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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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martedì 10 ottobre 2017

RIPRENDIAMOCI IL PARTITO di Marco Zanier




RIPRENDIAMOCI IL PARTITO
di Marco Zanier

Se c’è un partito della sinistra che è stato realmente aperto ai movimenti sociali ed alle rivendicazioni dei lavoratori è il Partito socialista italiano. Si pensi all’apertura di Anna Kuliscioff verso le lotte delle donne, a Rodolfo Morandi che lavorò all’organizzazione clandestina degli operai durante il fascismo, a Pietro Nenni che sosteneva le legittime richieste dei contadini del dopoguerra, a Giacomo Mancini aperto al dialogo coi movimenti studenteschi degli anni ’60, a Michele Achilli che voleva un PSI che facesse sue alcune istanze del movimento degli anni ’70.
Il nostro partito è stato in origine la forma politica necessaria ad organizzare il primo movimento operaio ed artigiano nato alla metà dell’Ottocento dalle società di mutuo soccorso. E il socialismo è stato per tantissime persone per tutto il secolo scorso una speranza di cambiamento profondo della società. Quando parliamo di socialismo parliamo però di qualcosa di ancora più grande. E Vittorio Foa che affermava che una storia del socialismo è pensabile solo come storia globale dei problemi della classe operaia, cioè come storia della società e delle lotte toccava perciò secondo me un punto importante da cui ripartire.

lunedì 13 marzo 2017

TUTELARE IL LAVORO DELLE NUOVE GENERAZIONI, RILANCIARE IL SOCIALISMO di Marco Zanier












TUTELARE IL LAVORO DELLE NUOVE GENERAZIONI, RILANCIARE IL SOCIALISMO
di Marco Zanier




Compagne e compagni,


il movimento che stiamo costruendo oggi è molto importante. Abbiamo bisogno di coinvolgere quante più persone possibile in un processo di trasformazione graduale e profondo dei meccanismi di redistribuzione della ricchezza negli strati sociali più colpiti dalla crisi economica e finanziaria in corso e privati purtroppo dei diritti storicamente acquisiti negli anni ’60 dai governi a partecipazione socialista.


Questa crisi e questa politica non colpisce tutti allo stesso modo. In questi vent’anni, le nuove generazioni hanno visto crescere la flessibilità del lavoro, diminuire i diritti acquisiti (l’ultimo drammatico colpo per noi è stato l’approvazione del Jobs Act), annullare progressivamente l’aspettativa legittima di poter costruire un futuro sicuro per comprare una casa, costruire una famiglia e mettere al mondo figli. La mia generazione, quella dei nati negli anni ’70 ha da tempo la consapevolezza amara di non poter contare mai nella vecchiaia su un reddito da pensione perché con le nuove forme di lavoro precario, le uniche che ci vengono offerte da anni da questo mercato del lavoro, non si è impiegati più continuativamente per quelle che erano le classiche 40 ore settimanali, ma molto spesso per 30 o 20 e saltuariamente, troppo spesso assunti non direttamente da un’azienda ma da un’agenzia di lavoro interinale che ti impiega per una commessa solo per il tempo che serve al datore di lavoro che cerca il personale necessario per un ben determinato periodo.

mercoledì 29 giugno 2016

LA COSTITUZIONE DI LELIO BASSO: L'EGUAGLIANZA POSSIBILE E L'ATTACCO AI NOSTRI DIRITTI di Marco Zanier




LA COSTITUZIONE DI LELIO BASSO:
L'EGUAGLIANZA POSSIBILE E L'ATTACCO AI NOSTRI DIRITTI
di Marco Zanier



Attribuiva grande valore al movimento di resistenza non solo perché aveva combattuto per la libertà e la giustizia ma perché essendo stata una lotta di popolo aveva promosso la partecipazione delle masse alle scelte politiche del Paese”. Così Aldo Aniasi [1], partigiano in Valsesia e nella Repubblica dell’Ossola, dirigente socialista di livello e poi sindaco di Milano inquadrava un aspetto centrale del pensiero di Lelio Basso.

Resistenza, lotta di popolo, partecipazione delle masse possono sembrare a noi oggi cose circoscritte nel tempo della guerra di liberazione e lontane dai nostri giorni ma invece costituiscono ancora l’intelaiatura di alcuni articoli molto importanti della nostra Costituzione, il n. 3 e il n. 49, che proprio Basso ha contribuito in modo determinante a scrivere e costruire nella loro forma definitiva.

Come ha detto lucidamente Stefano Rodotà [2]: “Contraddizione e conflitto, e partecipazione dei lavoratori, ci conducono così al capolavoro istituzionale di Basso (assistito dalla fiduciosa sapienza giuridica di Massimo Severo Giannini): all’art.3 della Costituzione, e soprattutto a quel suo secondo comma sull’eguaglianza sostanziale che innesta sul tronco istituzionale la contraddizione sociale, che forza le istituzioni a misurarsi con il conflitto tra esclusione e partecipazione. Si precisano così le modalità dell’intreccio tra lotta politica e strumenti istituzionali, e il ruolo di questi strumenti nel processo rivoluzionario”.Chiarendo senza possibilità di dubbi quello che Basso immaginava col termine “rivoluzionario”: “Un processo le cui caratteristiche diventano più chiare nel momento in cui il riferimento alla legalità non allude ad un “dopo”, ad una legalità rivoluzionaria che si pone come momento terminale, successivo alla presa del potere realizzata per vie diverse, ma diventa una delle componenti essenziali di una lotta politica e sociale, qualificando così modalità e caratteri di quel processo.”

mercoledì 11 novembre 2015

DA DOVE RIPARTIRE COME SOCIALISTI di Marco Zanier






DA DOVE RIPARTIRE COME SOCIALISTI
di Marco Zanier



E’ giunto il momento, secondo me, di creare per gradi un processo di aggregazione a sinistra. Credo che per creare uno schieramento che raccolga le storie migliori della sinistra ci si debba lasciare molto alle spalle ma non penso che questo debbano essere le singole appartenenze quanto piuttosto le differenze, le incomprensioni, le diffidenze storiche direi, perché la storia bella di socialisti e comunisti credo possa e debba costituire il cemento ideale della nuova formazione politica da costruire insieme. Penso alle tante battaglie importanti condotte dalla stessa parte nel passato, alle capacità organizzative che hanno permesso alla sinistra di riempire le piazze e di sostenere le lotte nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, penso soprattutto ad un’ottica di classe che credo vada mantenuta o, meglio, recuperata: lo stare dalla parte degli sfruttati e in contrapposizione netta a chi sfrutta e divide per suo tornaconto personale o di categoria. Per i socialisti in particolare credo si debba ripartire da una certa sana critica dell’orizzonte socialdemocratico, così come lo criticavano Basso e De Martino, per immaginare una società socialista da realizzare veramente più giusta ed equa per tanti.
Mi vengono in mente due passaggi: da un lato le parole che Lelio Basso pronunciò nel 1962, poco prima cioè di lasciare il partito per dare vita al Psiup (Per una sinistra socialista, Editoriale del numero di marzo 1962 di Problemi del Socialismo)
“L’alternativa non è tra il riformismo della maggioranza e il rifiuto totale di ogni politica, di ogni obiettivo e di ogni strumento che non sia integralmente socialista, come da molte parti ci sentiamo ripetere (rifiuto della costituzione, del parlamento, della democrazia, ecc.), perché il socialismo si costruisce proprio lottando all’interno degli attuali rapporti sociali, delle attuali strutture e sovrastrutture, lottando sul terreno della realtà di oggi, anche con gli strumenti che essa ci offre, anche con la costituzione, anche con il parlamento, anche con quel tanto di democrazia che oggi possediamo, e che dobbiamo progressivamente allargare perché è vero che la costituzione, il parlamento e la democrazia di oggi non sono per sé soli bastevoli di avvicinarci al socialismo” 
e l’altro di De Martino, nel suo libro del 1989 “Il pessimismo della storia e l’ottimismo della ragione” (p.22): 
“Il socialismo viene concepito da molti come pienamente compatibile con la sopravvivenza del sistema capitalistico. In tal modo si pensa di acquistare legittimità nella gestione del sistema, ma non si valuta nella sua entità la rinuncia all’autonomia teorica e politica. In tal senso hanno operato correnti maggioritarie della socialdemocrazia europea ed in modo ancor più accentuato il moderno riformismo in Italia, fino a condividere una sorta di esaltazione del ‘privato’ di contro al pubblico. A questo punto cade una effettiva delimitazione tra liberismo e socialismo e si indeboliscono i legami col riformismo originario.”
In questo senso credo che il contributo dei socialisti alla creazione di una nuova concezione della sinistra possa essere interessante anche per i compagni che vengono da altre esperienze, senza per questo avere la presunzione di possedere una verità rivelata ma invece con la voglia di aiutare a superare alcuni limiti di tanti altri tentativi di riaggregazione a sinistra. Intendiamoci però, se come socialisti possiamo essere d’aiuto ai compagni comunisti che con mente aperta e spirito critico intendano dare vita insieme ad un nuovo soggetto di sinistra efficace ed utile a tanti, dall’altra parte dobbiamo, secondo me essere aiutati ad uscire dalla nostra autoreferenzialità e dal nostro isolamento, mascherato da autonomismo e vestito troppo spesso di anticomunismo.
Guardare alla realtà, alle trasformazioni della società, alla gravità della trasformazione della legislazione sul lavoro introdotta dal Jobs Act, votata anche dai nostri rappresentanti in Parlamento e dalla maggioranza del PD (anche da molti esponenti storici di sinistra) che ha cancellato le conquiste introdotte dallo Statuto dei Lavoratori ed introdotto una precarietà senza fine e senza scampo per i nuovi assunti, aprirsi al confronto con le questioni nuove come la gestione concreta dei flussi migratori in un momento in cui le destre e non solo stanno portando avanti una battaglia senza quartiere ai diritti basilari delle persone, ripartire dai problemi concreti della casa e dell’abitare mentre sono in aumento gli sfratti nelle gandi città e nei piccolo centri e manca da troppo tempo una politica di rilancio dell’edilizia sociale, parlare di diritto al lavoro per i tanti precari della scuola che sono sotto scacco per colpa delle politiche del governo Renzi, affrontare con coraggio il dramma dei tagli alla sanità pubblica che colpiscono i servizi essenziali per i cittadini come i Pronto Soccorso riducendo i servizi e il personale mentre aumentano le sovvenzioni alla sanità private, in barba ai principi contenuti nella nostra Costituzione.
Ripartire da qui adesso, tutti insieme. Questo secondo me deve fare oggi la sinistra che si vuole costruire. Senza chiuderci ognuno nel proprio staccato, senza guardarci gli uni e gli altri con diffidenza, abbattendo i muri che ci dividono per tornare a dire la nostra in questo Paese. Ed aiutare la maggior parte della gente che non ce la fa ad alzare lo sguardo ed avere una prospettiva ideale: costruire insieme una società nuova, migliore e socialista.

27 Giugno 2015 (aggiornato il 17 Agosto 2015)




giovedì 22 ottobre 2015

SULLA LAICITA' DELLE ISTITUZIONI E LE RESPONSABILITA' DELLA SINISTRA di Marco Zanier






SULLA LAICITA' DELLE ISTITUZIONI E LE RESPONSABILITA' DELLE SINISTRE
di Marco Zanier




In un periodo in cui si guarda al Papa come al miglior referente per il rispetto dei diritti dei più deboli, ci si dimentica troppo spesso del ruolo storico delle forze della sinistra e della laicità delle nostre istituzioni, io torno col pensiero alla Breccia di Porta Pia ed al sacrificio dei bersaglieri caduti per rendere l'Italia unita e libera quel 20 settembre 1870. Quel giorno, al temine della Terza Guerra d’Indipendenza, essi si sono aperti faticosamente una breccia nelle mura vaticane a suon di cannonate e sono entrano vittoriosi a Roma guidati dal generale Raffaele Cadorna. Da quel giorno è ufficialmente finito il potere temporale della Chiesa, lo Stato Pontificio è caduto, al suo posto è nata l’Italia unita. Pochi mesi dopo Roma verrà proclamata capitale d’Italia. 
Al momento della nascita della Repubblica Italiana, i padri costituenti vollero sancire le fondamenta laiche del nostro Stato, scrivendo nella nostra Costituzione l’Articolo 7

"Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale". 

E la separazione dei poteri è stata confermata dal successivo Concordato, sottoscritto dai i due Stati nel 1984. Ed oggi che assistiamo alle ennesime ingerenze di oltretevere nelle vicende italiane (si veda il caso Marino e la resistenza delle forze politiche di ispirazione cattolica a far pagare l'IMU agli immobili del Vaticano od a far approvare la legge sulle unioni civili mentre si continuano a sovvenzionare le scuole private cattoliche coi soldi della scuola pubblica e lo stesso succede nella sanità ) mi domando se non sia il caso di ripartire anche da lì per definire il profilo e gli obiettivi di una politica alternativa realmente efficace per il Paese. 

domenica 28 giugno 2015

DA DOVE RIPARTIRE COME SOCIALISTI di Marco Zanier




DA DOVE RIPARTIRE COME SOCIALISTI
di Marco Zanier

E’ giunto il momento, secondo me, di creare per gradi il processo di aggregazione a sinistra per dare vita ad un soggetto politico nuovo. Credo che per crearne uno che raccolga le storie migliori della sinistra, ci si debba lasciare molto alle spalle ma non penso che questo debbano essere le antiche appartenenze quanto piuttosto le differenze, le incomprensioni, le diffidenze storiche direi, perché la storia bella di socialisti e comunisti credo possa e debba costituire il cemento ideale della nuova formazione politica da costruire insieme. Penso alle tante battaglie importanti condotte dalla stessa parte nel passato, alle capacità organizzative che hanno permesso alla sinistra di riempire le piazze e di sostenere le lotte nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, penso soprattutto ad un’ottica di classe che credo vada mantenuta o, meglio, recuperata: lo stare dalla parte degli sfruttati e in contrapposizione netta a chi sfrutta e divide per suo tornaconto personale o di categoria. Per i socialisti in particolare credo si debba ripartire da una certa sana critica dell’orizzonte socialdemocratico, così come lo criticavano Basso e De Martino, per immaginare una società socialista da realizzare veramente più giusta ed equa per tanti.

lunedì 24 novembre 2014

LA MOBILITAZIONE NECESSARIA. RAGIONAMENTI SUI CALL CENTER E LA CRISI DEL SETTORE A PARTIRE DA UNA MANIFESTAZIONE UNITARIA di Marco Zanier




LA MOBILITAZIONE NECESSARIA. RAGIONAMENTI SUI CALL CENTER E LA CRISI DEL SETTORE A PARTIRE DA UNA MANIFESTAZIONE UNITARIA 
di Marco Zanier


Il 21 Novembre a Roma è stato organizzato un corteo non molto partecipato ma estremamente interessante per l’adesione di tanti lavoratori e lavoratrici di aziende significative del settore e per la mobilitazione unitaria delle rispettive sigle di CGIL CISL e UIL ed una presenza anche dell’UGL (che non ha detto cose sbagliate in verità) per dire basta alla delocalizzazione del lavoro, chiedere uniformità di trattamento per i lavoratori inseriti in aziende nazionali con sedi differenti sul territorio e fermare la corsa al ribasso delle commesse delle singole realtà aziendali. Io ci sono andato con mia moglie, mi sono confrontato con alcuni lavoratori e ho ripercorso i miei molti tentativi di inserirmi stabilmente in un mondo del lavoro che troppo spesso vive di profonde crisi strutturali in cui aziende grandi e meno grandi falliscono e mettono per strada migliaia di operatori ed operatrici competenti e formati. Si tratta spesso di grandi aziende nazionali nate per gestire pezzi importanti di servizi essenziali nazionali che una volta erano di proprietà statale e poi sono stati privatizzati.

lunedì 17 novembre 2014

L'ANALFABETISMO IN ITALIA E IL VOLONTARIATO CATTOLICO di Marco Zanier




L'ANALFABETISMO IN ITALIA E IL VOLONTARIATO CATTOLICO
di Marco Zanier


Quando si parla di crisi dell’istruzione pubblica in Italia spesso non si tiene presente la gravità e della complessità del fenomeno.
La crisi dell’istruzione pubblica
“In Italia ci sono 57.514 scuole (scuole dell’infanzia, primarie, secondarie di primo e secondo grado) in cui studiano quasi 9 milioni di alunni e lavorano circa 950 mila insegnanti. L’università ha poco più di 1 milione 800 mila iscritti, il 56,4% femmine e il 38,5% fuori corso. I professori ordinari e associati sono 38 mila (1 ogni 48 studenti), i ricercatori circa 23 mila. Nei tre anni successivi al conseguimento del titolo, il 62% dei diplomati si iscrive a un corso universitario e il 56% dei laureati trova un lavoro continuativo” (fonte ISTAT).
Se non è più possibile istituire una correlazione diretta tra il conseguimento di un titolo di studio e l’inserimento nel mondo del lavoro (e questo purtroppo da diversi anni), sempre più spesso registriamo un aumento del tasso di abbandono scolastico che si lega strettamente alla piaga della disoccupazione giovanile. Solo per il 2009 il tasso di disoccupazione dei giovani tra 15 e 24 anni è stato superiore al 30% in sei Regioni: in Sardegna (al 44,7%), in Sicilia (38,5%), in Basilicata (38,3%), in Campania (38,1%), in Puglia (32,6%), in Calabria 31,8% e nel Lazio al 30,6%. Cifre preoccupanti che si legano strettamente al tasso di abbandono scolastico che riguarda anche i Nord: il valore più elevato infatti si riscontra a Bolzano con 17,4%, seguito dalla Sicilia con il 15,7%, dalla Sardegna con il 15,2% dalla Campania con il 13,9% e dalla Liguria con il 12,3%.
Il ragionamento sulla difficoltà di realizzare una scolarizzazione di massa degli italiani va fatto ed è anche urgente, ma deve partire necessariamente da lontano, se consideriamo che già al tempo dell’Unità d’Italia, nel 1861, il 78% di essi erano analfabeti con punte massime del 91% in Sardegna e del 90 % in Calabria e Sicilia. La storia di questo Paese è fatta sicuramente di una forte spinta alla modernizzazione economica e produttiva che ha cambiato profondamente la sua fisionomia e il suo ruolo nel mondo, ma è fatta anche di industrializzazione diseguale nel Nord e nel Sud, della trasformazione di alcune are cittadine in centri di produzione e di quello svuotamento delle campagne che va sotto il nome di urbanizzazione, di politiche di scolarizzazione di massa programmate e di crisi dell’istruzione pubblica, del persistere dei fenomeni dell’ abbandono scolastico, della difficoltà dei giovani di inserirsi nel mondo del lavoro e delle sacche di disoccupazione e analfabetismo.
Certo è che se a crisi dell’istruzione pubblica affonda le sue radici in un passato lontano e se non è possibile circoscriverla alle scelte di questo o di quel Governo, senza dubbio i frequenti tagli ai docenti, al personale amministrativo, alla ricerca e ai costi di mantenimento delle strutture scolastiche contenuti nell’ultima finanziaria, invece di risolvere il problema, lo approfondiscono.

giovedì 1 agosto 2013

ESPERIENZE E PROSPETTIVE IN FRANCIA di Gilles Martinet






Nel maggio 1975, il Partito Socialista francese, per uscire dalla crisi del sistema capitalistico con un'alternativa  di modello che desse centralità ai problemi del lavoro, approvava all'unanimità il socialismo dell'autogestione. Il punto di partenza era arrivare al potere con un programma comune alle altre forze della Sinistra, l'obiettivo dare centralità all'esperienza diffusa dell'autogestione pianificandola e ponendola in stretta relazione con gli enti locali, le regioni  e il potere centrale; per arrivare a trasformare profondamente le strutture dello Stato e il governo dei processi del lavoro durante una legislatura.
Qualche mese dopo, il grande socialista francese Gilles Martinet, scomparso qualche anno fa, in questo interessante articolo spiegava ai socialisti italiani impegnati in un importante dibattito sull'Alternativa socialista, le tesi del socialismo dell'autogestione portate avanti dal  Partito Socialista francese. Oggi rileggerlo può essere utile a chi voglia costruire finalmente un'alternativa di modello in questo Paese, perché vi è delineato un metodo generale per realizzare delle politiche del lavoro più efficaci e più giuste, in quanto pensate dal basso attraverso la partecipazione diretta dei lavoratori alla gestione delle aziende e sostenute e pianificate dallo Stato.

                                                                                                                                 Marco Zanier







ESPERIENZE E PROSPETTIVE IN FRANCIA

di Gilles Martinet




Perché la Francia è il paese in cui l'influenza delle idee dell'autogestione socialista, o meglio, diciamo, del“socialismo autogestito”, è oggi più forte?
A questa domanda non si può che dare una risposta complessa.
Innanzitutto, occorre ricordare che al principio del secolo il sindacalismo francese è sindacalismo di minoranza, ma rivoluzionario. Per i dirigenti e i militanti della vecchia Confederazione generale del lavoro (CGT) l'obiettivo è l'officina agli operai, la miniera ai minatori. Quei militanti sono operai altamente specializzati e pensano che non si possa essere rivoluzionari senza conoscere a fondo il proprio mestiere perché solo in questo caso è lecito sperare di prendere il posto del padrone.
Lo sviluppo della grande industria meccanica e, in seguito, la prima guerra mondiale frantumano questo movimento. Qui come altrove, è l'organizzazione di massa centralizzata che risponde alle esigenze di una classe operaia, la quale risponde allo sfruttamento capitalista ma è turbata dal problema delle competenze. Essa non si sente capace di gestire direttamente delle imprese ormai divenute troppo vaste e complesse. Ed è appunto ai partiti con vocazione operaia che la classe operaia darà la sua fiducia per poter tentare un giorno di governare in nome proprio e nei propri interessi.
La fiamma proudoniana, libertaria, svanisce ma la brace non è ancora del tutto spenta. Il fuoco si riaccenderà un mezzo secolo dopo in una delle tre organizzazioni sindacali francesi, la Confederazione francese democratica del lavoro (CFDT). 
E' infatti la CFDT a parlare per la prima volta di autogestione nel 1968, anche se è vero che questa formula era già stata utilizzata l'anno avanti da due delle sue federazioni, quella della chimica e quella dei tessili.
La ricomparsa del principio di autogestione nella CFDT non può essere separata dalle origini cristiane di tale sindacato. Esiste oggi in Francia un movimento socialista cristiano molto forte. Quello lo era assai meno, esso soffriva delle inibizioni  di fronte ai marxisti in genere e ai comunisti (o ex comunisti) in particolare e si sforzava di parlare il loro linguaggio. Ma nessuno si sente veramente a suo agio in un'identità presa in prestito.
Così, nel suo processo di espansione, il movimento socialista-cristiano ha sentito il bisogno di definire una dottrina originale che non fosse necessariamente cristiana, poiché il movimento andava spogliandosi del suo carattere confessionale, ma che non si confondesse con quella delle organizzazioni tradizionali, cioè la dottrina della socialdemocrazia e del comunismo.
Tuttavia, gli elementi che ho qui ricordati (cioè la ricomparsa di una vecchia tradizione sindacalista rivoluzionaria e l'evoluzione degli ambienti cristiani) non sono  elementi determinanti.
Niente di importante sarebbe avvenuto se dal maggio del 1968 non fossero emerse rivendicazioni e nuove forme di lotta. Queste rivendicazioni e queste lotte non costituiscono un fenomeno puramente francese. Queste rivendicazioni e queste lotte non costituiscono un fenomeno puramente francese. Le ritroviamo  in tutta l'Europa industriale e direi che, su questo piano, l'Italia è stata teatro di battaglie di ben altra ampiezza rispetto a quelle combattute in Francia. Il “Joint francais”, LIP, Rateau, le Nouvelles Galeries de Thionville, Manuest, eccetera, sono stati avvenimenti spettacolari e, a mio avviso, molto significativi, ma non rappresentano che una parte delle lotte di rivendicazione.
Comunque, qui come altrove, la contestazione delle condizioni di lavoro, il rifiuto dei vecchi metodi di direzione, di comando e di gestione, la volontà di controllo, la gestione democratica delle lotte hanno mostrato la loro forza durante gli ultimi sei o sette anni. E queste lotte costituiscono lo sfondo del quadro sul quale si sono andate affermando le idee dell'autogestione.
A tutto ciò occorre aggiungere un altro fenomeno, di cui si parla meno volentieri, a che è l'evoluzione di una non trascurabile parte dell'intellighenzia tecnica, la quale non accetta più la monarchia padronale.
Nel maggio del 1968 la maggior parte delle imprese, in cui sono stati realmente impostati i problemi di gestione, sono delle aziende che contano dal 25 al 50 per cento di quadri, di ingegneri, di ricercatori e di tecnici: industrie elettroniche, uffici di studio, laboratori medici, eccetera.
Non vi è dubbio che gli strati tecnici si trovano in una situazione ambigua. Essi forniscono al capitalismo i suoi migliori manager e al socialismo dell'autogestione una buona metà dei suoi teorici. Questa è la realtà di cui si deve tener conto.

domenica 23 giugno 2013

ANCHE SE DIVERSI INSIEME SULLA TERZA VIA di Francesco De Martino





Come contributo al dibattito sulla trasformazione delle strutture della società del sistema economico vigente, ripubblichiamo volentieri un saggio dell'ex Segretario del PSI Francesco De Martino, scomparso oltre un decennio fa, che il 26 Febbraio 1982 sulla rivista “Rinascita” interveniva in merito alla “terza via”, intermedia tra comunismo e socialdemocrazia, proposta dal PCI e che De Martino preferiva chiamare “nuovo socialismo”, sviluppandola sul piano teorico e configurandola come base programmatica di un accordo di governo da realizzare, sostenuto per la prima volta da socialisti e comunisti. Prospettiva questa che avrebbe messo in discussione la linea politica del PSI di Bettino Craxi, realizzato veramente in questo paese l'alternativa di governo alle forze conservatrici e di centro e gettato finalmente le basi politiche di una trasformazione democratica e graduale del capitalismo italiano. E' interessante notare in questo scritto la riproposizione di aspetti salienti del programma del Partito d'Azione (non citato in modo esplicito) cui il professore aveva dato un valido contributo in gioventù, circa l'economia a due settori e quelli a carattere morale ed educativo dei lavoratori, che avrebbero dovuto essere i veri artefici del processo graduale di costruzione  di una nuova società.



ANCHE SE DIVERSI INSIEME SULLA TERZA VIA 
di Francesco de Martino


            
Vorrei dire come un socialista che si ricollega ai caratteri originali del socialismo italiano veda la concezione, la sostanza della cosiddetta terza via.

Almeno fin dal congresso di Venezia del 1957, il PSI si pose in termini teorici e politici il tema di un socialismo diverso da quello che si era realizzato nell'URSS e dalle esperienze socialdemocratiche europee. Il tema predominante fu quello dell'autonomia del partito dal comunismo. Tale posizione giunse in ritardo, solo dopo le denunce kruscioviane, ma giunse. Essa si dovette all'impulso dato da Nenni e da vari di noi alla critica del sistema politico che si era venuto costituendo nell'URSS. Fu affermata la necessità di ricongiungere il socialismo con la libertà, considerando questa una conquista di valore universale, non una categoria borghese. Venne in pari tempo tenuto fermo il principio, di stampa marxista, che senza l'emancipazione economica dei lavoratori nemmeno la democrazia politica avrebbe potuto spiegare tutti i suoi potenziali elementi positivi. In questo si esprimeva una critica all'esperienza socialdemocratica, critica che non investiva il metodo politico, ma il fatto di aver accettato più o meno il sistema economico del capitalismo. Su questo tema, fino alle vicende del Midas, il PSI ha condotto una lotta coerente, che sul piano politico ebbe come conseguenza più rilevante la proposta di associare il PCI ad una maggioranza di governo, non solo per contingenti ragioni, ma per una prospettiva di più grande respiro storico, quella cioè di una piena integrazione del PCI in un sistema di valori democratici propri dell'Europa occidentale. Tale linea si fondava sul presupposto che i comunisti non avrebbero potuto sottrarsi alla necessità di fare i conti con sé stessi, quindi di conseguire una piena autonomia. Sarebbe ingiusto non ricordare la chiaroveggente intuizione di Giorgio Amendola il quale, in modo coraggioso per il tempo in cui lo faceva, sostenne il fallimento del comunismo e della socialdemocrazia e indicò dunque una strada che soltanto dopo prove drammatiche, talvolta tragiche, si sarebbe aperta in modo concreto. Vi era in tutto questo, come in talune intuizioni di Togliatti, sebbene oscurate dal permanente legame con l'URSS, per mezzo della formula “unità nella diversità”, l'idea che il modello comuinista non poteva essere esportato in Occidente e che esso non era comunque desiderabile. La critica espressa nel memoriale di Yalta alla mancanza di democraticità del sistema implica tale conclusione.

venerdì 9 novembre 2012

IL CENTRO SOCIALISTA INTERNO (1934-1939) di Marco Zanier




IL CENTRO SOCIALISTA INTERNO (1934-1939)
appunti per un dibattito su antifascismo e unità di classe
di Marco Zanier



Se guardiamo alla  Resistenza come all’elemento centrale della riscossa di un popolo oppresso contro un Regime dittatoriale e alla lotta di liberazione dal nazifascismo come  all’ultima fase di  una drammatica guerra civile portata avanti da comunisti, socialisti, e dalle altre forze democratiche, cattolici compresi,  per riconquistare la libertà perduta e ricostruire Paese migliore, allora dobbiamo domandarci come questo processo si sia generato, quali politiche lo abbiano determinato, quale lavoro clandestino lo abbia preparato.
Come i libri di testo di Storia in uso nelle scuole anche l’enciclopedia virtuale Wikipedia circoscrive la Resistenza partigiana italiana all’ “opposizione, militare o anche soltanto politica, condotta nell'ambito della seconda guerra mondiale - dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 e la conseguente invasione dell'Italia da parte della Germania nazista e la conseguente invasione dell'Italia da parte della Germania nazista - nei confronti degli occupanti e della Repubblica Sociale Italiana da parte di liberi individui, partiti e movimenti organizzati in formazioni partigiane, nonché delle ricostituite forze armate del Regno del Sud che combatterono a fianco degli Alleati”. 

Il Fascismo storicamente inizia con la marcia su Roma nel 1922, la Resistenza partigiana inizia ufficialmente l'8 settembre 1943, il periodo compreso tra quelle due date è necessariamente da identificare con il lavoro politico clandestino degli antifascisti italiani che hanno preparato la lotta di liberazione.
La nascita e l’affermazione del Fascismo
Andiamo per gradi. Nel 1922 Mussolini marcia su Roma con decine di migliaia di squadristi pretendendo il potere politico del Regno d’Italia. Al suo arrivo a Roma il Re d’Italia Vittorio Emanuele III  gli dà l’incarico di formare un nuovo Governo. Solo in un secondo momento quel Governo ottiene il voto di fiducia da parte delle due Camere e quindi anche la  necessaria giustificazione formale della sua presa del potere. Nella descrizione del Ventennio, gli storici distinguono di solito due fasi.  

La prima fase del Fascismo comprende il periodo dal 1922 al 1924 e va sotto il nome di “Fascismo parlamentare”: nel 1922 il Governo Mussolini ottiene dal Parlamento i pieni poteri per le riforme amministrative e fiscali; quello stesso anno viene creato il Gran Consiglio del Fascismo, organo posto sotto la diretta dipendenza del Presidente del Consiglio (da quel momento cioè organi dello Stato con organi di un solo partito coincidono); nel 1923 le squadre d’azione (o Milizia volontaria per la sicurezza nazionale) vengono assimilate all’esercito regolare e con la Legge Acerbo (Legge 18 novembre 1923 n° 2444) si stabilisce che devono essere attribuiti 2/3 dei seggi della Camera alla lista vincitrice (cioè un forte premio di maggioranza); nel 1924 le elezioni vengono  vinte dai fascisti dopo forti pressioni ed intimidazioni, quello stesso anno il deputato socialista Giacomo Matteotti  che ha denunciato i brogli viene brutalmente assassinato. Per protesta molti deputati abbandonano il Parlamento e si ritirano sull’Aventino.

La seconda fase del Fascismo  comprende il periodo che va dal 1925 al 1939 e si caratterizza per la  costruzione ed il rafforzamento del regime attraverso  leggi costituzionalmente rilevanti (“leggi fascistissime”): nel 1926 vengono  dichiarati decaduti i deputati che si erano ritirati sull’Aventino, inizia la soppressione del pluralismo politico. E’ il 1926 ll’anno da cui iniziare il nostro discorso. Perché se  prima, Mussolini aveva portato avanti  un sistematico processo di fascistizzazione dello Stato, delle sue strutture e del suo ordinamento, gettando le basi della dittatura è solo nel 1926 che scioglie il Parlamento, costringe al confino tutte le forze democratiche lasciando al Governo solo il Partito Fascista. Sempre quell’anno, sui luoghi di lavoro abolisce le rappresentanze dei dei sindacati liberi sostituendole coi sindacati fascisti (uno dei lavoratori e uno dei datori di lavoro per ogni settore) direttamente controllati dal regime, abolisce la libertà di stampa, sopprime i giornali antifascisti, istituisce la pena del confino, introduce la pena di morte, crea la polizia segreta (OVRA) e il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, col compito di reprimere i reati politici, cioè gli oppositori del Fascismo.
Senza la libertà di parola, senza rappresentanza parlamentare democratica e pluralista, senza organizzazioni sindacali libere con cui costruire percorsi coi lavoratori, ma soprattutto senza la direzione e l’organizzazione territoriale dei rispettivi Partiti, i comunisti e i socialisti rimasti in Italia, dal 1926 si devono organizzare necessariamente in gruppi clandestini, controllati da vicino dalla polizia segreta e sotto la costante minaccia della prigionia.
Tutto questo mentre  il Fascismo continuava il suo terribile cammino: schiacciando i diritti e l’unità dei lavoratori in patria; muovendo guerra ai lavoratori che nel 1936 in Spagna erano insorti contro la dittatura franchista;  proclamando la nascita dell’Impero d’Italia dopo aver aggredito l’Etiopia e condotto contro di essa una guerra feroce; emanando nel 1938 le vergognose leggi razziali in cui vennero vietati ai cittadini italiani di religione ebraica i diritti elementari tra cui il divieto per i bambini frequentare le stesse scuole degli altri bambini italiani, per gli insegnanti di esercitare la professione nelle scuole del Regno. Leggi razziali che, è bene ricordarlo, spianarono la strada alle successive deportazioni di milioni di italiani di religione ebraica nei campi di sterminio hitleriani.

Oggi noi sappiamo che negli anni seguenti quel Regime avrebbe maledettamente legato il destino italiano a quello tedesco, trascinando l’Italia in una guerra assurda e sanguinosa e gli italiani nella miseria più nera.

                                              Lelio Basso

                      Una nuova generazione di socialisti


Per i socialisti l’antifascismo si esprime in un primo momento con l’adesione alle posizioni di Giustizia e Libertà ovvero attraverso la condanna e il rifiuto di tutta la negatività del Fascismo e la difesa dei valori della democrazia che il Regime ha cancellato. Ma nonostante l’attivismo instancabile di quegli antifascisti, il Fascismo si afferma, si struttura, mette radici nella società e colpisce coi molti arresti chi vi si oppone, compresi molti coraggiosi compagni di quel movimento che a un certo momento entra in crisi. E’ la generazione di socialisti successiva, che ha visto sin da piccola la concreta affermazione del Fascismo e che non può semplicemente condannarlo ma vuole trovare il modo di capirne gli ingranaggi per farlo crollare dall’interno, ritrovare un rapporto con la classe operaia, elaborare una nuova strategia di lotta. I nuovi quadri sono maturati negli anni dal ’24 al ’26, cioè negli anni in cui il movimento operaio organizzato viene liquidato definitivamente, hanno voluto superare la lettura di Marx della generazione precedente e guardano al futuro, ossia alla maturazione del PCI e al modo in cui si radica nella società. Oltre a Marx hanno letto Kausky, la Luxembourg, O. Bauer, Lenin (e magari il “Che fare?” li ha portati a chiedersi come uscire da quel presente opprimente), collaborano alle riviste di politica e cultura come “Rivoluzione liberale”, “Quarto Stato”, “Pietre”.
Nel 1933 sulle pagine dei “Quaderni di Giustizia e Libertà” il giovane Lelio Basso, dietro uno pseudonimo, denuncia i limiti di quell’impostazione antifascista e ne propone a quello stesso gruppo il superamento: “La crisi continuata e le ultime manifestazioni di forza del regime- che attraversa oggi indubbiamente il suo momento più felice- ci impongono di seguire un’altra strada. Non possiamo illuderci fidando in rivoluzioni prossime e non possiamo lavorare per l’imprevedibile. Il fascismo durerà e noi dobbiamo compiere un’opera lunga e lenta di penetrazione di idee e di rieducazione morale soprattutto fra i giovanissimi.” Ma la sua proposta non viene raccolta. Lelio Basso contribuirà a dirigere prima il Centro socialista interno, poi il PSI poi il PSIUP.
D’altronde, già nel 1931  un altro giovane socialista di grande spessore e destinato ad avere un ruolo di primaria importanza sia nella formazione e nella gestione del Centro socialista interno che del  Partito Socialista Italiano del dopoguerra, Rodolfo Morandi, era uscito dal gruppo Giustizia e Libertà perché le condizioni materiali del tempo spingevano ad attuare un rivolgimento politico.
In effetti la situazione era cambiata rapidamente: in Germania nel 1933 Adolf Hitler, leader del partito Nazionalsocialista era stato eletto cancelliere e chiamato dal presidente Hindenburg a formare un governo di coalizione con altre forze della destra nazionalista. Nelle successive elezioni il Nazismo, manipolando i risultati con violenze e intimidazioni ancora maggiori rispetto a quelle fasciste, aveva ottenuto la maggioranza assoluta e il potere, sciogliendo qualsiasi partito d’opposizione e autodecretandosi unico partito ammesso in Parlamento. Il movimento operaio era stato diviso e sconfitto una seconda volta.



La svolta del 1934
Nell’antifascismo italiano la svolta arriva nel 1934. E’ l’anno dello sciopero degli operai parigini contro il tentato “putch” fascista e della feroce repressione della rivolta proletaria contro il tentativo autoritario dell’austriaco Dolfuss.  
Ma è anche l’anno del riavvicinamento dell’Internazionale comunista all’Internazionale socialista. Le forze della Sinistra decidono di riunirsi: in Francia i socialisti della SFIO (Sezione Francese dell'Internazionale Operaia) e il PCF (Partito Comunista Francese) stipulano un patto di unità d’azione, in Italia- dice Aldo Agosti nel suo saggio- “PSI e PCI siglano un patto analogo: nonostante persistano divergenze fondamentali di dottrina, di metodo e di tattica che impediscono una fusione organica, si stabilisce una linea comune tra i due partiti contro la minaccia della guerra, per strappare alle prigioni le vittime  del Tribunale speciale, per la difesa e il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, per la libertà sindacale e la libertà di organizzazione, di stampa e di sciopero; e si impegnano a coordinare azioni comuni in vista di quegli obiettivi e a spianare la strada in ogni paese a una politica d’unità d’azione.”
L’inasprirsi del Regime fascista, ora supportato da quello hitleriano in Germania, la maggiore debolezza del  movimento operaio internazionale, la ricerca dei socialisti e dei comunisti di un fronte comune antifascista, non ultimi lo sperpero del denaro pubblico in tempi di crisi con le guerre coloniali (l’invasione dell’Etiopia è del 1934) e l’affacciarsi alla scena politica di una generazione nuova di compagni che vogliono concretamente restituire la libertà al Paese, creano le condizioni materiali della svolta che si attua nel 1934.  Scrive Stefano Merli nel suo saggio: “il ’34 segna non solo un arresto dell’attività di GL, ma una vera e propria crisi dell’antifascismo aclassista e d’élite. La nuova generazione non riconosce più in GL quel movimento che aveva sperato capace di superare le tare della vecchia organizzazione, non vi vede soprattutto un nucleo di pensiero omogeneo e operante che sia sorto, come ambiva, dalla sintesi del pensiero marxista e di quello democratico, termine questo troppo generico e stanco nella significazione usuale”.

E’ così che una sera del 1934 a Milano, in via Telesio, in una riunione clandestina , un gruppo di compagni socialisti decide di dare vita ad un percorso nuovo in una struttura che si farà carico della crisi del movimento operaio e dei suoi partiti, superando i limiti degli schieramenti esistenti attraverso una precisa scelta strategica: creare una politica per il proletariato italiano. Era nato il Centro socialista interno.
I nomi erano quelli di vecchi organizzatori del Partito come Domenico Viotto e Umberto Recalcati, delle nuove leve intellettuali come Lucio Luzzatto, Lelio Basso, Rodolfo Morandi, accanto a una componente operaia.
                Dalla centralità operaia  all’unità di classe
“Quello che urge oggi- scrive  Rodolfo Morandi nel 1935- è una riclassificazione delle premesse politiche della lotta socialista, che si attui sia nella rigenerazione dei suoi motivi fondamentali e perciò nella identificazione degli elementi che ne hanno determinato il temporaneo declino sia nella ricerca di un punto fermo verso il quale si possano orientare, con garanzie di concretezza, tutte le forze socialiste”.
Il punto da cui ripartire per questi compagni è il collegamento coi lavoratori, in particolare quelli delle fabbriche delle città industrializzate: la classe operaia acquista una centralità programmatica senza precedenti.
Come spiega molto bene Aldo Agosti nel suo saggio: “Per i militanti del Centro interno il rapporto partito-classe non è il rapporto fra  la classe come immediatezza sociale, come massa indifferenziata, e il partito come portatore all’esterno della coscienza: tra il partito avanguardia cosciente e la classe, alienata e dispersa, c’è l’organizzazione politica di massa che si dà autonomamente i propri obiettivi e autonomamente ne esprime i propri quadri dirigenti. In  questa prospettiva, il partito diventa strumento e non il solo con cui la massa esprime i propri interessi politici e attraverso cui si dirige.” Per esempio Eugenio Curiel, un compagno due volte coraggioso perché di famiglia ebrea, che in quegli anni oggettivamente pericolosi collabora prima con la direzione esiliata a Parigi del PCI, poi col Centro socialista interno, scrive nel suo “Lo Stato operaio” esattamente questo: al centro del suo lavoro politico non è preventivamente il partito ma  la massa la quale crea autonomamente i propri strumenti di espressione, compito della direzione politica è quello di aderire alla “lotta spontanea” delle masse per concretamente guidarlo ai fini che ha impliciti. Solo attraverso questa adesione sarà possibile ricostruire il legame partito-classe che era stato dissolto dalla crisi del dopoguerra e dal Fascismo.
In fondo, la strategia che mette a punto questo gruppo clandestino è quella più funzionale alla ricostruzione di una politica per i lavoratori in assenza della struttura del partito: ripartire da quello che c’è sul territorio, dalle condizioni che vivono i lavoratori, dalle loro proteste e dalla loro lotta, ricostruendo con loro un nuovo tessuto politico nelle organizzazioni sindacali esistenti, coi quadri che non intendono  più seguire le direttive del Regime. O agivano in questo modo o erano costretti ad aspettare inermi l’eventuale caduta del Regime ed il ritorno in patria dei partiti ora costretti all’estero. Partiti che inevitabilmente non avendo potuto seguire da vicino le sconfitte recenti della classe operaia non sarebbero stati in grado di articolare una politica efficace per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori.  “Riclassificare” la politica socialista in Italia significava allora necessariamente stare vicini agli operai nelle fabbriche, collegarli agli altri lavoratori, con lo sguardo rivolto al movimento operaio internazionale e pronti a sfruttare ogni momento di debolezza  del Fascismo per organizzare una forma di lotta efficace. Anche perché in quegli anni non era possibile sprecare le occasioni.
Il dirigente del PSI che dalla sede emigrata di Parigi si accorge  dell’importanza del attività del gruppo clandestino milanese e ne sostiene, anzi addirittura ne sprona il lavoro è Giuseppe Faravelli che nel 1935 scrive loro di “trasformare i rapporti tra  avanguardie e masse da occasionali in costanti, da esterni in interni, moltiplicando le occasioni e le iniziative capaci di mettersi in movimento e ad esprimere esse medesime dei capi.” Ma entrare in contatto coi lavoratori nel 1934-1935 non è facile perché il Regime vive in quegli anni un momento di forza e la sua rete di controlli è ancora impenetrabile.
Il terreno naturale di un gruppo di compagni operante a Milano negli anni Trenta che voleva ricostruire un rapporto politico importante coi lavoratori doveva necessariamente essere la  classe operaia dei grandi complessi industriali intorno alla città e degli altri stabilimenti nel Nord Italia. E’ in fabbrica infatti che grazie al lavoro costante della componente operaia del gruppo (come Mario Riccardo che paga  con la vita il suo coraggio) il Centro socialista interno riesce lentamente a superare i controlli, lavorando dentro il sindacato fascista con alcuni quadri giovani non ancora pienamente inseriti nell’apparato e soprattutto stando attento a cogliere i motivi di malcontento dei lavoratori per poi schierarsi al loro fianco quando si ribellavano al Regime. Ma dietro l’impegno pratico del gruppo sta anche la forza organizzativa e la capacità analitica del suo massimo dirigente, Rodolfo Morandi, che in “Storia della grande industria moderna in Italia” aveva già capito il funzionamento del Capitalismo industriale italiano e che vedeva necessario anche nel nostro Paese sovvertire i rapporti di forza per creare una giusta redistribuzione della ricchezza.
Il salto di qualità avviene  tra l’estate del 1936 e la primavera del 1937: dai primi contatti con alcune élites intellettuali e operaie, il Centro socialista interno passa a mettere radici solide a Milano e in Lombardia, penetrando in modo capillare nelle spaccature dell’organizzazione fascista aperte dall’ insofferenza delle masse. Nello stesso periodo riesce a stabilire contatti organici e stabili con le altre correnti antifasciste, comunisti soprattutto ma anche repubblicani. Ma soprattutto accanto al centro milanese vengono alla luce tutta una serie di centri secondari (Gruppo Erba, Gruppo Rosso, Gruppo De Grada…) dotati di una certa autonomia di azione ma coordinati tra loro e diretti politicamente dalla sede centrale. Le carte rimaste dimostrano che nella strategia di Morandi era previsto che nel caso in cui la sede milanese fosse caduta in mano fascista, gli elementi migliori di questi centri, formati alla stessa scuola, con la stessa prospettiva e con lo stesso metodo di lotta, avrebbero potuto costruire un secondo Centro socialista interno e continuare il lavoro iniziato.
Cosa è successo?  La guerra coloniale in Etiopia del 1934 e la guerra di Spagna del 1936 hanno intaccato la fiducia del popolo italiano nelle scelte del Duce perché hanno imposto restrizioni e sacrifici per delle cose non necessarie. Scrive nel suo saggio Stefano Merli:”Mentre fino a pochi mesi prima la lotta degli illegali era tutto quanto poteva vantare l’antifascismo il cui lavoro concreto nella realtà fascista doveva limitarsi all’aderenza minuta ai bisogni elementari delle masse; ora sono queste che con un’imponenza imprevista vengono in in primo piano superando gli argini delle parole d’ordine e anche la stessa organizzazione clandestina che è incapace di disciplinarle. Le cronache degli ultimi mesi del 1936 e dei primi del 1937 sono ricche di notizie su manifestazioni pubbliche e su arresti in seguito al malcontento collettivo per le imposte di guerra, le ritenute, l’insufficienza dei salari, ecc.”
 Agitazioni spontanee si sviluppano nelle fabbriche e nelle campagne e prendendo spesso il carattere di sollevazioni antifasciste mentre Radio Madrid e Radio Barcellona e eccitano gli animi dando notizia della sconfitta delle camicie nere in Spagna, nella battaglia di Guadalajara.

E’ in questa situazione che l’apparato repressivo fascista si mette in moto con l’obiettivo dichiarato di individuare e colpire i gruppi clandestini che potrebbero creare problemi al Regime.  Nella serie di arresti a catena che si susseguono in quel periodo, per la prima volta dopo più di tre anni cade anche il Centro socialista interno. E’ il 1937: tra gli arrestati c’é Lucio Luzzatto dei fondatori (verrà liberato nel 1942 si impegnerà di nuovo nella lotta antifascista e diventerà uno dirigenti del Movimento di unità proletaria, sarà nella Direzione del PSI nel 1943  dopo la Liberazione farà parte del Comitato centrale del PSI sino al 1957  poi sarà tra i fondatori del PSIUP) e Aligi Sassu del Gruppo Rosso ma soprattutto molti giovani. Al momento dell’arresto Rodolfo Morandi è fuori città per lavoro ma appena viene a conoscenza dell’accaduto torna rapidamente a Milano per farsi arrestare, per prendersi le responsabilità politiche davanti al gruppo e dare l’esempio ai giovani militanti. In prigione resterà fino al 1943 e pure tra mille privazioni e punizioni non smetterà di pensare alle condizioni della classe operaia e alla liberazione dal nazifascismo, insegnando il marxismo di nascosto ai detenuti e stringendo un’ amicizia fraterna coi comunisti imprigionati. Una volta libero, parteciperà attivamente alla Resistenza.
Se la repressione fascista era stata un duro colpo, per i socialisti milanesi che avevano teorizzato di porre la classe prima del partito e subordinato la ricostruzione del tessuto politico all’azione congiunta coi lavoratori, il fascino della mobilitazione spontanea delle masse cui avevano assistito lo era di più. E’ Eugenio Colorni, direttore del Centro socialista interno dopo l’arresto di Morandi, che per la prima volta dal 1926 scopre di essere “indietro rispetto alle masse” e in un articolo del Giugno 1937 pubblicato sul Nuovo Avanti! intitolato “La spontaneità è una forma di organizzazione” ragiona apertamente sulla maturazione delle masse e sui limiti dell’organizzazione dei partiti rivoluzionari, incapaci di creare una proficua collaborazione con esse quando siano in grado di sviluppare una lotta. E’ un passaggio importante: é il partito che guarda alle masse con  il rispetto di chi vuole capirne le istanze prima di comandarle (ma la lezione avrà scarsi echi nella politica italiana.
Eugenio Colorni, intelligente e coraggiosa guida dei compagni milanesi, verrà catturato l’anno dopo nelle persecuzioni razziali, perché appartenente a una famiglia ebrea, e inviato al confino a Ventotene dal 1939 al 1941. Verrà ucciso a Roma dalla milizia fascista poco prima della Liberazione. Aveva comunque avuto il tempo di contribuire a gettare le basi del PSIUP.




Lotta di classe e Resistenza

Leggere la storia del Centro socialista interno senza tenere conto della prospettiva di  lavoro di lunga durata che si prefiggevano per cambiare radicalmente la situazione italiana, sarebbe un grave errore. Nel momento stesso in cui prende corpo e si sviluppa la sua azione politica di opposizione radicale al Fascismo, la liberazione nazionale diventa non solo l’obiettivo per abbattere  il Regime ma anche il processo di unificazione del proletariato industriale e contadino contro un sistema di produzione e contro una concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.
Lo dice chiaramente il massimo dirigente del gruppo, Rodolfo Morandi: “Il socialismo è anzitutto lotta di una classe, per la sua ascesa e la sua liberazione. La libertà proletaria sarà conquistata col radicale sovvertimento dei rapporti economici esistenti, su un piano d’estesa collettivizzazione. Le libertà proletarie saranno istituti che assicureranno una libertà non nominale ai lavoratori nel processo di produzione. Chiarire a noi stessi il senso, la concreta portata e figura di tutto questo, ecco precisamente quello che la nostra critica deve conseguire.” (“Problemi di politica socialista”, 1935).

La concezione del socialismo di Rodolfo Morandi è quindi quella marxiana: una società divisa in classi in cui il cui cambiamento sostanziale, cioé la redistribuzione della ricchezza dai pochi sfruttatori alla moltitudine degli sfruttati può attuarsi solo attraverso l’unità della classe unica degli sfruttati e il rovesciamento dei rapporti di produzione. L’unità della classe, in un periodo profondamente segnato dall’isolamento dei lavoratori, dalla mancanza dei diritti essenziali, dall’impossibilità di far sentire la propria voce, diventa la condizione preliminare per dare vita ad un’Italia non solo libera dal Fascismo ma anche profondamente democratica e giusta. Il lavoro a stretto contatto con la classe operaia prima e le masse contadine poi, cogliendone i malumori e comprendendone i bisogni reali, il modo di realizzarla.

D’altronde, qualche anno prima, sempre Morandi aveva scritto: “Il nostro compito è di definire precisamente il denominatore rivoluzionario sotto il quale si ha da operare quella unità, che ha da essere una formazione di lotta capace di una forza d’attrazione nuova nell’ambiente italiano. Perché tale realmente avvenga, l’unità auspicata non si dovrà acquistare a prezzo della chiarezza, della coerenza interiore, della rigorosa determinazione delle sue formule. Essa non si può risolvere nella semplice determinazione dei programmi, di vedute differenti, giacché non si tratta per noi di operare una semplice ‘concentrazione’ ancora tra i partiti di colore più acceso. Si tratta di dare al moto spontaneo delle più larghe masse della popolazione un orientamento chiaro e fattivo.” (Capisaldi di agitazione, 1932).
L’accadimento reale che permette al Centro socialista interno di penetrare attraverso le rigide maglie del controllo fascista e di istituire i collegamenti di classe tra il proletariato nazionale e quello internazionale è senza dubbio la
Guerra di Spagna che – come si legge nel documento elaborato collettivamente
- “ha messo finalmente in evidenza, chiari agli occhi di tutti, i termini della lotta di classe, come necessariamente si riduce al suo estremo”. Più avanti si legge “la necessità che vi è dovunque, per il proletariato di prepararsi all’urto, di forgiare le proprie armi rivoluzionarie” e che in Spagna in quel momento “si gettano le basi del prossimo avvento del socialismo spagnolo; si adottano successivi provvedimenti, si estende il controllo operaio, si limita l’impresa capitalistica, rendendo ormai  impossibile un ritorno dello sfruttamento capitalistico (…)” “(La guerra spagnola”, 1937).
Oggi sappiamo che le cose che non sarebbero andate così: i rivoluzionari che sostenevano la causa repubblicana furono sconfitti e nel 1939 iniziò la dittatura di Francisco Franco. Ma in quel momento, con quelle parole, il gruppo milanese aveva dato ai lavoratori italiani sfruttati la speranza del cambiamento e nella rivoluzione gli aveva indicato la strada per realizzarlo. Ma facciamo attenzione al metodo: se la Guerra civile spagnola è un esempio concreto di rivoluzione in atto da praticare anche in patria, questa si può realizzare solo partendo dalle contraddizioni materiali del Capitalismo italiano. Cioè non si può calare dall’alto la guida di un processo ma bisogna costruire la propria azione e il proprio ruolo a stretto contatto con le masse ed in relazione alla loro capacità di organizzare una forma matura di lotta. Cioè non si vuole limitare la rivoluzione alla conquista del potere, sostituendo “all’autorità della borghesia quella di un Comitato centrale socialista”, come diceva Rosa Luxemburg, ma si vuole tendere a fare della rivoluzione lo strumento per la liberazione totale della classe oppressa portandola a gestire direttamente gli strumenti della produzione.
Ma oltre che nel metodo, il loro scarto qualitativo sostanziale sta nella strategia rivoluzionaria rispetto a quella elaborata dal PCI di quegli stessi anni, fino a Gramsci compreso: ”Il problema gramsciano del tradurre nella esperienza italiana l’esperienza leninista era superat
o nel ’37 - scrive Stefano Merli nel suo saggio- e a questa constatazione vanno riportate le osservazioni identiche a quelle originarie; la classe operaia tentava esperienze in base alle quali il rapporto tra essa e il partito […] andava posto in altro modo e soprattutto non era più al centro della coscienza rivoluzionaria. Il programma centrista è giocoforza un programma di governo rivoluzionario che ha davanti non il partito ma la nuova società.”
Il Regime fascista aveva capito perfettamente la pericolosità di un lavoro clandestino impostato in questo modo. Lo dimostrano la cura estrema con cui vengono programmati ed eseguiti gli arresti del 1937 e gli atti del processo – li riporta Aldo Agosti nel suo saggio- in cui a Morandi, Luzzatto, Sassu e ad altri viene imputato di “aver promosso e organizzato una associazione avente il fine di compiere […] fatti diretti a mutare la forma del governo con mezzi non consentiti dall’ordinamento dello Stato” e di aver partecipato nel territorio dello Stato ad associazione diretta a sovvertire violentemente gli ordinamenti economici e sociali costituiti dallo Stato.”

L’esperienza politica del Centro socialista interno però non finisce con gli arresti del 1937: continua a lavorare sotto la guida di Eugenio Colorni mentre il testimone di questa esperienza verrà raccolto dal Gruppo Rosso e dal Gruppo Erba, dai quali usciranno i quadri della Resistenza.
Ma anche il gruppo fondatore darà un contributo importante alla lotta di liberazione: nel 1942 Lucio Luzzatto si unirà alla Resistenza, di ritorno dal confino; un anno dopo  Lelio Basso, che era stato recluso in un campo di concentramento, poi Morandi, dopo sei anni di carcere, insieme a Eugenio Curiel e ad altri coraggiosi sopravvissuti.
Ci si potrebbe chiedere legittimamente come abbiano lavorato questi compagni in un clima così cambiato di insurrezione diffusa dopo l’Armistizio. Come abbiano interagito con la Resistenza e la politica di unità nazionale. Ebbene la risposta è: esattamente come avevano fatto prima, cioè guardando con gli occhi aperti la realtà, spingendo l’insurrezione partigiana verso un rivolgimento complessivo della società e dando centralità alle istanze dei lavoratori nel costruire una politica unitaria coi comunisti.      

Così mentre Curiel nel 1943 dirà ai partigiani che: “Conquistare l’indipendenza non significa quindi soltanto cacciare il tedesco ma spezzare le reni al fascismo e ai gruppi del grande capitale finanziario che esso rappresenta” (“Fronte Nazionale, Società Nazionale, Blocco Nazionale”); sarà ancora Morandi nel 1944 a intervenire nel dibattito del CLN dicendo: “A noi pare che socialisti e comunisti non debbano perdere la sensibilità di classe nel praticare la politica d’unità. D’altra parte ciò che i socialisti hanno in vista è semplicemente di rimettere alla classe lavoratrice i suoi diritti, garantendone la possibilità di far dal basso, attraverso forme rappresentative che essa stessa nel corso della lotta si dà” (“Politica di classe”).

                                  Prospettive attuali

Se  con metodo e serietà sapremo individuare i bisogni materiali dei lavoratori e costruire le politiche sociali in grado di risolvere i loro problemi, dandogli una nuova centralità nella elaborazione delle politiche per lo sviluppo, avremo gettato le basi della costruzione di una prospettiva di lunga durata: la trasformazione della società nella direzione del Socialismo. Se tutto questo lo hanno già fatto i nostri compagni col Centro socialista interno in anni molto più difficili dei nostri, certamente anche noi possiamo farlo oggi.



dal sito  http://www.socialismoesinistra.it/web/



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