Come contributo al dibattito sulla trasformazione
delle strutture della società del sistema economico vigente, ripubblichiamo
volentieri un saggio dell'ex Segretario del PSI Francesco De Martino, scomparso
oltre un decennio fa, che il 26 Febbraio 1982 sulla rivista “Rinascita” interveniva in merito alla “terza via”,
intermedia tra comunismo e socialdemocrazia, proposta dal PCI e che De Martino
preferiva chiamare “nuovo socialismo”, sviluppandola sul piano teorico e
configurandola come base programmatica di un accordo di governo da realizzare,
sostenuto per la prima volta da socialisti e comunisti. Prospettiva questa che
avrebbe messo in discussione la linea politica del PSI di Bettino Craxi,
realizzato veramente in questo paese l'alternativa di governo alle forze
conservatrici e di centro e gettato finalmente le basi politiche di una
trasformazione democratica e graduale del capitalismo italiano. E' interessante
notare in questo scritto la riproposizione di aspetti salienti del programma
del Partito d'Azione (non citato in modo esplicito) cui il professore aveva
dato un valido contributo in gioventù, circa l'economia a due settori e quelli a
carattere morale ed educativo dei lavoratori, che avrebbero dovuto essere i
veri artefici del processo graduale di costruzione di una nuova società.
ANCHE SE
DIVERSI INSIEME SULLA TERZA VIA
di Francesco de Martino
Vorrei
dire come un socialista che si ricollega ai caratteri originali del socialismo
italiano veda la concezione, la sostanza della cosiddetta terza via.
Almeno
fin dal congresso di Venezia del 1957, il PSI si pose in termini teorici e
politici il tema di un socialismo diverso da quello che si era realizzato
nell'URSS e dalle esperienze socialdemocratiche europee. Il tema predominante
fu quello dell'autonomia del partito dal comunismo. Tale posizione giunse in
ritardo, solo dopo le denunce kruscioviane, ma giunse. Essa si dovette
all'impulso dato da Nenni e da vari di noi alla critica del sistema politico
che si era venuto costituendo nell'URSS. Fu affermata la necessità di ricongiungere
il socialismo con la libertà, considerando questa una conquista di valore
universale, non una categoria borghese. Venne in pari tempo tenuto fermo il
principio, di stampa marxista, che senza l'emancipazione economica dei
lavoratori nemmeno la democrazia politica avrebbe potuto spiegare tutti i suoi
potenziali elementi positivi. In questo si esprimeva una critica all'esperienza
socialdemocratica, critica che non investiva il metodo politico, ma il fatto di
aver accettato più o meno il sistema economico del capitalismo. Su questo tema,
fino alle vicende del Midas, il PSI ha condotto una lotta coerente, che sul
piano politico ebbe come conseguenza più rilevante la proposta di associare il
PCI ad una maggioranza di governo, non solo per contingenti ragioni, ma per una
prospettiva di più grande respiro storico, quella cioè di una piena
integrazione del PCI in un sistema di valori democratici propri dell'Europa
occidentale. Tale linea si fondava sul presupposto che i comunisti non
avrebbero potuto sottrarsi alla necessità di fare i conti con sé stessi, quindi
di conseguire una piena autonomia. Sarebbe ingiusto non ricordare la
chiaroveggente intuizione di Giorgio Amendola il quale, in modo coraggioso per
il tempo in cui lo faceva, sostenne il fallimento del comunismo e della
socialdemocrazia e indicò dunque una strada che soltanto dopo prove
drammatiche, talvolta tragiche, si sarebbe aperta in modo concreto. Vi era in
tutto questo, come in talune intuizioni di Togliatti, sebbene oscurate dal
permanente legame con l'URSS, per mezzo della formula “unità nella diversità”,
l'idea che il modello comuinista non poteva essere esportato in Occidente e che
esso non era comunque desiderabile. La critica espressa nel memoriale di Yalta
alla mancanza di democraticità del sistema implica tale conclusione.
