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sabato 25 agosto 2012

COOP: IL MISTERO DEL VERBALE SCOMPARSO

di Norberto Fragiacomo



Le Cooperative operaie nascono, in una Trieste ancora austriaca, il 26 ottobre 1903, per iniziativa della Casa del Popolo, vale a dire di Valentino Pittoni, padre nobile, assieme a Carlo Ucekar, del Socialismo triestino.
Il verbale, scritto in bella calligrafia (come si usava allora), attesta la presenza di 127 “consortisti”, che, nel corso di un secolo lungo e doloroso per le terre giuliane, si moltiplicheranno a dismisura.
Oggi le COOP, non più solo ”di Trieste”, ma pure di “Istria e Friuli”, vantano circa 110 mila soci, ed il prestito sociale si aggira sui 160 milioni di euro, con 17 mila sottoscrittori: rappresentano, insomma, una fra le realtà imprenditoriali (e datoriali) più significative della regione Friuli Venezia Giulia.
Lo spirito dei fondatori, però, si è in parte perso: cosa avrebbero detto quei “consortisti”, e il segretario Pittoni, della richiesta di danno morale (500 euro, poi ridotti[1]) avanzata nei confronti di una vecchietta ultrasettantenne, sorpresa a rubare due arance e due fette di carne in un supermercato? E come avrebbero commentato un regolamento elettorale che, di fatto, garantisce agli attuali vertici l’elezione a vita, frapponendo ostacoli insormontabili alla presentazione di liste e candidature alternative?
Di recente qualcosa si è mosso: un socio, che ne raccoglie intorno a sé molti altri, ha iniziato una battaglia contro la dirigenza, evidenziando le gravi perdite gestionali (coperte, annualmente, con immancabili plusvalenze[2]) e domandando un deciso cambio di rotta. Lo scontro ha animato le assemblee per l’approvazione del bilancio, svoltesi a inizio estate, e poi si è trasferito nelle aule del tribunale e sui giornali locali: Il Piccolo ed il bisettimanale La Voce di Trieste danno voce ai protagonisti della vicenda, e si sforzano – soprattutto il secondo – di mantenere un tono obiettivo.
L’ultimo episodio della saga è incentrato sul controllo straordinario disposto dalla Regione nei confronti dell’ente (che nega qualsiasi ipotesi di irregolarità gestionale), ma sullo sfondo già si profilano le elezioni per il rinnovo del Consiglio di amministrazione, in vista delle quali i soci “dissidenti” domandano le indispensabili modifiche regolamentari.


Lo sceneggiatore della vicenda Coop dev’essere un giallista di tutto rispetto, se è vero che, da mesi, tiene i lettori de Il Piccolo (ed a maggior ragione, gli oltre centomila soci delle Cooperative operaie di Trieste, Istria e Friuli) con il fiato sospeso.
Dopo assemblee al calor bianco e provvedimenti giudiziari in serie, arriva, il sabato prima di Ferragosto, l’ennesimo colpo di scena: a pagina 22 del giornale, in Cronaca, spunta un articolo che, già dal titolo, sa di The End: “Coop, finita l’ispezione: <<Nessuna irregolarità>>”.
Non saranno le uniche virgolette in un testo, di media lunghezza, redatto all’insegna del tutto va bene: leggendolo, si apprende che i 160 milioni del prestito sociale sono in ottime mani. Meglio così, ci mancherebbe! Balzano però subito agli occhi delle stranezze – anzi, per conservare una doverosa obiettività, ci correggiamo: una serie di… peculiarità del pezzo giornalistico.
Anzitutto, l’articolo – a differenza dei precedenti (Ernè, poi Barbacini), e dei due pubblicati martedì 14 (Unterweger) - non reca, in calce, alcuna firma: che si sia scritto da solo? Singolare, inoltre, che venga dato ampio spazio alle dichiarazioni del direttore generale Della Valle e a quelle, larvatamente minacciose, del presidente Marchetti – tutte opportunamente virgolettate – e non si riporti, al contrario, alcun passaggio del verbale dell’amministrazione regionale che proverebbe, secondo Pier Paolo Della Valle, che “le tesi” dei contestatori sono “infondate e fuorvianti”. Nel comunicato delle Coop si precisa che “la Regione sottolinea come non ci siano irregolarità nei bilanci, il regolamento elettorale sia corretto, le assemblee di giugno regolari” ecc.: benissimo, ma come mai, di fronte ad un simile scoop, il giornalista non ha preteso di verificare le informazioni facendosi mostrare il famoso verbale, per poi riportarne i passi salienti? La dirigenza Coop glielo avrebbe messo volentieri a disposizione, opiniamo, visto che, per sua stessa ammissione, “ha ricevuto il documento dal Servizio cooperazione della Direzione centrale (righe da 9 a 12)”. Ci riesce difficile credere, in ogni caso, che le “oltre quaranta pagine” del verbale abbiano spaventato il giornalista, inducendolo a rinunciare all’istruttiva lettura.
Particolari senza importanza, si dirà, così come di scarso rilievo potrebbe essere valutata la sola richiesta, proveniente dalla Regione (metà della terza colonna), di riapprovare il regolamento del prestito sociale, datato 1997; sorprende alquanto, invece, che l’amministrazione sconfessi l’autorità giudiziaria, sostenendo che per la consegna del libro soci “va fissato un prezzo dal Tribunale”.
Insomma, il cronista innominato fornisce più “certezze” che notizie, e non soddisfa appieno il nostro legittimo desiderio di conoscere come stiano realmente le cose.
Tocca quindi abbeverarci alle fonti – quelle normative, intendo, visto che si tratta di un’ispezione straordinaria effettuata dall’amministrazione, ed il potere ispettivo trova il suo fondamento nella legge, che, nel caso specifico, è la Legge regionale 3 dicembre 2007, n. 27 (“Disciplina organica in materia di promozione e vigilanza del comparto cooperativo”): in base all’articolo 5 dello Statuto speciale, la Regione ha difatti potestà legislativa in materia di cooperazione e vigilanza sulle cooperative (n. 17).
Il riferimento al verbale ed all’ispezione straordinaria ci conduce dritti al Capo IV, rubricato “Attività di revisione”.
L’articolo 14 distingue tra revisioni ordinarie – che avvengono con cadenza almeno biennale (comma 1), e, si noti bene, sono svolte, per le cooperative aderenti a Confcooperative, dalla medesima Associazione, il cui presidente, uno e bino (per la cronaca, si chiama Franco Bosio), siede contemporaneamente nel CdA delle Cooperative operaie, – e revisioni straordinarie che, ai sensi del comma 6, “sono effettuate dalla Direzione a mezzo di revisori incaricati sulla base di esigenze di approfondimento derivanti dalle revisioni ordinarie e ogni qualvolta se ne ravvisi l’opportunità (…)”. Nel nostro caso siamo alle prese con una revisione straordinaria, che mira ad accertare (articolo 15, comma 2) l’esatta osservanza delle norme, la sussistenza dei requisiti normativi per il godimento di agevolazioni, il regolare funzionamento amministrativo-contabile dell’ente, l’esatta impostazione tecnica e il regolare svolgimento delle attività specifiche, la consistenza patrimoniale dell’ente e lo stato delle attività e delle passività e, infine, la correttezza dei rapporti instaurati con i soci lavoratori e l’effettiva rispondenza di tali rapporti a quanto previsto normativamente e contrattualmente.
L’articolo 16 ci presenta il già citato verbale, il cui modello viene determinato, assieme alle modalità ed ai termini di esecuzione della revisione, con provvedimento del Direttore centrale competente in materia di vigilanza sulla cooperazione.
Il modello è, in sostanza, un prestampato, che si basa su quesiti standard, cui il revisore incaricato dalla direzione è tenuto a dare una succinta – e documentata – risposta; consta mediamente di una dozzina di fogli (al netto degli allegati: non quindi le quaranta pagine di cui si parla nell’articolo…) e va sottoscritto, a redazione effettuata, dal professionista e dal rappresentante legale della cooperativa. Ci risulta – la notizia non è coperta da segreto, e potrà forse interessare il lettore – che a firmare il verbale siano stati il presidente Livio Marchetti e la dott.ssa Lorella Torchio, iscritta all’Albo Regionale dei revisori di società cooperative.
L’articolo 17 (Esecuzione delle revisioni) riconosce al revisore ampie facoltà istruttorie, e pure un potere di diffida, nei confronti dell’ente, ad eliminare le irregolarità sanabili, anche se l’ultima parola spetta alla Direzione centrale, attraverso il Servizio competente per materia: un tanto significa che il documento inviato a Regione e Coop non ha natura di provvedimento definitivo, come l’articolo pubblicato l’11 agosto sembra suggerire. Nei fatti, in esito all’ispezione, il professionista formula una proposta di provvedimento che, a seconda delle circostanze, può avere tre diversi contenuti.
Ove non siano riscontrate irregolarità di alcun genere, la revisione si conclude con un certificato di revisione rilasciato dal Direttore del Servizio cooperazione entro novanta giorni dal ricevimento del verbale; nell’eventualità, menzionata in precedenza, di irregolarità sanabili, tocca al revisore chiedere all’ente cooperativo di porvi rimedio, indicando all’uopo un termine; ove le anomalie permangano, la decisione sul da farsi spetterà agli uffici regionali. Nelle ipotesi più gravi – violazioni di legge, pesanti ammanchi di bilancio ecc. – l’articolo 23 della Legge regionale 27/2007 prevede una vasta gamma di sanzioni, che vanno dalla gestione commissariale allo scioglimento per atto dell’autorità. Detti provvedimenti, visto l’impatto sulla vita societaria, sono di competenza dell’organo politico, e vengono assunti “con deliberazione della Giunta regionale, su indicazione dell’Assessore competente, sentito il parere della Commissione” regionale per la cooperazione. Si potrebbe nutrire qualche dubbio sull’opportunità di coinvolgere nella decisione un collegio egemonizzato dalle Associazioni regionali di cooperative (quattro rappresentanti di Confcooperative, tre della Lega delle Cooperative e due dell’Associazione generale Cooperative italiane, a fronte di due soli commissari regionali), ma va chiarito che il parere, per quanto obbligatorio, non è affatto vincolante per l’amministrazione.
L’istruttoria conduce dunque, a seconda dei dati raccolti, in tre direzioni fra loro alternative: sta al verbalizzante, vale a dire al revisore, avanzare la sua proposta, inserendo un’innocente crocetta in una delle caselle stampate sull’ultima pagina del modello del verbale di revisione.
Ora, tanto l’amministrazione quanto i vertici delle Coop hanno in mano il documento siglato dal revisore: mentre la prima, tuttavia, è impossibilitata a svelarne i contenuti, a causa di una norma (l’articolo 40 della Legge Regionale 27/2007, rubricato con involontaria comicità “diritto di accesso”) che sottrae all’accesso i verbali di revisione per la bellezza di cinque anni (!), alle Cooperative operaie basterebbe esibire alla stampa la paginetta con la proposta del revisore per mettere a tacere qualsiasi critica.
Se è tutto in regola, come ci è stato assicurato, è nel loro pieno interesse farlo, senza contare che i soci – tra cui il sottoscritto – avrebbero il piacere (ed hanno il diritto!) di vedere quelle carte, anche per confrontarle con il comunicato stampa pubblicato, con grande risalto, da Il Piccolo.
Se, malgrado le nostre sollecitazioni, la dirigenza Coop terrà il verbale in cassaforte, “perché la questione è chiusa”, non ci resterà che domandare al Direttore del Servizio cooperazione se, avendo effettivamente riscontrato l’assenza della minima irregolarità, abbia apposto la propria firma sul certificato di revisione, che, come tutti i provvedimenti decisori, è pubblico e consultabile da qualunque interessato.
Tra poco, quindi, conosceremo i risultati della revisione straordinaria, e potremo verificare se la notizia propalata dal quotidiano locale sia fondata o meno; pur augurandoci, in qualità di soci, che il controllo abbia avuto esiti positivi, non nascondiamo qualche perplessità originata dal raffronto tra quanto letto l’11 ed il 14 agosto e il testo della normativa regionale.
Il “certificato” (di revisione) cui impropriamente si allude nel pezzo di lunedì scorso può essere rilasciato solo ove “si siano conclusi senza rilievi di irregolarità gli accertamenti e le verifiche previsti dall’articolo 15; come si concilia questa prescrizione con la richiesta, menzionata venerdì dall’anonimo articolista, “che il regolamento del prestito sociale, datato 1997, sia riapprovato dall’assemblea dei soci”? Piccolezze, certo - ma evidentemente siamo di fronte ad un rilievo… o no? E che cosa succederebbe se tale regolamento non venisse riapprovato? Urge un chiarimento.
Tralasciamo la questione del regolamento elettorale a prova di dissidenti, che secondo la Regione – testimonianza de relato resa dalle Coop – sarebbe “corretto”, e veniamo a quell’inusuale consiglio, rivolto dall’amministrazione ai giudici triestini, di fissare un prezzo per la consegna del libro soci, accompagnato dall’affermazione che non ne è dovuto il deposito nella sede della Camera di commercio.
Un’esortazione ed una negazione pesantissime, visto che contraddicono (rectius: contraddirebbero) una sentenza del Tribunale di Trieste, confermativa di una decisione del suo Presidente, che, oltre a ravvisare scarsa correttezza nell’operato dei vertici societari (cfr l’articolo pubblicato da Il Piccolo in data 8 luglio 2012, a firma di Corrado Barbacini), ha imposto la messa a disposizione e la trasmissione dei dati relativi ai soci alla Camera di commercio di Trieste. Si rammenti che, per la vicenda dei 50 mila euro richiesti al socio Adeo Cernuta in cambio della consegna della lista completa dei soci, sono stati iscritti nel registro degli indagati, dal pm Federico Frezza, il presidente ed il vicepresidente delle Cooperative operaie.
Stupisce che, in una situazione tanto delicata e controversa, un revisore si metta, d’impulso, ad impartire “ordini” (o consigli niente affatto sollecitati) alla magistratura – anzi, diciamola tutta: ci appare improbabile, fantascientifico, inverosimile, dal momento che non siamo nell’Albania di Enver Hoxha, e, per il momento, le forme della democrazia (se non la sua sostanza, ma questa è un’altra storia), sono ancora in gran parte rispettate, indipendenza dei giudici compresa. Può darsi che il braccio di ferro in corso sull’Ilva muti gli scenari, ma intorno a Taranto si muovono attori (ed interessi economici) giganteschi, di fronte ai quali Coop e comitati giuliani sono poca cosa.
Insomma, il giallo dell’estate triestina è ben lungi dal trovare soluzione; e magari presto scopriremo che mancano sia il “delitto” che i colpevoli. Ne saremmo lieti, poiché siamo persuasi, al pari di Roberto Cosolini (anche se, a differenza sua, non avvertiamo l’esigenza di recarci ad omaggiare il presidente pro tempore Livio Marchetti), che le Cooperative operaie sono “molto importanti per la città, per la sua storia, per i posti di lavoro e per il quotidiano servizio che offre a migliaia di consumatori”. Proprio per questo motivo, auspicheremmo un’attenzione particolare, da parte del Sindaco, nei confronti del problema, di cui non è lecito disinteressarsi asserendo – come nell’ancor più preoccupante faccenda Acegas – che “la politica deve starne fuori”, visto e considerato che, in entrambe le questioni, politici vecchi e nuovi vestono i panni dei protagonisti (o di ben remunerate comparse).
Alla dirigenza delle Cooperative operaie di Trieste, Istria e Friuli chiediamo sommessamente di far parlare le carte, anziché i comunicati stampa… prima delle elezioni per il rinnovo del CdA, si intende. Lo domandiamo per favore, ma pienamente consapevoli che un tanto - come soci e come triestini, angosciati per il futuro della nostra città – ci è semplicemente dovuto.


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