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giovedì 12 aprile 2012

IL COLLO FLESSIBILE DEL MOSTRO SPREAD di Norberto Fragiacomo






IL COLLO FLESSIBILE DEL MOSTRO SPREAD
 
di
Norberto Fragiacomo  



Dalle onde dei canali mediatici rispunta il lunghissimo collo del mostro spread, e il pubblico italiano, colto alla sprovvista, è preso dal panico. Lo sbigottimento è comprensibile: pareva che, dopo una fiera lotta, gli esorcismi di Mario Monti avessero ricacciato la bestia negli abissi, e invece eccola che torna a levarsi, superando la fatidica quota 400 (punti di differenziale).
Cosa succederà adesso? E’ presto detto: ci sarà, a breve, l’ennesima manovra “lacrime e sangue” (nostro) – la quarta in meno di un anno, senza contare le controriforme che stanno demolendo, pezzo dopo pezzo, l’edificio scricchiolante del welfare italiano. Ingiustificato allarmismo? Mica tanto: la sensazione di déjà vu è fortissima.
Lo scorso anno, in primavera, alle indiscrezioni fatte filtrare dall’Europa su una manovra correttiva dei conti pubblici (la prima!), il “nostro” Tremonti reagì con un’alzata di spalle: la situazione italiana è pienamente sotto controllo, non c’è bisogno di alcuna correzione… i cittadini possono dormire tranquilli. Infatti rimasero in letargo, ma il risveglio estivo fu assai brusco. Cos’era capitato, nel frattempo? Semplice a dirsi: si era “misteriosamente” destata una creatura di cui la stragrande maggioranza degli italiani nemmeno sospettava l’esistenza - lo spread, cioè il differenziale tra il tasso di interesse pagato ai possessori del BTP decennale e quello garantito dal Bund tedesco (sempre a 10 anni). Inutile inquietarci pel fatto che la Germania viene considerata “misura di tutte le cose”, ed esempio di affidabilità: le ragioni stanno scritte nella storia, nostra e loro. La questione vera è che la crescita dei tassi comporta un aggravio per il bilancio statale, e soprattutto espone il Paese al ricatto dei (grandi) creditori stranieri, che – con la scusa degli “alti rischi” legati ai titoli in vendita – possono imporre all’emittente ogni genere di condizioni, e persino determinarne la politica interna. Insomma, non ci fosse stato, lo spread sarebbe convenuto crearlo – o modificarlo geneticamente, trasformando un indicatore abbastanza innocuo (e perciò poco noto alla cittadinanza) in un’efficace e temutissima arma di pressione psicologica. Come dicono i giuristi, “valga il vero”: dall’inizio dei tempi fino agli ultimi mesi del 2008 il differenziale riposa quietamente sotto i 100 punti (+ 1% sui titoli tedeschi); poi, tra l’autunno e l’inverno, si arrampica fino a quota 150, ma in primavera ridiscende, e al principio del 2010 – mentre in Grecia imperversa la crisi - è ormai ritornato al punto di partenza. Seguono alti e bassi (tocca i 200 punti nell’autunno 2010, ma all’arrivo della bella stagione è di nuovo a cuccia, sotto quota 130), finché, ai primi di maggio, lo scenario muta radicalmente, e parte una vertiginosa scalata, che i media raccontano in diretta con enfasi e strilli. Improvvisamente lo spread lo conoscono tutti, emerge dai discorsi al bar, divora le prime pagine – e finisce per giustificare qualsivoglia imposizione, qualsiasi scelta. Diventa “il giudizio dei mercati”, un’entità forse metafisica ma sempre in mezzo a noi, e che mostra predilezione per i sacrifici cruenti. La manovra di giugno-luglio 2011 non soddisfa, anche perché verrà cancellata e riscritta innumerevoli volte: al principio di agosto, il differenziale sfiora quota 400, e allora tocca porre mano ad una nuova stangata, cortesemente “richiesta” dai Draghi della BCE. Per una decina di giorni le acque paiono calmarsi, ma è settembre nero: i balbettii di Berlusconi, tra l’altro in perenne lite col suo ministro delle finanze, non tranquillizzano più i mercati (cioè banche d’affari e fondi di investimento), e la belva si scatena, conquistando, a novembre, la vetta 500. Il destino dell’esecutivo è segnato: troppo pasticcioni per seguire le indicazioni alla lettera, gli avventurieri del centro-destra vengono sostituiti dai c.d. “tecnici”, uomini di fiducia delle banche d’affari americane e delle istituzioni finanziarie sovranazionali. Al cavaliere vengono addossate più colpe di quante ne abbia (e sono già tantissime); quelle restanti sono suddivise “equamente” tra noi cittadini, che avremmo vissuto – tutti – al di sopra delle nostre possibilità. Napolitano ci mette la faccia, l’aria grave e la retorica delle grandi occasioni: il professor Monti salverà l’Italia, ma al prezzo di austerità e rinunce. In sottofondo, il solito ritornello: there is no alternative.
La ruota incomincia a macinare pensioni e diritti, ma lo spread non si concede settimane bianche: ci osserva dall’alto del suo collo flessibile, controllando che le “misure di risanamento” decise dalla BCE vengano messe in pratica e che i partiti, già abbondantemente screditati, non sollevino obiezioni di sorta. Per quasi due mesi, dopo l’avvicendamento, il pressing speculativo non si allenta: trattasi tuttavia, per l’esecutivo, di “fuoco amico”, che serve ad ammorbidire le critiche – di per sé blande - provenienti prima da una destra senza futuro (parlamentari e capetti ex AN allontanati dalla greppia) e successivamente dalla c.d. “ sinistra” parlamentare. Una volta chiaro che la nuova maggioranza è solida, e che si possono massacrare i pensionati impunemente, la tensione cala, e lo spread con essa: da febbraio la discesa sembra inarrestabile, e a metà marzo siamo sotto i 300 punti. Allarme rientrato? A sentire i giornali radio, pare proprio di sì: assillati da mille altre preoccupazioni (sta per passare la controriforma del lavoro, e l’IMU si staglia all’orizzonte), gli italiani quasi si scordano del mostro in agguato. Lui, però, (e chi lo tiene al guinzaglio) non si dimentica di noi, e nell’ultimo spicchio di quaresima riprende a ruggire, oltrepassando – è notizia di questi giorni – la soglia dei 400 punti.
Sarà di sicuro un caso, ma l’arrampicata ha acquistato velocità dopo che si erano diffuse voci [1] su una prossima manovra aggiuntiva, la cui necessità è stata negata da Monti Monti. Oramai, agli orecchi allenati, queste rassicurazioni suonano come una condanna capitale: il premier copia le dichiarazioni del quasi omonimo Tremonti, con la differenza che lui, forse, la sa più lunga. Tocca al semisconosciuto ministro Catania, a Ballarò (10 aprile), smentire diplomaticamente la smentita, dopo aver osservato che eventuali decisioni non dipenderanno dal governo e che, comunque, “senza la cura Monti saremmo come la Grecia , o peggio”. L’argomento Grecia, si sa, chiude ogni discussione – e non dubitiamo che, vista la sua collaudata efficacia, sarà adoperato senza parsimonia, nei mesi a venire. Bisogna d’altra parte ammettere che, per quanto ripetitiva (è basata su tre frasi da noi citate, più qualche svogliato richiamo a “riforme”, “flessibilità” e “crescita”), la strategia comunicativa dei montiani è eccellente, poiché pone l’interlocutore di fronte all’alternativa secca tra penitenza ed ira di Dio.
Attendiamoci, dunque, l’ennesima correzione dei conti pubblici: dopotutto, come ricordava qualche commentatore economico tempo fa, le istruzioni della BCE non sono state eseguite fino in fondo. C’erano gli stipendi dei funzionari pubblici da tagliare, “se necessario” – e proprio da questa misura si ripartirà, per “tranquillizzare i mercati” (altra formula molto in voga).
Nella vicina Slovenia i salari pubblici sono stati appena ridotti del 7%, in Spagna Rajoy aveva già provveduto: non crederemo mica che la nostra sia una penisola felice! In un secondo momento, pagheranno dazio i lavoratori privati (mai penalizzare le categorie tutte insieme: divide et impera, consiglia il saggio), poi di nuovo i pensionati, e così via.
Il risultato sarà la paralisi economica, cioè la Grecia , che sostengono – con sovrano sprezzo del ridicolo – di voler evitare.
Lo spread, allungando e piegando il collo a comando, veglierà sull’attuazione del piano; e se all’utile si può unire il dilettevole (cioè l’occasione di guadagni facili per gli speculatori [2]), tanto meglio. In effetti, sarebbe interessante confrontare le oscillazioni del differenziale BTP-Bund con il calendario delle emissioni dei Titoli di Stato italiani [3], ma avendo ben presente che le cifre (milionarie) che si possono intascare sfruttando accortamente la tempistica sono spiccioli a paragone delle opportunità che si stanno aprendo grazie alla devastazione dello Stato sociale: acqua, sanità, previdenza ed istruzione “privatizzate” hanno un valore incalcolabile – sempre ammesso che, in futuro, impiegati, operai e pensionati possano permettersi un letto d’ospedale.
Gridiamo al complotto? Macché: stiamo solo osservando, con crescente mestizia, la realtà che abbiamo sotto gli occhi – una realtà in cui gli investitori planetari non hanno alcuna esigenza di “complottare” di nascosto, visto che, onnipotenti come sono, possono tranquillamente architettare la loro soluzione finale alla luce del sole.


Trieste, 11 aprile 2012
 


[1] “Raccolte” dal Financial Times nell’edizione del 3 aprile.
[2] Da Repubblica online dell’11 aprile: “Lo spread cala, ma gli effetti della crisi e del martedì nero delle Borse si specchiano nell'asta Bot del Tesoro che ha collocato 11 miliardi di euro con tassi in rialzo. E' andata meglio per le scadenze a breve: sui due mesi sono stati venduti 3 miliardi con rendimento in salita all'1,249%, i titoli a 12 mesi, con scadenza aprile 2013, hanno registrato un tasso quasi raddoppiato al 2,84% dall'1,492%”.
[3] Secondo le informazioni reperibili sul sito online del Ministero, il nuovo balzo verso l’alto ha preceduto di pochi giorni tre aste previste per il 24, 27 e 28 marzo.

1 commento:

Renato Costanzo Gatti ha detto...

Bella analisi. Manca la proposta. Io la mia l'ho fatta da tempo. Lo spread dipende dalla fiducia che si sia capaci di restituire il debito. E restituiamolo così lo spread non ce l'avrà più duro. Come? Una patrimoniale sulle grandi fortune che azzeri la necessità di emissioni nel 2012. E poi un debito nazionale per investimenti alla faccia del pareggio di bilancio.

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