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lunedì 17 novembre 2014

L'ANALFABETISMO IN ITALIA E IL VOLONTARIATO CATTOLICO di Marco Zanier




L'ANALFABETISMO IN ITALIA E IL VOLONTARIATO CATTOLICO
di Marco Zanier


Quando si parla di crisi dell’istruzione pubblica in Italia spesso non si tiene presente la gravità e della complessità del fenomeno.
La crisi dell’istruzione pubblica
“In Italia ci sono 57.514 scuole (scuole dell’infanzia, primarie, secondarie di primo e secondo grado) in cui studiano quasi 9 milioni di alunni e lavorano circa 950 mila insegnanti. L’università ha poco più di 1 milione 800 mila iscritti, il 56,4% femmine e il 38,5% fuori corso. I professori ordinari e associati sono 38 mila (1 ogni 48 studenti), i ricercatori circa 23 mila. Nei tre anni successivi al conseguimento del titolo, il 62% dei diplomati si iscrive a un corso universitario e il 56% dei laureati trova un lavoro continuativo” (fonte ISTAT).
Se non è più possibile istituire una correlazione diretta tra il conseguimento di un titolo di studio e l’inserimento nel mondo del lavoro (e questo purtroppo da diversi anni), sempre più spesso registriamo un aumento del tasso di abbandono scolastico che si lega strettamente alla piaga della disoccupazione giovanile. Solo per il 2009 il tasso di disoccupazione dei giovani tra 15 e 24 anni è stato superiore al 30% in sei Regioni: in Sardegna (al 44,7%), in Sicilia (38,5%), in Basilicata (38,3%), in Campania (38,1%), in Puglia (32,6%), in Calabria 31,8% e nel Lazio al 30,6%. Cifre preoccupanti che si legano strettamente al tasso di abbandono scolastico che riguarda anche i Nord: il valore più elevato infatti si riscontra a Bolzano con 17,4%, seguito dalla Sicilia con il 15,7%, dalla Sardegna con il 15,2% dalla Campania con il 13,9% e dalla Liguria con il 12,3%.
Il ragionamento sulla difficoltà di realizzare una scolarizzazione di massa degli italiani va fatto ed è anche urgente, ma deve partire necessariamente da lontano, se consideriamo che già al tempo dell’Unità d’Italia, nel 1861, il 78% di essi erano analfabeti con punte massime del 91% in Sardegna e del 90 % in Calabria e Sicilia. La storia di questo Paese è fatta sicuramente di una forte spinta alla modernizzazione economica e produttiva che ha cambiato profondamente la sua fisionomia e il suo ruolo nel mondo, ma è fatta anche di industrializzazione diseguale nel Nord e nel Sud, della trasformazione di alcune are cittadine in centri di produzione e di quello svuotamento delle campagne che va sotto il nome di urbanizzazione, di politiche di scolarizzazione di massa programmate e di crisi dell’istruzione pubblica, del persistere dei fenomeni dell’ abbandono scolastico, della difficoltà dei giovani di inserirsi nel mondo del lavoro e delle sacche di disoccupazione e analfabetismo.
Certo è che se a crisi dell’istruzione pubblica affonda le sue radici in un passato lontano e se non è possibile circoscriverla alle scelte di questo o di quel Governo, senza dubbio i frequenti tagli ai docenti, al personale amministrativo, alla ricerca e ai costi di mantenimento delle strutture scolastiche contenuti nell’ultima finanziaria, invece di risolvere il problema, lo approfondiscono.
L’analfabetismo in Italia
Anche perché accanto ai fenomeni che ho appena descritto esiste ancora la piaga dell’analfabetismo, difficile a credersi forse, ma drammaticamente attuale oggi sul nostro territorio: cinque italiani su cento sono analfabeti, trentotto su cento leggono con difficoltà una scritta semplice, l’abitudine alla lettura di libri non riguarda più del venti per cento della popolazione.
I dati dell’UNLA (Unione Nazionale Lotta all’Anafabetismo) dicono che l’analfabetismo colpisce 990 milioni di persone (il 22% della popolazione mondiale), di cui il 64% sono donne. La maggioranza degli analfabeti vive nel Sud del mondo dove non è facile frequentare una scuola o si è costretti a lavorare per sopravvivere. E, sempre dati alla mano, la situazione per il nostro Paese non è delle più positive: secondo i più recenti dati ISTAT (2003) su circa 57 milioni di Italiani poco più di 3.500.000 sono forniti di laurea, 14.000.000 di titolo medio superiore, 16.500.000 di scuola media e ben 22.500.000 sono privi di titoli di studio o possiedono, al massimo, la licenza elementare. In percentuale 39,2% dei nostri concittadini sono fuori della Costituzione che, come si sa, prevede l’obbligo del possesso di almeno otto anni di scolarità.
Alla fine del 1947, all’indomani della guerra e in una situazione certamente differente dall’oggi, lo Stato Italiano aveva istituito le Scuole Popolari. Col D.L. 17/12/1947 n° 1599, per contrastare il grande numero di analfabeti e dare lavoro ai numerosi insegnanti disoccupati, che venivano istituiti tre tipi di corso che, con programmi appositamente studiati, che avrebbero permesso a chi aveva superato i dodici anni di età, di poter “tornare a scuola” per imparare a leggere/scrivere, proseguire gli studi fino ad ottenere uno dei due certificati di compimento, avviarsi al lavoro artigiano o al proseguimento degli studi. I risultati ci sono stati se in quell’Italia con mille problemi da risolvere e un’economia a base sostanzialmente rurale da ricostruire si è passati dal 21% di persone che non erano capaci di leggere, scrivere e far di conto del 1931 al 12,90% del 1951, all’8,3% del 1961 e finalmente al 5,2% del 1971. Ed era un mondo profondamente diverso da quello di oggi, in cui ancora si poteva ancora vivere, lavorare e interagire in modo più semplice e certamente meno tecnologico dei nostri giorni, perché meno legato in molti dei suoi aspetti quotidiani alla parola scritta.
Nella società di oggi invece, la situazione per queste persone è oggettivamente più grave, perché chi non sa leggere e scrivere si trova veramente ai margini ed è destinato a rimanervici.
Lo strumento tradizionale dei corsi di alfabetizzazione non riesce a raggiungere i suoi scopi, in quanto solo il 35% degli iscritti in media partecipa agli esami finali, con una rappresentanza femminile veramente irrisoria. E questo nonostante i quarantasei centri di cultura per l’educazione permanente sparsi in tutta la Penisola e considerati addirittura dall’UNESCO un riferimento valido da esportare in altri parti del mondo.
Se parliamo della scarsa competenza culturale di chi non va oltre il saper leggere e scrivere o di analfabetismo di ritorno, che è il lento e inesorabile scadimento della capacità di scrivere o leggere per mancanza di esercizio delle nozioni ricevute a scuola, secondo il CENSIS riguarda addirittura il 32% degli italiani.
Quando ho iniziato a interrogarmi su un aspetto che credevo sinceramente relegato al passato, risolto, archiviato ho dovuto ricredermi: scoprendo con stupore che gli analfabeti “puri” sono addirittura oltre due milioni e che i due terzi di essi hanno tra i 45 e i 65 anni. Non mi ha stupito purtroppo, invece, constatare che la gran parte di essi abitino al Sud o nelle isole, perché troppo pochi e troppo discontinui sono stati gli sforzi fatti dai diversi Governi per migliorare le condizioni di vita e le prospettive di lavoro di quella parte del nostro Paese in oltre un secolo di storia.

Il volontariato cattolico
Dove lo Stato non riesce ad arrivare, arriva talvolta, per fortuna, la volontà dei singoli individui che, riuniti in associazioni di volontariato, aiutano le persone in difficoltà animati solo da uno spirito di fratellanza. Si tratta soprattutto di volontariato di matrice cattolica, radicato e diffuso sul territorio nazionale, che costituisce una delle pagine più belle della presenza di questa religione nella vita delle piccole e grandi comunità italiane.
E’ il caso dell’Associazione Il Ponte di Taranto, che si impegna a contrastare l’emarginazione sociale che può scaturire dalla povertà, dall’analfabetismo, dal disordine familiare, dalle tossicodipendenze, dalla devianza giovanile. E’’ il caso delle tante e antiche associazioni presenti a Genova, come la Veneranda Compagnia di Misericordia nata nella seconda metà del XV secolo e che opera nel campo dell’assistenza ai detenuti ed alle loro famiglie da più di 500 anni e si impegna a recuperare alla vita civile chi esce dal carcere, creando laboratori di avviamento alle professioni artigiane; è il caso della fondazione Auxilium, nata in quella città nel 1931, su impulso di un giovane sacerdote: don Siri, futuro cardinale e che volle essere la risposta ecclesiastica all’emergenza creata su scala mondiale dalla Grande Depressione del 1929 e che ha esteso la sua attività nell’immediato dopoguerra ai profughi, prigionieri rimpatriati, emigranti italiani e stranieri e poi a tante altre parti dell’emarginazione sociale. E l’elenco potrebbe continuare a comprenderne molte altre, fra le quali sicuramente il gruppo Exodus, nato all’inizio degli anni ’80 per iniziativa di don Antonio Mazzi in un parco della periferia di Milano, il Parco Lambro, per risistemarlo e liberarlo dalla delinquenza e dal traffico della droga insieme ai tossicodipendenti, alle forze dell’ordine ed ai cittadini, gruppo che estende progressivamente il suo lavoro a Verona, Vicenza, Bormio e Iglesias con progetti di prevenzione per adolescenti e formazione per genitori, in rapporto stretto con le scuole presenti sul territorio e oggi sotto forma di Fondazione Exodus risponde a molte delle sollecitazioni continue che arrivano dalla società.
In questa sede vorrei, però, soffermarmi soprattutto sulla lotta all’analfabetismo portata avanti con tenacia da anni dalla Società San Vincenzo de Paoli.
I Gruppi di Volontariato Vincenziano derivano il loro impegno secolare a sostegno delle famiglie povere, dalle Compagnie della Carità e dalle Figlie della Carità fondate in Francia da San Vincenzo De Paoli nel diciassettesimo secolo ed è attiva oggi in tanti settori: dal carcere ai senza tetto alle emergenze naturali, dai progetti di gemellaggio con altri Paesi alle adozioni a distanza all’aiuto ai ragazzi di strada, solo per citarne alcuni.
Con la Campagna nazionale “Fatemi studiare, conviene a tutti” la Società San Vincenzo de Paoli promuove l’alfabetizzazione come spinta positiva al cambiamento della società e conduce ogni anno una lotta alla piaga dell’analfabetismo in Italia che merita, credo, la stima di tutti noi. Con la sua opera di sensibilizzazione importante promuove l’istruzione come rimedio all’emarginazione sociale, all’esclusione dal tessuto lavorativo e al dilagare della delinquenza. Con una pratica fatta di esempi concreti, positivi e calati nel quotidiano che si traduce nell’insegnamento a tanti ragazzi e ragazze delle esperienze di alfabetizzazione e reinserimento sociale riuscite e si sintetizza nella frase “se è vero che è per la povertà che non si va a scuola, è altrettanto vero che non andare a scuola porta alla povertà”.
Il volontariato non basta, certo, ma è importante che ci sia: accanto allo Stato e in aiuto alla politica.
La responsabilità della politica
Fare politica oggi significa necessariamente voler risolvere davvero i problemi reali del Paese per dare un futuro alla gente, lavorando con serietà e senso di responsabilità oppure è prendere in giro chi lavora e va al voto ogni anno.
Prima della ricerca del voto, del consenso e del ruolo personale in questo o quel Partito deve esserci secondo me la coscienza della singola persona che vuole capire le difficoltà della vita degli altri e si fa carico di trovarvi una soluzione. Ossia un atteggiamento molto simile a quello del volontario che mette a disposizione il suo tempo per gli altri. Senza persone in grado di fare questo la politica non può crescere, non elabora progetti validi non si rende utile al cambiamento positivo della società.
La crisi economica ci ha messo tutti un po’ sullo stesso piano ed oggi più di ieri i problemi quotidiani più gravi sono sotto gli occhi di tutti.
Per questo, credo che una buona politica oggi dovrebbe dare loro una soluzione, lanciare una politica di sviluppo responsabile per il futuro del Paese e fare molta attenzione a non regredire nelle sacche di arretratezza che ci portiamo appresso da troppo tempo. Come le opere pubbliche da completare, le popolazioni colpite da eventi naturali e ancora in condizioni disagiate da sostenere, l’analfabetismo da eliminare, la disoccupazione da combattere e aggiungerei lo sviluppo economico di alcune aree del Paese da rilanciare o da potenziare, perché senza di esso i problemi che vediamo rimangono irrisolti. 

15 Novembre 2014 



La vignetta è del Maestro Mauro Biani



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