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domenica 23 giugno 2013

ANCHE SE DIVERSI INSIEME SULLA TERZA VIA di Francesco De Martino





Come contributo al dibattito sulla trasformazione delle strutture della società del sistema economico vigente, ripubblichiamo volentieri un saggio dell'ex Segretario del PSI Francesco De Martino, scomparso oltre un decennio fa, che il 26 Febbraio 1982 sulla rivista “Rinascita” interveniva in merito alla “terza via”, intermedia tra comunismo e socialdemocrazia, proposta dal PCI e che De Martino preferiva chiamare “nuovo socialismo”, sviluppandola sul piano teorico e configurandola come base programmatica di un accordo di governo da realizzare, sostenuto per la prima volta da socialisti e comunisti. Prospettiva questa che avrebbe messo in discussione la linea politica del PSI di Bettino Craxi, realizzato veramente in questo paese l'alternativa di governo alle forze conservatrici e di centro e gettato finalmente le basi politiche di una trasformazione democratica e graduale del capitalismo italiano. E' interessante notare in questo scritto la riproposizione di aspetti salienti del programma del Partito d'Azione (non citato in modo esplicito) cui il professore aveva dato un valido contributo in gioventù, circa l'economia a due settori e quelli a carattere morale ed educativo dei lavoratori, che avrebbero dovuto essere i veri artefici del processo graduale di costruzione  di una nuova società.



ANCHE SE DIVERSI INSIEME SULLA TERZA VIA 
di Francesco de Martino


            
Vorrei dire come un socialista che si ricollega ai caratteri originali del socialismo italiano veda la concezione, la sostanza della cosiddetta terza via.

Almeno fin dal congresso di Venezia del 1957, il PSI si pose in termini teorici e politici il tema di un socialismo diverso da quello che si era realizzato nell'URSS e dalle esperienze socialdemocratiche europee. Il tema predominante fu quello dell'autonomia del partito dal comunismo. Tale posizione giunse in ritardo, solo dopo le denunce kruscioviane, ma giunse. Essa si dovette all'impulso dato da Nenni e da vari di noi alla critica del sistema politico che si era venuto costituendo nell'URSS. Fu affermata la necessità di ricongiungere il socialismo con la libertà, considerando questa una conquista di valore universale, non una categoria borghese. Venne in pari tempo tenuto fermo il principio, di stampa marxista, che senza l'emancipazione economica dei lavoratori nemmeno la democrazia politica avrebbe potuto spiegare tutti i suoi potenziali elementi positivi. In questo si esprimeva una critica all'esperienza socialdemocratica, critica che non investiva il metodo politico, ma il fatto di aver accettato più o meno il sistema economico del capitalismo. Su questo tema, fino alle vicende del Midas, il PSI ha condotto una lotta coerente, che sul piano politico ebbe come conseguenza più rilevante la proposta di associare il PCI ad una maggioranza di governo, non solo per contingenti ragioni, ma per una prospettiva di più grande respiro storico, quella cioè di una piena integrazione del PCI in un sistema di valori democratici propri dell'Europa occidentale. Tale linea si fondava sul presupposto che i comunisti non avrebbero potuto sottrarsi alla necessità di fare i conti con sé stessi, quindi di conseguire una piena autonomia. Sarebbe ingiusto non ricordare la chiaroveggente intuizione di Giorgio Amendola il quale, in modo coraggioso per il tempo in cui lo faceva, sostenne il fallimento del comunismo e della socialdemocrazia e indicò dunque una strada che soltanto dopo prove drammatiche, talvolta tragiche, si sarebbe aperta in modo concreto. Vi era in tutto questo, come in talune intuizioni di Togliatti, sebbene oscurate dal permanente legame con l'URSS, per mezzo della formula “unità nella diversità”, l'idea che il modello comuinista non poteva essere esportato in Occidente e che esso non era comunque desiderabile. La critica espressa nel memoriale di Yalta alla mancanza di democraticità del sistema implica tale conclusione.

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