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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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sabato 14 aprile 2012

MADAME LAGARDE CI VUOLE MORTI? di Norberto Fragiacomo






Ai lettori più smaliziati la notizia, occhieggiante dalla pagine online di Repubblica, non è potuta sfuggire: il Fondo Monetario Internazionale ci vuole morti anzitempo – se non per il nostro bene, nel superiore interesse della tenuta dei conti pubblici.
L’articolista riporta alcuni brani del Global Financial Stability Report, in corso di pubblicazione, che vale la pena leggersi (o rileggersi): “se l’aspettativa di vita media crescesse di tre anni più di quanto atteso ora entro il 2050, i costi (per i bilanci statali) potrebbero aumentare di un ulteriore 50% (…) i rischi collegati alla longevità, se non affrontati in modo tempestivo, potrebbero avere un ampio effetto negativo su settori pubblici e privati già indeboliti, rendendoli più vulnerabili ad altri shock e potenzialmente minando la stabilità finanziaria e la sostenibilità fiscale, complicando gli sforzi fatti in risposta alle attuali difficoltà fiscali: serve perciò una combinazione di aumento dell’età pensionabile di pari passo con l’aumento dell’aspettativa di vita, più alti contributi pensionistici e una riduzione dei benefit da pagare”, e servono “strategie per condividere i rischi con il settore privato e gli individui”, anche perché “le stime sono state fatte su previsioni che hanno in passato sottovalutato quanto le persone avrebbero vissuto” (il grassetto è nostro).
Al netto dell’ipocrisia – di cui è intrisa la frasetta “sebbene l’aumento della vita media sia molto desiderabile e abbia aumentato il benessere individuale” – siamo a un passo da quel Malthus che, due secoli orsono, scorgeva in carestie, pestilenze e guerre provvidenziali rimedi contro la crescita incontrollabile della popolazione. Anzi, forse siamo già oltre (vedremo tra un attimo il perché).
Il piano “ufficialmente” architettato dal FMI per fronteggiare l’allungamento dell’aspettativa di vita nei Paesi sviluppati (tra cui l’Italia) è ad acta: si tratta di rinviare il più possibile i pensionamenti, innalzando altresì la contribuzione a carico dei lavoratori e stimolando gli stessi, in seguito al disimpegno statale, a ricorrere a forme di previdenza privata sostanzialmente obbligatorie. Pensioni magrissime, pagate a caro prezzo e, soprattutto, “godute” per un lasso di tempo limitato – ed è proprio questo il punto centrale su cui, comprensibilmente, si preferisce glissare.
La clausola “segreta” è così sintetizzabile: ferma restando l’esigenza che le “risorse umane” siano attive (o perlomeno disponibili) fino a tarda età, sarà il caso di intervenire, senza troppi clamori, per accorciare la speranza di vita, in modo che i benefici da riconoscere a soggetti ormai “rottamati” non costituiscano un eccessivo aggravio. Si potrebbe replicare che, in fondo, la questione diviene secondaria nel momento in cui le istituzioni pubbliche consegnano la patata bollente al “settore privato” (ed agli “individui” - vale a dire alle famiglie, costrette a prendersi cura, come un tempo, dei propri vecchi), ma l’obiezione non tiene conto della logica predatoria che anima il capitalismo finanziario, determinato a drenare risorse dalla società senza concedere nulla in cambio.
Paranoia? Contadinesco realismo: chi sa come funzionano le polizze sanitarie private negli USA, e quale sia l’atteggiamento degli assicuratori di fronte all’evento dannoso (per essere chiari, alla malattia), non può avere dubbi sulla natura fisiologicamente antisociale di un sistema finalizzato non alla protezione dell’individuo, bensì al profitto. Se si lesinano i soldi per le cure ad un malato di cancro, perché mai bisognerebbe preservare le persone comuni da taluni rischi legati all’invecchiamento? Chi potrà permetterselo camperà fino a 120 anni, gli altri è opportuno che tolgano il disturbo a 70 scarsi, magari all’indomani del pensionamento.
Cinismo da caricatura, osserverà qualcuno, incredulo; ma, signori miei, il Capitale è cinico per definizione, dal momento che valuta l’essere umano (non facente parte di quell’elite di cui il FMI è strumento) esclusivamente in base alla sua capacità produttiva.
Non siete ancora convinti? Spalancate gli occhi, prima che sia tardi, e riflettete su un dato. Dopo la fine dell’URSS, la terapia shock imposta alla Russia da Banca Mondiale, FMI e Stati Uniti vincitori comportò, insieme alla svendita del Paese (attuata dal traditore Eltsin) a società estere e ai loro poco raccomandabili prestanome, l’azzeramento di ogni forma di sostegno pubblico alla popolazione: la speranza di vita per i maschi crollò da 64 (1990) a 57 anni (1994), mentre per le donne il calo fu di “soli” tre anni. Tutta colpa della crescita del consumo di superalcolici (per disperazione), come ci è stato suggerito dai media? Se crediamo alla favola delle incubatrici di Kuwait City possiamo anche prestar fede a queste panzane – ma rimane il fatto che nella Russia finalmente “democratica” e “riformista” degli anni ’90 si consumò una delle maggiori tragedie collettive della storia recente [1].
Ovviamente, se mai era esistita, la questione pensionistica a metà del decennio poteva dirsi risolta…
Qualcosa del genere sta ora avvenendo in Grecia dove, come ci viene assicurato da testimoni oculari, negli ospedali pubblici mancano persino le garze, figurarsi le medicine. Assisteremo fra breve ad un cospicuo decremento degli abitanti? Aspettiamo i numeri del prossimo censimento; per adesso rileviamo che nel Paese mediterraneo il tasso di suicidi è aumentato del 40% nei primi cinque mesi del 2011 [2]. Anche nella Russia di fine ventesimo secolo togliersi la vita era diventato “di moda”.
Ora, se di fronte a simili risultati il Fondo Monetario – coautore delle ricette somministrate ai due Stati europei – persevera nella vecchia impostazione, riesce difficile parlare di “colpa”, sia pur cosciente. Siamo in un’ipotesi di quello che i giuristi definiscono “dolo eventuale”, o – più verosimilmente – ci troviamo alle prese con una precisa intenzione, che emerge, per di più, dalle poche righe riportate in apertura.
D’altra parte, nessuno si è mai commosso per la perdita di una risorsa umana obsoleta.


[1] Tra il 1989 e il 2002 la Russia ha perso 1,8 milioni di abitanti e, nonostante gli sforzi del Presidente Putin, la discesa non si è interrotta neppure nel periodo successivo, caratterizzato da un minimo di benessere in più. Si osservi che tra il 1971 e 1991 l’incremento medio annuo era stato di 1,77 milioni di individui. Davvero si crepava di fame in URSS?

[2] Nel periodo 2007-2009 la crescita era stata del 17%.


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