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giovedì 9 febbraio 2012

L’ARTICOLO 18: UN’OFFENSIVA IDEOLOGICA di Norberto Fragiacomo



L’ARTICOLO 18: UN’OFFENSIVA IDEOLOGICA

di Norberto Fragiacomo





Ad avviso del Wall Street Journal, uno dei fogli d’ordini dell’Internazionale Finanziaria (l’altro è il Financial Times, autorevole quanto la Torre di Guardia, ma più autoritario), il maggior ostacolo alla crescita dell’economia italiana sarebbe rappresentato, pensate un po’, dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori – definito, da un Melchiorre che non reca doni, “relitto degli anni ‘70”.
Il problema, dunque, non risiede nel fatto che, escluse dall’accesso al credito - ovvero a causa dell’ingordigia e/o incapacità di padroni, padroncini e manager -, le imprese italiane non assumono un lavoratore che sia uno, ed anzi licenziano a tutto spiano, ammazzando la domanda interna – bensì, ci viene insegnato, nell’impossibilità di licenziare di più. Surreale, come una poesia di Breton…
Provocazione, battuta di cattivo gusto, semplice fesseria? Niente di tutto questo, purtroppo: siamo di fronte all’ultima mossa di un maestro abile, spregiudicato e imbroglione, che gioca su varie scacchiere contemporaneamente, e cambia le regole a suo piacimento. Prima le lodi sperticate al “loro uomo a Roma”, cioè a Mario Monti; poi, l’attacco frontale ad una norma di cui, con ogni probabilità, i columnist d’oltreoceano nemmeno conoscono genesi e contenuti: l’accostamento non è casuale, perché le due uscite mediatiche servono a coprire (fuoco di copertura, appunto) l’assalto governativo alla trincea dei diritti. La terminologia bellica non appaia inappropriata: ci troviamo nel bel mezzo di una guerra psicologica (psyops), e per garantire il successo della campagna anche i ministri nostrani sono stati “militarizzati”. Non vi spiegate le “sciocchezze” profferite da Monti, Fornero, Cancellieri e uno stuolo di rampicanti a proposito del posto fisso? Provate ad esaminare la situazione da un nuovo angolo visuale: dopo aver cincischiato a lungo (la quiete prima della tempesta), il Presidente del Consiglio “tecnico” ci fulmina, in prime time, con pillole di saggezza sulla monotonia del lavoro fisso; di fronte alle timide reazioni della pseudosinistra ufficiale, e a quelle più determinate delle Cgil, i ministri “tecnici” fingono di gettare acqua sul fuoco, e invece rincarano la dose: questa volta, più della banchiera piagnona, è la superprefetta con la faccia da massaia a meritarsi il plauso di lorsignori[1], rispolverando il solito luogo comune degli italiani mammoni e amanti delle comodità (che siano in bolletta è dettaglio irrilevante). Pigrizia, apartheid, conservatorismo: qualsiasi termine va bene per farci entrare nella zucca che “non c’è alternativa”, e che comunque l’esecutivo cura i nostri interessi. La linea è tracciata: dopo aver ammorbidito i sindacati giallastri, Monti e Fornero andranno allo scontro con la Cgil, appoggiati – casomai non bastasse il quasi nonagenario Eugenio Scalfari – dalle pravde del capitalismo multinazionale, le stesse che, ben prima che divampasse la crisi, sostenevano l’esigenza di “modernizzare” (leggi: sinizzare) il continente, liberalizzando i licenziamenti, eliminando il sostegno ai disoccupati e privatizzando sanità, pensioni e servizi pubblici. La ricetta greca, insomma… prescritta per il “grande malato” del mondo, l’Europa sociale.
In amore e in affari tutto è concesso: l’affiatato squadrone capitalista manipola listini e spread, tagliuzza i rating, arma la penna degli agitprop della carta stampata. La propaganda svolge un ruolo non secondario: quello di tener buono il (popolo) bue trascinato alla macellazione.
A quest’ultimo – riteniamo – andrebbe perlomeno concesso di sapere per quali motivi è destinato a venir soppresso e, nello specifico, quale sia la materia del contendere. Il famoso “relitto”, cioè l’articolo 18, non è un fulmine scagliato da un Giove bolscevico sull’Italia del 1970, ma una tappa – certo la più significativa – di un poco agevole cammino intrapreso dalla Sinistra italiana nel sesto decennio del secolo passato.
Nel corso degli anni ’50 destarono scalpore alcuni licenziamenti disposti dalla Fiat ai danni di singoli lavoratori. A colpire non furono tanto i provvedimenti in sé (allora il datore di lavoro poteva recedere liberamente dal rapporto), quanto l’arrogante ed improvvida scelta, fatta dai vertici aziendali, di motivarli con l’affiliazione dei dipendenti cacciati al partito comunista e/o al sindacato. L’excusatio non petita mise in moto le organizzazioni e i partiti di sinistra che, nel 1966, riuscirono a far approvare una prima legge limitativa dei licenziamenti. La legge 604 escludeva la possibilità di licenziare in assenza di giusta causa o di giustificato motivo, imponendo altresì al datore di lavoro il rispetto di termini e procedure previsti dall’articolo 2[2]. Il giustificato motivo poteva (può) essere soggettivo od oggettivo: il primo si configura come un “notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro”, il secondo ricorre nell’ipotesi di “ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa” (art. 3). A sua volta, è giusta causa di licenziamento qualsiasi comportamento, anche extralavorativo, del dipendente (ad es., la commissione di un reato doloso) che sia tale da far venir meno la fiducia della parte datoriale nei confronti del sottoposto.
Ove il giudice ravvisi l’illegittimità del licenziamento – vale a dire l’assenza delle premesse giustificative – il datore sarà tenuto a riassumere il lavoratore entro tre giorni, stipulando un nuovo contratto, oppure a versargli “un’indennità di importo compreso fra un minimo di 2,5 ed un massimo di 6 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto” (art. 8), che potrà essere maggiorata in caso di lunga anzianità di servizio. L’ammontare è stabilito dal giudice, ma spetta all’imprenditore decidere se riprendersi l’ex dipendente o pagargli un indennizzo che, come si vede, risulta piuttosto modesto.
Quella introdotta dalla legge 604/1966 è la c.d. tutela obbligatoria, tosto superata dall’articolo 18 della legge 300/70 che, limitatamente alle imprese con più di 15 dipendenti, introdusse una disciplina maggiormente favorevole ai prestatori di lavoro. Anche in questo caso, la disamina dei fatti è compito del giudice del lavoro che, ove riconosca l’illegittimità del licenziamento, condannerà il datore al pagamento di un’indennità pari alla retribuzione che avrebbe dovuto versare dal giorno del licenziamento a quello della reintegrazione - e comunque mai inferiore a cinque mensilità -, alla quale si sommerà un ulteriore indennizzo nell’eventualità in cui il lavoratore non opti per la reintegrazione, cioè per la reviviscenza del preesistente contratto di lavoro.
La tutela reale presenta apprezzabili vantaggi rispetto a quella obbligatoria: anzitutto, mantiene in vita il rapporto unilateralmente interrotto, con evidenti benefici sul piano stipendiale e dell’anzianità; in secondo luogo, assicura, nella generalità dei casi, un pieno ristoro economico. Ciò che però mai è andato giù all’imprenditoria italiana è la limitazione del potere datoriale “in casa propria”: che il padrone debba soggiacere alla volontà della sua risorsa parve – e pare ancor oggi – un intollerabile affronto, quasi il sovvertimento di una legge che, esaltata come naturale, è soltanto quella del più forte.
I motivi per cui le garanzie statutarie non siano estese alle piccole imprese è materia di dibattito: qualcuno suggerisce, convincentemente, che i padri della norma (i socialisti Brodolini e Giugni) intendessero favorire la crescita delle piccole imprese, altri argomentano che, all’epoca, la stragrande maggioranza di impiegati ed operai italiani lavorava in fabbrica. Fatto sta che i successivi interventi legislativi (ricordiamo la legge 108/90 di modifica della 604) lasciarono le cose come stavano, e che un referendum mirante a generalizzare l’ambito applicativo dell’articolo 18 - promosso da Rifondazione Comunista all’indomani della vittoriosa battaglia difensiva della Cgil contro il secondo Governo Berlusconi (2002) – disgraziatamente non raggiunse il quorum.
Oggi vediamo che il Capitale non si è affatto rassegnato allo scacco di dieci anni orsono, e ripassa all’offensiva con forze assai più consistenti: al posto del provincialissimo Il Giornale, c’è nientemeno che il Wall Street Journal. Le balle, tuttavia, restano balle anche se a raccontarle è un vip: asserire che nel nostro Paese sia vietato licenziare è una colossale panzana, e le norme citate lo dimostrano. Non solo un inadempimento contrattuale od una condotta scorretta, anche fuori dall’ufficio, legittimano il recesso del datore, ma costui ha pure la possibilità - per liberarsi dal vincolo - di accampare “motivi oggettivi”, quali una riorganizzazione aziendale o la soppressione di un posto di lavoro. Si noti che, in queste ultime evenienze, il giudice non ha facoltà di entrare nel merito delle scelte datoriali, potendo solamente verificare la sussistenza in concreto dei presupposti (se la riorganizzazione ha avuto luogo, e così via). Se a un tanto si aggiunge che, quasi vent’anni fa, è entrata in vigore una legge (la n. 223/91) che regola, in maniera tutt’altro che restrittiva, i licenziamenti collettivi[3], l’inevitabile conclusione è che oggi come oggi, in Italia, non è per niente difficile licenziare -  e, difatti, si licenzia ogni santo giorno.
Quella dello sconosciuto sig. Matthew Melchiorre è dunque “a tale told by an idiot, signifying nothing[4]” – o meglio: propaganda di bassissima lega, che però serve allo scopo.
La rimozione (o lo svuotamento) dell’articolo 18 peggiorerebbe l’andamento dell’economia nazionale, ma – come è già è accaduto in Grecia – consegnerebbe il lavoratore, incatenato mani e piedi, nelle mani del padrone: è dunque un obiettivo niente affatto tecnico, ma prettamente ideologico. Dicono che sia una “bandiera”, la nostra bandiera: ebbene, vogliono rubarcela.
Tocca alla Cgil, alla Fiom e a noi tutti impedire il furto, mettendo i bastoni fra le ruote all’esecutivo – politico quant’altri mai! – di Mario Monti e ai suoi mandanti statunitensi, europei e romani.
Questo governo deve cadere, e cadere al più presto – prima che, tra fiscal compact e tagli con la scure, il lascito di intere generazioni finisca nelle tasche di businessman e banchieri; prima che sia raggiunto il punto di non ritorno. Qualcuno, a sinistra, si crogiola nell’idea di future elezioni – ma è follia sperare che, nel caso non scontato di un successo, un fronte raccogliticcio egemonizzato dalla nuova destra piddina sia capace di esprimere un governo insensibile alle lusinghe e ai ricatti della Finanza globale. Finora, al pari dei replicanti socialisti Papandreou e Venizelos, Pierluigi Bersani ha ceduto su ogni questione, accontentandosi tuttalpiù di mugugnare, e chi gli sta intorno è peggiore di lui.
No, non sarà il PD a pretendere la cancellazione della precarietà e l’allargamento della tutela reale all’intero mondo del lavoro.
La parola passi dunque alle piazze, e a chi saprà riempirle di resistenti!

Trieste, 8 febbraio 2012




[1] Quello, aggiuntivo, dei nanetti di destra Cicchitto, Bonino e Raisi (cfr. l’articolo “Giovani mammoni, Cancellieri si scusa – il Pdl la difende: Contro di lei estremismi” su Repubblica online dell’8 febbraio) farà piacere ai loro padroni, ma conta poco.
[2] In precedenza erano sufficienti una frase, o il famoso “cenno del capo”: il licenziamento era ad nutum, istantaneo.
[3] Stendiamo un velo pietoso sui ripetuti tentativi reazionari dello sciagurato ex ministro Sacconi.
[4] “Una storia narrata da un’idiota, (…) che non significa niente” (Shakespeare, Macbeth).


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