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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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mercoledì 8 agosto 2012

PRIMARIE, D’ACCORDO: MA PER SCEGLIERE COSA? di N. Fragiacomo



                                                                  di
Norberto Fragiacomo
Gli sconquassi seguiti, negli ultimi giorni, all’adesione vendoliana al progetto di un centro-sinistra (più o meno) allargato hanno riportato il leader di SeL sotto i riflettori mediatici, ma testimoniano soprattutto delle divisioni esistenti all’interno dei singoli partiti che compongono la sinistra italiana. Sinistra Ecologia e Libertà si è spaccata, costringendo Nichi ad una verbosa retromarcia – ma anche dall’interno della FdS giungono voci discordi, con il PRC di Ferrero intenzionato a dar vita ad una coalizione alternativa e i Comunisti italiani attratti, in apparenza, dalla prospettiva di un’alleanza con Bersani.
In realtà, non c’è disciplina di partito che tenga, e specie sui social network si accendono discussioni che talora degenerano in aspri confronti verbali tra compagni che sulle questioni generali (le cause della crisi, il modo di affrontarla ecc.) la pensano in maniera simile, e magari hanno la medesima tessera in tasca. Con buona pace dei sostenitori del politically correct, un eccesso di passione non sempre è nocivo; è però opportuno mettere in chiaro alcuni punti, onde evitare fraintendimenti – anche terminologici – che possono allontanarci dalla via maestra, condannandoci ad un futuro di deleterie polemiche intestine.
Chi scrive ha suscitato scandalo, e la riprovazione di molti compagni, affermando che dire di sì alle primarie significa, per la sinistra, accettare la subordinazione al PD, e dunque, di fatto, dare il proprio assenso ad un Monti bis (magari guidato da un “politico”, con Supermario Presidente della Repubblica). Le accuse che mi sono piovute addosso sono più o meno le solite (estremismo, massimalismo ecc. ecc.), ma per fortuna non manca la new entry: il “psiuppismo”, su cui, non avendo tempo da buttare, eviterò di soffermarmi.
Confesso che qualche mio giudizio è uscito dalla tastiera un po’ troppo categorico (è Facebook, bellezza!): faccio perciò un passo indietro, e provo a spiegarmi meglio.
A fine luglio, il segretario del PD Bersani presenta la c.d. Carta d’intenti del patto dei democratici e dei progressisti che, al di là di qualche divagazione vagamente “di sinistra” (l’accenno alla patrimoniale, di cui tutti parlano ma nessuno – temiamo – vedrà mai), riafferma la fedeltà dei democratici al progetto Napolitano-Monti. Bersani, va riconosciuto, si esprime in maniera netta, dichiarando che l’avversario da battere è la “destra”, cioè Berlusconi, non l’attuale premier. Continuità, dunque, e mano tesa all’altro grande sponsor del bocconiano, vale a dire all’UDC di Pierferdinando Casini.
Il giorno dopo Nichi Vendola monta in carrozza, e di fatto – se non esplicitamente – dice sì alla prospettiva di una maggioranza di governo aperta agli ex democristiani di destra. Annuncia anche la sua decisione di candidarsi alle primarie di coalizione.
Come interpretare questa mossa? Lascio la parola ad un giornalista e ad un politico di professione, che giudicano entrambi favorevolmente l’ipotesi di accordo.
Per Miguel Gotor, periodista spagnolo di Repubblica, “dall’incontro sono scaturite due novità importanti che segnano una decisa accelerazione del dibattito politico nel campo progressista. La prima è che Vendola non ha posto veti al disegno strategico di Bersani di lavorare a un patto di legislatura con forze liberali, moderate e di centro. (…) il punto più significativo del testo è il decimo, quello dedicato alla Responsabilità. Vendola, accettando di allearsi con il Pd, si è impegnato a sostenere in modo leale e per l'intero arco della legislatura l'azione del premier che sarà scelto con il metodo delle primarie. Di affidare a chi avrà il compito di guidare la maggioranza la composizione di un governo ispirato a criteri di competenza, rinnovamento e credibilità interna e internazionale, che sono diventati criteri ineludibili alla luce dell'esperienza del governo Monti e dopo la fallimentare stagione berlusconiana. (…) di sostenere infine gli impegni internazionali dell'Italia, presenti e futuri, fino alla loro eventuale rinegoziazione.”
Marco Di Lello, coordinatore nazionale del PSI, commenta così l’incontro (7 agosto) tra il suo segretario e Bersani: “E’ stato un lungo e cordiale incontro nel quale abbiamo ufficialmente stretto la coalizione a tre – Pd, Sel e Psi – che cercherà un accordo a breve con i cattolici. Consapevoli che Casini aspetterà fino all’ultimo per dare il suo ok, le aspettative sono comunque buone”.
Analisi fantasiose, una fuga in avanti dell’esponente di un partito “in concorrenza” con SeL? A mio modo di vedere, quelle di Gotor e Di Lello sono, più banalmente, letture realistiche di una sequela di eventi.
Quanto a Nichi Vendola, non uscirà dall’impasse con battute strappapplausi come quella sull’auspicata “conversione” di Casini, e neppure affidandosi al potere salvifico delle primarie. Il motivo è semplicissimo: se, come par di capire - e come hanno capito Gotor e quasi tutti i commentatori -, la consultazione popolare serve soltanto ad individuare il candidato premier, ed il programma sarà elaborato in un secondo momento (ma a partire dalle linee guida!), l’autocandidatura del presidente pugliese comporta, nei fatti, l'accoglimento dei principi della Magna Charta bersaniana, che lasciano poco spazio a crociate “antiliberiste”. Anche nell’evenienza di un suo (improbabile) successo, il candidato Vendola si ritroverebbe ostaggio nella grande casa del PD che, come partito di maggioranza relativa, non avrà difficoltà a far passare il proprio punto di vista – che, sotto sotto, è quello montiano. Ecco perché, ammesso che il leader di SeL sia in buona fede, le primarie sono per lui una trappola mortale: nella migliore delle ipotesi, lo incoronerebbero “re che non governa”, visto che (lo prevede la famigerata carta!), la risoluzione di controversie riguardanti singoli atti del futuro esecutivo sarà demandata a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta.
Insomma, nel preciso momento in cui si chiede di partecipare alle primarie si consegna la vittoria al Partito Democratico, e si acconsente ad una riedizione del montismo, eventualmente sotto mentite spoglie.
Lo stesso discorso vale, ovviamente, anche per le elezioni locali: l’esperienza insegna che, quando ad imporsi è un outsider, la rodata macchina organizzativa del PD non ha eccessivi problemi ad assimilare l’intruso, il cui exploit, tra l’altro, raramente si traduce in una messe di voti per il partito che l’ha espresso.
E’ palese, in sintesi, che primarie così congegnate sono, per la sinistra, più dannose che utili: vanno pertanto rifiutate, perché non è mai successo che il cliente-pollo vinca al gioco delle tre carte. E’ questo che intendevo quando, in un post contestassimo, scrissi che accettarne le regole equivale a sottomettersi alla “dittatura piddina”.
Il discorso cambierebbe radicalmente se, anziché a scegliere il candidato, il popolo di (centro)sinistra venisse chiamato ad esprimersi su un programma di legislatura (o di consiliatura) – se cioè le forze costituenti l’alleanza presentassero varie proposte alternative.
A primarie siffatte la sinistra avrebbe tutto l’interesse a partecipare, per provare ad impedire che il montismo si “costituzionalizzi” nel nostro Paese. Cosa dovrebbe contenere questo benedetto programma? Beh, temi e ricette sono sul tavolo da tempo: bisognerebbe porre riparo ai guasti del Governo Monti, cancellando le norme più vessatorie in materia pensionistica, intervenendo sul precariato per riaffermare la regola del tempo indeterminato, ripristinando l’articolo 18, denunciando il patto leonino chiamato fiscal compact (che significa 50 miliardi di risparmi annui, e dunque l’asfissia del welfare) e sterilizzando le innovazioni apportate all’articolo 81 della Costituzione. Mica finisce qua: andrebbe studiata, nel dettaglio, una patrimoniale sulle grandi ricchezze, prevedendo sanzioni dissuasive per gli immancabili furbi; andrebbe reintrodotta la distinzione tra banche commerciali e di investimento, provvedendo a mettere le prime sotto controllo pubblico; toccherebbe introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie, vietare le operazioni sui derivati e, in un primo momento, le vendite allo scoperto; andrebbe redistribuito il carico fiscale a vantaggio dei ceti medio-bassi, e così via.
Tra questa impostazione e quella bersaniana non ci sono, chiaramente, punti di contatto, sono radicalmente alternative – è perciò impossibile che il Partito democratico accetti una competizione basata su tali presupposti, col rischio di dover rinnegare una fede liberista abbracciata ben prima che il Governo Monti vedesse la luce. Per i democratici il perimetro di un futuribile centro-sinistra moderato è definito dalla carta citata prima, e indietro non si torna: Bersani e compagnia sono tanto ossequiosi nei confronti di Napolimonti, delle tecnostrutture europee e dei mercati quanto autoritari e sbrigativi verso i partner di minoranza. Prendere o lasciare, dunque: primarie fasulle o niente!
Invero, la strada del dialogo è resa impraticabile dalla presenza di due visioni antitetiche, tra le quali non esiste un minimo comune multiplo: per i conservatori liberisti (PD, UDC, FLI, PDL ecc.) il montismo è la cura, per la sinistra (SeL, FdS, Sinistra socialista ecc.) è uno dei sintomi del male.
Per questi motivi, e non certo per “settarismo”, la sinistra deve andare avanti da sola, facendo il possibile – in una situazione propizia in quanto eccezionale – per diventare maggioranza. Quanto alle alleanze, bisogna guardare non ad un passato remoto, ma al presente, al qui e ora: se un giustizialista dalla mentalità poliziesca come Di Pietro contesta, in Parlamento, provvedimenti indigeribili e si comporta di conseguenza (ad esempio, raccogliendo le firme per un referendum abrogativo del “nuovo articolo 18”), si potrà coinvolgerlo nella discussione, senza presumere iuris et de iure [1] la sua malafede; disco rosso invece per chi, pur provenendo da rassicuranti tradizioni socialcomuniste, sacrifica sull’altare dell’utilità (propria) valori e diritti non negoziabili.
Ci dicono che SeL ha un ottimo programma: bene, chieda al PD di fare le primarie sulle ricette, non sulle facce. Incassato un tonante no, Vendola e i suoi dovranno decidere se appallottolare le paginette e gettarle nel cestino oppure sbattere la porta, e dare un contributo alla nascita di una Sinistra di governo che, più che di protagonisti, ha bisogno di idee chiare.
Concludo con le parole assai appropriate di Giorgio Cremaschi, che faccio mie: “le prossime elezioni devono vedere in campo un fronte che da sinistra costruisca una alternativa a Monti e a chi lo sostiene e lo sosterrà. Chi ha approvato le misure di questo governo sulle pensioni, sull'articolo 18, sui tagli allo stato sociale è concretamente liberista, caro Nichi, e il principale partito che lo ha fatto è il PD”.
 
 [1] Cioè senza ammettere prova contraria.

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