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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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martedì 18 marzo 2014

MATTEO INTERNATIONAL di Franco Turigliatto





MATTEO INTERNATIONAL


di Franco Turigliatto


Matteo Renzi ha fatto il suo primo giro in Europa incontrando il Presidente francese Hollande e la cancelliera Merkel, visite obbligatorie alle due maggiori potenze del continente alla vigilia del semestre italiano alla guida dell’Unione Europea. 
Il premier italiano, pur in una versione pubblica più sobria, non ha rinunciato alla sua parlantina e ai suoi gesti ad effetto per raggiungere il compito che anche in questo caso si era posto: “tenere la scena”.
In realtà a costruire l’evento sono stati i media che hanno cercato di nascondere la povertà dei contenuti discussi e l’esito effettivo degli incontri attraverso una rappresentazione “teatrale” volta agli spettatori italiani per rendere credibili due elementi fasulli: che contiamo in Europa e che proponiamo una svolta nell’indirizzo delle politiche europee.
Particolarmente sviante è stato la copertura della visita a Parigi dove alcuni giornali hanno parlato di un intesa avanzata tra Renzi e Hollande per imporre, in accordo tra loro, alla Merkel e a tutta l’Europa una svolta nelle politiche economiche europee: qualcuno è arrivato a titolare che i due leader mettevano in campo “Un altra Europa”, rispetto a quella realmente esistente fino ad oggi.
Il filosofo della politica e germanista, Angelo Bolaffi, alla domanda del giornalista del Corriere che gli chiedeva se credesse a un asse antiausterità tra Roma e Parigi, ha ripreso le parole dell’intellettuale Alain Minc per affermare “che un’alleanza del Paesi Mediterranei in senso antitedesco fa ridere: firmato il patto ognuno correrebbe a telefonare a Berlino”.
L’obiettivo dei leader, sostenuti dai media, è fin troppo chiaro: recuperare consensi in vista delle prossime elezioni e di fronte a cittadini europei sempre più provati dalle politiche economiche e sociali, che guardano con sempre maggiore sospetto alle istituzioni e alle scelte dei governi europei, facendo balenare vaghi cambiamenti.
Comportamento tanto più ipocrita perché contemporaneamente Hollande ha dato il via a una serie di misure economiche violentemente liberiste, un durissimo piano di austerità, ribattezzato “Patto di responsabilità”, con tagli massicci al welfare e ingenti regali alle forze padronali che non ha precedenti nella storia d’oltralpe, contro cui alcuni sindacati e le forze della sinistra si stanno mobilitando a partire dallo sciopero del 18 marzo. 
Nell’incontro di Berlino la Merkel ha solo raffermato quanto era prevedibile e che il giornale di Piazza Solferino ha così riassunto: “Elogio, senza sconti”. La cancelliera tedesca non poteva certo non sostenere il nuovo governo italiano e non aveva nessuna ragione per non “apprezzare” le manovre che questo sta operando, riaffermando contemporaneamente i pilastri delle politiche liberiste a cui tutti i paesi si devono attenere, cioè il pareggio di bilancio e i dettati del fiscal compact. E’ quanto anche il ministro dell’economia tedesco ha esplicitato a quello italiano.
Nulla di nuovo sotto il sole anche perché le scelte politiche di Renzi e le sue misure stanno completamente dentro le politiche dell’austerità (è stato chiamato a quel posto perché si ritiene possa gestirle meglio del suo predecessore), in piena sintonia con quanto pensano a Berlino e in tutte le capitali di Europa. Il piccolo aumento del deficit pubblico previsto da Renzi per l’Italia in un periodo di grande deflazione come l’attuale non può turbare i sonni dei paladini dell’austerità, tanto più perché la sostanza delle misure del governo italiano sono proprio le “riforme” richieste, la definitiva liberalizzazione del mercato del lavoro, i tagli alla spesa pubblica, le privatizzazioni.
La realtà è una sola: al di là degli interessi specifici non c’è nessun contrasto nei settori economici e politici borghesi che contano e tra i diversi governi europei; la linea dell’austerità e del fiscal compact deve continuare perché solo così rendite e profitti possono essere garantiti e un nuovo impianto sociopolitico a vantaggio delle classi dominanti può essere costruito in Europa.
Le lugubri vestali ultraliberiste del Corriere della Sera, Alesina e Giavazzi chiedono a Renzi di dimostrare il coraggio di andare fino in fondo proponendo come nuove vittime sacrificali, dopo la liberalizzazione del contratto a tempo determinato, l’abolizione definitiva dell’articolo 18, tagli più consistenti alla spesa pubblica, nonché una imposizione fiscale ispirata ai modelli americano e inglese (sic…). Curiosamente sullo stesso numero del giornale viene spiegato che oggi, nell’Inghilterra liberista, 5 famiglie dispongono di una ricchezza pari a quella posseduta dal 20% della popolazione inglese.
Renzi anche in questa occasione, ha sostenuto che gli obbiettivi del pareggio di bilancio e la priorità del pagamento dei debito non sono una imposizione dell’Europa, ma i compiti che l’Italia deve fare per salvaguardare il futuro dei nostri figli; essi devono trovare i conti in ordine.
Così per amore dei nostri giovani Renzi introduce una ulteriore flessibilizzazione del lavoro che li renderà sempre più ricattabili, forza lavoro alla totale mercé dei padroni e si appresta a licenziare quasi centomila impiegati pubblici e a tagliare la spesa pubblica anche nei capitoli più delicati, come la previdenza, l’assistenza, i servizi ai portatori di handicap, cioè nei confronti dei settori più deboli: una schifosa barbarie, una vergogna che indica bene la natura di questo governo e delle persone che lo compongono. a partire dall’uomo forte, Delrio.
Per cercare di mascherare questo sconcio il governo parla ora di tagliare un pochino qualcuno degli elementi più appariscenti dell’immensa spesa militare, come gli F35; anche perché questi aerei si stanno rivelando essere robaccia mal funzionante, tanto che molti paesi prima di noi ci hanno rinunciato…
Ma veniamo anche ai freddi conti, ai numeri. Quando è cominciata la fase più violenta dell’austerità, nel novembre del 2011, con l’arrivo del governo Monti, (ma Berlusconi nell’estate aveva già fatto due manovre infernali) il debito pubblico aveva raggiunto i 1.912 miliardi di euro, corrispondente al 120,4% del rapporto Debito /PIL (Prodotto Interno Lordo).
Nel gennaio del 2014, dopo dosi da cavallo di austerità e sofferenze senza fine imposte alle classi lavoratrici per ridurre il debito, la Banca d’Italia ci informa che il debito è salito a 2.089,5 miliardi cioè il 9,3% in più, corrispondente a un rapporto debito /Pil record il 132,6%.
Come scrive un compagno di Genova: “Grazie PD, grazie PDL, grazie Napolitano, senza i vostri governi chissà cosa sarebbe successo!”
Ed aggiunge il sottoscritto. “Grazie CGIL, CISL e UIL, grazie per aver avallato così tante misure antioperaie e antipopolari; chissà cosa sarebbe successo se aveste organizzato degli scioperi e delle mobilitazioni per respingerle”.
Ma è proprio da qui che bisogna ripartire.


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