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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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mercoledì 10 luglio 2019

IL MANIFESTO DELL’ULTIMA DISFATTA GRECA



di Lorenzo Mortara


In vista della disfatta di Syriza, Il Manifesto, ha affidato a Luciana Castellina i suoi piagnistei della domenica. Così, in prima pagina e per altre insopportabili due, il sedicente giornale comunista, ha riempito la domenica dei suoi lettori con tutti i più classici topoi del più veterostalinismo. Ci sono tutti, ma proprio tutti, non ne manca uno, l’intero corredo del cretinismo rosso. 

Di chi è la colpa dell’imminente sconfitta? Dei settari del KKE – gli stalinisti ufficiali – ma soprattutto dei 6 partitini trotskisti che «non contano niente ma sperdono voti». Sei volte zero, alla bisogna dello stalinismo mentale, deve fare evidentemente dieci, tanti sono, infatti, i punti percentuali che servono per colmare il distacco da Nuova Democrazia. Il trotskismo non conta mai niente, fissato alla coda com'è dal suo storico marxismo intransigente, ma appena si perde, diventa il responsabile unico da mettere alla testa della sconfitta. Cosa non si fa pur di non metter mai alla ghigliottina quella vuota degli stalinisti, ufficiali e non. 

L’idea che sia proprio il voto a Syriza quello disperso, non passa nella testa della compagna. Che il voto buono sia quello a favore dei lavoratori contro l’austerità e non il contrario, è ancora un concetto troppo difficile per le colonne del Manifesto. Per la compagna, in pieno idealismo mistico, conta far vincere la “sinistra”, non i lavoratori. Non importa se ha fatto politiche di destra. Contano le parole, i simboli, le bandiere, i segni, in una parola: l’etichetta, cioè tutto purché non i fatti e soprattutto non i lavoratori. Come sia maturato un simile distacco, non è dato sapere, vietato quindi interrogarsi. L’unica risposta è piagnucolare. 

domenica 12 maggio 2019

CELOMADURISMO E MARXISMO: IL CAMPISMO IN VENEZUELA




Pubblichiamo un botta e risposta tra due compagni vercellesi, Lorenzo Mortara e Alessandro Jacassi, membri, tra le altre cose, del Comitato Antifascista cittadino. Lorenzo aveva postato sui social un articolo del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL): Verso la Guerra Civile in Venezuela? (lo trovate qui, e più sotto alla fine). Alessandro prima lo definiva “mare di cazzate” poi, invitato a specificare, rispondeva con le parole che trovate qui sotto. Subito dopo trovate la replica di Lorenzo, lunga e articolata, che prova a far chiarezza fra due modi sostanzialmente opposti di approcciare la lotta di classe in Venezuela: il “campismo” e il marxismo. 



La critica di Alessandro Jacassi 

Prima di tutto non c’è nessun tradimento o divisione dell’esercito, il tentato golpe è durato poco più di 3 ore e ha coinvolto qualche decina di militari di cui molti ingannati dai loro superiori, nessuna base militare ha disertato passando sotto il giogo imperialista dei Trump e dei Guaidò di turno; l’area interessata dal golpe è stato un ponte e un pezzo di strada limitrofa, Lopez e Guaidò cercano rifugio in ambasciate straniere dopo poche ore… Il popolo di cui ti riempi la bocca è sceso nelle strade difendendo la rivoluzione che per scelta di Chávez è, come la definisci tu, riformista, in quanto consapevoli che altro tipo di rivoluzione avrebbe subito visto una risposta armata yankee. Mi fai sempre un discorso di classe e non capisci neanche che a sostenere Guaidò ci sono solo i padroni e qualche lacchè della borghesia, estrema minoranza bianca, mentre il popolo, la classe a cui tu ti richiami è con Maduro e questo è inconfutabile, lo vede chiunque guardi i video girati nei quartieri popolari, quartieri che prima del riformismo come lo definisci tu, erano baraccopoli senza luce né fognature. Forse dovresti iniziare a viaggiare un po’ in quei paesi invece di stare chiuso solo nella tua stanza a leggere manuali impolverati e vetusti. Ciao Lorenzo se vuoi parlare di Latinoamerica meglio che impari lo spagnolo prima. 

A. J. 



E la replica di Lorenzo Mortara 

Per capire un post di sedicenti marxisti come noi trotskisti, bisogna almeno provare a comprendere, non dico condividere, la prospettiva. Per noi la prospettiva non è il socialismo a parole del XXI secolo (che è il solito vecchio capitalismo del XX secolo, magari un po’ più spostato a sinistra, meno liberista direbbe qualcuno...), ma la lotta di classe spinta fino alla rivoluzione socialista, cioè al reale esproprio dei capitalisti (la grande industria oligopolistica, non il piccolo borghese imprenditore, padrone di piccola bottega o di bar o di altre cose non determinanti) e la trasformazione dell’economia anarchica di mercato, in pianificazione socialista sotto il controllo dei lavoratori, con la speranza che non si burocratizzi tutto nel giro di poco come nell'URSS. Ma la burocratizzazione dell'Urss non è un buon motivo per non riprovarci, tanto più che per noi l’evoluzione o l’involuzione di una rivoluzione dipende nella sostanza dalla vittorie o dalle sconfitte della lotta di classe del proletariato su scala oltretutto internazionale, e non semplicemente da quello che fa o non fa questo o quel dirigente. E le nostre non sono semplici opinioni, sono fatti che possiamo documentare come ampiamente documenteremo con numerosi esempi tratti da quell'arsenale infinito di lezioni, che è la storia della lotta della nostra classe di appartenenza. 

Chi non ha questa prospettiva, difficilmente la può apprezzare o condividere, potrebbe però fare almeno lo sforzo di comprenderla, specialmente se è un compagno. Nella critica all'articolo del PCL, non solo questa prospettiva Jacassi non l’ha intesa, fregandosene bellamente, ma non si capisce nemmeno quale sia la sua, anche se l’esperienza ce la fa intuire al volo. Qual è dunque la sua prospettiva? Dimostrare che non c’è una spaccatura nell'esercito? Sconfiggere Guaidò? Appoggiare Maduro e dimostrare che il popolo sta con lui mentre i marxisti stanno da un’altra parte se non proprio con Guaidò (un classico delle accuse a chi osa criticare il leader di turno)? E va bene, anche ammesso tutto questo, e poi? Che si fa dopo aver sconfitto Guaidò senza prospettiva? Sono prospettive queste, o aspetti parziali e in alcuni casi condivisibili di chi non ha altra prospettiva che vivere alla giornata gli eventi venezuelani? 

giovedì 18 aprile 2019

NOTRE-DAME E GLI OPERAI




di Lorenzo Mortara



La contrapposizione tra il rogo di Notre-Dame e gli operai “rosolati” quotidianamente in quelle “cattedrali” padronali chiamate fabbriche, è l’equivalente “artistica” della contrapposizione “patriottica” tra italiani e migranti stranieri. Viene dalla stessa insensibile masnada di infimi bottegai dal cuore arido e putrido perché staccato dal vivo della lotta di classe. E così come gli immigrati non sottraggono nulla agli italiani, così i soldi per la ricostruzione di Notre-Dame, al netto di lucro e tangenti che ci saranno come in tutte le altre operazioni capitalistiche, di per sé non sottraggono nulla agli operai.

Chi non fa nulla per gli immigrati stranieri - va ribadito - non farà mai nulla nemmeno per gli italiani, così come chi lotta per gli uni, lotta anche per gli altri; lotta cioè per tutti (i proletari). Ne segue che lotta soprattutto per Notre-Dame, perché chi non lotta per la ricostruzione di Notre-Dame, non lotta per nessuno, tanto meno per operai e sfruttati per la semplice ragione sta dalla parte del padrone, a fargli, in un modo o nell’altro, da servo. 

Questa contrapposizione è falsa e razzista tanto quanto l’altra, proprio come tutte quelle che, per vigliaccheria, vogliono sostituire l’unica contrapposizione reale: quella che vede padroni da una parte e lavoratori dall'altra. 

A maggior ragione, quindi, quando viene da sinistra non ha nulla a che vedere con lo spirito proletario più genuino. È solo spirito piccolo borghese allo stato puro. È perciò naturale, che la sinistra attuale, già imbevuta di sovranismo, di riformismo, di keynesismo, di costituzionalismo, di stalinismo e di altre infiniti “codismi” piccolo borghesi, strizzi l’occhio anche a questa contrapposizione. Cosa non si fa pur di abbracciare qualunque cosa che non sia marxismo, lotta di classe! 

Il comunismo non appartiene a questa sinistra becera, perché sarà un regno di artisti nell’abbondanza. Conservare il più integralmente possibile le opere d’arte e liberarle dalla gramigna degli scempi che il capitalismo ha costruito attorno a loro, sarà uno dei compiti più importanti dopo la rivoluzione. Perché col comunismo il tipo umano medio si eleverà al livello di un Goethe. Goethe, infatti, non è per nulla un’eccezione, è il capitalismo che non consente Goethe come regola. Ma per questa “nuova mediocrità” non sarà sufficiente solo lo sviluppo dieci, venti volte superiore delle forze produttive. Ci vorrà l’apporto di tutto quanto il meglio venuto dal passato, cioè di ciò che di veramente umano, l'uomo abbia mai prodotto fino ad oggi: l’arte appunto. 

Null'altro in fondo il comunismo dovrà veramente conservare. Perché nient’altro in fondo ha valore. Ferrari, i-phone e vestiti di Armani appartengono pur sempre e ancora oggi al regno della scimmia, così come i primi disegni rupestri di migliaia di anni fa, già allora erano il miglior prodotto dell'uomo del futuro. 

E non dimentichiamoci mai, che l’uomo delle caverne era una donna, ed era comunista. Quando usciremo dalla caverna capitalistica, l’uomo nuovo sarà figlio suo e di Notre-Dame, ma non sarà più gobbo. 





Lorenzo Mortara

PCL Vercelli

mercoledì 17 Aprile 2019



lunedì 12 marzo 2018

IL FALLIMENTO DI SINISTRA RIVOLUZIONARIA: UN’ANALISI MARXISTA


di Lorenzo Mortara






Sinistra Rivoluzionaria (SR), la coalizione nata dall’unione del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) e da Sinistra Classe Rivoluzione (SCR), due costole trotskiste di Rifondazione Comunista, ha racimolato a malapena lo 0,089% alla Camera e lo 0,108 al Senato, per un totale di 32˙527 voti: una miseria, che unita alla bancarotta senza appello di Potere al Popolo (PaP), costituisce l’intero disastro della sinistra radicale in questa tornata elettorale.

sabato 27 gennaio 2018

IL POPOLO LA RIFORMA IL POTERE: UN DISCORSO RIVOLUZIONARIO - di L. Mortara

 

di Lorenzo Mortara

Arrenditi Cimino
I t'hann ciapa…
seet circundàa ♬



Langue il dibattito a sinistra del centro sinistra in vista delle prossime elezioni. Sembra che per tirare l’acqua al proprio mulino, sia meglio evitare discussioni e non rispondere alla critiche. Tra i pochi che ci provano, senza ricorrere al metodo di dividere il campo, già abbastanza ristretto, in settari e unitari, prendiamo in considerazione il Compagno Sergio Cimino, sostenitore di Potere al Popolo, perché il suo articolo, Il discorso sul potere, pubblicato su La Città futura, ci sembra emblematico di un modo che non condividiamo di approcciare la crisi di rappresentanza del mondo dei lavoratori. Cimino prova a rispondere alle principali critiche mosse alla nuova lista, imbastendo la difesa arroccandosi su tre parole: popolo, riforma e potere.

sabato 2 maggio 2015

SUI FATTI DI MILANO





SUI FATTI DI MILANO




La manifestazione No Expo del Primo Maggio a Milano ha visto la partecipazione di decine di migliaia di giovani. Giovani scesi in piazza per contestare, da versanti diversi, tutto ciò che Expo incarna, simbolicamente e materialmente: propaganda ipocrita della civiltà del profitto, speculazione selvaggia sul territorio, corruzione dilagante, infiltrazioni mafiose, super sfruttamento del lavoro e negazione dei diritti sindacali. A ciò si aggiunge la coreografia di un'autentica celebrazione di regime da parte del governo Renzi, interessato a fare dell'Expo non solo una leva promozionale del proprio successo d'immagine, ma un ulteriore strumento di rafforzamento del proprio legame coi poteri forti e i loro comitati d'affari: dentro il progetto di costruzione di una Terza Repubblica bonapartista che concentri nelle mani del Capo tutte le leve fondamentali del potere.

L'operazione vandalico nichilista condotta da alcuni settori antagonisti ha procurato un danno profondo alla manifestazione. Un danno ben superiore al numero delle automobili (assurdamente) bruciate. Non solo ha colpito le riconoscibilità delle ragioni anticapitaliste del corteo e il loro potere di impatto sull'opinione pubblica dei lavoratori, ma ha consentito all'intero fronte delle classi dominanti e al loro Stato di rafforzare la pretesa di un regime speciale di ordine pubblico nei mesi dell'Expo e del Giubileo, contro i diritti e le lotte del lavoro. La canea reazionaria senza freni che si è scatenata in queste ore sui fatti di Milano, dietro la bandiera della “punizione esemplare dei responsabili”, ha questo come obiettivo reale: un ulteriore giro di vite contro il conflitto sociale e i movimenti di massa.

martedì 26 marzo 2013

GRILLO REAZIONARIO? NON PIÙ DI BERTINOTTI E FERRERO



GRILLO REAZIONARIO?
NON PIÙ DI BERTINOTTI E FERRERO
- risposta a Franco Grisolia e Luca Scacchi del PCL sui “risultati elettorali”-

di Lorenzo Mortara
Rsu Fiom-Cgil Rete28Aprile 


Sommario - Preambolo; Niente per cui esultare?; Grillo le masse e gli operai; Syriza e il M5S; Grillo il leninista; Grillo il razzista fascista; Grillo il sindacalista; Conclusioni.


Cremaschi sembra uno dei pochi ad aver avuto parole buone per la vittoria dei grillini. Buon segno, la Rete28Aprile ha qualche speranza in più di giocare nel prossimo futuro un qualche ruolo che non sia quello di spettatore che, senza ombra di dubbio, le varie sette con cui si accompagna da un po’ di tempo a questa parte le faranno fare non appena seguirà le loro pessime analisi sul M5S.

lunedì 3 settembre 2012

IL BARRAS ITALIANO di Elio Franceschi



IL BARRAS ITALIANO
di Elio Franceschi

Contributo di un simpatizzante del PCL sul caso ILVA



(A Genova lo dipingono come il perfido Richard Barras di “E le stelle stanno a guardare”, drammone d'appendice di Archibald Josef Cronin: uno che calpesta i diritti dei lavoratori pur di ingrassare il suo interesse economico. D'altronde Emilio Riva non ha mai fatto nulla per nascondere il suo profilo di padrone delle ferriere. Esempio: a Genova, in fabbrica, nell'ex Acciaierie di Cornigliano (praticamente sue dal 1988 quando assunse la maggioranza nel consorzio Cogea) le donne non fumano e vengono a lavorare in divisa perché altrimenti turbano la produttività degli operai maschi.
Come impiegati Riva non assume laureati ma ragionieri: gente che sa far di conto e non rompe le palle.
A Milano farà peggio: per anni, assumerà solo impiegati in arrivo da Varese, da Caronno Pertusella e dintorni, dove aveva la base. Perché? Perché solo così può creare una comunità autoctona, fedele, gente disposta perfino a spiarsi a vicenda.

Dalle Acciaierie di Cornigliano, all'Italsider, all'Ilva, che Riva compra (dall'Iri di Romano Prodi) per un tozzo di pane nel 1995, anno uno delle grandi privatizzazioni, negli stabilimenti dei Riva la mano destra non deve mai sapere cosa fa la sinistra.
Ancora prima che arrivasse Riva i bilanci erano perlopiù un optional: le porcherie che c'erano dentro erano puntualmente revisionate e avvalorate da Deloitte & Touche, quelli della Parmalat, per intenderci. A furia di truccare le carte nel 1993 arriva a Genova Hayao Nakamura, uno degli ultimi amministratori delegati del gruppo Ilva prima della privatizzazione. Con lui i conti cominciano a quadrare per un obiettivo, all'epoca, complesso: rendere appetitoso tutto quello che può essere buono per gli investitori privati, comprese le prime bad company italiane, cioè le società decotte che si prendono sul groppone i debiti delle altre.

Nakamura fa un buon lavoro e, non a caso, la sua poltrona dura meno di un anno. Riva, diventato nel 1995 proprietario unico dell'Ilva privatizzata, torna a fare i giochi delle tre carte con i conti togliendo dalla testa di tutti l'idea di andare in Borsa.
Sbarcare in piazza Affari vuol dire farsi mettere il naso nei bilanci almeno ogni tre mesi e Riva non ci pensa nemmeno.
Lui ha ben altro a cui pensare, prima di tutto a rendere insopportabile la vita quotidiana in fabbrica.

Ancora oggi Riva mette un segno colorato accanto a ogni nome nella distinta delle buste paga. Se vicino al tuo nome c'è il segnetto blu va tutto bene: ti becchi il premio produzione a fine anno e vai avanti così. Se il segno è giallo devi stare attento: mi hai rotto parecchio le balle e devi rigare dritto. Se accanto al tuo nome il segnetto è rosso sei fottuto: niente premio di produzione e sei vicino al licenziamento. Chi lo conosce bene sostiene che sono più importanti quei tre segni che l'intero contenuto della busta paga.

A Genova esisteva la famigerata palazzina degli orrori di via Ilva, la via dedicata alla vecchia fabbrica, quella dei primi del Novecento. Adesso non c'è più: al suo posto c'è l'unico hotel a cinque stelle del capoluogo, il Bentley.
La palazzina (smantellata casualmente dopo che Riva è stato condannato per mobbing a Taranto nel 2001) aveva al piano terra degli enormi stanzoni, open space dove c'erano solo scrivanie su ognuna delle quali era posato un telefono che poteva solo ricevere. Lì venivano confinati operai o impiegati che si rendevano colpevoli di troppe (secondo Riva) assenze per mutua oppure, ancora peggio, testoni che, nonostante le indicazioni-intimidazioni dei dirigenti, continuavano a pagare le quote al sindacato.

Erano tutti dei reietti a cui veniva data la busta paga ma che non dovevano più essere messi nelle condizioni di lavorare. Piuttosto, facessero ginnastica, bricolage, maglioni per otto ore al giorno, come effettivamente avveniva.
Chi ha vissuto quegli anni in fabbrica dice che parecchie persone (tra cui una giovane impiegata) messe al confino nella palazzina di via Ilva siano poi morte di cancro derivato dalla depressione. Nonostante questo, e nonostante una sentenza di condanna a Taranto per episodi di mobbing e tentata violenza privata, a Genova Riva l'ha sempre fatta franca.

Senza che i sindacati battessero ciglio, estromessi da tutto. Perché l'Ilva è una grande famiglia, secondo il vangelo del padrone, e tra noi, dicono i dirigenti, non c'è bisogno del sindacato, considerato da Riva una “figura non necessaria”.
Se c'è qualche problema, la mia porta è sempre aperta, bussi, entri e ne parliamo. All'Ilva di Genova, dal 1995 al 2000 le organizzazioni sindacali non hanno autorizzazione ad accedere agli stabilimenti. Semplicemente chi ha una tessera sindacale non può entrare. A lui viene riservato un trattamento speciale: se non ha effetto il pressing quotidiano dei capireparto (che girano intorno agli operai con tessera facendo costanti pressioni psicologiche) si passa all'invito a presentarsi dal capo del personale il quale, a Milano nella sede centrale di viale Certosa, si prodiga a dissuaderli dal rinnovare la tessera.

Risultato? A Genova, nel 1999, non c'è più una tessera sindacale rinnovata, soprattutto tra gli impiegati. A Taranto è andata peggio: dopo la privatizzazione le iscrizioni sono passate dal 70-80% a meno del 30% tra gli operai, mentre fra gli impiegati si è passati dal 50% a zero. Sempre a Taranto si dice che addirittura le segreterie dei tre sindacati abbiano sempre suggerito ai delegati di “lasciar stare” i nuovi assunti per occuparsene dopo. E i risultati di questa tattica li vediamo oggi.
A Genova la situazione è cambiata solo dopo che la politica è scesa in campo contrattando coi Riva fino a concedergli l'uso di una serie di banchine del porto per cinquant'anni (più o meno a partire dal 2005) in cambio della chiusura della cokeria altamente inquinante e di qualche tessera sindacale in più.
A Taranto invece Riva ha sempre fatto quello che ha voluto, facendosi scudo coi corpi degli oltre 20 mila addetti, tra diretti e indotto.

Con i suoi metodi Riva è riuscito a fondare un gruppo che, dal 2005, è tra i primi dieci produttori di acciaio al mondo e che oggi possiede 36 siti produttivi di cui 19 in Italia dove viene prodotto oltre il 62% dell'acciaio e dove l'Azienda realizza il 67% del proprio fatturato, passato dai 5,8 miliardi di euro del 2009 agli oltre 10 miliardi del 2011. Non un solo centesimo, hanno accertato i magistrati, è stato speso per mettere a norma lo stabilimento di Taranto anche se, sul sito del gruppo Riva, campeggia una frase che sa di presa per i fondelli: “le strategie definite dalla Direzione, nel programmare lo sviluppo, non perdono mai di vista la compatibilità tra l'ambiente, le specifiche attività e la migliore integrazione nei diversi contesti socio-economici in cui il Gruppo è presente”. Humor nero, visto come sta andando a finire la vicenda in Puglia.

A Taranto la vita è insostenibile, all'interno e all'esterno dello stabilimento, mentre nei siti sparsi per l'Europa i Riva si guardano bene dallo sgarrare anzi vincono premi per il basso impatto ambientale (come dimostrano le controllate tedesche Hes, Hennigsdorfer Elektrostahlwerke GmbH e Bes, Brandenburger Elektrostahlwerke GmbH ).
Perché, dunque, in Italia i Riva fanno quello che vogliono? Perché hanno sempre goduto di protezioni altissime.
E' un caso che qualcuno abbia cominciato a rompergli le scatole proprio quando è tramontata la stella di Berlusconi?
Via Berlusconi, gli rimane comunque Corrado Passera, adesso all'interno del governo col ruolo di ministro dello Sviluppo economico e delle infrastrutture ma già trait d'union con Banca Intesa, l'ex Cariplo, sempre a fianco dei Riva fin dalla privatizzazione. All'epoca, nel '95, Passera era amministratore delegato del Banco Ambrosiano Veneto che poi diventerà Cariplo e finanzierà l’offerta per comprare la fabbrica messa in vendita dallo Stato, un'operazione da 2.200 miliardi di lire, cioè più di un miliardo di euro attuali.

Quella della privatizzazione, dicono, più che altro è stato un regalo fatto dall'allora presidente dell'Iri Romano Prodi: è come se una latteria comprasse la centrale del latte. Riva comunque per prendersi l'Ilva pare non abbia sborsato soldi né per l'avviamento né per alcun brevetto, ha pagato solo il patrimonio netto, cioè il capitale sociale più le riserve. E' che, già al tempo, sponsor dell'operazione sono stati personaggi di primo piano del “cartello delle banche” nostrano: Passera, appunto, e Alessandro Profumo, che era già amministratore delegato di Unicredit. Due grand commis che si vedevano girare spesso nelle stanze della sede dei Riva di viale Certosa in visite pastorali che venivano annunciate dagli impiegati con tecnicismi finanziari del tipo: “oggi si sente Profumo di Passera”.

Altri personaggi che si aggiravano spesso nella sede milanese erano i rappresentanti della famiglia Amenduni, in genere annunciati da guardie del corpo che sembravano prese da “Goodfellas” di Martin Scorsese.
Gli Amenduni sono l'aristocrazia della siderurgia italiana, proprietari tra l'altro della Amenduni Acciaio Spa e delle Acciaierie Valbruna, colosso degli acciai inossidabili.
Autarchici e del tutto avversi all'esposizione mediatica, possiedono attualmente il 10% dell'Ilva , ma il loro ingresso nell'azienda privatizzata nel '95 sembrava avere l'unico scopo reale di fornire un 'padrinato' di rango ai Riva che si avventuravano in un territorio pressoché sconosciuto come Taranto, feudo invece degli Amenduni.
Ciò non toglie che due mesi fa il loro rappresentante abbia votato contro il bilancio del gruppo Ilva chiedendo informazioni su certi trasferimenti di denaro dal colosso siderurgico a finanziarie personali dei Riva.

Un altro paradosso di questa storia è costituito dai sindacati che non vogliono sentirselo dire ma sembrano schierati apertamente a protezione degli interessi del padrone che sono a rischio. Certo, a rischio c'è la maggiore produzione europea di acciaio, visto che a Taranto Riva produce quasi tutto l'acciaio che poi lavora negli altri stabilimenti (tra la Hellenic Steel greca, Tnusiacier e Ilva Maghreb in nord Africa).

Che tutto il sindacato (a eccezione della Fiom) scioperi per proteggere l'attività del padrone non s'era mai visto, mi dice un ex impiegato di Riva. E c'è pure chi sostiene che, con tutto il potere che mettono in campo i Riva, finisce che i soldi per gli interventi per risanare i siti (190 milioni di euro, pare) ce li metteremo noi. O che loro ne metteranno un po' e noi pagheremo il resto, quello che contrattano con Passera.
Niente di più facile.


31 Agosto 2012


lunedì 28 maggio 2012

Grilli per la testa di un marxista



di Lorenzo Mortara

Per Napolitano, il Presidente della loro Repubblica, non sarà stato un boom, ma per noi l’esplosione del Movimento a 5 Stelle di Grillo, è tanto più significativa quanto più fa da contraltare all’ennesimo fiasco dei partiti della rivoluzione (si salva forse solo il nostro Doino, senza per altro riuscire a portare a casa un solo rappresentante e il becco di un quattrino). Ed è su questo forse che bisognerebbe riflettere, con meno snobismo e più pragmatismo. Sembra invece che ai rivoluzionari interessi solo smascherare i limiti evidenti del grillismo, senza mai chiedersi se questi limiti possano anche essere accettati in una fase storica che ci vede praticamente inesistenti. La mancanza sulla scena del partito della rivoluzione è la mancanza di coscienza delle masse, anche se non per colpa loro ma di chi le ha dirette per più di mezzo secolo. Il Movimento a 5 stelle può quindi apparire come un loro primo risveglio. Valeva dunque la pena attaccarlo frontalmente come ha scelto di fare il Partito Comunista dei Lavoratori? Intendiamoci, il Pcl, negli articoli che ha dedicato al fenomeno Grillo prima delle elezioni – Beppe Grillo e i “sacrifici” la crisi denuda il grillismo; Bersani e Grillo difensori del capitalismo – ha offerto la fotografia più lucida per chi voglia davvero vedere il movimento per quello che è. Ma il fatto che subito dopo il primo turno delle elezioni, lo stesso partito, invece di dedicare almeno un articolo al proprio ennesimo fiasco, abbia preferito dedicarne ancora un altro per smontare alla perfezione La “svalutazione” del Grillo, indica che forse c’è qualche cosa che non quadra: guardare sempre la pagliuzza negli occhi degli altri, senza mai scorgere la trave nei propri, è sintomo di malattia. E la malattia potrebbe essere il settarismo, che viene facile ripudiare quando si ha di fronte compagini più o meno simili, ma non quando si ha di fronte qualcosa di non ben precisato.
Non c’è bisogno, dunque, di mettere ancora a fuoco il grillismo, l’han già fatto egregiamente i compagni del Pcl, c’è forse solo la necessità di alcune doverose precisazioni.



LA CASTA L’ANTIPOLITICA E DE ANDRÉ

Grillo è stato paragonato alla prima Lega, all’uomo qualunque di Giannini, al populismo demagogico, infine è stato etichettato sprezzantemente come il prodotto peggiore dell’antipolitica, da quella stessa politica che del qualunquismo e della demagogia a buon mercato ha fatto la sua unica bandiera. Di conseguenza, sarebbe al massimo l’ultimo dei demagoghi ad aggiungersi alla casta dei qualunquisti. Perché, dunque, quelli che dovrebbero essere i suoi fratelli naturali non lo vogliono e lo temono come la peste quasi più di noi? Perché evidentemente per ora non è omologabile a loro, è cioè molto meno qualunquista e demagogico di quanto siano i parlamentari. E questo dovrebbe essere il primo punto da rimarcare tra le differenze a suo favore.
Per i più teneri con lui, il movimento di Grillo non sarebbe davvero antipolitica ma solo contro questa politica. Per noi le cose sono un po’ più complesse, perché politica ed eventuale antipolitica devono sempre essere ricondotte ad un discorso sociale di interessi classe. Accettare il termine antipolitica per Grillo equivale a sdoganare, per politica, quella degli attuali partiti. Gli è che quella parlamentare non è che non sia politica, è solo che è politica borghese. Essere per l’antipolitica, per le oche dello stagno parlamentare, vuol dire appunto essere contro la politica borghese. In questo senso solo noi marxisti siamo antipolitici, perché la politica proletaria è l’antipolitica borghese per antonomasia. Ma Grillo? Grillo non può essere antipolitica perché nessuna vera e propria antipolitica borghese può essere fatta da una politica piccolo borghese. Ecco tutto, e tuttavia, essere sostanzialmente un movimento piccolo borghese, non mette Grillo sullo stesso piano della Lega. La Lega, infatti, esplose ai tempi di Tangentopoli, ma era rimasta incubata per anni tra gli industriali del Nord. Sebbene sia stata temuta dai partiti della Prima Repubblica, nessun padrone ha mai avuto paura della Lega. In questo sì che la Lega assomiglia al fascismo, che partito come movimento piccolo borghese, arrivato in parlamento fu subito tutto tranne che il potere della piccola borghesia. Anche Grillo al potere non potrà mai essere la piccola borghesia al comando, ma per come è oggi non potrà mai essere nemmeno la borghesia, perché non è un suo sottoprodotto genuino. E questo significa forse che al potere non ci arriverà mai. Sta di fatto che la Lega si mosse fin da subito con violenza, anche se in scala ridotta rispetto al fascismo perché l’epoca tra l’altro non era rivoluzionaria, invece la violenza del movimento a 5 stelle, se c’è, è soltanto una violenza verbale, una violenza per l’appunto comica.
Intervistato su presunte sue simpatie per la Lega in quanto minoranza, De André, disse una volta che lui era per le minoranze, ma non per la Lega in quanto la Lega non era una minoranza o se lo era si muoveva con la stessa arroganza delle maggioranze. E qua per maggioranze De André intendeva le maggioranze di potere. In questa lapidaria disamina del Faber ci sta tutta la differenza che passa tra la Lega e Grillo. La Lega, fin da subito, non ha mai fatto paura ai padroni perché è sempre ruotata attorno a chi il potere (economico) in qualche modo ce l’ha, non attorno a chi lo subisce. E infatti nel giro di poco si alleò con Berlusconi perché la Lega è dei piccoli commercianti, Grillo fa leva più sugli attivisti del volontariato, del mercato equo e solidale eccetera. Il capitalismo piccolo borghese non fa paura ai borghesi, perché è sempre sotto il loro controllo, ma il socialismo piccolo borghese, in tutte le sue varianti, e Grillo come vedremo rientra in una di queste, può sempre sfuggire di mano quando la crisi, facendolo cozzare contro le sue stesse contraddizioni, lo spinge molto più a sinistra di quanto avesse preventivato in partenza.



GRILLO NON HA UN PROGRAMMA?

Così come l’accusano di fare antipolitica solo perché non ha una politica perfettamente borghese, il Movimento 5 Stelle viene bocciato senza appello come movimento politico senza programma, solo perché evidentemente non ha un programma borghese perfettamente rispondente agli interessi del grande capitale. Effettivamente Grillo non ha il programma del grande Capitale ma è un bene che non ce l’abbia. Il fatto invece che non abbia il programma del proletariato, è il suo male e anche il nostro...
Il programma del Movimento 5 Stelle si può scaricare on-line quando si vuole ed è composto da una quindicina di pagine. È già più corposo e profondo delle ridicole 250 paginette unte di Prodi. Gli è che 15 o 250 pagine per noi cambiano poco o niente. Non è da un pezzo di carta che si può stabilire un programma, ma dalla collocazione sociale degli interessi economici di chi lo presenta, sia che lo faccia a parole con vuote ciarle, sia che lo faccia per iscritto con ciarle ancora più vuote ma almeno inchiostrate. Da questo punto di vista, marxista, tutti hanno un programma perché tutti hanno un preciso interesse economico da difendere. Solo i liberali credono che uno si possa presentare senza programma, ma questo significa solo che i liberali di programmi, specie quando presentano il loro come fosse nell’interesse generale, non capiscono niente.
Coloro che hanno letto il programma, non potendolo più accusare di non avercelo, tentano di sminuirlo per la sua mancanza di una parte dedicata alla politica internazionale. Agli occhi ciechi dei gonzi, una politica internazionale fa più serio e maestoso il programma provinciale di chi ce l’ha. Il problema, almeno per chi come noi non è ancora del tutto rincoglionito, non è avere una politica internazionale, ma una buona politica internazionale. E poiché, come abbiamo appena detto, nessuno può non avere un programma, perché nessuno è al di sopra dei rapporti di classe, la politica internazionale di Grillo, anche se non è scritta, viene fuori lo stesso dai suoi discorsi e dalle sue interviste.
Balzato nel giro di un paio di settimane al centro del dibattito politico, Grillo ha dovuto tirare fuori dalle viscere della sua più intima essenza il programma internazionale che ha scordato di inserire nelle 15 paginette ufficiali. Il programma internazionale dei grillini, si riduce in ultima analisi all’uscita dall’euro e al ritorno alla lira in nome delle svalutazioni competitive, in poche parole a una delle innumerevoli varianti del cretinismo liberale. Solo al cretinismo liberale, infatti, sfugge che alla svalutazione competitiva delle esportazioni, corrisponde una simmetrica rivalutazione per nulla competitiva delle importazioni...
Ingenuità a parte di Grillo, simmetricamente a politica ed antipolitica, il problema non è stabilire se Grillo abbia o meno un programma per la politica internazionale, ma chiedersi innanzitutto che politica internazionale abbiano i suoi partiti concorrenti, in primis PD e PDL. PD e PDL, centro destra e centro sinistra della borghesia, una politica internazionale indubbiamente ce l’hanno, peccato che la politica internazionale della borghesia si chiami imperialismo. Perciò, l’uscita dall’euro alla Grillo, in ultima analisi è solo la versione illusoria dell’uscita dall’imperialismo della piccola borghesia. E come programma internazionale, uscire dall’imperialismo, è sempre meglio che restarci, se solo bastasse tornare alla lira per farlo. Purtroppo anche con la lira, la borghesia italiana metteva lo stesso in circolo l’imperialismo. Perché evidentemente, il problema non sta nella forma esteriore di una moneta, ma in quello che rappresenta: il capitale.



GRILLO MARX E PROUDHON

La vera natura sociale del programma di Grillo emerge chiaramente nelle sue proposte economiche. Grillo vuole favorire le società no profit, evitando il trasferimento delle industrie alimentari all’estero; vuol dare ai piccoli azionisti reale rappresentanza nelle società quotate in borsa, cioè farli sentire grandi capitalisti pur restando piccoli e insignificanti; vuol vietare gli incroci azionari tra sistema bancario e sistema industriale, cioè separare l’economia finanziaria dalla così maldetta economia reale; corollario di quest’ultimo punto è vietare le doppie cariche per azionisti di diverse società. In parole povere Grillo vuole un capitalismo nettato dalla corruzione, senza monopoli tutti da abolire, senza stock option e lindo come il culo di un bimbo appena nato. Quello di Grillo è il capitalismo regredito all’infanzia, piccolo e nano come agli albori nell’Ottocento e coi profitti abbassati al livello della media borghesia.
L’unico modo per dare reale rappresentanza ai piccoli azionisti è farli diventare grandi fino a rastrellare tutto il mercato azionario e poter così mangiarsi l’azionista di maggioranza. Altrimenti tra la piccola e grande proprietà azionaria, una sarà sempre veramente proprietaria e l’altra servirà soltanto ad ampliarne la potenza a scapito della sua. Analogamente, si può indubbiamente qua e là rompere un monopolio, ma solo perché dopo si riformi più forte, perché la tendenza al monopolio non è dovuta alla cattiveria del capitalismo ma alla potenza rivoluzionaria del suo sviluppo tecnologico. Anche le chiappe appoggiate su più sedie di diverse aziende, indicano semplicemente lo sviluppo della socializzazione sempre più vasta prodotta dalla cooperazione del modo di produzione capitalistico. Toglierla, lasciando il capitalismo, significherebbe soltanto ritornare alla conocchia per ristabilire la mediocrità in tutto. Grillo, invece, ripristinata la mediocrità economica, scomunicati da ogni carica pubblica i peccatori, diminuito il debito pubblico coi tagli agli sprechi ma senza ovviamente alcuna patrimoniale (quale piccolo borghese la vuole?), si illude che tutto ritorni a posto abolendo il precariato e con un po’ di internet gratuito, di raccolta differenziata, di fotovoltaico e di altre meraviglie del suo mondo piccolo. In realtà così si fa solo andare indietro la ruota della Storia fino a Proudhon e al socialismo piccolo borghese, di cui come abbiamo visto Grillo rappresenta un’ennesima variante. In effetti, proprio come Proudhon, Grillo oscilla continuamente tra destra e sinistra, tra progresso e reazione. È in quest’ottica che vanno perciò giudicate le pieghe più nascoste e lugubri del suo programma, ovvero le tendenze razziste. Non devono stupire più di tanto, sono appunto l’espressione contraddittoria della sua ibrida natura di piccolo borghese. Perché scandalizzarsi? Bocciarlo solo per le sue sparate contro l’immigrazione è come voltare le spalle al movimento operaio solo perché anche le fabbriche sono piene di razzismo. Beppe Grillo non è il primo a oscillare tra progresso e reazione. Forse che Proudhon, ai suoi tempi, non si scagliò contro il diritto di coalizione? Non giustificò la fucilazione di operai in sciopero? E tuttavia fu anche uno dei primi a dire in modo chiaro e tondo che la proprietà privata era un furto. Come Proudhon, Grillo vuole i Rom a casa loro, versione politica e geografica dei dazi economici, ma vuole anche l’abolizione di tutte le leggi sul precariato, e se arrivasse al potere, sempre che non sia fermato da un colpo di Stato, le abolirebbe senz’altro, facendo la cosa più di sinistra degli ultimi 20 anni. Non solo, l’abolizione del precariato, potrebbe spingere, sull’onda dell’entusiasmo delle masse, molto più a sinistra i grillini di quanto preventivato al momento di partenza. Perché i marxisti non devono mai dimenticare che, specie per le formazioni ibride, più del loro programma conta la dinamica degli eventi che contribuiscono ad innescare.



TRA FANTASCIENZA E REALTÀ: CONCLUSIONI

Se si osservassero le cose su scala internazionale, sarebbe più facile collocare il Movimento 5 Stelle nel panorama dell’attuale politica italiana. Purtroppo lo snobismo fa prendere cantonate e buttare nella spazzatura i primi germi di qualcosa che sta nascendo. Abbiamo appena visto come Grillo abbia notevoli punti di contatto con Proudhon, come del resto ce l’ha un po’ tutto il mercato equo e solidale nel quale si reclutano molti dei suoi attivisti. Eppure le radici del grillismo vengono fatte risalire, dalla superficialità imperante, alla demagogia e al populismo. Niente di più fuorviante. In realtà, proprio la somiglianza con alcuni lati del vecchio Proudhon, mette Grillo nel calderone vasto dello spontaneismo anarcoide. Grillo non si richiama espressamente all’anarchia e certamente non ha nulla a che fare con la teoria anarchica, ma i tratti dello spontaneismo ce li ha tutti. E non dovrebbe stupire. Tutto il mondo è attraversato da movimenti spontanei. Dagli Indignados al movimento Occupy, è tutto un brulicare di gente che scende in piazza e si muove al grido di “basta con i partiti e la politica”. Questi movimenti hanno tutti i tratti tipici del primitivismo anarcoide: democrazia paritaria e assolutamente orizzontale, contraddittorio rifiuto della forma partito e cioè dell’organizzazione e perciò rifiuto di leader. Grillo non fa eccezione col suo Movimento 5 Stelle che abolisce i partiti senza accorgersi di farlo attraverso un nuovo partito, che è tale quantunque si rifiuti di chiamarsi Partito!
Ai tratti della classica rivolta anarcoide, gli attuali movimenti hanno anche aggiunto una novità: internet. La rete ha giocato un ruolo non trascurabile nel collegare gli attuali protagonisti delle proteste. E anche il grillismo è un prodotto uscito dalla rete. In ultima analisi, il Movimento 5 Stelle è la forma che ha preso in Italia la protesta spontanea sparsa per il mondo. Negli Usa Occupy, in Spagna gli Indignados e in Italia i grillini. Le tante facce di un’unica medaglia, con l’unica differenza che l’ingrediente Beppe Grillo, solo leader carismatico dietro le quinte di tali movimenti, ha consentito agli spontaneisti italiani di essere già più avanti rispetto ai loro omologhi internazionali e di avere un primo sbocco politico. E questo significa che poiché i grillini sono in una fase più avanzata di maturazione rispetto ad altri spontaneisti, il bolscevismo italiano, dovunque si annidi, è il più arretrato di tutti rispetto alla dinamica degli eventi. Nessuno più dei marxisti italiani rischia di perdere un’altra volta il treno se insiste a non presentarsi mai alle varie stazioni attraversate dalla protesta.
I grillini hanno già superato il loro primo stadio infantile e si apprestano ad entrare in Parlamento. Difficilmente si integreranno nel sistema proprio perché il loro carattere anarcoide non lo permette. Più probabilmente si dissolveranno da soli come tutti i movimenti anarcoidi. Ma questo dipende anche da noi, perché lo spontaneismo è pur sempre bolscevismo in potenza. Ed è compito dei marxisti provare a tirarlo fuori dai primi semi della protesta che sbocciano. Se però i comunisti fanno gli schizzinosi, e invece di avvicinarsi al movimento per provare a influenzare i possibili grillini permeabili al marxismo, ne restano a distanza di tiro per sparare contro tutti i suoi limiti, dimostrano ancora una volta, più o meno come negli ultimi 50 anni, di non avere alcuna sensibilità tattica. Di questa insensibilità storica, ha offerto la miglior espressione il PCL che dopo i due articoli già citati, il 22 Maggio ha rincarato la dose con Movimento Operaio o Grillismo. Dopo aver sottolineato ancora una volta le oscillazioni dei grillini e le prime lusinghe dei padroni (e quali padroni non fanno almeno un tentativo di comprare chi non riescono a sottomettere subito?), il PCL se ne esce con queste parole: «Il Partito Comunista dei Lavoratori, da sempre all’opposizione delle classi dirigenti e dei loro partiti, sarà all’opposizione della giunta Grillina di Parma». Nella sua testa e nei comunicati, certamente il PCL sarà all’opposizione, ma fuori dalla sua realtà virtuale, il PCL non sarà né al governo né all’opposizione per la semplice ragione che a Parma come in ogni altro luogo, anche se a malincuore, il PCL non esiste. Che opposizione può fare il PCL se non un’opposizione fantasma? È proprio il fatto che il PCL sia un partito impalpabile, come attualmente ogni partito della rivoluzione, che dovrebbe far riflettere sull’insensatezza di schierarsi immediatamente contro al primo germe, per quanto confuso, di alternativa.
A Milano, dopo il primo turno, il PCL sostenne correttamente l’appoggio tattico e critico a Pisapia. Per quale motivo non si è fatta la stessa cosa con i grillini? Sarà mica perché non hanno almeno l’etichetta di centro sinistra? Eppure sono molto più a sinistra del centro-sinistra che è a destra! Certo, il destino della piccola borghesia è quella di andare a rimorchio o del grande capitale o del proletariato. Lei non può governare. Ma il proletariato per trascinarsela dietro deve avere la forza di farlo. Se questa forza per ora non ce l’ha, forse per dirla con Lenin deve, in attesa di crescere, deviare dal cammino, temporeggiare e stipulare un compromesso, magari proprio con lei. Ergersi contro il grillismo anziché proporre un fronte comune “anticasta” relegherà ancora più ai margini i partiti rivoluzionari. In sintesi, l’opposizione frontale a un movimento per ora estraneo ai poteri forti, li farà apparire indifferenti alla lotta contro di loro.
Naturalmente l’offerta di collaborazione, tenuto conto delle zucche dei grillini, è probabile che venga restituita al mittente. Gli anarcoidi sono contro il partitismo, ma se scendono in campo lo fanno quasi sempre da soli perché è l’unico modo per sentirsi a posto con le obiezioni di coscienza mosse dalle loro stesse contraddizioni. Contro la forma partito, i grillini, già faranno fatica ad accettare di esserlo, figuriamoci se potranno tollerare coalizioni. Se però i grillini daranno a noi il gran rifiuto, in questo caso noi avremo almeno ottenuto di fare pienamente il nostro dovere, non solo dal punto di vista strategico ma anche e finalmente da quello tattico.
Dal Movimento 5 Stelle non uscirà la rivoluzione, ma qualche riforma come l’abolizione della Legge Treu-Biagi, potrebbe anche darsi. Ed è proprio per questo che, stante la debolezza del partito rivoluzionario, nel lungo tragitto che ancora lo aspetta prima di uscire dal tunnel, forse è ora che gli eroi della lotta di classe senza se e senza ma, capiscano che, pur nella completa autonomia critica, qualche notte di sosta all’Hotel 5 Stelle ci può anche e ci deve stare.


Lorenzo Mortara
Delegato Fiom-Cgil
Stazione dei Celti
28 Maggio 2012

lunedì 7 maggio 2012

UN OTTIMO RISULTATO





LA REDAZIONE DI BANDIERA ROSSA ESPRIME LA SUA SODDISFAZIONE PER L'OTTIMO RISULTATO CONSEGUITO DAL COMPAGNO FLORENZO DOINO E DAL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI AL COMUNE DI BELLA (193 VOTI PARI AL 5,61% - FONTE MINISTERO DEGLI INTERNI).


È UN RISULTATO CHE CI RENDE FELICI E ORGOGLIOSI ANCHE PERCHÉ DOINO, OLTRETUTTO, FA PARTE DELLA NOSTRA REDAZIONE.

domenica 11 marzo 2012

L'animalismo è anticapitalismo


di Marco Piracci




Non si può spezzare nessuna specie di servitù
senza spezzare ogni specie di servitù
Karl Marx




L'ANIMALISMO E' ANTICAPITALISMO


Quale partito costruire nel XXI° secolo?

Non c’è alcun dubbio, la fase storica che stiamo vivendo segna il crollo di tradizioni consolidate che erano o sembravano dominanti. Si tratta di un disfacimento lungamente maturato che si muove lungo un percorso poco omogeneo. Abbiamo davanti vecchi e nuovi nemici dell'uomo: il sistema democratico globale dei paesi capitalistici, l'impero burocratico cinese e la Russia, finte istituzioni internazionali come l'O.N.U. che spargono morte e distruzione reprimendo ogni tentativo di autodeterminazione di popoli e comunità, cominciando guerre che non finiscono, devastando il pianeta e le sue risorse, rendendo incerto ogni aspetto della vita delle persone, dal cibo alla salute, fino ai diritti più elementari. Tutto ciò ci pone davanti a un bivio. O iniziamo a ripensare
il senso e l'idea stessa di società e di umanità o ci accontentiamo di vivere nelle barbarie.
Come ha ben spiegato Giulio Girardi in "La violenza dei cristiani": "Le masse si possono riconciliare con un sistema disumanizzato perché non sanno cosa sia essere uomo. Allora accettano di non esserlo". Ma l'emotività umana ha bisogno di riscattarsi, di vedere ciò che si cela dietro le illusioni del sistema. Occorre dedicare molta attenzione alle problematiche inerenti la psicologia delle dinamiche sociali (come ha bene messo in evidenza il percorso della Scuola di Francoforte). Il risultato di una società spettacolarizzata è una realtà dominante che presenta come inevitabile l'oppressione e la sofferenza che ne consegue. Ciò che appare nel mondo sembra sovrastare gli uomini. Risulta spesso incomprensibile l'origine dello sfruttamento e delle tragedie quotidiane che ci affliggono, e ciò aumenta il rischio di rassegnazione e di adattamento.
E' la stessa oppressione che dichiarava inevitabile lo schiavismo, la subordinazione delle donne, la gerarchia delle etnie, etc.
Si tratta di guardare la società che ci circonda nei termini della possibilità, della trasformazione possibile. Una diversa umanità comincia dai tentativi di costruire realtà differenti.
Lottare contro il sistema oppressivo contemporaneo deve voler dire prima di tutto preservare la nostra umanità. Preservare cioè uno spazio che si sottragga alle logiche dell'individualismo e della meritocrazia, dalle quale origina poi l’oppressione capitalistica.



Le sinistre italiane

Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno
guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali
Theodor Adorno


Storicamente, le correnti di sinistra nascono per "portare avanti" gli interessi degli oppressi. Tradizionalmente le persone e le forze di sinistra si richiamano a questi interessi. I problemi sorgono (e dopo oltre due secoli di storia del movimento operaio mi sembra impossibile negarlo) quando si qualifica in quale modo si concepiscono questi interessi. Contrariamente alle convinzioni invalse per due secoli di discussioni, polemiche e scissioni, la questione non riguarda unicamente le strategie e le tattiche che devono venir adottate, ma i criteri stessi dell'identificazione tra le diverse tendenze e i loro referenti principali. E' un concetto che potrebbe apparire complesso ma che riveste un’ importanza profonda. Se nel '17 il problema per Lenin era quello della presa del potere, oggi il contesto socio-economico ci pone di fronte anche ad altri nuovi problemi. Ad esempio, durante la Rivoluzione Russa rivestiva un ruolo centrale la produzione di grano. Oggi quel grano è prodotto in eccesso. La lotta per l'aumento di produzione ha condotto l'umanità in un sistema economico nel quale oltre l'80% del prodotto è superfluo. Ed è interessante notare che anche in zone fortemente depauperate come molte regioni dell'Africa Centrale, si abbia una sovrapproduzione di beni alimentari. A tal proposito centrale è lo studio dei teorici della Teoria della decrescita (come Serge Latouche e Mauro Bonaiuti) che proprio questo principio mettono bene in luce (1). 

Le prospettive di miglioramento che sono perseguite da parte delle varie formazioni, inserite negli schemi classici del socialismo non sono precisate in senso proprio. Non affondano le proprie radici sugli aspetti psicologici umani. Anzi, questi vengono dati per scontati, oppure vengono pensati e considerati in maniera del tutto generica. In altri termini, si considera il miglioramento come un fatto oggettivo legato unicamente alla sconfitta o al ridimensionamento degli oppressori, da raggiungere utilizzandone gli stessi mezzi. Non si pone invece al centro della riflessione chi sono, chi possono e vogliono essere le donne e gli uomini cui si rivolge, e di conseguenza che mondo vogliono costruire. Cercano cioè di muovere la gente su questioni esclusivamente contingenti piuttosto che recepirne i sentimenti e le ragioni più intime e provare ad indirizzarli complessivamente sulla via della trasformazione globale, attraverso la presa di coscienza. Si rimettono al giudizio delle masse, ma queste vengono considerate come numeri per il proprio potere, ovvero come coloro che affidano o delegano ai propri rappresentanti politici le speranze di cambiamento. E' lo stesso copione della rivoluzione borghese del 1789 in Francia: gli oppressi e gli emarginati sono gli spettatori di cui hanno bisogno gli attori politici per legittimare il proprio ruolo e farne le fortune. L'importanza della moltitudine consiste nel consenso che fornisce politicamente o sindacalmente, al massimo ed eccezionalmente negli scossoni che provocano le loro ascese a patto che siano riassorbibili ed adattabili alle soluzioni già previste (in questo senso riveste un ruolo esemplificativo quanto accaduto a Kronstadt). In nessun caso primeggia il protagonismo umano che le persone esprimono nella loro lotta. Ma proprio questo protagonismo è quello che sospinge la gente di sinistra, che le fa sentire di sinistra. E’ questo protagonismo che alimenta la loro voglia di lottare, di veder cambiare il contesto in cui vivono. Ma i dirigenti delle formazioni della sinistra italiana sono preoccupati esclusivamente del loro risultato politico. Per queste formazioni vale il principio secondo il quale tutto dipende dalle masse in lotta, l'ultima e decisiva parola spetta invece alla loro attività. Dietro la presunta fiducia incondizionata nelle masse si nasconde spesso la sfiducia profonda verso le capacità creative e costruttive connaturate all'uomo e alla donna, premesse e motivi decisivi di qualsiasi ipotesi di autoemancipazione. Invece, tutto dovrebbe dipendere dalle persone che vogliono autoemanciparsi facendo leva sui loro valori etici (diametralmente opposti a quelli dominanti). In questo quadro e solo in questo quadro, le lotte e le rivoluzioni sono davvero decisive. La Comune parigina del 1871 e alcuni passaggi della rivoluzione russa come il primo Soviet del 1905 e quello libero di Kronstadt ci mostrano come i Consigli possano essere un'espressione di alta comunanza, un embrione di potere inclusivo e diretto e non semplicemente strumenti della rivoluzione.



La tematica dell’animalismo e i limiti della sinistra italiana. Il caso del Partito Comunista dei Lavoratori.

In questo quadro, analizzare il ruolo svolto dalle sinistre liberali in Italia (in particolare Sinistra e Libertà e i Verdi) è di particolare importanza. La tematica dell’animalismo è esemplificativa dei forti limiti di queste formazioni. Per queste infatti l’animalismo è una semplice appendice settoriale della propria proposta. Si difende l’animalismo in un 'ottica buonista ma guai a volerlo inserire in una proposta politica organica complessiva (dove la tematica risulta impopolare e non conveniente in termini di riscontro elettorale). Sembrerà assurdo, ma formazioni costruite sulla base di associazioni settoriali (ambientaliste, animaliste, etc.) come nel caso dei Verdi, nel momento in cui devono presentare il proprio programma organico risultano profondamente contraddittorie e in molti casi anche repressive perfino nell’ambito specifico che vorrebbero rappresentare. E questo almeno per due ragioni:
  • Vi è in queste formazioni una eccessiva preoccupazione per i risultati elettorali e il consenso immediato. Per questo aspetto una proposta realmente animalista risulterebbe controproducente;
  • In secondo luogo e soprattutto, queste formazioni cadono nei limiti di una visione liberale della società. L’oppressione capitalistica, le logiche individualistiche e meritocratiche, non solo non sono contrastate ma sono addirittura condivise. E’ il caso di SEL, un partito fondato sul MITO DELLA MERITOCRAZIA.

E così accade che SEL e Verdi risultino profondamente carenti nella proposta politica e che di fatto il loro ruolo nella lotta animalista sia profondamente negativo. In questo quadro non è un caso che l'impostazione più chiara e costruttiva emerga da una piccola formazione dell’estrema sinistra italiana: il Partito Comunista dei Lavoratori. Il documento approvato nell’ultimo Congresso del PCL infatti esprime idee più chiare di quelle mediamente riscontrabili nell’ambiente delle sinistre italiane (SEL, Verdi, Rifondazione) e dello stesso attivismo animalista spesso insabbiato in prospettive contraddittorie e non realmente emancipative (neanche per gli stessi animali che si pretende di tutelare) . Il documento del PCL invece, prova a ripercorrere alcune delle tappe concettuali imprescindibili per rendere effettiva la prospettiva della liberazione animale.
Tra queste vi è la constatazione che la storia del dominio e delle società gerarchiche si sia sviluppata a partire dalla domesticazione degli animali che, consentendo la produzione di un surplus di ricchezza e di energia, ha reso possibile la nascita delle svariate forme di discriminazione che storicamente
si sono realizzate. E’ proprio il dominio dell’uomo sugli altri esseri viventi che ha poi prodotto il dominio dell’uomo sull’uomo. E’ una tesi centrale, ma che fino ad oggi non ha trovato cittadinanza in altre formazioni politiche. Proprio da questo aspetto non è possibile prescindere se si intende costruire una società non oppressiva. Il documento, comunque, può e dovrebbe essere migliorato, ad iniziare dall'inserimento d'importanti aspetti quali ad esempio la critica, incredibilmente assente, degli allevamenti intensivi.
Quella animalista è insomma una tematica dalla quale è impossibile prescindere. Solo cambiano le sensibilità e le prospettive culturali umane sarà possibile costruire una società libera. Ma libertà è solo liberazione. E' necessario intraprendere percorsi di autoemancipazione e di autoliberazione, aver fiducia nelle capacità umane.
Solo allora sarà possibile distruggere ogni forma di oppressione, della quale il capitalismo è solo l’ultima e più tremenda incarnazione.

Note

(1) Si fa qui riferimento alla Decrescita declinata in senso anticapitalistico. In particolare si sottolineano quei punti della Decrescita spesso sottovalutati ad iniziare dal principio della Redistribuzione di Latouche che pone il limite minimo del reddito garantito per tutti a 1.000 euro e quello massimo a 3.000 euro. Per un approfondimento si rimanda al volume curato da Mauro Bonaiuti “Obiettivo Decrescita”, EMI, 2005.



 

martedì 8 novembre 2011

LA CRISI DENUDA IL "GRILLISMO"



Tratto dal sito del

Partito Comunista dei Lavoratori


Sono passati tre mesi dal successo elettorale del grillismo: presentatosi come “la vera alternativa” e soprattutto così percepito da un pezzo di giovane generazione, giustamente nauseato dalle politiche bipartisan e alla ricerca di un riferimento “antisistema”. Eppure sembrano passati tre anni. La nuova precipitazione della crisi economica e sociale del capitalismo internazionale e l’esplosione della crisi finanziaria in Italia, hanno relegato Beppe Grillo al silenzio. Non si tratta di un effetto mediatico. Si tratta di qualcosa di più profondo: l’emergere, di fronte all’enormità della crisi, del carattere minimalistico ed evanescente del programma stesso del grillismo. Che non ha nulla da dire sulla crisi sociale. E quel che dice è clamorosamente subalterno alla politica dominante.




GRILLO: “TUTTI I CITTADINI DEVONO FARE I SACRIFICI”


La riprova di questo si ha guardando la proposta di Beppe Grillo sulla manovra economica, depositata sul suo celebre sito (20 agosto). L’impostazione critica di Grillo verso la manovra del Governo è molto semplice: «I cittadini fanno i sacrifici. I parlamentari decidono i sacrifici. I parlamentari non fanno sacrifici». Occorre cambiare le regole, protesta Grillo: «Tutti i cittadini devono fare i sacrifici. I cittadini decidono i sacrifici. I parlamentari debbono fare i sacrifici». E dopo aver impostato così le cose, il programma di Beppe fa un lungo elenco di sacrifici da chiedere ai “politici” (dimezzamento del numero, rinuncia ai vitalizi, abolizione delle doppie o triple pensioni ecc. ecc.). Tutto qui? Si, tutto qui. Al punto che Grillo stesso rivela che sono giunti al sito 500 messaggi di sostenitori scontenti che avanzano molte proposte aggiuntive: tra cui principalmente – è sempre Grillo che lo rivela – la tassazione dei beni ecclesiastici e il “default immediato”. Grillo abbozza, fa un sommario delle proposte aggiuntive, dice che le sottoporrà a referendum via Web, conclude che la proposta definitiva sarà inviata... ai parlamentari, sperando che ne tengano conto.

Questo scenario racchiude in sé tutti gli equivoci del grillismo, svelandone la natura truffaldina.




POLITICI CONDANNATI, CAPITALISMO ASSOLTO


Il male sta nei “Politici” (italiani), la soluzione sta nei sacrifici dei “Politici”. Questa è la proposta del grillismo di fronte alla più grande crisi del capitalismo mondiale degli ultimi 80 anni. Ciò che colpisce non è solo la totale inconsistenza dell’approccio o la sua grettezza provinciale. E neppure il fatto che tra le tante proposte di merito sui privilegi istituzionali sia assente quella più elementare e democratica: la riduzione dello stipendio di un parlamentare a quello medio di un impiegato. Ciò che colpisce è l’assoluzione silenziosa della società capitalista, proprio nel momento del suo massimo disfacimento, immoralità, irrazionalità.

I privilegi intollerabili dei parlamentari non sono la negazione della buona società civile, da cui chiamare la buona società a liberarsi. I privilegi dei parlamentari sono il riflesso in ultima analisi dei privilegi sociali di quelle classi che il Parlamento e Governi difendono: i capitalisti, i banchieri, i rentiers, e tutta la corte sociale che gravita attorno ad essi (manager, grandi azionisti, giocatori di Borsa..). È la classe che vive di profitto e di rendita. È la classe che vive di sfruttamento e rapina. È la classe che ha ridotto l’economia del mondo (e dell’Italia) a un gigantesco Casinò, in cui una piccola minoranza di faccendieri d’azzardo si disputa quotidianamente sul tavolo di gioco lavoro, pensioni, stipendi della maggioranza della società.

È un caso che questa classe paghi i partiti dominanti, sia con regolari donazioni, sia con mazzette bipartisan? Gli stessi stipendi dorati dei parlamentari – non solo in Italia – sono un investimento di garanzia nella loro fedeltà. E l’investimento è sicuramente ben riposto.

Cosa accade oggi? Accade che questo gigantesco casinò che si chiama capitalismo mondiale è in crisi rovinosa. E così le classi dominanti di tutto il mondo si appellano ai propri governi e ai propri parlamentari, perché impongano (enormi) “sacrifici” alla maggioranza della società. A quella stessa maggioranza che paga da trentanni le rapine dei capitalisti e dei banchieri, sotto i governi di ogni colore.



GRILLO SI SUBORDINA ALLA RAPINA DEI BANCHIERI


Ma se è così, dire – come Grillo – “tutti i cittadini debbono fare i sacrifici” non significa forse subordinarsi alla rapina dei banchieri? Altro che alternativa antisistema. È esattamente l’accettazione del sistema. E per di più dei gravami della sua crisi sulle condizioni della povera gente. Perché un operaio, un precario, un disoccupato, oppure un impiegato, un insegnante, un pensionato, dovrebbe continuare a fare “sacrifici” per consentire allo Stato di pagare ogni anno 80 miliardi di interessi ai banchieri detentori di Titoli di Stato? Cioè a quegli stessi banchieri che ogni giorno, da trentanni, chiedono tagli a stipendi, istruzione, sanità, pensioni? Eppure questo è il senso della manovra del governo Berlusconi e delle manovre “lacrime e sangue” di tutti i governi al mondo. Questa è la logica su cui convergono in tutto il mondo le cosiddette “opposizioni”. Non sapevamo che anche Grillo si fosse allineato al coro. Ora lo sappiamo.

Il fatto di aggiungere che “i sacrifici li devono fare anche i Parlamentari”, non sposta di una virgola il problema. Perché un conto è rivendicare l’abbattimento dei privilegi intollerabili dei parlamentari dentro un programma e una prospettiva anticapitalista e antisistema che parta dal rifiuto dei “sacrifici” popolari (è quello che noi facciamo). Cosa opposta è dire che “anche i parlamentari” debbono fare i sacrifici, “come tutti i cittadini”. Questa è semplicemente una truffa. E per di più subalterna proprio alla truffa propagandista oggi in voga per far digerire i “sacrifici” alla povera gente. È un caso che le richiesta di “sacrifici anche per i parlamentari e i politici” sia oggi così diffusa nei circoli dominanti e sulla loro stampa? No, non è un caso. I partiti parlamentari si rendono conto che rischiano la rivolta sociale se nel momento in cui chiedono nuovi sacrifici ai lavoratori non danno una spuntatina ai propri privilegi. Confindustria e banche sanno che per far ingoiare i sacrifici alla povera gente, nel proprio interesse di classe, è bene che i (propri) parlamentari facciano un po' di dieta. In un caso come nell’altro, il tema dei “sacrifici della politica” è solo il bordo di zucchero su un calice amaro offerto agli sfruttati. In altri termini un inganno sociale. Non sapevamo che Grillo, a modo suo, si subordinasse di fatto a questo inganno. Ora lo sappiamo.
Se a questo si aggiunge l’invio della proposta dei “sacrifici dei Parlamentari”... agli stessi Parlamentari che dovrebbero “sacrificarsi” – tramite letterina o via web – ci pare davvero superfluo il commento. I destinatari della missiva rideranno di gusto. Evidentemente un soggetto politico come il grillismo che rifiuta ogni forma di lotta di massa, nei luoghi di lavoro, nelle strade, nelle piazze, pensa di surrogare tutto questo con la potenza del web. Sino a rendere pura letteratura dell’impotenza e dell'illusione, le sue stesse proposte già di per sé subalterne. Un soggetto presentatosi come “alternativa radicale” si riduce a postino verso il potere. Ma questo non significa prendere in giro le aspettative e domande, infinitamente più serie, di tanti suoi sostenitori?




PER UNA ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA


In conclusione. Di fronte alla grande crisi che investe la società del mondo, il grillismo è nudo. Lo schifo autentico per la politica dominante (bipartisan), l’ansia di un alternativa vera e di una vera democrazia, da parte di tanti sostenitori del Movimento a 5 stelle, non devono essere abbandonati nelle mani di un comico guru e di una meteora elettoralista. Meritano la risposta seria di un programma anticapitalista, di un’organizzazione socialmente radicata che lo persegua, di una prospettiva reale di rivoluzione. Che liberi l’Italia della dittatura degli industriali, dei banchieri, del Vaticano, e quindi dei loro partiti. Che rivendichi l’abolizione del debito pubblico verso le banche, e la loro nazionalizzazione sotto controllo sociale; la soppressione di tutti i privilegi clericali e istituzionali; il potere reale della maggioranza della società nel governo del proprio destino. In altri termini: un governo dei lavoratori come leva di un’autentica rifondazione dell’intero ordine della società.
È questa la ragione del Partito Comunista dei Lavoratori.



PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI



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