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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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mercoledì 1 agosto 2012

Come uscire dalle secche di Taranto: una prova di maturità per la sinistra



 di Riccardo Achilli


I fatti recenti dell’acciaieria ILVA di Taranto sono di estrema importanza; sono un vero e proprio banco di prova per la sinistra italiana. Politicamente, infatti, la sinistra si trova, di fronte a tali eventi, fra l’incudine ed il martello di due valori fondanti della sua identità: la tutela del lavoro e dell’ambiente. In qualche modo, la forma con cui la sinistra uscirà da tale dilemma potrà disegnarne il profilo programmatico per i prossimi anni.
La posizione di chi reclama che siano contemporaneamente difesi i posti di lavoro e realizzati investimenti di messa in sicurezza ambientale dell’impianto è l’unica posizione possibile, anche se richiede uno slancio di politica industriale e di lungimiranza molto superiore alla minimizzazione del problema dell’inquinamento dello stabilimento di Taranto che è stata sempre fatta dalla politica nazionale, da quella regionale e da quella locale. Un impianto siderurgico a ciclo integrale tradizionale, come quello di Taranto, è una della realtà industriali più inquinanti al mondo. Il parco minerali genera polveri sottili di ferro e carbone; il sinteraggio e pellettizzazione del minerale di ferro genera diossina e piombo; i forni di cottura del carbon coke producono idrocarburi policiclici aromatici, in particolare benzene, ma anche toluene e xileni; i fumi di altoforno sono densi di monossido di carbonio e zolfo, mentre la ghisa liquida che ne esce produce slopping; il trattamento Lf (ladle furnace) produce solfuro di magnesio e zolfo; i convertitori ad ossigeno che trasformano la ghisa liquida in acciaio generano monossido di carbonio ed anidride carbonica. L’acqua di raffreddamento dell’altoforno e di raffreddamento delle colate di lingottiera  si contamina di metalli pesanti, ammoniaca, fenolo, cianuri. E sin qui stiamo parlando solo della parte di stabilimento che la magistratura tarantina ha messo sotto sequestro! I treni di laminazione, poi, sono un’altra bomba ad orologeria, non ancora sotto la lente dei magistrati, ma che prima o poi saranno oggetto di attenzione: producono inquinamento acustico, ma anche pericolosissimi fumi metallici inalabili dagli operai, radiazioni infrarosse ed ultraviolette che possono produrre danni permanenti agli occhi, nonché sfridi di lavorazione di acciaio. 
In queste condizioni,  non è sufficiente, per la politica nazionale e regionale, chiedere a Riva di fare qualche investimento ambientale compensativo, tanto per potersi garantire il dissequestro degli impianti, ripartire con il “business as usual”, e rimettere la testa sotto la sabbia, aspettando che, fra qualche anno, il problema scoppi nuovamente, perché qualche investimento ambientale sulle macro-emergenze non risolve certo il problema complessivo dell’inquinamento di uno stabilimento siderurgico a ciclo integrato tradizionale come quello tarantino. Anche perché, da quanto sta emergendo dall’inchiesta, sembra che la dirigenza dello stabilimento rispettasse le norme ambientali di giorno, ma non di notte.
Occorre che la politica chieda di più, sapendo che Riva deve proprio all’impianto di Taranto, il più grande d’Europa, se il suo gruppo è ventunesimo al mondo per produzione di acciaio nel 2011, e secondo in Europa dopo Thyssen Krupp, in un settore in cui le economie di scala, e quindi i volumi produttivi, sono una variabile competitiva fondamentale. I rischi reali di una delocalizzazione produttiva, al di là di minacce strumentali, sono bassi; tra l’altro, oltre alle dimensioni produttive strategiche, l’impianto di Taranto presenta specificità (la vicinanza al mare, l’elevatissimo livello di qualificazione professionale di una manodopera che da oramai mezzo secolo lavora nel settore, tra l’altro una manodopera giovane, grazie all’investimento effettuato nel 2005, la produzione di una ampia gamma di prodotti, anche per utilizzi speciali, come i tubi, i nastri elettrozincati, i nastri a freddo, la presenza del centro studi del gruppo) che non consentono di immaginare facilmente una delocalizzazione. Peraltro, qualora vi fossero reali rischi di delocalizzazione a seguito della richiesta di investire in protezione ambientale, un Governo serio, che non intende privarsi della produzione di acciaio, vitale per la nostra economia, dovrebbe semplicemente procedere alla nazionalizzazione dell’impianto.
Occorre andare oltre ad un investimento compensativo  dell’impatto ambientale dello stabilimento attuale. Occorre avere una politica industriale ed ambientale che riconfiguri strutturalmente l’assetto produttivo dell’ILVA. Perché ci sono tecnologie siderurgiche moderne che abbattono in modo considerevole le emissioni inquinanti, di fatto andando oltre ogni effetto positivo che un mero investimento compensativo, sullo stabilimento oggi esistente e con le attuali tecnologie, può conseguire. La tecnologia FINEX, impiegata dalla sud coreana Posco (quarto maggiore produttore mondiale) nell’acciaieria di Pohang (il cui volume produttivo è addirittura superiore a quello di Taranto; Pohang ha una capacità produttiva media annua di 13 milioni di tonnellate di acciaio, contro i 9,5 milioni di Taranto) ha radicalmente cancellato dal ciclo produttivo due delle fasi più pericolose in termini di inquinamento: il sinteraggio del minerale di ferro e la cokefazione del carbone. Tale tecnologia, infatti, che impiega direttamente il minerale di ferro e la polvere di carbone, riduce l'inquinamento (90% in meno di sostanze tossico-nocive e 98% in meno di contaminazione dell'acqua), ma ha anche un risvolto positivo per l’azienda, poiché riduce anche il consumo di energia e i costi di produzione (meno 15%). Dovrebbe quindi essere interesse della stessa azienda adottare tali innovazioni tecnologiche, atteso che, nelle condizioni attuali e future del mercato siderurgico, il calo dei prezzi di vendita rende indispensabile risparmiare sui costi di produzione per recuperare margini di redditività. Basti pensare che il prezzo alla tonnellata della billetta di acciaio mercantile, che era di 1.000 dollari a fine 2007, a luglio 2012 oscilla attorno ai 360 dollari. Il coil, uno dei prodotti principali dell’ILVA di Taranto,  passa da un prezzo di circa 650 euro a tonnellata nel 2007 ad uno di 460 euro a tonnellata a fine 2011.
Un’altra tecnologia, la COREX, che impiega direttamente il minerale ferroso grezzo, come esce dalla miniera, e il carbone grezzo, è installata nello stabilimento cinese di Shangai. Garantisce una riduzione dei costi fino al 20% ed un notevole vantaggio ambientale con l'eliminazione, come nel caso della tecnologia Finex, dei due impianti più inquinanti in assoluto: cokerie. Per dare un dato concreto, mentre il processo tradizionale cokerie - sinterizzazione - altoforno produce circa 1,4 Kg di anidride solforosa per ogni tonnellata di ghisa, il processo Corex ne produce solo 40 grammi (misurazioni effettuate in Renania). Analoghi vantaggi riguardano la riduzione delle emissioni di CO2.
Oggi, proprio perché lo stabilimento è posto sotto sequestro, si ha una straordinaria, e forse ultima occasione, per poter fare un simile investimento, che risolverebbe definitivamente il problema di Taranto. Infatti, la riattivazione degli altiforni sequestrati, dopo il loro eventuale spegnimento a seguito di provvedimenti della magistratura, comporterebbe circa 8 mesi di lavoro, con un costo notevole, molti mesi di mancato fatturato per l’azienda, rischi rilevanti di collasso, in fase di riattivazione, degli altiforni spenti, che potrebbero addirittura esplodere come enormi bombe. Evidentemente, la scelta di riattivare gli altiforni, e quindi il processo produttivo tradizionale, dopo aver effettuato gli investimenti ambientali compensativi, sarebbe del tutto antieconomica (solo per spegnere in sicurezza un altoforno, garantendosi la possibilità di riutilizzarlo, occorre spendere circa 200 Meuro, e lo stabilimento di Taranto ne ha 5; un discorso non dissimile vale per lo spegnimento e la riattivazione dei forni di cokeria).
Varrebbe invece la pena di utilizzare la forza-lavoro dello stabilimento per smantellare progressivamente gli altiforni, spegnendone uno per volta e mantenendo gli altri accesi, in modo da garantire la continuità produttiva dell’impianto mentre si introducono i nuovi forni delle nuove tecnologie di fusione diretta sopra descritte e si fa la formazione al personale per l’utilizzo di tale nuova tecnologia, e poi ripartire con un ciclo produttivo finalmente pulito. Lo Stato e la Regione, anche con fondi strutturali, potrebbero garantire la formazione professionale degli addetti ed eventuali periodi di CIG in deroga. Un pool di banche potrebbe garantire credito a lunga scadenza per l’investimento di ammodernamento dell’impianto, mentre il Governo potrebbe offrire garanzie pubbliche per abbattere il costo del finanziamento a favore dell’ILVA, anche costituendo un fondo patrimoniale speciale in cui far confluire parte del patrimonio pubblico che si intende alienare, e negoziando positivamente tale regime di aiuti con la Commissione Ue, stante l’eccezionalità della situazione occupazionale ed economica dell’area tarantina. Qualora il negoziato sulla notifica del regime di aiuti non andasse in porto, il Governo potrebbe varare un fondo di garanzia pubblico su investimenti, generalizzato per tutte le imprese del settore siderurgico, oppure un fondo di garanzia pubblico su tutti gli investimenti in nuove tecnologie produttive rispettose dell’ambiente, in tutti i settori, che quindi non correrebbe il rischio di essere bocciato per aver violato il principio comunitario della concorrenza. Di tale regime ovviamente  si gioverebbe in primis proprio l’ILVA, sull’investimento da realizzare. E’ appena il caso di dire che se l’ILVA rifiutasse tale programma, lo stabilimento di Taranto verrebbe nazionalizzato.  
Certo, tali tecnologie implicano un importante investimento in riconfigurazione complessiva dell’impianto, poiché occorre mandare in pensione l’altoforno, per utilizzare forni di fusione concepiti in modo diverso.  E comportano anche riduzioni di personale: la chiusura della cokeria e dello stabilimento di sinterizzazione, ma anche la riduzione dei flussi logistici interni allo stabilimento, inevitabilmente producono un minore assorbimento occupazionale. Ma si potrebbe gestire socialmente tale minore occupazionale costruendo strumenti ad hoc, anche in deroga alla normativa vigente, per mandare in prepensionamento il poco personale più anziano (oggettivamente il lavoro in acciaieria è altamente usurante) e per riutilizzare la parte di stabilimento resa libera dalla chiusura delle aree di sinterizzazione e cokeria, opportunamente bonificata,  per attrarre nuove attività produttive, diverse da quelle siderurgiche, in cui rioccupare il personale non prepensionabile.
Tutto ciò però richiede che la politica riprenda una capacità di fare politiche industriali, ed il coraggio di non mettere la testa sotto la sabbia, come fatto sinora, sperando che i problemi si risolvano da soli. Occorre recuperare una politica lungimirante, che sappia coniugare ambiente e lavoro. Altro che le dichiarazioni di Clini, che scarica gli effetti devastanti dell’acciaieria sul passato, e che mistifica la realtà, dando a bere all’opinione pubblica che con qualche investimento compensativo, e con l’attuale assetto del ciclo produttivo, Taranto possa rientrare entro 4 anni nei limiti della legislazione europea. Clini infatti fa finta di non capire che gli sversamenti notturni di fumi inquinanti da parte dello stabilimento, accertati da “eloquente e impressionante documentazione filmata e fotografica del Noe sul reparto agglomerato”, nonché da “risultati della perizia medico-epidemiologica sui quali non si può avanzare alcun serio dubbio”, come riferisce il magistrato inquirente, sono assolutamente coerenti con le caratteristiche produttive e tecnologiche dello stabilimento così come è oggi, e non possono essere eliminati se non modificando radicalmente tali caratteristiche.

4 commenti:

Vecchia Talpa2 ha detto...

Sono d'accordo sostanzialmente con le conclusioni dal'articolo. Ma vorrei puntualizzare due tre particolari, ma che potrebbero inficiare la validità dello stesso.
La manodopera dellILVA non è più quella di una volta. Tutto il personale esperto e professionalmente valido è stato mandato via negli anni passati perché troppo sindacalizzato, e perché metteva in discussione le scelte della nuova dirigenza. Essa è stata sostituito con giovani laureati, figli degli operai già occupati assunti a tempo determinato e ricattando i genitori . O lavori a straordinario a gratis zitto e buono o a tuo figlio non sarà rinnovato il contratto.
L'area a caldo rappresenta per Riva stesso, un grosso problema. La sua riconversione ecologicamente sostenibile è impossibile, perché strutturalmente nato con una concezione degli anni '70 e perché economicamente non profittevole.
Per questo motivo Riva, ma anche la passata gestione Finsider, compra bramme dal Brasile, sopratutto, saltando il ciclo a caldo con notevole risparmio di danaro, ma anche flessibilizzando la produzione cosa impossibile facendo marciare a regime il proprio ciclo a caldo.
Tutto il casino scoppiato a Taranto è un casino ad orologeria, Son tutti , in accordo, partiti, sindacati, Vaticano e cittadinanza. Ci vuole la chiusura dell'area a caldo. Riva si toglie rami secchi facendoseli pagare dalla Stato, la città respira un tantino, e gli operai in cassa integrazione fino alla pensione, utilizzati per la parvenza di bnifica del territorio.

Riccardo Achilli ha detto...

Buongiorno. Attenzione ad alcuni aspetti: il patto cui lei accenna per arrivare a chiudere l'area a caldo fra azienda, sindacati, città e Governo, non ha senso, nel momento in cui un Ministro riconferma la centralità della continuità produttiva dell'impianto, e l'azienda si muove giudiziariamente per il dissequestro. Riva importa bramme dal Brasile, come del resto faceva Lucchini con le billette, perché deve coprire picchi anomali di domanda, che la produzione non può coprire rapidamente, o perché servono acciai speciali, per prodotti particolari, non prodotti dallo stabilimento. L'acciaio mercantile è un prodotto a basso valore aggiunto unitario, in cui quindi i costi di trasporto incidono notevolmente sul prezzo finale. Inoltre, essendo un prodotto di base per molti altri sttori produttivi, c'è l'esigenza di garantire la continuità delal fornitura, che una integrale importazione di acciaio da luoghi lontani e da Paesi stranieri non può garantire con la stssa efficacia di una produzione domestica. Questo è il motivo per cui in tutti i grandi Paesi manifatturieri esiste ancora una importante produzione nazionale di acciaio: Germania, Stati Uniti, Francia, Giappone non hanno delocalizzato, se non in piccola parte, la produzione di acciaio, proprio per esigenze di prossimità con gli utilizzatori finali. Quindi prospettare la chiusura dell'acciaieria di Taranto sarebbe profondamente sbagliato, perché sarebbe un colpo durissimo all'intera industria manifatturiera italiana. Non è vero che non è possibile investire in nuove tecnologie nell'impianto di Taranto perché sarebbe un impianto di vecchia concezione: le acciaierie in cui si sta passando alle tecnologie COREX e FINEX sono acciaierie con un precedente ciclo produttivo di tipo integrato, analogo a quello tarantino. E queste tecnologie consentono un risparmio dei costi di produzione, accertato a regime, fra il 15% ed il 20%, perché eliminano alcune fasi produttive, come la cokeria e la sinterizzazione. La verità è che Riva non vuole affrontare questo investimento perché la sua posizione sul mercato è debole, la sua situazione finanziaria è complessa ed un eventuale calo produttivo associato al revamping dello stabilimento, nonché i costi iniziali di ivnestimento prima del break even point, lo metterebbero in ginocchio. Per questo serve la nazionalizzazione: per creare un campione nazionale in grado di affrontare l'investimento in revamping impiantistico con le spalle finanziariamente coperte dallo Stato.

Vecchia Talpa2 ha detto...

L'investimento Corex e Finex presuppone lo smantellamento degli altiforni e la riconversione degli impianti a caldo. Cosa , come lei ha detto, Riva non ha nessuna voglia di fare. Ne lo Stato, questo Stato, può consentirsi di fare. Se si vedono i dati di inport d'acciaio e di bramme dal 2000 ad oggi si vede che queste hanno avuto un andamento in linea con la produzione di prodotti semilavorati del gruppo Riva. Da ciò debbo dedurre che le bramme vengono acquistate ( e te lo dice uno che seguiva direttamente per motivi professionali questi dati) in maniera costante e sono i picchi di produzione di prodotti semilavorati che vedono gli altiforni lavorare a regime e non a marcia ridotta come è la costante. Inoltre Riva compra Just in Time. Cioè è a carico del fornitore ( vedi importazione dalla Turchia) garantire sia lo stoccaggio che l'approvvigionamento al momento giusto. Inoltre il prezzo dell'acciaio in Italia e in Europa sono dettati da Riva che è uno dei più grande e forte produttore, non solo i prezzi dei semilavorati , ma anche i prezzi delle materie prime ( bramme in questo caso)Coloro che si occupano degli uffici acquisti di Riva queste cose le sanno

In definitiva chiedere di mantenere in vita un ciclo di lavorazione spompato e ormai obsoleto è improponibile, sia per la città/ambiente che dal punto di vista economico che dal punto di vista realistico.
E' molto più proficuo, secondo me, proporre lo smantellamento del ciclo a caldo, bonificare e restituire quel terreno alla città , a verde pubblico a coltivazione e allevamento e pastorizia. Reimpiegare i 2000/3000 operai dell'area a caldo all'azione di bonifica ambientale, riconversione ecologica. Risanare sia il rione Tamburi ( con questa operazione diventerebbe possibile) e sopratutto restituire il mare alla miticultura. Vera vocazione naturale di quella popolazione. Qualsiasi altra soluzione eco sostenibile con l'area a caldo sarebbe impossibile oltre che economicamente imsostenibile.

Chi paga?
Chi inquina paga, e se Riva non paga ....allora quella è la porta e arrivederci e grazie . Che restituisca il maltolto ( pagato quattro lire a suo tempo) e che la fabbrica vada restituita ai cittadini e ai lavoratori.

E' realistico che si realizzi?
Con questo ceto politico sindacale no!. Ma questo vale comunque!

Riccardo Achilli ha detto...

Se Riva non intende fare gli investimenti, allora l'ILVA va nazionalizzata, affinché lo Stato investa. Questo Stato, lo Stato di Monti e del pareggio di bilancio, privo di una politica industriale, non vuole fare questa operazione. Uno Stato interessato piu' allo sviluppo produttivo che al pareggio di bilancio, farebbe questo investimento, perché non è scritto da nessuna parte, come ben dice Krugman, che con il 124% di rapporto debito/PIL siamo destinati a morire. Tutt'altro, basti guardare al Giappone o agli USA. Ripeto: senza la siderurgia nazionale, l'apparato manifatturiero di un Paese va in sofferenza, e sarebbe una enorme stupidaggine chiudere l'impianto produttivo piu' grande d'Europa pensando di poter soddisfare la domanda di acciaio tramite le importazioni. I costi di trasporto associati al prezzo dell'acciaio importato si convertirebbero in una penalizzazione competitiva per le imprese utilizzatrici italiane; le economie concorrenti alla nostra, che ci rifornirebbero di acciaio, che volessero strangolare la nostra industria, potrebbero semplicemente creare problemi nella fornitura. Però possiamo sempre sognare, se vogliamo, un futuro di miticoltura ed allevamento (su aree peraltro talmente inquinate da non poter piu' essere utilizzate a tali fini, nemmeno con la piu' radicale bonifica) e che certamente non produrranno 12.000 posti di lavoro, come invece fa l'ILVA. Io rispetto la Sua visione, lo dico sicneramente e senza ironia, ma personalmente preferisco sognare in un futuro di progresso. Tra l'altro, il cosiddetto "ciclo produttivo spompato e obsoleto", come lei definisce la siderurgia, rifornisce settori strategici come l'automotive, l'aerospaziale, l'edilizia, il settore ferroviario, la cantieristica, la meccanica di base e di precisione, l'industria del vetro (che utilizza la loppa) ed alcuni settori della chimica, l'industria della lavorazione dei metalli, nonché l'industria conserviera, e movimenta un indotto importantissimo nei trasporti, navali e non, nella produzione di energia, nell'impiantistica industriale e nell'industria delle macchine utensili, nella chimica di base, ecc. ecc. E tale ciclo "obsoleto e spompato" ha consentito a Riva di accumulare pingui utili, persino nel 2011 (al netto del 2009-2010, in cui la crisi della domanda è stata piu' grave).
Alcune precisazioni di minore rilevanza: Riva ha prodotto 16 milioni di tonnellate di acciaio grezzo nel 2011; ha poi prodotto 15,8 milioni di tonnellate di laminati. Quindi, gli acquisti di semilavorati (bramme) dall'estero sono stati di entità modesta.
I prezzi delle materie prime (cioè del minerale di ferro e di carbone, e delle ferroleghe, che sono le materie prime, non delle bramme, che sono semilavorati) sono prezzi che si stabiliscono sui mercati internazionali delle commodities, e non sono influenzati da Riva, che è soltanto il ventunesimo produttore mondiale, in termini di volume prodotto (e quindi di volume di acquisti di minerali). Il prezzo del semilavorato (bramma) e del laminato finito è per piu' del 60% determinato da elementi di costo esogeni e non controllabili dal produttore: i prezzi della materia prima ( che come si è visto sono prezzi internazionali) ed il costo dell'energia (che è anch'esso un dato non modificabile in tempi brevi per l'utente, specie su un mercato elettrico, come quello italiano, di tipo oligopolistico, dove i prezzi sono stabiliti dall'offerta). Inoltre è chiaro che se Riva fissasse prezzi troppo alti, la sua clientela principale, in Italia, si rifornirebbe presso la Krupp Thyssen o presso la Francia: i costi di trasporto in questo caso non sarebbero proibitivi. Quindi Riva non influenza il prezzo. Ero impiegato al controllo di gestione della Lucchini di Piombino, che ai suoi tempi aveva un posizionamento sui prodotti lunghi analogo a quello di Riva per il segmento dei prodotti piani, e le posso assicurare che i prezzi li subivamo. Non li dettavamo affatto. Saluti.

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