le apparenze: sulla carta, i vincitori delle elezioni amministrative 2015 sono i Républicains di Sarkozy, cioè un partito “rivale”. La realtà è ovviamente diversa: a trionfare è stato il blocco di potere europeista, che per esigenze di marketing si propone ogni volta agli elettori indossando una collezione di maschere.

Tredici a zero: non finivano così neanche le partite del ruspante Lussemburgo anni ’80. Il risicato successo di Marine Le Pen alla tornata del 6 dicembre si è rivelato una vittoria di Pirro – anzi, qualcosa di meno, paragonabile a quelle sparate che ti intasano il profilo Facebook per un giorno, e l’indomani finiscono dritte nel dimenticatoio. I giornalisti – disinformatori spesso disinformati – volevano farci credere che 5-6 regioni fossero già in saccoccia al Front National, ma era una balla: il meccanismo elettorale francese ricorda un po’ quello delle coppe europee, con partite di andata e ritorno e la particolarità che, nel retour match, una delle squadre può scendere in campo a ranghi rinforzati. E il ballottaggio di cui si favoleggiava? E’ una figura mitologica: non esiste proprio.

lunedì 14 dicembre 2015

SINISTRA, L'UNITA' POSSIBILE. DALLE LOTTE E CON FORMA DI RETE di Daniele Maffione

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SINISTRA, L'UNITA' POSSIBILE. DALLE LOTTE E CON FORMA DI RETE 
di Daniele Maffione

Un’assemblea nazionale, scaturita da un appello, ha coinvolto soggetti politici e sociali anticapitalisti e antiliberisti per un’inedita prospettiva di unità della sinistra: radicale e dal basso



Uniamo le forze, cacciamo Renzi, costruiamo l’alternativa “Unità e radicalità. Ieri, a Roma, è nata la Rete nazionale antiliberista e anticapitalista, che ha rivolto un appello a tutti i resistenti del Paese: uniamo le forze, discutiamo le idee, diamoci una nuova prospettiva rivoluzionaria.
L’assemblea è stata convocata da un appello promosso da esponenti di Altra Europa, Rifondazione Comunista, Sinistra anticapitalista, Il Sindacato è un’altra cosa – sinistra CGIL, Coordinamento precari della Scuola e sottoscritto da numerose centinaia di militanti e attivisti. C’è l’esigenza di costruire un punto di vista comunista e rivoluzionario nella crisi, per rompere la “fortezza Europa”, sconfiggere le politiche di austerità e la pericolosa ascesa di populismi reazionari e xenofobi. Questo, portando avanti una nuova idea di internazionalismo proletario e di superamento del capitalismo.
La riunione, è stata molto partecipata. La discussione è stata viva e accesa, ma ispirata da una sincera volontà unitaria. Questo grazie al contributo di attivisti provenienti da diverse esperienze politiche, sindacali, associative, che hanno deciso di non arrendersi allo stato di cose presenti. La priorità stabilita non è soltanto quella di “unire le lotte”, bensì di dargli una prospettiva politica per il superamento del capitalismo. Per cominciare a farlo, bisogna costruire conflitto di classe alle politiche neoliberiste, cacciare Renzi, difendere la Costituzione, ricostruire forme di partecipazione alla politica e democrazia diretta nei luoghi di lavoro e nella società. Per riuscirci, bisogna respingere quel modello fallimentare e politicista di “unità a tavolino”, che produce solo nuove divisioni e non fa altro che arretrare la costruzione di un blocco sociale alternativo a quello dominante.
Sono state individuate delle campagne di mobilitazione di massa, attorno a cui si andrà a strutturare la costruzione dei comitati locali: – Lotta alla guerra, costruendo un “fronte interno” fatto di momenti di sensibilizzazione di massa, tentativi di boicottaggio delle industrie militari, battaglia per chiedere l’uscita dalla NATO e l’investimento nelle spese sociali; – Diritto allo sciopero, invitando alla mobilitazione ed all’unità dei lavoratori, siano essi iscritti o no a sindacati confederali e di base, ridando voce al conflitto capitale-lavoro con lo specifico tentativo di coinvolgere anche i lavoratori immigrati; – Difesa del territorio e dei beni comuni, quali la scuola pubblica, la sanità, i trasporti, l’ambiente; Inoltre, ciascun comitato locale individuerà campagne specifiche nel proprio contesto per dare gambe alla lotta contro le privatizzazioni e lo smembramento dello stato sociale. Insomma, siamo appena all’inizio. Ma c’è entusiasmo, voglia di aggregazione, combattività. Ed un messaggio chiaro e forte: la sinistra non ha bisogno di cartelli elettorali o di leader. Ma di idee, entusiasmo, organizzazione, intelligenza collettiva…”.

14 Dicembre 2015



giovedì 10 dicembre 2015

LA MADONNA DE LO FUOCO di Lucio Garofalo




LA MADONNA DE LO FUOCO 
di Lucio Garofalo



I falò della "Madonna de lo fuoco", come da noi viene battezzata e celebrata la ricorrenza festiva dell'Immacolata, sono un'antica tradizione locale che si era smarrita nel corso del tempo, ma che è stata riscoperta e rinnovata recentemente. Nulla di male in questa riscoperta, anzi. 

Le tradizioni culturali, civili, religiose di una comunità, concorrono a nutrire e a mantenere vivo il senso identitario di appartenenza di un popolo. Ma a Lioni non c'è una fisionomia identitaria, né uno spirito di appartenenza comune. Per una ragione semplice. Lioni è un paese contaminato da una presenza eterogenea di persone provenienti da fuori, che si sono trasferite per esigenze di lavoro: stranieri, nonché numerosi forestieri originari dei paesi limitrofi. 
Per cui non esiste un legame identitario comune, nutrito di valori originali, di usanze e tradizioni condivise. Tranne l'utile, pratico e materiale, essendo Lioni un centro commerciale estremamente dinamico. L'economia locale, pur investita dagli effetti recessivi della crisi economica, non ha messo in discussione un simile "valore identitario". Sgombriamo il terreno da eventuali equivoci o malintesi. 

Lungi da me l'intento di "demonizzare" stranieri e forestieri, i quali sono una risorsa di progresso e crescita. A me piacciono molto le contaminazioni. Nella storia del genere umano si contano frequenti migrazioni e contaminazioni di popoli. Incroci, fusioni e contatti tra civiltà e culture diverse, hanno generato progressi e conquiste superiori. 

L'Italia è un esempio: attraversata nel corso dei secoli da vari e molteplici popoli. Noi usiamo i numeri arabi per la matematica e l'alfabeto latino per scrivere le lettere. Mangiamo cibi di svariata provenienza etnica. Ascoltiamo musica straniera ed acquisitiamo merci prodotte all'estero. La religione cristiana nacque in Medio Oriente (Gesù era palestinese). Il denaro fu inventato nell'antica Grecia, come altre cose, tra cui gli sport olimpici, la democrazia, la filosofia, il teatro e via discorrendo. Ci rechiamo all'estero in vacanza. 
Insomma, siamo "cosmopoliti" senza saperlo. 

Anche nel mondo animale e vegetale, gli esemplari meticci, ibridi, sono delle creature superiori. Tutta la nostra cultura è il frutto di un insieme eterogeneo di elementi cosmopoliti che si sono fusi ed integrati nel corso della storia. Ma il senso d'identità e di appartenenza comunitaria si sostanzia anche e soprattutto di tradizioni locali, spesso antiche ed originarie di altri luoghi ed altre culture. La memoria e la consapevolezza di un'identità collettiva, localistica e particolaristica, servono a progettare, arricchire e realizzare un avvenire migliore. Altrimenti, senza la memoria storica ed una coscienza critica del proprio passato, non ci può essere alcun futuro dignitoso.







  



mercoledì 9 dicembre 2015

APERTI ANCHE A NATALE: QUAL È LA SOLUZIONE? di Lorenzo Mortara






APERTI ANCHE A NATALE: QUAL È LA SOLUZIONE? 
 di Lorenzo Mortara 



Sempre più negozi allungano oltre misura l’orario di apertura, anche 24 ore su 24, compresi sabati e domeniche. Ogni centro commerciale che allunga l’orario, dal Carrefour di Vercelli che apre anche di notte, alle Gru di Torino che chiudono a mezzanotte anziché alle 10, ha immancabilmente lo stuolo di sostenitori a prescindere. 

 È normale che servi di partito, zerbini vari dei giornali, in breve il canile abbaiante al comando di lor Signori, pretenda pronta obbedienza e adattamento da parte dei lavoratori. Dal loro punto di vista di squali e profittatori, fanno solo il loro interesse. E non vorremmo nemmeno star qui a parlarne, tanto è ovvio. Qua vogliamo infatti parlare della risposta al problema un po’ meno ovvia e in fondo sbagliata che viene data da chi dovrebbe fare l’altro interesse, nella fattispecie il nostro. 

Non ci riferiamo tanto alla risposta completamente destrorsa ma disorganizzata, quindi vagamente innocua, che viene dai tanti ormai assuefatti al sistema: e allora io che lavoro a Natale? – Ringrazia che hai un lavoro – tu almeno sei fisso, eccetera eccetera. Se andassimo sempre a ritroso, infatti, finiremmo col giustificare il ritorno alle 12 ore di lavoro perché tanto, i nostri nonni, già le facevano. 

martedì 8 dicembre 2015

APPELLO PER IL RISORGIMENTO SOCIALISTA




APPELLO PER IL RISORGIMENTO SOCIALISTA



Un appuntamento di una certa importanza per la sinistra italiana si è consumato qualche giorno fa, con l’assemblea di Risorgimento Socialista che, a quanto pare, scioglie definitivamente il nodo gordiano del rapporto con un PSI oramai definitivamente digerito dentro il metabolismo neocentrista del PD. E’ una ottima notizia.

Così come è una ottima notizia che si ricostituisca un punto di riferimento per il pensiero del socialismo di sinistra in Italia. Sappiamo bene tutti quale sia l’analisi della situazione attuale. La verticalizzazione degli assetti di potere economico impressa dalla fase finanziaria del capitalismo, cavalcando sull’onda di una globalizzazione che ha spossessato i popoli europei della stessa capacità di governare i loro interessi, ha generato una deriva neoliberista senza frontiere e senza politica, realizzando le indicazioni di Von Hayek sull’Europa. Un’Europa oramai irrimediabilmente lontana dal progetto di Ventotene, in cui la moneta unica è servita da grimaldello per imporre agli Stati membri una strada forzata di imitazione delle politiche economiche ordoliberiste del Paese leader. La gestione di questo processo di incrudimento delle diseguaglianze e di impoverimento di strati crescenti della società richiede una progressiva cancellazione degli spazi della democrazia rappresentativa , facendo crescere un leaderismo plebiscitario e plebeista, privo di meccanismi di intermediazione, più simile al caudillismo che alla democrazia.

lunedì 30 novembre 2015

SINISTRA: CHE (COSA SI POTREBBE) FARE di Maurizio Zaffarano


Vignetta del Maestro Pietro Vanessi PV

SINISTRA: CHE (COSA SI POTREBBE) FARE
di Maurizio Zaffarano



Vi sono due parole che, a proposito di Sinistra, sono scomparse dal mio personale vocabolario: Stupore e Unità.
Lo Stupore per la totale scomparsa della Sinistra dal Paese che aveva il più grande Partito Comunista dell'Occidente e contemporaneamente un Partito Socialista che non era la ridicola formazione politica di Nencini ma quella di Nenni, Lombardi, Pertini oltre ad una numericamente piccola ma politicamente assai significativa area extra-parlamentare. Allo stupore, cioè alla rabbiosa incredulità, si è sostituita la razionale rassegnazione: oggi la Sinistra è tramontata dall'orizzonte collettivo, non solo e non tanto come Partito ma come valori e sentimenti condivisi, come coscienza e cultura di massa, come senso comune diffuso nel popolo. Da questa elementare consapevolezza bisogna ripartire, se sarà possibile ripartire.

L'Unità delle forze della Sinistra radicale quale premessa indispensabile – mettendo insieme quel poco di apparati, di militanza, di risorse che ancora esiste – per la formazione di un soggetto politico con il minimo di forza necessario a non essere condannato alla totale marginalità e per potersi candidare ad essere riconosciuto quale Alternativa di sistema. 
Il percorso degli ultimi anni - tra cartelli elettorali last minute, Rifondazione, SEL, benecomunisti, cosiddetta sinistra PD - ci ha mostrato una misera e meschina guerra di posizione di pseudo generali senza esercito per occupare posizioni – leadership e poltrone – nel nuovo ipotetico soggetto politico. 
L'ultima iniziativa elettorale unitaria è stata l'Altra Europa con Tsipras ad inizio 2014 ed ad oggi, mentre infuria la feroce offensiva reazionaria di Renzi, siamo ancora "al carissimo amico": nessuna organizzazione stabile, nessuna strategia politica e comunicativa, nessun chiarimento definitivo riguardo ad un elemento essenziale quale il posizionamento nei confronti del PD, nessuna capacità di calarsi nella realtà sociale imitando l'unica cosa buona che ci ha lasciato Syriza (l'organizzazione mutualistica di Solidarity For All). Ciò che ci viene proposto continua ad essere il progetto (nostalgico del Centrosinistra) di SEL allargata e patetiche e ambigue riproposizioni di cartelli elettorali usa e getta i cui manifesti fondativi riescono persino nell'impresa di non nominare mai le parole Socialismo e Comunismo. 
E' stato detto, e oggi lo condivido totalmente, che la Sinistra potrà rinascere non attraverso l'unità di pezzi di ceto politico – come se esistesse un popolo di Sinistra, maggioranza nel Paese, che non aspetta altro di ritrovare una guida per muoversi e sollevarsi – ma quando emergerà un'iniziativa politica, originale ed autonoma, che sarà in grado di mettersi in sintonia con i bisogni e i sentimenti migliori delle masse popolari. Maurizio Landini e Stefano Rodotà lanciando il progetto di Coalizione Sociale sembravano aver capito perfettamente tutto questo: peraltro anche loro sono ancora fermi alle parole, agli annunci, agli appelli, alle richieste di mobilitazione senza essere riusciti a penetrare la carne viva della Società.

sabato 28 novembre 2015

PER UNA RETE ANTILIBERISTA E ANTICAPITALISTA

 

Un’ampia sintesi dell’appello che convoca un primo appuntamento nazionale a Roma il 13 dicembre 2015


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Ci sono momenti della lotta di classe di un paese che hanno ripercussioni complessive sul terreno internazionale. La crisi greca è uno di questi momenti fondamentali.
Quella vicenda mette in luce tutte le difficoltà, ma anche la necessità della lotta affermare in alternativa al capitalismo una reale democrazia, attraverso forme di contropotere e di controllo popolare su politica, economia, finanza e di un fronte anti-austerità in tutta Europa.
L’Unione Europea non è l’Europa dei diritti, della giustizia sociale, ma è l’Europa del grande capitale, è l’Europa fortezza contro gli immigrati.
Con i suoi trattati e la troika, l’Ue si dimostra irriformabile; per sconfiggere le politiche dell’austerità, il giogo del debito, occorre avere il coraggio di operare delle rotture profonde con gli assetti sociali ed economici sia su scala europea che in quella nazionale.
L’entusiasmo in Italia per la seconda affermazione elettorale di Syriza è fuorviante. Con una fortissima astensione, a Tsipras è stato riconsegnato un governo che ha come funzione la gestione del terzo memorandum sotto il controllo diretto dei nuovi emissari Ue. Per questo le valutazioni su questo drammatico scontro di classe sono una cartina di tornasole anche dei reali orientamenti di fondo delle diverse forze della sinistra italiana che oggi si aggrappano alla nuova Syriza e a Tsipras per lanciare un soggetto unitario che altro non sarà se non un’unità verticistica, politicista, rinchiusa nel perimetro del centro-sinistra.
L’austerità non si può governare da sinistra. Bisogna superare il neoliberismo e costruire una prospettiva strategica alternativa al capitalismo. La battuta d’arresto subìta dalle forze di sinistra in Grecia costituisce una sconfitta per tutte le classi lavoratrici in Europa e coinvolge tutte le forze anticapitaliste.
Nuovi possibili uragani di crisi si profilano in Europa e nel quadro internazionale. Le migrazioni e l’esodo di massa di milioni di persone sono il frutto concreto della divisione internazionale del lavoro e delle guerre di depredazione da parte dei grandi paesi capitalistici in Africa, Asia, Medio Oriente. Per questo siamo convinti che serve un nuovo internazionalismo che si proponga di unire ciò che il capitale divide.
Dopo la Grecia, l’Italia è il laboratorio avanzato delle politiche delle classi dominanti in Europa. A Renzi è stato assegnato il compito di condurre fino in fondo un processo di controriforma finalizzato a demolire tutte le conquiste economiche e sociali del movimento operaio del Novecento e a svuotare di contenuto la democrazia parlamentare, stravolgendo la Costituzione nata dalla Resistenza.
Per questo pensiamo che il compito principale sia oggi quello di costruire le resistenze e le lotte contro questo governo dell’austerità. Riteniamo necessario mobilitare la classe lavoratrice nelle sue diverse articolazioni, compresi il mondo dei precari, dei disoccupati e dei giovani, e i diversi movimenti sociali per cacciare Renzi e riconquistare dignità, diritti, futuro. Più che mai è necessario, per qualsiasi schieramento sociale e politico che voglia contrastare le politiche dell’austerità, avere una totale autonomia e contrapposizione al PD, sia su scala nazionale che su quella locale.
I vertici dei sindacati confederali, anche quello della CGIL, sono stati il veicolo più efficace per far penetrare tra i lavoratori avanzati tutti i luoghi comuni dell’ ideologia liberista “temperata”. Le realtà di classe interne alle confederazioni e il sindacalismo di base devono provare a superare diffidenze e contrapposizioni reciproche e trovare la strada dell’unità d’azione per una pratica intersindacale a partire dai luoghi di lavoro nella prospettiva dell’autorganizzazione di nuove forme consiliari.
L’obiettivo diventa quello di costruire un ampio fronte, una coalizione o forum delle opposizioni, sociali, politiche e dei variegati movimenti sociali, studenteschi, ecologisti, femministi: poiché ci sono comuni interessi e evidenti convergenze tra questi soggetti. Per opporsi al ricatto padronale è fondamentale la costruzione della risposta unitaria, democratica e partecipata di tutti i soggetti sociali, ma sul terreno della lotta al neoliberismo e al capitalismo.
Combattiamo ogni forma di razzismo ogni manifestazione di fascismo e xenofobia. L’unico modo per rispondere al clima di paura è quello di costruire la mobilitazione attiva e solidale di lavoratori italiani e stranieri per il diritto alla casa, al lavoro, al cibo, all’istruzione ed alla sanità pubblica, ad un ambiente sano, alla cittadinanza piena; all’accoglienza e al diritto di asilo politico riconosciuto a tutti coloro che fuggono da guerre, persecuzioni, miseria, disastri ambientali.
Assistiamo all’abbandono del percorso emancipatorio, compiuto dal movimento femminista, attraverso l’imposizione del ritorno alla “famiglia”. Si afferma subdolamente una sorta di “welfare materno”: a fronte di questa regressione si affermano, da una parte, un familismo conservatore attraverso l’enfatizzazione della ‘comunità’ in cui restano invisibili i rapporti di potere tra generi e generazioni, dall’altra parte un’assunzione della “femminilità” in una visione paternalistica di cooptazione della soggettività femminile. Anche per le donne il nesso condizione/coscienza passa per la soggettivazione e la lotta al moderno nesso patriarcato/capitalismo invasivo delle vite in particolare delle giovani donne.
E’ necessario unire le lotte in difesa dell’ambiente a quelle legate al mondo del lavoro, poiché rappresentano i due principali fronti dell’opera distruttiva del capitalismo.
E’ necessario che si costruisca un rapporto politico tra tutte/i coloro che, a partire da contenuti anti-austerità e dall’internità al conflitto sociale, vogliano costruire dialogo e coordinamento. Questa ricerca unitaria non dovrà rimettere in discussione le proprie appartenenze politiche, sociali o sindacali, ma contribuire a costruire campagne comuni, iniziative e mobilitazioni in una prospettiva anticapitalista.
Discutiamo e verifichiamo quali forme di Rete antiliberista e anticapitalista sia possibile oggi costruire, quali ne siano i contenuti, le espressioni territoriali e locali.
Per questi motivi pensiamo che l’appello debba rimanere in una forma aperta, emendabile, con la possibilità di modificare ed arricchire i contenuti con nuove proposte e analisi.
Per aderire: antiliberista.anticapitalista@gmail.com, indicando nome, cognome, provenienza.

DALL'ANNO ZERO DELL'IRPINIA di Lucio Garofalo






DALL'ANNO ZERO DELL'IRPINIA
di Lucio Garofalo




Nei giorni scorsi non sono mancate numerose commemorazioni ufficiali per celebrare il 35° anniversario del terremoto che il 23 novembre del 1980 sconquassò il Sud Italia con un’intensità che superò il 10° grado della scala Mercalli ed una magnitudo pari a 6,9 della scala Richter. Una scossa durata ben 90 secondi fece tremare tutto l’Appennino meridionale, radendo al suolo decine di paesi dell’Irpinia e della Lucania. 

A 35 anni di distanza il ricordo di quella tragedia ha suscitato ancora emozioni di sgomento e cordoglio, un profondo senso di angoscia, misto a dolore e rabbia. Fu in effetti il più catastrofico cataclisma che ha investito il Sud Italia nel secondo dopoguerra, un'immane sciagura provocata non soltanto dalla furia degli elementi naturali, bensì pure da fattori causali di ordine storico-politico, economico, antropico-culturale. 
Nei giorni seguenti al sisma, rammento che molti si spinsero ad ipotizzare agghiaccianti responsabilità delle istituzioni politiche, polemizzando sui ritardi, sulle lentezze e sulle carenze nell’opera dei soccorsi, lanciando una serie di accuse che teorizzavano una vera e propria “strage di Stato”.

 La furibonda violenza tellurica si abbatté in modo implacabile sulle nostre comunità, ma in seguito la voracità degli avvoltoi e degli sciacalli completò lo scempio e la devastazione del territorio. Il ritorno ad uno stato di “normalità” ha costituito un processo assai lento, che ha imposto decenni nei quali le famiglie hanno cresciuto i figli in gelidi container con le pareti rivestite d’amianto. 

lunedì 23 novembre 2015

RICORDANDO IL TERREMOTO DELL'IRPINIA di Lucio Garofalo




RICORDANDO IL TERREMOTO DELL'IRPINIA
(23 Nov. 1980-23 Nov. 2015)
di Lucio Garofalo




Quest'anno ricorre il 35° anniversario del terremoto del 1980. All'epoca, io ero un adolescente ingenuo e spensierato. Stavo seguendo in TV un incontro della seria A di calcio in un bar del mio paese, quando si verificò una delle catastrofi che più si sono impresse nella memoria storica e nell'immaginario collettivo delle popolazioni locali. 
Oggi ci siamo in qualche misura ridotti a rimpiangere e idealizzare il tempo vissuto prima del maledetto 23 novembre 1980. 

Un giorno orribile che, per una sorta di strano ed automatico meccanismo di rimozione inconscia, si tende quasi a derubricare dal calendario. Ma per le popolazioni che subirono la furiosa e devastante forza tellurica della Natura (non senza una correità politica e morale ascrivibile agli esseri umani), è una data impregnata di ricordi strazianti, di risvolti psicologici ed emotivi che hanno segnato intere esistenze personali. 

Al terremoto seguì una fase di lunga emergenza e di ricostruzione, attraversata da scelte politiche controverse assunte dalle classi dirigenti locali e nazionali. 

Una data spartiacque, assai simbolica dal punto di vista antropologico. Nel corso degli anni è intervenuta una brusca e repentina accelerazione storica che ha visto deteriorarsi i rapporti interpersonali, con effetti di abbrutimento spirituale ed evidenti ripercussioni negative sul terreno dei comportamenti, dei gesti e dei sentimenti nella sfera esistenziale quotidiana. 
Si è innescato un fenomeno di imbarbarimento e regressione civile, una deriva che ha dannato le nostre comunità ad un destino di involuzione sociale. 
Tale effetto di brutalizzazione di massa ha investito pure il funzionamento della macchina amministrativa, avvinta da una spirale di faziosità, cinismo e spregiudicatezza morale che non si erano riscontrate in precedenti fasi storiche. Abbiamo assistito a faide e a rese dei conti tra bande rivali per contendersi il controllo degli affari e l'occupazione sistematica degli scranni istituzionali. Dal branco di lupi famelici sono emersi gli esemplari più feroci, che hanno sopraffatto gli altri grazie ai mezzi più disonesti. Tutto ciò alimenta sentimenti di rimpianto ed una spinta all'idealizzazione dei "bei tempi", delineando una visione immaginaria e idilliaca della vita "prima del terremoto". 

UN SIMBOLO, UNA STORIA, UNA MISSIONE di Carlo Felici


UN SIMBOLO, UNA STORIA, UNA MISSIONE
di Carlo Felici


C'era una volta un simbolo che ha accompagnato la storia del Novecento e, in Italia ha sempre contraddistinto le lotte dei lavoratori, le loro conquiste in campo sociale e civile, la difesa della democrazia, sin dalla nascita: con la Resistenza e la Costituzione.
Quel simbolo fu adottato, per la prima volta, dal Partito Socialista che, anche grazie ad esso, nel 1919, raggiunse il massimo dei consensi mai raggiunti in Italia.
Purtroppo ciò non bastò ad arginare la reazione clerical-fascista, anzi, la scatenò fino al punto che alla fine venne vietato, come quello di ogni altro simbolo di partito, e come la democrazia stessa che, in Italia, venne sepolta da venti anni di dittatura e da tre guerre rovinose, l'ultima delle quali ridusse il nostro Paese in macerie, portandoci ad avere una sovranità limitatissima.
Ciò che ci impedì di metterci seduti e di farci dettare la Costituzione da chi, pur liberandola, invase l'Italia, fu la lotta di liberazione: la Resistenza fatta, nella maggior parte dei casi, anche in nome di quel simbolo, da brigate partigiane che pagarono il tributo più alto, in termini di sangue e di morti, per la riconquista della libertà.

sabato 21 novembre 2015

PARIGI 2015: UN (SECONDO) PECCATO DI OMISSIONE? di Norberto Fragiacomo




PARIGI 2015: 
UN (SECONDO) PECCATO DI OMISSIONE?
di
Norberto Fragiacomo


Sui fatti di Parigi si sono espressi tutti, e hanno scritto davvero di tutto: eviterò pertanto insulsi copia-incolla, limitandomi a qualche personalissima riflessione, che non vanta pretese di originalità.

Su un punto mi dichiaro d’accordo col piagnucoloso mainstream giornalistico: si è trattato di un crimine raccapricciante, che ci lascia sgomenti. Aggiungo: al pari dell’attentato contro i vacanzieri russi, della strage di Beirut, di quelle che - come corollari dell’esportazione della “democrazia” a stelle e strisce - insanguinano con cadenza quasi giornaliera il Vicino Oriente e mezzo mondo. Affermazione tanto ovvia quanto contraddetta dall’esperienza: nessuno ha proposto di cantare l’inno russo (tra l’altro, il più bello del mondo, Internazionale a parte) dopo l’esplosione dell’Airbus, nessun Consiglio regionale, comunale o circoscrizionale ha esposto il vessillo libanese in omaggio a una cinquantina di vittime senza nome. Le coccarde bianche rosse e blu su FB e il bandierone che, scosso da raffiche di bora a 100, immagino agitarsi in piazza Oberdan ci raccontano un’ovvia, indigeribile verità: tutti i morti sono uguali, ma alcuni sono più morti degli altri.

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