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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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mercoledì 18 aprile 2012

Finanziamento pubblico ai partiti: le urla rauche dell’antipolitica, di Riccardo Achilli


Sul tema del finanziamento pubblico ai partiti si agitano discussioni enormi, spesso prive di dati di fatto, non di rado demagogiche, sia fra i sostenitori di tale sistema che fra i suoi detrattori. È spiacevole che tale situazione si verifichi, e che non vi sia una riflessione seria ed oggettiva su tale tema, che è strettamente legato alla forma della stessa democrazia, cui la particolare forma partitica (ivi comprese le sue modalità di finanziamento) è legata.
Il finanziamento pubblico ai partiti italiani fu introdotto nel 1974, dalla c.d. legge-Piccoli (dal nome dell’allora segretario della Dc) con il consenso quasi unanime di tutte le forze politiche di allora, sulla base dell’idea che un finanziamento regolare, garantito dallo Stato, avrebbe evitato ai partiti il ricorso a forme di finanziamento occulto da parte di lobby non trasparenti. Naturalmente la storia successiva del nostro Paese si è incaricata di smentire il fatto che il finanziamento pubblico, di per sé, se non assistito da efficaci meccanismi di controllo, trasparenza e sanzione, sia un rimedio contro il finanziamento occulto di lobby (ad iniziare dallo scandalo-Lockheed del 1976 per arrivare alle odierne sgomitate dei partiti di volta in volta al Governo, ad esempio per piazzare propri uomini alla guida delle Fondazioni bancarie, ed è meglio non aggiungere altro).
L’argomento dei tre segretari della maggioranza trasversale, i famosi ABC, secondo cui l’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti condurrebbe ad un peso rilevante delle lobby, è però vera, da un certo punto di vista. Negli USA, dove non esiste finanziamento pubblico, ed i partiti sono sostanzialmente soltanto delle macchine organizzative, che fra l’altro hanno il compito di raccogliere i fondi privati destinati ai candidati alle varie elezioni, il lobbysmo è esplicito, manifesto e dichiarato: gli spalloni delle singole lobby, nel modo più legale e trasparente, presidiano i palazzi del potere e intrattengono regolari relazioni con gli esponenti politici, al fine di orientarne le politiche, e esponenti delle lobby stesse passano senza problemi dalla loro professione alla politica e viceversa (ed a volte sono anche eletti alla presidenza, si pensi a Bush, per ovvi motivi legato agli interessi dell’industria petrolifera).
Con il risultato che la democrazia USA è affetta da fenomeni che considero patologici, come l’esasperato personalismo che nasce dallo scolorirsi del ruolo dei partiti, che anziché essere, come lo intendiamo in Europa, i luoghi dell’elaborazione di una visione del mondo e di una sintesi politica in grado di dare rappresentanza ad interessi di classe, in una mediazione democratica, sono semplici macchine organizzative, con una semplice traccia generale di impostazione politica, che nella sua genericità consente posizioni individuali, dei singoli membri, fra le più diverse e contrastanti. Individualismo leaderistico in cui l’immagine del candidato prevale sui programmi, e che, in contesti non anglosassoni, ma ad esempio latini, darebbe luogo all’emergere di leaderismi populisti e peronisti (d’altra parte Berlusconi è il prodotto, nonché in buona misura l’artefice, della svolta individualistica e leaderistica che ha avuto la politica italiana).
Si tratta di un sistema politico in cui le probabilità di vittoria elettorale dei singoli candidati vengono correlate, nel dibattito politico e giornalistico, all’entità dei finanziamenti raccolti e del patrimonio personale, e quindi in cui, per forza di cose, gli strati sociali più poveri ed emarginati, che non possono contribuire, sono tagliati fuori dai giochi. Ed infatti, come sottolinea Averill (2008) soltanto il 48% di chi si trova al di sotto della linea ufficiale di povertà va a votare, a fronte del 77% di chi guadagna più di 50.000 dollari all’anno, cosicché gli astensionisti sono generalmente “poor, young, disable, unemployed, black and foreign-born, especially Latino and Asian” (aut. cit.) e stiamo parlando di circa 100 milioni di americani che non votano, anche se ovviamente non si può negare l’effetto disincentivante esercitato dall’obbligo di iscriversi alle liste elettorali per poter votare. Di conseguenza, i grandi interventi di politica sociale e redistributiva possono verificarsi soltanto in coincidenza con crisi economiche talmente gravi da scuotere i poteri capitalistici forti che dominano la scena politica (e quindi il New Deal di Roosevelt è stato messo in campo soltanto perché c’era da contrastare la Grande Depressione e le politiche liberiste messe in campo dal predecessore di Roosevelt erano miseramente fallite, e la riforma sanitaria di Obama, peraltro molto rimaneggiata rispetto agli intenti originari, è stata messa in campo in coincidenza con una nuova enorme crisi del capitalismo globale. Peraltro, la sopravvivenza della riforma è minacciata dai poteri forti, che sono riusciti ad ottenere che la Corte Suprema si pronunci in merito). Come dice Schudson (1998) “i partiti politici (statunitensi, nda) sono minacciati dalla crescita esponenziale dei gruppi d'interesse, dalla crescita dei loro uffici operativi a Washington, e dal fatto che si relazionano direttamente al congresso e alle agenzie federali. (I gruppi di interesse) che guardano a Washington cercano aiuti finanziari e morali dai cittadini comuni. Siccome molti di questi si focalizzano su un ristretto numero di questioni o anche solo su un singolo problema, generalmente di enorme peso emotivo, ne deriva un enorme impoverimento del dibattito politico”. Tra l’altro, come testimonia il caso-Abramoff del 2006, neanche la democrazia a stelle e strisce è esente da finanziamenti occulti di lobby opache.
È questa la forma di democrazia che vogliamo? Non credo. I partiti politici, intesi come luogo di elaborazione di una sintesi dei problemi e degli interessi delle classi che rappresentano, sono fondamentali. E non possono quindi essere semplici macchine organizzative, ma luoghi di dibattito politico, possibilmente plurale. Pertanto, il finanziamento pubblico è necessario. Anche perché stiamo parlando di cifre che non sono certo sconvolgenti: fra 1994 e 2008, il flusso di finanziamenti pubblici ai partiti è stato pari a 2,25 miliardi di euro, ovvero circa 150-160 Meuro all’anno. Stiamo cioè parlando dello 0,02% del totale delle spese delle pubbliche amministrazioni nel periodo considerato! Alle elezioni politiche del 2008, il rimborso elettorale è stato pari a 180 Meuro, ovvero circa lo 0,4% della manovra-Monti e lo 0,02% del totale della spesa pubblica di quell’anno. Vogliamo anche aggiungerci il finanziamento ai giornali dei partiti politici e ai grupi parlamentari? Benissimo, arriviamo a 240 Meuro, ovvero la stratosferica percentuale dello 0,022% della spesa pubblica totale.
Ma ovviamente, al di là dell’insignificante impatto che tale voce ha sui conti pubblici, c’è l’aspetto morale, importantissimo, in considerazione del fatto che di quei 2,25 miliardi rammentati, si stima che soltanto 570 milioni avrebbero dovuto effettivamente andare nelle casse dei partiti, e quindi vi è un problema di malversazione nell’uso di quei fondi, che però non si risolve eliminandoli, e quindi facendo il più grosso regalo possibile ai miliardari come Berlusconi, che possono stare in politica, perché possono finanziare la loro attività politica con i loro enormi patrimoni personali, mentre i più poveri ne vengono espulsi, ma si fa riformando, e rendendo più efficace, il sistema del finanziamento stesso.
A tal proposito, il recente rapporto del Consiglio Europeo (scaricabile qui) raccomanda l’istituzione di una revisione indipendente dei bilanci dei partiti, la creazione di una commissione di supervisione e controllo autonoma ed indipendente, l’inasprimento delle sanzioni in caso di utilizzo fraudolento del finanziamento pubblico, forme di riconoscimento della personalità giuridica dei partiti (in ciò innovando e completando anche l’art. 49 della Costituzione) l’abbassamento della soglia al di sotto della quale è possibile fare donazioni anonime, il potenziamento della comunicazione ai cittadini, anche tramite l’obbligo di pubblicazione su Internet dei conti dei partiti.
Devo dire che, almeno dalle indiscrezioni giornalistiche, il ddl proposto da ABC è coerente con tali indicazioni, anche se su alcuni aspetti occorrerebbe più coraggio (in luogo di un semplice congelamento del finanziamento pubblico al partito che commette irregolarità, sarebbe opportuno un irrigidimento anche delle sanzioni penali oggi previste, la raccomandazione della commissione GRECO circa il consolidamento della contabilità dei partiti anche in riferimento alle loro ramificazioni territoriali e locali non sembra essere stato colto, ecc.) .
I problemi veri sono altri, e cioè, ad esempio, il fatto che le attuali leggi di rimborso pubblico delle campagne elettorali discriminano i piccoli partiti (per ottenere il rimborso, per la Camera dei Deputati, occorre avere conseguito almeno l’1% dei voti su base nazionale; per il Senato, almeno il 5% dei voti su base regionale ovvero almeno un rappresentante eletto; analoghi meccanismi valgono per le elezioni amministrative e per le Europee). Questo meccanismo è antidemocratico, perché non si capisce in base a quale criterio un partito al di sotto di tali soglie, che pure ha condotto una onerosa campagna elettorale, non abbia diritto al rimborso. E’ un meccanismo fatto proprio per eliminare i piccoli partiti da una scena politica dove il “bipolarismo” viene stupidamente e continuamente esaltato, come se fosse il mantra di tutti i nostri guai.
Altro problema è la legge sulla par condicio (legge 28/2000), che consente l’accesso gratuito o sussidiato ai canali radiotelevisivi, in campagna elettorale, soltanto ai partiti che sono rappresentati in Parlamento, o hanno almeno due rappresentanti nel Parlamento Europeo. Con il risultato che, poiché la comunicazione televisiva diviene sempre più strategica per determinare gli esiti elettorali, i new comers sull’arena politica, che non hanno cioè propri rappresentanti in Parlamento, non godono di tali benefici. Con una ovvia sperequazione, lesiva del principio di democrazia sostanziale (piccolo inciso: le riforme in Italia si fanno soltanto sull’onda dell’emotività del momento, evidenziando la rozzezza della cultura politica di questa Repubblica delle banane; in questi giorni tutti si concentrano sulla riforma del sistema di finanziamento dei partiti, sulla scia dei fatti di Lusi o di Bossi; nessuno però parla di come rendere efficace la par condicio, che, come sappiamo, viene sistematicamente violata dai principali partiti, in campagna elettorale, in base a chi, in quel momento, detiene la maggioranza dei componenti nel Cr della RAI, o in base a normative sul conflitto di interesse ridicole ed inapplicate).
In sintesi, anziché richiedere l’azzeramento della contribuzione pubblica ai partiti, con la bocca che trasuda della bava del populista che nuoterebbe libero nelle praterie di una politica de-partitizzata (forse il fatto che un ex fascista come Fini sia in prima linea nel chiedere l’abolizione del finanziamento pubblico dovrebbe far riflettere anche i populisti di sinistra), con rischi enormi per la forma stessa della attuale democrazia, sarebbe meglio preoccuparsi di rendere trasparente e sanzionabile tale sistema, di reclutare e formare una classe politica moralmente più degna di quella odierna, di rendere più fruibile il finanziamento pubblico e l’accesso mediatico in campagna elettorale anche ai partiti in start up ed ai piccoli partiti, che hanno il diritto di competere all’interno di un’arena politica in cui le condizioni sono uguali per tutti.
Non sono un ingenuo, quindi so benissimo che, nonostante le belle intenzioni e le proposte apparentemente sensate, sperare che la casta conceda più democrazia e più trasparenza reale nella gestione dei rimborsi elettorali è come sperare nella settimana dei tre giovedì. La riforma dei privilegi non potrà mai essere fatta dai privilegiati. Solo noi compagni possiamo farla. Tuttavia, noi oggi non abbiamo la possibilità di riformare il finanziamento a tutti i partiti. Possiamo però cominciare da noi, dai nostri partiti, lottando perché una sinistra come si deve, dalla parte del Lavoro e non del Capitale, riduca le sue spese all’essenziale, a cominciare dalla paga dei dirigenti politici, che deve essere agganciata al contratto dei proletari. Nell’attesa di ripulire tutto il Parlamento, avremo almeno ripulito la parte che più ci interessa: quella su cui ci sediamo noi.
Naturalmente, a differenza dei Grillo, noi non restituiremo allo Stato borghese la quota risparmiata sulle nostre paghe e su tutto il resto della nostra attività. Non saremo così stupidi da lasciargli raddoppiare la corruzione a destra, coi soldi che non è riuscito a infiltrare a sinistra per comprarla. Noi non abbiamo grilli per la testa. I soldi sottratti allo Stato dei padroni e risparmiati sulle paghe dei nostri dirigenti, li useremo per casse di resistenza per la lotta senza tregua della nostra classe contro il Capitale.

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