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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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giovedì 2 febbraio 2012

CARLITO TEVEZ E LA REPRESSIONE CAPITALISTA di Norberto Fragiacomo

CARLITO TEVEZ E LA REPRESSIONE CAPITALISTA
di Norberto Fragiacomo
I girini san fare una cosa soltanto: nuotare. Si azzuffano per particelle di cibo, sfuggono alle voraci larve di libellula e non si chiedono mai se lo stagno in cui sguazzano sia piccolo o grande, una lurida pozza o una piscina abbandonata: per loro, semplicemente, è l’unico mondo.
Nonostante la nostra spocchia, noi bipedi “intelligenti” viviamo un’esistenza simile, immersi in uno specchio d’acqua virtuale (in ogni caso, piuttosto torbido). Può darsi sia un lago, visto che è solcato da onde (radio); di certo, è di origine artificiale.
Nella vasca mediatica il sistema di filtraggio funziona egregiamente: alcune notizie vengono ripetute a ritmi ossessivi, altre si depositano sul fondo. Due, in particolare, hanno attratto la nostra attenzione. La prima riguarda la Grecia ormai capta, ed è stata pubblicata dal Manifesto [1] (cioè da un giornale “di nicchia”): per dare il via libera ad un ulteriore prestito di 130 miliardi di euro, la troika FMI-BCE-UE pretende dal governo ellenico “150mila licenziamenti o pensionamenti nel settore pubblico fino al 2015, un nuovo taglio delle pensioni integrative e dei salari, con la scomparsa di tredicesima e quattordicesima, l'abolizione del sistema della contrattazione del lavoro con la sepoltura dei contratti collettivi in cambio di contratti individuali privati o al massimo a livello di impresa, la diminuzione del salario minimo e l'abolizione dei contratti settoriali nelle banche, negli enti e nelle imprese statali e parastatali”, oltre a “tasse più salate per i proprietari di case e l'aumento del 25% del valore nelle compravendite degli immobili” – in una parola, un’ecatombe apparentemente insensata, dato che, come ripetono da tempo gli analisti, la Grecia è già tecnicamente fallita.
La seconda non è neppure una notizia, bensì una sorta di tele/radionovela: quella di Carlos Tevez, attaccante argentino del Manchester City. Non è una notizia per la banale ragione che, finora, nulla è successo: il giocatore è concupito dal Milan, punto e basta – eppure, della vicenda si parla, con svolazzi e ricami, da un mesetto abbondante. Scorrendo le ultime “news”, apprendiamo che Galliani vorrebbe chiedere uno sconticino sulla penale da pagare alla società inglese, che ammonta, a quel che ci dicono, ad otto milioni di euro. Di Carlito, intendiamoci, a chi scrive non importa un fico secco: più utile è soffermarsi sul meccanismo, la “macchina scenica” messa in piedi dai media. Come mai tanto rumore per nulla? Non è controproducente, in base alla logica del “sopire, troncare”, strombazzare i guadagni milionari di un semianalfabeta e citare clausole fuori dal mondo, in un’epoca in cui alla gente comune tocca addossarsi sacrifici insopportabili? Certi commenti – sgrammaticati e demenziali – dei “lettori” del sito Eurosport suggeriscono di riflettere bene, prima di emettere un giudizio tecnico (quello morale è scontato). Evidentemente, molti cittadini (titolari del diritto di voto) non sono in grado di distinguere ciò che è rilevante da ciò che non lo è – più pigri dei girini, attendono il nutrimento da fuori anziché procacciarselo. Sarebbe tuttavia semplicistico affermare che è proprio del capitalismo adoperare il calcio, altri sport popolari ecc., come armi di distrazione di massa, cioè all’unico scopo di sviare l’attenzione dai problemi reali. Il discorso è un tantino più complesso, in primis perché l’espressione “panem et circenses” è stata coniata prima che si discutesse di “enclosures”, in secondo luogo perché certe aberrazioni non si riscontrano in società e periodi molto vicini a quello attuale. Nell’opera Il secolo breve, lo storico marxista Eric Hobsbawm annota che, negli anni venti, il salario di un calciatore professionista inglese era di poco superiore a quello di un operaio specializzato. La cosa può apparirci strana, dal momento che la Gran Bretagna di allora era sicuramente un Paese capitalista, ed il football era popolarissimo anche otto-nove decenni fa. Per motivare il salto di qualità nei guadagni dei giocatori – avvenuto tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso – si ricorre all’argomento della diffusione della tivù, contenitore ideale per i messaggi pubblicitari: le partite in diretta vengono sfruttate per reclamizzare prodotti d’ogni genere, e una quota del ricavato serve a rifinanziare lo spettacolo, nonché a remunerare gli attori in campo. Ecco perché nel mondo dello sport “girano tanti soldi”.
Solo per questo? Sbaglierò, ma il ragionamento non mi persuade completamente. Forse c’è dell’altro. Innanzitutto, hanno provveduto ad alzare il volume: un tempo si chiacchierava, come oggi, di calcio nei bar, ma la copertura mediatica si limitava alle partite, cioè agli eventi – le notizie di calciomercato erano relegate in colonnine striminzite. Protagonisti erano il tifoso, la maglia: i processi biscardiani, gli abbonamenti alla pay tv, le gazzette estive riempite di “voci” erano di là da venire. Lo sport era un tema di conversazione; oggi è un rumore di fondo, che interrompe i telegiornali, ruba spazio agli esteri e alla politica – per farla breve, inquina la palude. Le mille vicende Tevez assordano, sbalordiscono, catturano: irreggimentano. Al pari del monotono, poco stimolante lavoro d’ufficio, sono un efficace strumento di controllo sociale continuativo. Non è tutto: la trasformazione del calciatore (e del tennista, dell’attore televisivo ecc.) in star, modello di comportamento produce effetti percepibili solo nel lungo periodo. Il rozzo centravanti e la velina sono la “coppia principesca” della porta accanto: soldi, celebrità e lussi non sono il frutto di origini altolocate, ma di un plebeo colpo di fortuna. Il messaggio è: tu centralinista precaria, tu studente svogliato potresti essere al posto di lei o lui, sollazzarti ai Caraibi, frequentare le persone più “affascinanti”. Non occorrono doti eccezionali: basta sapersi vendere (letteralmente), bandire gli scrupoli e cogliere al volo le proposte giuste. Il premio è un benessere da sbattere in faccia agli invidiosi. L’ultimo uomo ha il volto anonimo di quel genitore che esortava la figlia a “darsi da fare” nelle serate in compagnia dell’ex Presidente del Consiglio.
L’oro versato a Carlito non è affatto un regalo: serve a corrompere centinaia di milioni di poveracci che, nella stragrande maggioranza dei casi, non riceveranno neppure un centesimo (e sono già oggi condannati ad un precariato senza speranza). A differenza del gladiatore, sorta di inavvicinabile semidio, il bomber ci viene presentato come “uno di noi” – il suo successo è (sarebbe) alla nostra portata [2].
Poco conta che la favola sia inventata: raccontandola, si ottiene l’effetto di addormentare le masse. Questo si chiama prevenzione.
Per chi fa i capricci c’è la repressione. Che essa sia in atto è fuor di dubbio: lo testimoniano le cariche dei celerini, ieri a Bologna, contro gli studenti venuti a contestare Napolitano (che ha sprezzantemente etichettato la protesta come “ribellismo”, condannandola senza appello), il blitz poliziesco contro gli attivisti NO TAV [3], persino la sparizione – segnalata da un compagno di Udine – delle maschere di Guy Fawkes dalle vetrine dei negozi addobbati per il carnevale (che si paventi una riedizione, nel Friuli odierno, della crudel Zobia Grassa del 1511?). Non si tratta di scongiurare episodi di violenza (i giovani contestatori volevano consegnare al Presidentissimo un beffardo diploma di laurea in austerity), bensì di colpire chi rifiuta di recitare il credo composto dagli intellettuali di regime. Contro infedeli ed apostati l’Inquisizione mediatica pronuncia pubbliche condanne: nel secondo intervento dedicato a Susanna Camusso in appena due giorni, l’icona liberal Scalfari rimprovera al segretario della Cgil di non mettere “l’interesse generale al di sopra del pur legittimo particulare”, e si rammarica di non aver trovato “nella risposta della Camusso, l’intelligenza politica che in altre recenti circostanze aveva dimostrato”. Poiché “il governo andrà avanti comunque”, essendo “la riforma del diritto del lavoro un tassello essenziale del mosaico che sta componendo”, l’invito dell’ex direttore di Repubblica è perentorio: “la riforma del mercato del lavoro fa parte di questa strategia e non può esser fatta se non col vostro aiuto che, a mio modo di vedere, può esser dato con l'intento di farvi carico dell'interesse generale entro il quale la coesione sociale e il rispetto dei diritti dei lavoratori sono legittimi obiettivi.” Insomma: chinate il capo! Non vorrete mica “generalizzare al sistema Italia la politica ideologico-sindacale della Fiom?” Guai solo a pensarlo! E pazienza se, Silvio consule, lo stesso Scalfari sosteneva le ragioni del sindacato metalmeccanico e quelle degli indignati; adesso che c’è Super Mario, smettiamola di addossare alla finanza e agli speculatori colpe che sono soltanto nostre (“Se la fiducia scompare non è colpa della speculazione”), rimbocchiamoci le maniche e diciamo addio ai diritti: all’austerità – per molti, mica per tutti – non esiste alternativa.
L’articolo dà il voltastomaco (anche perché si cita a sostegno delle opinioni espresse Luciano Lama che, essendo morto, non può ribattere), ma soprattutto mescola, con disinvoltura, propaganda e falsità. La propaganda è quella neoliberista, che ci siamo abituati a sorbire; falsa ed ingannevole è la contrapposizione tra precarietà “cattiva” e flessibilità “buona”, mentre la nocività del medicamento sarebbe sotto gli occhi di tutti, se il sonnifero mediatico non ci serrasse le palpebre.
Grecia e Portogallo hanno imboccato da tempo la via dell’austerità: il risultato è un immiserimento generale, l’esplodere delle diseguaglianze ed un drammatico peggioramento della situazione economica iniziale. Ad Atene si muore di fame, di disperazione e di malattia, causa la mancanza di medicine negli ospedali; eppure – l’abbiamo visto in apertura – chi ha dato vita alla crisi non è ancora soddisfatto: vuole più sangue, più sofferenza, più ingiustizia. Si usa pudicamente la parola “aiuti”, ma i termini dovrebbero essere estorsione, usura e genocidio. Sì, genocidio: i tre membri della troika sono gli esecutori materiali di un piano criminoso finalizzato a consegnare i resti di un Paese – e poi di un continente – ai potentati economico-finanziari che vogliono “normalizzare” il vecchio mondo, per mutarlo in greppia. L’annientamento dei diritti non è un effetto collaterale: è lo schiacciasassi che spiana la strada. Il mezzo è il fine.
Su Il Fatto quotidiano di domenica 28 gennaio, un articolista di cui non rammento il nome scriveva di un vero e proprio assedio all’albergo ateniese in cui alloggiano i funzionari del Capitale, e di cariche della polizia per disperdere i dimostranti. L’idea di aumentare la pressione sugli inviati – e sui loro valvassori politici – non sembra malvagia: finché si sentiranno intoccabili, questi personaggi andranno avanti, senza ripensamenti, nella loro opera devastatrice. Saranno mai giudicati per questo, loro e i rispettivi mandanti? Mi auguro di sì, e in quel caso certamente non sarà sufficiente a scagionarli la scusa stantia “ho solo fatto il mio lavoro”, equivalente moderno dell’eichmanniano “ho solo eseguito gli ordini”. Gli ordini criminosi non vanno eseguiti – e ridurre un Popolo alla disperazione è un crimine contro l’umanità.
Per cambiare un destino già segnato, tuttavia, è necessario pensare ed agire in grande: soltanto un rovesciamento del sistema capitalista e delle sue sovrastrutture socio-culturali di cartapesta renderebbe possibile un’uscita dalle sabbie mobili in cui tutti – portoghesi, greci, italiani, francesi ecc. – stiamo affogando.
In attesa della scintilla, sforziamoci – nei limiti delle capacità di ognuno – di elaborare un programma; se poi, come sostiene Marc Lazar, il PSE non ritiene superabile il capitalismo, peggio per lui: nella migliore delle ipotesi, finirà nella pattumiera della Storia; altrimenti, sparirà insieme al simulacro di democrazia che si vanta di sostenere.
Malgrado il veleno sparso nell’acqua, qualche girino è riuscito a diventare rana, e dalla riva scruta l’orizzonte, pronto a spiccare il salto.
Un altro mondo è possibile, ma per edificarlo dovremo maturare in fretta. E non è affatto detto che basti.
  


NOTE
[1] L’articolo, scritto da Argiris Panagopoulos, risale al 28 gennaio ed è intitolato “La lettera della troika che strangola la Grecia”.
[2] E se uno non sa giocare a pallone, può sempre comprare un biglietto della lotteria o mettere piede in una sala giochi (in Italia, di questi tempi, ne spuntano come funghi, magari a fianco dei negozietti “Compro oro”).
[3] Domanda: perché i valsusini fanno più paura ai governanti di autotrasportatori, tassisti e forconi? Risposta nostra: perché non si battono in difesa di un interesse corporativo, ma per modificare il sistema.

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