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sabato 27 gennaio 2018

IL POPOLO LA RIFORMA IL POTERE: UN DISCORSO RIVOLUZIONARIO - di L. Mortara

 

di Lorenzo Mortara

Arrenditi Cimino
I t'hann ciapa…
seet circundàa ♬



Langue il dibattito a sinistra del centro sinistra in vista delle prossime elezioni. Sembra che per tirare l’acqua al proprio mulino, sia meglio evitare discussioni e non rispondere alla critiche. Tra i pochi che ci provano, senza ricorrere al metodo di dividere il campo, già abbastanza ristretto, in settari e unitari, prendiamo in considerazione il Compagno Sergio Cimino, sostenitore di Potere al Popolo, perché il suo articolo, Il discorso sul potere, pubblicato su La Città futura, ci sembra emblematico di un modo che non condividiamo di approcciare la crisi di rappresentanza del mondo dei lavoratori. Cimino prova a rispondere alle principali critiche mosse alla nuova lista, imbastendo la difesa arroccandosi su tre parole: popolo, riforma e potere.

Da dove provengono tale critiche? Cimino non lo dice espressamente, tocca quindi a chi scrive farlo, provengono sostanzialmente dall’altra lista alternativa, Sinistra Rivoluzionaria, e da altri vari gruppuscoli trotskoidi che, a questo giro, a quanto pare, si asterranno. Chi scrive, lo dice a scanso di equivoci, il 4 Marzo appoggerà Sinistra Rivoluzionaria.


Sinistra Rivoluzionaria avrà grossa difficoltà a raggiungere le firme, per lo meno in tutta Italia, il che non significa che non sarà perlopiù presente o che addirittura non esista, come van dicendo Cremaschi e altri che accreditano Potere al Popolo come l’unica forza di sinistra presente alle elezioni. Per la verità dovrebbero esserci pure i “comunisti” di Rizzo e forse pure altri. Non si tratta di volerli ignorare, tanto più che alla base conosciamo parecchi militanti devoti alla causa, al contrario si tratta proprio di disprezzarli per gli impresentabili vertici che si ritrovano, già complici, ai tempi dei governi Prodi, di innumerevoli schifezze ai danni dei lavoratori, vedi Legge Treu solo per fare un esempio. Perciò, possiamo far finta che, di sinistra, alle prossime elezioni, esistano solo queste due liste, e di queste, infatti, qui si discuterà.



Potere al Popolo riuscirà sicuramente a raggiungere le firme necessarie. Di qui a ottenere il 3% e approdare in Parlamento ce ne corre, certo è che se fallirà, difficilmente sarà per i pochi voti di testimonianza che Sinistra Rivoluzionaria riuscirà a sottrargli. Perché allora Sinistra Rivoluzionaria non può essere nominata nel dibattito che ruota attorno a Potere al Popolo, rendendolo già di fatto un mezzo dibattito, ridotto a mezza propaganda faziosa? Semplice: a torto o a ragione, velleitaria o meno, Sinistra Rivoluzionaria è il marxismo che si presenta alle elezioni borghesi. E Potere al popolo sarà anche, forse, io ne dubito fortemente, potere ai lavoratori, ma certo non sarà mai Potere al Marxismo, e questo già da solo dovrebbe mettere in guardia il militante classista. Accade invece l’opposto. Anziché mettersi in guardia dall’addolcimento della dottrina rivoluzionaria, il militante di Potere al Popolo l’abbassa e si mette in guardia dai ganci del marxismo, perché la Storia ci ha già insegnato mille volte che, di fronte al marxismo, il resto della truppa radicale precipita nella sudditanza, perché si sa in difetto, perciò piuttosto che affrontare il bisturi della sua critica tagliente e inesorabile, preferisce girare più alla larga possibile. Il Compagno Cimino, col suo articolo, sembra confermare questa storica regola.



IL POPOLO


Cosa dice la critica marxista di Potere al Popolo? Dice, tra le altre cose, che Potere al Popolo ha un programma riformista, nel senso più negativo del termine, e che tale aspetto si vede già nella parola “popolo” che annacqua il classismo in un generico e ambiguo amalgama interclassista. Personalmente credo che il vero problema di Potere al Popolo sia ben altro, e chiunque abbia alle spalle una lunga militanza, non può non vederlo, ma di questo parlerò nelle conclusioni, per ora voglio solo limitarmi a una semplice domanda: è giusta o sbagliata questa critica che viene mossa a Potere al Popolo? Cimino si limita a riportare la critica, suggerendo che a sua volta possa essere criticata o mitigata, ma si guarda bene dal prendere una posizione netta, quasi che il tutto fosse riconducibile a una semplice questione di opinioni più o meno legittime e, qui e là, più, o meno da smussare. Il marxismo non ama questo metodo empirico da pro & contro tipico del dibattito televisivo, e in quanto scienza pretende che si dia una risposta chiara alla domanda. E la risposta che dà, è che non solo è giusta, è tanto giusta che è addirittura sacrosanta. Potere al Popolo vuol riformare il capitalismo e il marxismo vuole la rivoluzione socialista, e per fare la rivoluzione socialista ci vuole la classe ristretta alla classe, giammai allargata al più generico popolo. E l’ultima riprova sta proprio nell’articolo di Cimino, che in fondo non è che l’ennesimo tentativo di difendere il riformismo. E non ci sarebbe bisogno di farlo se Potere al Popolo non fosse appunto riformista.


Come difende Cimino Potere al Popolo? Confermando e aggravando la critica. La parola “popolo” è meno ambigua di quel che si dice perché, dice il compagno napoletano, rimanda all’«aggettivo “popolare” [che] ha accompagnato il nome “Fronte” per identificare le alleanze elettorali di sinistra in Francia e Spagna durante gli anni ’30». È grazie ai fronti popolari che in Francia e in Ispagna come in Italia e un po’ dappertutto, la borghesia 80 anni fa riuscì a conservare il potere. Perché tali fronti non univano solo le sinistre come asserisce Cimino, ma pure pezzi di borghesia presunta progressista e che ovviamente progressista non era. Ed è così che tenendo buoni gli operai e “regredendo” le loro richieste per non scontentare la borghesia “progressista” del fronte popolare, in Ispagna al grido di «¡No pasarán! - ¡No pasarán!», abbiano avuto il Franchismo al posto della Repubblica, e negli altri paesi aborti di rivoluzioni. Tutta un’epoca di sconfitte o di disastri o di mezze vittorie mezzo mutilate, quindi foriere di futuri arretramenti, viene però riportata a galla da Cimino come un esempio virtuoso a cui rifarsi per sdoganare di nuovo la parola popolo e i suoi derivati. Ne segue che a Cimino le sconfitte di allora non sono bastate, le vuole rinverdire, oggi, con altre più cocenti batoste purché a loro volta “popolari”.


Chi c’era dietro i fronti popolari? L’orrido baffone, lo sterminatore del bolscevismo russo e del marxismo internazionale. Per noi ricordiamo Pietro Tresso, colpito e abbattuto nel Maquis nel 1943, e Pietro Tresso basta e avanza come esempio per tutti gli altri marxisti uccisi a migliaia da Stalin. Non pago però della scelta infelice di richiamarsi ai fronti popolari, Cimino giustifica ulteriormente la parola popolo, perché il corrispettivo a Est dei Fronti stalinisti popolari a Ovest, erano le “Repubbliche democratiche”, dette appunto “popolari”, che «si ispiravano – addirittura! – ai principi del marxismo-leninismo». E qui siamo in pieno liberalismo, le Repubbliche popolari vengono giudicate non per quello che in effetti erano, dittature antipopolari di burocrazie staliniste, ma per quello che pensava e diceva di loro la propaganda sovietica. Le repubbliche popolari si ispiravano talmente tanto ai principi del marxismo-leninismo che alla fine di tanta ispirazione rivoluzionaria, si sono trasformate in dittature borghesi o in Repubbliche dei padroni. Cosa avessero di tanto popolare i burocrati di allora, per trasformarsi nei paladini della proprietà privata del capitalismo di oggi, Cimino non lo spiega, gli basta aver ritrovato la parola “popolare” nella Storia passata, per giustificare la parola “popolo” nel presente. Che quella Storia sia tutta da buttare e da campare nel cesso, non lo sfiora manco di striscio, ma se non sfiora lui, non può lasciare indifferenti noi. E se lo stalinismo non ci convinceva allora che era vivo e vegeto, meno ancora ci può convincere oggi che è la caricatura di sé stesso ed è storicamente morto e sepolto sotto la sua stessa merda. Se c’è bisogno di ricordare lo stalinismo per giustificare la parola “popolo”, significa che c’è un motivo in più per rifiutarla.


LA RIFORMA


Difesa la parola “popolo” con Stalin, Cimino passa ora a difendere la parola “riforma” con Kautsky e Bernstein. Cimino si rammarica che dopo la caduta del Muro, la socialdemocrazia si sia trasformata nel suo opposto, liberaldemocrazia, rimpiange l’età dell’oro, l’epoca in cui la socialdemocrazia si atteneva al suo significato originario di riformismo sostanzialmente a vantaggio dei salariati anziché dei capitalisti come è sfacciatamente oggi. Sfugge a Cimino che tale epoca era proprio un’età dell’oro, un’età cioè immaginaria, perché se è incontestabile che la socialdemocrazia abbia avuto una torsione di 180 gradi negli anni ’90, è pur vero che anche prima la sua Storia è stata tutt’altro che lineare rispetto a quello che Cimino chiama il «suo significato consolidato». Innanzitutto, quando si parla di significato consolidato, bisognerebbe sempre chiedersi: consolidato da chi? Perché qui, chi ha consolidato questo significato, sono i riformisti stessi, i meno indicati per giudicare il riformismo, proprio perché parte in causa e incoscienti del ruolo nefasto che hanno avuto nella Storia del movimento operaio. I marxisti non li hanno affatto codificati in tale maniera.


Cimino si attiene alla favoletta del sedicente riformismo:


«all’interno di uno schema più o meno valido dalla fine del XIX secolo con la nascita e lo sviluppo del movimento operaio, i partiti socialdemocratici hanno rappresentato l’istanza associata alla graduale transizione al socialismo, senza discontinuità rivoluzionarie. I gradini, le tappe, di questo processo, sono stati incarnati dalle riforme. Ignorare, nella considerazione della loro portata, una “freccia del tempo” disposta in una ben determinata direzione, equivarrebbe ad una palese distorsione storica».


Siamo ripiombati in pieno liberalismo: il riformismo è quello che i riformisti pensano e dicono di sé stessi. Che la loro pratica sia stata opposta e abbia portato a tutt’altri risultati non conta. Conta il pensiero, non l’azione. Per il pensiero, passo dopo passo, gradino dopo gradino, si arriverà al socialismo. Ma per l’azione la freccia del tempo è tutt’altro che una linea retta. Il pensiero ignora che anche prima degli anni ’90, la direzione ha avuto bruschi e repentini cambi. Si potrebbero citare infiniti casi ma non c’è bisogno di infierire, citiamo i due più clamorosi che la rappresentazione del riformismo ignora perché troppo impegnata a cercare falle nella memoria altrui: il 4 Agosto del 1914, il “gradone” del voto ai crediti di guerra con cui crolla la socialdemocrazia tedesca, si rimangia praticamente in un colpo solo tutti i gradini fin lì fatti; successivamente, non si può non registrare l’ascesa dei vari fascismi e nazismi con la socialdemocrazia nel ruolo di bella statuina alla finestra. Ben prima di questi mirabolanti passi graduali, qualcuna che vedeva un po’ più lontano, aveva consolidato ben altro significato, nella sua lapide scolpita su misura per il riformismo:




«Riforma legislativa e rivoluzione non sono dunque metodi diversi del progresso storico, che si possono scegliere al buffet della Storia, come salsicce calde o fredde, ma sono momenti diversi nello sviluppo della società classista, che si condizionano e completano a vicenda ma nel medesimo tempo si escludono a vicenda, come il polo nord e il polo sud, la borghesia e il proletariato…

Giacché il lavoro di riforma sociale non ha in sé una propria forza di propulsione, indipendente dalla rivoluzione, bensì, in ogni periodo della storia, si muove solo nella direzione e per il tempo corrispondente alla spinta che gli è stata impressa dall’ultima rivoluzione, o, per parlare concretamente, solo nel quadro di quell’assetto della società che è stato posto in essere dalla più recente rivoluzione…

È fondamentalmente falso e del tutto antistorico vedere nel lavoro di riforma legislativa solo una rivoluzione tirata per il lungo e nella rivoluzione una riforma condensata. Una rivoluzione sociale e una riforma legislativa sono momenti diversi, non per la loro durata ma per la loro natura. Tutto il segreto dei rivolgimenti storici ottenuti con l’uso del potere politico consiste proprio nella trasformazione di pure mutazioni quantitative in qualche cosa di qualitativamente nuovo; per parlare concretamente, nel passaggio da un periodo storico, da un ordinamento sociale, ad un altro.

Perciò, chi si pronuncia favorevole alla via della riforma legislativa invece e in contrapposto alla conquista del potere politico e alla rivoluzione sociale, sceglie in pratica non una via più tranquilla, più sicura, più lenta, verso la stessa meta, quanto piuttosto un’altra meta, cioè, in luogo dell’instaurazione di un nuovo ordinamento sociale, soltanto dei mutamenti, e non sostanziali, dell’antico».

(Rosa Luxemburg, Riforma sociale o rivoluzione?)



Il riformismo non vuole arrivare gradualmente al socialismo, ma solo migliorare il capitalismo, ottimizzare la condizione di schiavitù salariale del proletariato. Mi pare che oltre cent’anni dopo questa perla del marxismo, tale verità storica possa considerarsi acquisita da qualunque militante mediamente preparato. Per noi marxisti era ovvio ancora prima che Rosa Luxemburg lo mettesse nero su bianco con la maestria e la genialità di quell’aquila che è sempre stata, ma se è del tempo che i riformisti avevano bisogno per toccare con mano il discorso di questa donna grandiosa, oggi se sono minimamente onesti, possono tranquillamente ammettere che avevamo ragione. Tanto più alla luce del fatto che, in tutti i momenti cruciali della Storia, quando ai padroni non restavano altre carte da giocare, il riformismo si è sempre trasformato nell’ultima stampella d’appoggio del capitalismo. Così, quello che era l’ultimo gradino da salire prima del socialismo, si è sempre trasformato nel primo gradino della ridiscesa verso la restaurazione borghese. Di qui i ciclici capitomboli dei profeti del gradualismo riformista, ultimo in ordine cronologico, il ruzzolone di Tsipras e di quella chiavica riformista di Syriza.




Essendo il capitalismo, l’orizzonte invalicabile della riforma, ne deriva che nella migliore delle ipotesi, un riformismo conseguente – che per altro non è che una contraddizione in termini perché il riformismo proprio per l’invalicabilità dell’ultimo gradino non può essere sempre conseguente – miglioramento dopo miglioramento, non conduce affatto per il proletariato, come pensa Cimino, a una «parziale emancipazione dal sistema del capitale». È l’esatto opposto, un riformismo conseguente porta a una parziale integrazione del proletariato nel sistema del capitale. Esattamente come – è sempre Rosa a spiegarcelo per sempre – un socialista al governo non introduce un granello di socialismo nel programma borghese, ma trasforma semplicemente il militante socialista, in un ministro borghese. E anche qui, l’appoggio di Rifondazione Comunista ai Governi Prodi dovrebbe averlo mostrato a sufficienza anche ai ciechi o agli increduli a cui, l’esempio di Millerand a cavallo del Novecento, ancora non era bastato.




Questa parziale integrazione, per altro, resterà sempre parziale perché nel sistema del capitale, il proletariato nel suo complesso non potrà mai diventare borghese. Gli mancheranno sempre i mezzi di produzione per farlo. Non solo, questa parziale integrazione è destinata nel lungo periodo a incepparsi e a trasformarsi nel suo opposto, in repulsione dal sistema, perché il meccanismo di accumulazione del capitale, in termini assoluti, solo per brevi periodi, di norma a ridosso di vittorie epocali, può condurre al «generale miglioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice». In termini relativi, cioè in proporzione, praticamente mai. Perché se non elimini il capitalismo, compagno Cimino, la legge del valore inchioderà sempre la merce salariata al suo prezzo naturale (salario che arriva a malapena alla fine del mese), mentre la tecnologia incrementerà, innovazione dopo innovazione, il profitto. Il che equivale a dire che la condizione di vita della classe lavoratrice tenderà a peggiorare in rapporto al Capitale. E nessun articolo 18, nemmeno quello del 1970, può impedire un simile peggioramento. E in questa legge che è anche la legge dell’accumulazione capitalistica, è già contenuta la capriola al contrario del gradualismo, perché non potendo valicare il capitalismo, il riformismo, nonostante i suoi gradini, è destinato ad accettarla, cioè a spostare, volente o nolente, i rapporti di forza tra capitale e forza-lavoro dalla parte del primo, fino a quando il divario crescente creerà una pressione così grande da piegare il secondo come un grissino e costringere le sue velleitarie idee di riforma alla capitolazione. Per trent’anni, infatti, abbiamo dovuto sorbirci le ciance superficiali dei soloni riformisti, che ci spiegavano come, la legge marxiana della crescente miseria del proletariato, non si fosse verificata grazie al loro intervento. Questi luminari del nulla, al pari di tutti gli ignavi, attribuivano ai riformisti, cioè a sé stessi, i successi della rivoluzione che riequilibrava i rapporti di forza tra le classi. È bastato che la rivoluzione crollasse, perché la legge della miseria crescente si riprendesse la scena, a cominciare dalla miseria assoluta della loro povertà intellettuale che è rimasta in mutande. Perché senza più la spinta della rivoluzione, i riformisti non sono stati più in grado di fare niente, così, grazie a loro, i lavoratori sono ripiombati a livelli ottocenteschi, con la differenza che nell’Ottocento i padroni non guadagnavano così tanto, il divario è aumentato, i lavoratori di oggi sono cento volte più sfruttati e stanno relativamente peggio. E se attendono i riformisti, ancora una decina d’anni e staranno peggio anche in termini assoluti.




Siamo all’epilogo del mistero, Cimino insiste sulla dicotomia riforma/rivoluzione come se ci potesse essere riforma o rivoluzione. Non comprende l’imperitura lezione impartita da Rosa Luxemburg a quel somaro di Eduard Bernstein. Riforma e rivoluzione sono la stessa cosa, più precisamente sono due momenti di un unico processo rivoluzionario. La riforma è il sottoprodotto della lotta rivoluzionaria, non del gradualismo lungimirante dei riformisti che altro non sono che generali da due soldi che si appuntano sul petto le medaglie al valore delle lotte combattute da altri. Al pari di tutti i Bernstein e Kautsky, Cimino, si balocca tra Riforma o Rivoluzione a seconda che si giudichi il momento rivoluzionario o non rivoluzionario. È prerivoluzionario? Avanti col marxismo! Non è rivoluzionario? Allora via il marxismo, avanti col gradualismo! Non comprende che una cosa è la riforma, un’altra il riformismo. La riforma è propria della rivoluzione, non del riformismo a cui Cimino la attribuisce. Che cosa allora è proprio del riformismo? Il freno tanto alla rivoluzione quanto al suo sottoprodotto, la riforma. Il riformismo è il programma di sinistra del Capitale, è lo spirito reazionario e borghese che si insinua nella rivoluzione, è il germe parassitario che si annida nella lotta per succhiarne la linfa e vivere sulle sue spalle. E come il Capitale segue inevitabilmente l’eterno suo ciclo, dall’espansione al boom alla recessione per poi ricominciare, anche il riformismo, dopo un ciclo di riforme su cui è campato, allo scoppiare della crisi capitalistica s’arresta, va in recessione e torna regolarmente indietro riprendendosi le riforme, scaricando sui lavoratori il peso della sua poltrona ormai acquisita e che non vuol mollare.




Cimino cita le nazionalizzazioni, l’istruzione e la sanità pubblica cioè i principali successi di cui i riformisti si sono sempre vantati. Non è difficile riconoscere i progressi di tali graduali riforme. Più difficile comprendere il ruolo giocato dai riformisti in tutto ciò. L’esempio di Allende e dell’Unidad Popular può valere per tutti, le eccezioni confermeranno soltanto la regola. Mentre operai e contadini occupavano terre e fabbriche dei padroni, Allende si precipitava a restituirgliele in parte o a indennizzarli. In breve, quando non sono un modo per socializzare le perdite, le nazionalizzazioni dei riformisti, fatte sempre sotto la pressione delle masse, nazionalizzano meno di quanto si possa nazionalizzare. Anche le riforme dell’epoca d’oro della socialdemocrazia sotto Bismarck sono così. Se si studiano bene gli ultimi scritti di Marx ed Engels, si vedrà come abbiano sempre dovuto scontrarsi con la burocrazia degli smorzatori di professione che cominciava a prendere piede. E la Rivoluzione d’Ottobre non è in fondo lo scontro tra i bolscevichi rivoluzionari che vogliono far fare due passi in più alle masse che rischiano di incartarsi, e i menscevichi che fanno di tutto per fargliene fare due in meno ed incartarle definitivamente? Questa dinamica si ripete dovunque ci sia una lotta per la riforma o la rivoluzione che son la stessa cosa. Non solo, le nazionalizzazione e i successi di ieri, vanno visti in maniera dinamica, non fermi e immobili, separati a compartimenti stagni dal processo storico di cui fanno parte. E il progresso delle nazionalizzazioni di ieri, in mancanza del salto qualitativo nella rivoluzione, si è trasformato nel regresso delle privatizzazioni di oggi, portate avanti dagli stessi riformisti di sempre. Cimino pensa di cavarsela riportando indietro l’orologio del riformismo. La socialdemocrazia deve tornare quella di prima, dice, come se fosse solo un problema di idee. Perché torni quella di una volta, la socialdemocrazia ha bisogno che anche il capitalismo torni quello di un tempo. E questo è appunto il problema. Il capitalismo vive di cicli. Non esiste la crisi finale del capitalismo, ma ad ogni nuovo ciclo, il gioco si fa sempre più difficile. Può il capitalismo tornare quello di una volta? È molto difficile per non dire impossibile. Ne segue che anche il riformismo difficilmente può tornare alle origini. Cimino vorrebbe che riconoscessimo nel programma di Potere al Popolo il riformismo primigenio. E noi glielo riconosciamo senz’altro. Ma mentre Cimino si perde a definire quale riformismo rappresenti il programma di Potere al Popolo, noi meno interessati alle questioni teoriche e più pratici, vorremmo che lui o chi per lui ci spiegasse una cosa molto più importante: perché Syriza, con un programma primigenio più o meno simile, è capitolata in nemmeno tre giorni, non realizzandone manco una virgola? Davvero ci stupisce l’ingenuità, questa sì primigenia, con cui Cimino valuta il programma di Potere al Popolo.


Secondo lui:
 

«la combinazione del rifiuto del Fiscal Compact e della costituzione di un Audit sul debito pubblico, in funzione della sua rinegoziazione e ristrutturazione, rappresenta il fulcro di una qualsiasi strategia di reale destrutturazione del potere del capitale internazionale».



Scusate Signori riformisti, ma questo non era precisamente il progetto di quella banderuola greca di Tsipras? E come è finita la reale destrutturazione del potere del capitale? Col capitale intatto, felice come una Pasqua, e la reale destrutturazione di Tsipras, la totale destrutturazione del lavoro salariato e la completa bancarotta di Syriza. E se già Syriza è finita così, nonostante l’appoggio di massa, perché mai dovremmo pensare che Potere al Popolo, che le masse al momento non le vede manco di striscio, possa fare una fine migliore? Davvero si può ripresentare lo stesso programma di riforme, senza dire una parola di Tsipras e senza fare i conti col fallimento di Syriza? Perché il Compagno Cimino non ne parla? Semplice: perché non saprebbe cosa rispondere.


Il marxismo, invece, saccente com’è, non ha problemi a rispondere: perché il riformismo in Grecia è andato incontro all’ennesimo disastro? Perché il gradualismo frenante, tra le altre cose, ignora la dialettica. Quando il riformismo davanti all’ultimo gradino invalicabile ruzzola all’indietro precipitando di dieci gradini, immagina di poter rifare il percorso al giro successivo che è anche il giro successivo della sua boria. Ma come ad ogni ciclo del capitale, il gioco si fa sempre più difficile, alla stessa maniera i gradini che il riformismo può fare oggi non sono gli stessi di ieri. Quanti gradini può fare oggi il riformismo, ammesso che li voglia fare? È difficile rispondere con precisione a tale domanda. Di sicuro non può semplicemente recuperare quelli perduti, perché la dialettica non è un gioco aritmetico. Tuttavia, proprio perché non esiste una crisi finale del capitale, non esiste nemmeno una chiusura definitiva di spazio per le riforme. I trent’anni di social-capitalismo della socialdemocrazia e soprattutto l’esperienza greca, però, ci suggeriscono che per quanto il riformismo possa pensare di provare ad avanzare a passi magari ancora più piccoli e ancora più graduali, dal 2008 in avanti, ogni volta che ci prova si trova sostanzialmente davanti sempre e soltanto l’ultimo gradino. Ed è per questo che capitola e ruzzola indietro, perché l’ultimo gradino è invalicabile per il riformismo. Non ha quindi alcun senso riproporre il programma minimo come fa Cimino, perché presuppone ancora tanti gradini da risalire. La separazione tra programma minimo e massimo, non è la separazione tra la rivoluzione e un gradualismo onesto che non è mai esistito, ma la copertura con cui si sostituiva al programma di una classe dominata, quello dell’altra dominante. Ma se il programma di sinistra del Capitale, il riformismo graduale, non ha davanti che un ultimo gradino, allora l’alternativa si riduce alla scelta tra il capitalismo e il socialismo. E siccome o socialismo o barbarie, il riformismo che non ne vuol sapere di abbandonare il capitalismo, è la graduale scelta di campo della barbarie. Cimino nel 2018, fuori tempo massimo, vuol tornare alla separazione tra programma minimo e massimo di inizio Novecento, quando Trotsky, da 80 anni esatti, l’ha sostituita per sempre col Programma di Transizione del 1938. E perciò anche oggi, nel 2018, il programma o è di transizione o non è niente.


IL POTERE


Attraversato il fiume del popolo sul piroscafo di Stalin, affrontato il mare della riforma sulla bagnarola di Bernstein e Kautsky, non potevamo certo pretendere che l’ultimo capitolo del trittico, il potere, fosse affrontato sulle colonne del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels. Infatti, per inforcare l’ultimo palo, il Compagno Cimino, ripercorre più o meno gli errori di prima, affidandosi però al pensiero un po’ più radicale, per quanto sempre debole rispetto al marxismo, dell’operaismo di Panzieri e dei suoi Quaderni Rossi.


Panzieri discuteva con Momigliano il quale negava valore politico all’azione sindacale, in quanto finita la lotta anche più dura e vittoriosa, il sindacato era costretto a rientrare nell’ambito della contrattazione e quindi della normalità in cui il potere è in mano ai padroni e ai lavoratori tocca difendersi. Cimino trasla questo discorso anche a «una forza politica dichiaratamente e genuinamente rivoluzionaria», chiedendosi se anche a lei non tocchi il ritorno alla normalità dopo una lotta nel quadro parlamentare, democratico borghese. Da notare che dopo aver perorato in lungo e in largo la causa del riformismo e del programma minimo, ora scopriamo che Potere al Popolo – perché è a questa compagine che si riferisce – è un Partito Genuinamente Rivoluzionario. E perché deve tornare alla normalità, cioè al riformismo, un partito genuinamente rivoluzionario come Potere al Popolo? Semplice: perché il momento non è pre-rivoluzionario. Siamo al punto di prima, alla separazione artificiosa delle cose. Prima veniva separata la riforma dalla rivoluzione, ora si separa la lotta politica da quella sindacale. Lo scopo è sempre lo stesso, trovare tutte le scappatoie possibili, meglio se dotte e ricercate, per saltare sul carro del riformismo mantenendo, come per un bisogno di prestigio, l’insegna della rivoluzione. Nulla di nuovo sotto il sole: il riformismo, sventolando la bandiera rossa, non ha sempre chiamato realismo quello che noi chiamiamo opportunismo? Ed è per il genuino realismo dei suoi paraocchi che il Compagno Cimino vorrebbe saltare sul carro del nuovo riformismo senza mai accorgersi di restare solo sul vecchio carro dell’opportunismo. O meglio, probabilmente un po’ se ne accorge. Infatti, sente la rivoluzione fischiargli nelle orecchie:


«ma la rivoluzione è rottura, sembra quasi di sentire urlare. Quello che però dovremmo chiederci è: la rivoluzione è già rottura fin dal suo principio? Probabilmente può esserci di aiuto porre una adeguata enfasi sulla connotazione dinamica della rivoluzione, valorizzando il suo essere principalmente processo».


Mettendo apparentemente in marcia la rivoluzione, con domande retoriche e superflue – davvero ci crede così stolti d’aver bisogno di essere edotti sulla rivoluzione come processo? – Cimino pensa di aver aggiustato le cose. In realtà le ha solo aggravate, mettendo in moto la stessa retromarcia riformista di prima, perché qui lui afferma di fatto che il processo rivoluzionario va dal riformismo iniziale fino alla rivoluzione finale. Falso! La rivoluzione in effetti è sì un processo, questo lo sanno anche i riformisti, quello che ignorano è che il processo è di rottura dall’inizio alla fine, solo che non sempre, anzi raramente, la rottura coglie un successo completo, spesso deve accontentarsi di risultati parziali che prendono il nome di riforma. Esattamente come un colpo d’ascia che cerca la rottura del tronco, non sempre ci riesce al primo tentativo, ma sempre colpo d’ascia è. E i risultati parziali, la rivoluzione, li coglie proprio perché va alla rottura dall’inizio alla fine. Se andasse con la museruola riformista fin dall’inizio, perderebbe in due giorni senza ottenere nulla. Cimino ha forse visto il popolo parigino del 1789, e questa volta popolo va bene perché allora la classe operaia non era ancora ben delineata, prendere la Bastiglia dopo vent’anni di programma minimo di Robespierre? Ha visto forse il 1905 russo arato per 30 anni dai piccoli passi del populismo di Vera Zasulič? Crede forse che, nel 1919-20, il biennio rosso in Italia, sia stato preparato dal gradualismo in crescendo di quei minimalisti di Buozzi e Turati? E le recenti primavere arabe, appena rifiorite dopo che la superficialità degli stolti le aveva già liquidate, sono forse nate da un gradualismo saggio e prudente? Invece di far della teoria sbagliata, perché Cimino non ci illumina con qualche esempio pratico tratto dalla realtà? Ci faccia vedere un processo rivoluzionario che cominci col riformismo e si concluda con la rivoluzione, e davvero ci travestiremo da clown, pronti per essere iscritti anche noi al circo riformista.




La rivoluzione quasi mai coglie in pieno sé stessa, perché nonostante la sua intensità deve sempre fare i conti, oltreché con la reazione, con l’altro aspetto che l’accompagna, e cioè il riformismo che, anch’esso dall’inizio alla fine, è il processo frenante della rivoluzione e che tenta di deviarla nella riforma. Se fosse come dice, un processo che comincia prudente e pian piano accelera, Cimino avrebbe visto i riformisti menscevichi trasformarsi in rivoluzionari nel momento rivoluzionario dell’Ottobre. Ma non dicono i riformisti di tutte le razze ancora oggi che Lenin si è spinto troppo avanti, perché nella Russia del 1917 non c’erano le condizioni per una rivoluzione? E non dicono, forse, gli stalinisti italiani che nel 1945 non si poteva fare la rivoluzione perché c’erano gli americani e tante altre balle? E mille analoghe scuse non si trovano nella bocca di tutti gli affossatori di momenti rivoluzionari? Ma soprattutto, perché se i riformisti restano riformisti controrivoluzionari anche in tempi di rivoluzione, i sedicenti genuini rivoluzionari devono diventare riformisti appena le condizioni smettono di essere rivoluzionarie? Risposta: perché Cimino vuol far la rivoluzione con logica aritmetica, anziché con la dialettica materialistica. Vuol fare cioè il riformista travestito da rivoluzionario. Non capisce che il processo rivoluzionario è un processo materialistico come un altro, fatto di azione e reazione. Non sta a lui fare tutte due le parti, saltando ora nell’una ora nell’altra a seconda del momento. Stia nel suo campo se vuole davvero la rivoluzione.




Per lui l’enfasi dinamica della rivoluzione consiste nell’addizionare i vari aspetti passo dopo passo. Ecco quindi che ricompone Momigliano e Panzieri, cioè lotta sindacale e politica, perché finita la lotta gli operai dovranno sì sottostare ancora al comando, ma avendo po’ più di potere, ne avranno di conseguenza meno i padroni, perché il potere non conosce il vuoto. Di questo passo, pezzetto dopo pezzetto, gli operai avranno in mano tutto il potere. Nel frattempo quel pezzo in più aprirà loro nuove mirabolanti possibilità, che sempre a seconda del momento, saranno o di «scontro o di tregua o – Udite! Udite! – di collaborazione tattica». E cosa sarebbe questa collaborazione tattica tra le classi? Il Fronte Popolare di prima, cioè la tattica sbagliata e controrivoluzionaria nel momento giusto per la rivoluzione. Cimino la ripropone perché non vuole la rottura ma la conciliazione, però con sottofondo il rumore della rottura che tanto gli piace e fa scena. Come se bastasse un programma di rottura per dare una carica anticapitalista a una forza politica. Di norma è l’esatto opposto, più cariche apparentemente di rottura ha un programma, e meno anticapitalista è la forza politica che lo sostiene. Il bello è che, anche stando a Cimino, Potere al Popolo, di cariche anticapitaliste ne ha davvero poche. Per lui infatti, il richiamo alla Costituzione e la sua difesa contro i padroni che la vogliono smantellare, il rifiuto del fiscal compact con la rimodulazione del debito e infine il mutualismo con democrazia diretta legalitaria, sono la quintessenza della rottura antisistema e della presa progressiva del potere. Per noi ha più carica anticapitalista quello che Cimino mette in secondo piano: ripristino dell’articolo 18, riduzione d’orario a parità di salario, eliminazione della Legge Fornero eccetera. Ma primo e secondo piano, anche sommati, non danno una carica di rottura perché la rottura sta nel metodo con cui si porta avanti un programma, non nella sua lista della spesa. E il metodo del riformismo consiste nello smorzare la lotta, e quindi anche il programma, nei punti nevralgici. Il metodo della rivoluzione consiste all’opposto nell’evidenziarli. E infatti cosa è sparito dal programma di Potere al Popolo come evidenziano le cariche di rottura citate da Cimino? È sparito precisamente quel discorso sulla presa del potere su cui Cimino non ha fatto altro che girarci attorno. Forse così ha rimesso insieme i Quaderni Rossi, ma non li metterà mai assieme coi quaderni marxisti, perché non parlano la stessa lingua e non sono sovrapponibili. Per i quaderni marxisti questione sindacale e politica non si ricompongo per via addizionale. Sentiamo infatti ancora una volta un’aquila che, con tutto il rispetto, ci poteva risparmiare Momigliano e Panzieri:




«la distinzione fra lotta politica e lotta economica e la loro separazione sono il prodotto artificiale, ancorché storicamente spiegabile, dei periodo del parlamentarismo. Per un verso, nel procedere tranquillo e “normale” della società borghese, la lotta economica è dispersa, frammentata in una quantità di lotte parziali in ciascuna azienda, in ciascuno dei settori produttivi. Per altro verso, la lotta politica è condotta non dalle masse stesse in un’azione diretta, ma, in conformità alle forme dello Stato borghese, per via rappresentativa, attraverso la pressione esercitata sugli organismi legislativi…

Quando invece si apre un periodo di lotte rivoluzionarie, vale a dire quando le masse si presentano sul campo di battaglia, cessano tanto la dispersione della lotta economica quanto la forma indiretta, parlamentare, della lotta politica: in un’azione rivoluzionaria di massa, lotta politica e lotta economica fanno tutt’uno, e il limite artificioso segnato tra sindacati e partito socialista, quasi si trattasse di forme separate, completamente diverse, del movimento operaio, viene semplicemente soppresso.

Non esistono due differenti lotte, una politica e una economica, della classe operaia: esiste solo un’unica lotta di classe, che tende contemporaneamente a limitare lo sfruttamento capitalistico in seno alla società borghese e a sopprimere sfruttamento capitalistico e società borghese al tempo stesso. Se questi due volti della lotta di classe in periodo parlamentare si presentano separati, per ragioni tecniche, non rappresentano però due azioni parallele ma solamente due fasi, due livelli della lotta per l’affrancamento della classe lavoratrice. La lotta sindacale comprende gli interessi immediati, quella politica gli interessi futuri del movimento operaio.

Il rapporto dei sindacati rispetto al partito socialista è, quindi, quello della parte rispetto al tutto»

(Rosa Luxemburg, Sciopero di massa, partito e sindacati)




Come si vede il dibattito tra Momigliano e Panzieri è uno dei tanti discorsi di retroguardia. La lotta economica sindacale e la lotta politica, non sono separate da compartimenti stagni e sono sostanzialmente la stessa cosa: lotta di classe. Quando l’operaio rientra in fabbrica dopo una lotta vittoriosa, porta con sé le conquiste che ha ottenuto. Se ha conquistato l’art.18, che è una conquista politica, è evidente che se la porta in fabbrica. Se Momigliano continua a non vederci un contenuto politico perché l’operaio resta sempre subordinato al padrone, significa che attribuisce valore politico soltanto all’atto finale della lotta di classe: la presa rivoluzionaria del potere, con questo mistificando e non comprendendo cosa sia in effetti una rivoluzione. Cimino che gli va dietro, non ne comprende molto di più.

Una rivoluzione non è solo la presa del potere politico, altrimenti la classe operaia con Syriza al potere avrebbe fatto la rivoluzione. Non è nemmeno una straordinaria vittoria economica. È anche e soprattutto una conquista strutturale e sociale per l’esproprio di una classe. Questi tre aspetti, economico, politico e sociale, perché una rivoluzione vinca, devono essere risolti contemporaneamente e sostanzialmente tutti in un colpo. Ecco perché una rivoluzione è così difficile e rara, perché puntando dritto verso la struttura sociale di classe e verso l’abbattimento del modo di produzione capitalistico che nessun padrone può concedere, nel 99% dei casi ottiene in cambio della sua deviazione ad opera dei riformisti qualche riforma politica o economica, che sono essenzialmente cambiamenti sovrastrutturali, che non intaccano la struttura di fondo.

Se prendiamo come esempio l’art.18, vediamo bene questo aspetto. Gli operai nel ’68 costituiscono in mezza Italia i consigli di fabbrica, un contropotere che non risponde a nessuno se non ai lavoratori. Attentano al comando padronale. Sono lì lì per il salto successivo: la presa del possesso delle fabbriche stesse. Strappano però la riforma nel 1970. I padroni varano in fretta e furia uno Statuto dei Lavoratori che riconosce molte cose, tra cui il sindacato anche nell’altra mezza Italia e l’art.18. La struttura capitalistica è intatta e salva, ma la sovrastruttura ha ceduto un bel po’ di soldi e qualche diritto storico. Non solo, la Rivoluzione paga anche un prezzo al riformismo: l’art.19 dello Statuto, cioè la costituzione dall’alto delle RSA, ovvero la rappresentanza nominata e controllata dalle burocrazie di Cgil-Cisl-Uil. La forza della rivoluzione è così grande che le RSA non son applicate in pieno nemmeno oggi, e fino al 1984 dovettero accettare lo stesso i consigli di fabbrica anche se via via sempre più addomesticati. Il riformismo si appunterà sul petto la medaglia, ma lo Statuto dei Lavoratori è proprio della rivoluzione diretta contro la struttura capitalistica, del riformismo è proprio l’art.19 e le altre piccole storture presenti nelle conquiste di quel periodo. E qui per riformismo non intendiamo per forza i socialisti Brodolini e Giugni, gli artefici dello Statuto, ma tutto quello sciame umano di burocrati sindacali, ministri della DC, deputati del PCI eccetera che per 10 anni corse dietro alla rivoluzione solo per farla inciampare. I graffi di questa masnada di filistei si vedono nell’art.19 dello Statuto.

Solo puntando dritto alla rivoluzione strutturale si ottengono riforme sovrastrutturali. La conquista pezzo per pezzo del potere, l’addizione di potere proletario che sottrae pezzi di potere capitalista sono fantasie aritmetiche che nella realtà non esistono. Perché anche la conquista del potere è una questione dialettica. Cimino parla di pezzi di potere, come se gli operai dovessero mettere assieme art.18, pensione, riduzione d’orario, abolizione del Jobs act e altri innumerevoli tessere per avere completo il quadro di comando del potere. La verità è che anche li mettessero assieme tutti, il loro potere sarebbe sempre uguale a zero. Perché non è quello il puzzle che devono comporre. Tutti questi pezzi, modificano solo la testa sovrastrutturale del sistema, è il cuore che deve essere preso e strappato andando alla radice strutturale. Conquiste simili servono solo come leva per quel salto qualitativo con cui gli operai esproprieranno i padroni prendendo possesso dell’unica cosa che nessuna riforma può dar loro: i mezzi di produzione per instaurarne uno nuovo.

Quello che cambia con le conquiste parziali sono i rapporti di forza, per tentare l’assalto finale, non il potere della classe padronale che resta saldo e indiviso nelle sue mani. Lo dimostra una delle più ridicole e inconcludenti sconfitte dei riformisti: la cogestione tedesca. Solo l’ipocrisia più sfacciata del riformismo poteva pensare di cogestire il capitalismo. Ma il suo interesse di casta veniva prima di una verità che anche i sassi sapevano, così il riformismo annidato nelle burocrazie sindacali, crollato il nazismo, deviò la lotta radicale verso la cogestione, illudendo i lavoratori che in regime capitalistico potesse mai esserci un rapporto paritetico tra loro e il capitale proprietario. Risultato: ci vollero 7 anni per domare questa illusoria pretesa, ma il 19 Luglio 1952 il Bundestag approvò la legge sulle relazioni sindacali, e ai lavoratori nel consiglio di amministrazione di una società spettavano solo un terzo dei rappresentanti, cioè nessuno, con buona pace della cogestione. «Era una delle più amare sconfitte sindacali del dopoguerra» sentenzia Edmondo Montali, lo storico della cogestione tedesca. La struttura era rimasta indenne, ma la sovrastruttura dovette sopportare un terzo di parrucconi in più da mantenere a sbafo dei lavoratori.

Le cariche anticapitaliste descritte da Cimino, sono cariche messe alla testa del sistema. Né il ripristino della Costituzione del 1948, né una valutazione indipendente, super-partes (sic!) del debito, né il mutualismo, né la riduzione d’orario di lavoro, né tanto meno il ripristino dell’articolo 18 o delle pensioni, possono di per sé mutare di una virgola il modo di produzione capitalistico, perché sono tutte riforme sovrastrutturali. Il fatto che il capitalismo queste cose le abbia in fondo già sopportate una volta, dimostra che di per sé potrebbe sopportarle ancora. Come potrebbe non sopportare ad esempio una Costituzione borghese come quella repubblicana che sancisce, nell’art. 41 la proprietà privata? E in effetti quello che i padroni vogliono smantellare sono i suoi fronzoli “socialisteggianti”. E per noi la difesa della Costituzione dovrebbe essere la difesa di quelli e solo quelli, perché il resto va rovesciato, visto che il resto della Costituzione, non si preoccupi il compagno Cimino, sarà sempre difeso dai padroni. Non serve che ci mettiamo a guardia pure noi!

Persino il controllo operaio può sopportare il capitalismo, purché non si accompagni all’esproprio dei padroni e al potere sui mezzi di produzione. Ma a chi resta in mano la proprietà dei mezzi di produzione, è proprio quello che il programma di Potere al Popolo elude. Il controllo operaio è quindi solo una chiacchiera sul controllo operaio.

Un programma è anticapitalista quando mette le cariche dritte al cuore del sistema, cioè quando attenta ai mezzi di produzione per espropriarli e dominarli. Potere al Popolo nel programma mette tutte le cariche alla testa, proprio per nascondere il fatto che al cuore non ne mette manco mezza. Intuiamo la risposta di Cimino, la immaginiamo più o meno così, come emerge qua e là nel suo articolo: la coscienza è andata troppo indietro per un programma più avanzato. Anche stavolta l’opportunismo è riuscito nella impresa più strabiliante della sua ciclica Storia: dare la colpa alle masse per l’arretramento causato dal suo riformismo. Che poi Cimino proponga il riformismo, anche se d’antan, senza chiedersi per quale motivo il riformismo, che è la principale causa dell’arretramento più vistoso di tutti i tempi, quello degli ultimi trent’anni, dovrebbe essere anche la soluzione, è davvero il colmo.

Il colmo dei colmi, però, è che anche quando parla di arretramento e di coscienza, non gli entra in testa la dialettica. Il pauroso arretramento dell’ultimo trentennio, talmente inglorioso da essersi ampiamente rimangiato il trentennio glorioso, lo fa subito scalare dalla rivoluzione al riformismo. Dimentica che ogni arretramento è anche un avanzamento. Grazie alle continue capriole del riformismo, l’accumulazione di capitale è continuata praticamente indisturbata. E oggi, al mostruoso arretramento dei lavoratori, corrisponde il più spaventoso avanzamento del capitale mai registrato dalla Storia. Mai il divario tra Capitale e Forza-Lavoro è stato più grande come dimostrano puntualmente ogni anno le statistiche sui miliardari. Cimino non ne trae alcuna conseguenza, o meglio ne trae la conseguenza sbagliata: minimizzare il programma per caricare alla testa in vista di qualche briciola di riforma. All’esatto contrario si muove il programma della rivoluzione: caricare alla radice la struttura per ottenere il massimo da un programma rivoluzionario. Perché? Perché l’aumento del divario tra Capitale e Forza-lavoro, è anche l’aumento dei rapporti di forza a favore del primo. La potenza che abbiamo di fronte si è ingigantita come una montagna. E Cimino vuol affrontarla facendosi sempre più piccolo, come uno che voglia perforarla passando dalla trivellatrice al martello pneumatico, al martello a mani nude. Solo una forza uguale e contraria a quella accumulata dal Capitale in questi trent’anni, potrà dare qualche speranza di successo agli operai. Solo mettendo alla radice del sistema tutte le cariche a disposizione, avremo almeno qualche speranza di scalfire la sovrastruttura con qualche riforma. La potenza che abbiamo di fronte si è ingigantita come una montagna. Nel linguaggio della II Internazionale di cui fa parte Cimino, in breve del riformismo, magari in versione due e mezzo, significa che solo concentrando tutta la potenza di fuoco, nella forza di un programma 10 volte più potente di quello massimo della socialdemocrazia tedesca, 5 volte più potente delle Tesi di Aprile di Lenin, e 3 volte più potente del Programma di Transizione di Trotsky, si può portare a casa qualcuna della briciole da lui citate. Naturalmente il programma da solo non basta, senza la massa dei lavoratori resta sulla carta, ma proprio perché resta sulla carta deve servire anzitutto a prendere bene la mira e a identificare il bersaglio. Cimino, però, si esalta perché Potere al popolo fa il contrario: disperde in un programma minimo tutte le cento cariche e le punta tutte su un bersaglio non identificato. Ed è per questo che la presa del potere resterà un discorso per Potere al Popolo, perché di questo passo sarà il Capitale a prendersi le sue mutande. E senza profferir parola.

CONCLUSIONI

Ci siamo dilungati forse un po’ troppo per paura di non essere abbastanza esaurienti. Ora però che abbiamo sistemato il potere, il popolo e la riforma, possiamo anche aggiungere che, se pure sian vere le nostre critiche, e lo sono senza ombra di dubbio, restano pur sempre critiche secondarie. Perché quelle primarie sono ben altre e i militanti più agguerriti e preparati si sono concentrati su queste. Cimino ci ha costretto alla critica secondaria perché oltre a tenersi alla larga dal marxismo, ha fatto finta che questa fosse quella primaria rivolta a Potere al Popolo.

Un programma riformista, cioè le illusioni dei compagni alla Cimino, può essere corretto in corsa se i compagni che ci credono sono buoni e davvero devoti alla causa rivoluzionaria, specialmente se il programma in questione è davvero robusto come in effetti è. L’esperienza pratica darà loro una mano in tal senso. Se però i compagni che prendono delle cantonate hanno solo interesse alla poltrona, l’esperienza non servirà a niente, perché solo la poltrona farà da esperienza. Ed è inutile chiedersi se il programma sia riformista o rivoluzionario, se non si dice una parola su chi lo porterà comunque avanti.




Il programma riformista di Potere al Popolo sarà portato avanti dalle principali forze che lo sostengono. E quali sono? Risponde Cimino:

«tra i maggiori, Partito della Rifondazione Comunista, Partito Comunista Italiano, Sinistra Anticapitalista, Eurostop»

Null’altro ha da dire Cimino, scena muta per tutto il resto dell’articolo. Una forza genuinamente rivoluzionaria come Potere al Popolo sarà trainata da due forze, le prime che ha richiamato, che non si possono nemmeno definire riformiste, perché dopo 90 anni di spirito controrivoluzionario stalinista, ridotte ormai a puro ed infimo ceto burocratico, sono in tutto e per tutto forze schifosamente reazionarie. Si è tanto discusso dell’infiltrazione di Rifondazione ed ex Comunisti Italiani, di un ceto burocratico che ha governato ben due volte con Prodi rifilandoci e firmando Leggi Treu, controriforme da 6 anni in più di lavoro, missioni di guerra, sgravi alle imprese eccetera eccetera. Rifondazione è solo un gruppo tra i tanti, qualcuno diceva, poi abbiamo visto scegliere i portavoce col manuale Cencelli, e quindi dall’alto e non dal basso, e di fatto Rifondazione ne aveva due, l’unica, perché tutti gli altri ne avevano uno. Abbiamo poi letto che i criteri con cui si sarebbero scelti i candidati sarebbero stati in coerenza col programma. Il Coordinamento Organizzativo avrebbe vigilato. Come? Sentiamo:




«Il Coordinamento Organizzativo verifica, pena esclusione motivata ma insindacabile, che i candidati proposti abbiano un percorso civile, sociale e politico coerente con il movimento e i suoi scopi, che gli stessi non abbiano mai ricoperto per più di una volta il ruolo di parlamentari o di consiglieri regionali, che non abbiano mai ricoperto ruoli di governo né a livello nazionale né a livello regionale. (grassetto in corsivo nostro)».




Passi la differenza sottile tra l’aver ricoperto ruoli di governo ed averlo appoggiato nonostante questo fosse un governo padronale e imperialista, ma ci spiega Cimino che storia politica coerente col programma di Potere al Popolo può avere la “pacifista” neo-candidata Lidia Menapace che ha massacrato i lavoratori votando tutto quello che c’era da votare nell’ultimo Governo Prodi, meritandosi il soprannome di Lidia Pacifinta Menaguerra, per le missioni di guerra in Afghanistan sostenute e approvate come se niente fosse? E non si creda che il caso Menaguerra sia un caso isolato. No, dovunque Potere al Popolo si sta riempiendo di candidati impresentabili provenienti dalla vecchia burocrazia riciclatasi, come Acerbo, il capo di Rifondazione. Cosa è successo? Perché i vigili non hanno vigilato? Perché i vigili sono in fondo gli stessi candidati, perché si è demandato tutto alle assemblee. E nei centri più grossi, dove c’era concorrenza, si è riusciti a candidare anche gente come Cremaschi di EuroStop, che per quanto malato di sovranismo monetario e altre fole piccole borghesi, resta pur sempre un candidato di tutto rispetto a cui auguriamo di essere eletto, ma in periferia dove la burocrazia rifondarola la fa da padrona, anche Annibal Lecter sarebbe riuscito a passare come coerente con la linea di Potere al Popolo.




E Sinistra Anticapitalista? Passi chiamarsi così e finire in una lista riformista. Sappiamo anche bene il ruolo del suo leader Turigliatto, anche lui al Governo con Prodi e falsamente oppositore. 23 volte lo sostenne prima di astenersi, votando tutto quello che c’era da votare per non mandare a casa i padroni, compresi i 12 punti con cui Prodi, caduto una volta, si rialzò. Conosciamo però anche i militanti di base, perlopiù tutti impegnati seriamente a dare battaglia in Cgil a Camusso e Landini senza fare loro sconti. Mentre non ne conosciamo praticamente uno, in orbita Rifondazione, che non accompagni i suoi strali contro il neoliberismo abbracciato a Camusso o a Landini e a tutte le capitolazioni da loro firmate in Cgil. Inoltre, per una volta, ci sembra di poter dire che non è Turigliatto l’opportunista che ha spinto Sinistra Anticapitalista tra le braccia dei riformisti. Perché ancora il 22 Settembre 2017, in Listone guazzabuglio o alternativa di classe?, prendeva posizione contro un calderone come quello venuto poi fuori con Potere al Popolo. È qualcun altro che al momento ci sfugge perché non siamo dentro Sinistra Anticapitalista, ma che non cambia la sostanza. Il principale problema di Potere al Popolo non è il programma riformista o rivoluzionario, ma il rischio di non portare avanti nessuno dei due, perché il primo, l’unico che esista, servirà per riportare in Parlamento i forchettoni rossi. Ed è di questo che Cimino dovrebbe parlare per prima cosa. Poi parliamo anche del resto, altrimenti è inutile.




Forse il povero lettore che si è sorbito tutta questa pappardella – fortunato, perché non esiste pappardella più gustosa e saporita del marxismo! – si chiederà per quale motivo il compagno Cimino, col suo inno sperticato al riformismo, debba meritare la nostra fiducia, anziché gli stessi dubbi e sospetti che riversiamo agli strani accompagnatori del centro sociale Je So’ Pazzo. Non immagina questo mio povero lettore, che dietro tutto questo minimalismo riformista, ci stia un compagno, Cimino appunto, che sta all’ultra sinistra. Già perché il Compagno Cimino, con un discorso così riformista, non poteva mica starsene in Cgil. Aveva bisogno di ben altre barricate. Così ha stracciato la tessera e si è iscritto al CUB, uno tra i tanti nella miriade dei sindacatini di base. Non ha quindi grave colpe né cadaveri nell’armadio, a parte crediamo una laurea o un titolo di studio, insomma un vizio accademico che gli mina continuamente gli articoli. E la Storia anche qua insegna: ci sono solo i bordighisti o similari che sono capaci di stare per tutta la vita all’estrema sinistra senza mai derogare dall’estremismo. Tutti gli altri, e Cimino non fa eccezione, faranno discorsi ancora più estremi, alcuni al limite della propaganda del fatto, ma al momento delle grandi scelte, poveri di teoria come sono, li vedrai immancabilmente precipitare dall’ultra sinistra verso il loro luogo naturale: il centro.







Stazione dei Celti

24 Gennaio 2018




Bibliografia minima


Per comodità del lettore offriamo a nostro gusto, un elenco di approfondimenti che costituiscono l’ossatura di documenti necessaria per comprovare quanto scritto sopra.

Per la storia dei Fronti Popolari suggeriamo, Il Fronte Popolare in Francia di Giorgio Caredda, Einaudi 1977, anche se lo storico dopo avercene narrato tutta la sciagura, conclude che tale bella iniziativa «lascia una ricca eredità politica». Il che significa solo che come rivoluzionario e men che meno come storico, lui non è in grado di coglierla;
 

Per il Fronte Popolare in Spagna, possiamo fare a meno della stupidità accademica, visto che da poco è stata pubblicata la migliore edizione di Rivoluzione e controrivoluzione in Spagna di Felix Morrow, A.C. Editoriale e Lucha de Clases, 2016. Non serve altro per capire il disastro spagnolo, tanto più che di meglio non c’è;

Per lo sterminio dei bolscevichi in Russia è da pochissimo uscito, sempre per i tipi della A.C. Editoriale (2016), Comunisti Contro Stalin – il massacro di una generazione, del più grande storico del Novecento che è Pierre Broué;
 

Sempre del Broué, in collaborazione con Raymond Vacheron, suggeriamo Assassini nel Maquis – la tragica morte di Pietro Tresso, Prospettiva Edizioni 1996, indispensabile per apprezzare ancora meglio e più a fondo le inesauribili peripezie criminali di quell’orrido sgherro stalinista che fu Togliatti;

Di Rosa Luxemburg suggeriamo gli Scritti Politici a cura di Lelio Basso, Editori Riuniti, 1967. Naturalmente suggeriamo anche il resto, ma non per necessariamente per questo scritto;

Per il disastro di Allende, consigliamo questo ineguagliabile testo del grande e mai compianto abbastanza Compagno Tiziano Bagarolo, Cile, 11 settembre 1973 - la tragedia del riformismo; di obbiettivo c’è poco altro.

Per quello di Tsipras, c’è invece questa recente meraviglia del Compagno Marco Ferrando del Partito Comunista dei Lavoratori che è, La lezione storica di un fallimento riformista;
 

Il Programma di Transizione di Trotsky del 1938, ci piace nella versione della Massari Editore, 2008, la prima completa, specie per la bella introduzione Di Francesco Ricci del Partito di Alternativa Comunista che riassume il massacro descritto dal Broué, e la traduzione della Compagna Fabiana Stefanoni. In appendice, inoltre, è presente Classe, Partito e Direzione – Perché il proletariato spagnolo è stato sconfitto? Un testo che in sole 10 pagine chiarisce tutto quello che c’è da chiarire sulla tragedia spagnola del 1936;

Per comprendere la farsa della cogestione tedesca, buono ci sembra Il sindacato, lo Stato nazionale e l’Europa di Edmondo Montali, Ediesse, 2008.
  
Infine per comprendere il ruolo delle burocrazie comuniste in Italia, fondamentale è I Forchettoni rossi, a cura di Roberto Massari, con testi dello stesso e di Massimo Bontempelli, Michele Nobile, Marino Badiale, Antonella Marazzi, Andrea Furlan (Massari Editore, 2007)


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