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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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venerdì 14 marzo 2014

A SETTE PASSI DAL BUIO di Sara Palmieri




A SETTE PASSI DAL BUIO
di 
Sara Palmieri

Cap.1

Un cielo viscido e lattiginoso incombeva sulla distesa di acquitrini delle risaie, che avevano lo stesso colore grigio slavato e formavano quasi un tutt’uno.
L’aria umida e fredda sembrava immobile nel rigore invernale e solo ogni tanto, a distanza dalla lingua di strada che tagliava la pianura, si intravedeva la luce accesa di qualche cascina, offuscata anch’essa dalla bruma che saliva dalla terra e dall’acqua.
Le poche auto del mattino procedevano lente, timorose, con gli occhi dell’autista incollati sulla striscia bianca che divideva in due la carreggiata, con il terrore di vederla scomparire e ritrovarsi ribaltati nell’acquitrino che fiancheggiava la strada.
La nebbia si presentava ora a banchi ora rarefatta ora con sbuffi che apparivano all’improvviso come infidi e dispettosi fantasmi.
D’estate il paesaggio non cambiava granché: il cielo rimaneva latteo, il sole faticava a mostrarsi, pallido e impotente, come prigioniero di quella lattugine.
L’aria calda e soffocante si appiccicava addosso, provocando goccioline di sudore incessanti e tremule.
Gli acquitrini d’inverno, si erano colmati di terra ed il riso cresceva rassegnato, come ogni anno.
Man mano che ci si avvicinava alla città, si provava come una liberazione da quel paesaggio asfittico e lunare.
Ma anche in città la vita era come sedata.
Il mattino era reso più vivace dal vocio dei ragazzi delle scuole, ma poi calava il silenzio.
La gente camminava di fretta sotto i portici, avvolta da sciarpe e piumini, d’inverno, più leggera d’estate, ma sempre appariva scostante, arroccata nel proprio benessere.
Le relazioni erano silenziose, in ogni caso distaccate, attente a non invadere il campo altrui, ma soprattutto attente che il proprio non venisse invaso.
In quei luoghi poco ospitali, ma ricchi, anche se già in odore di spread, erano arrivate genti da tutto il mondo, le più normali e le più strane: studenti iraniani, operai magrebini, artigiani albanesi, prostitute nigeriane, trans brasiliani, spacciatori tunisini, ambulanti senegalesi, badanti ucraine, domestiche rumene.
Persone diverse per cultura ed estrazione, tradizioni e lingue, ma tutte percepivano quel nuovo mondo come diffidente, ostile, interessato solo al denaro e al profitto.

Cap.2

Accadde di sera, mentre Angelo Guagnini, in piccolo imprenditore agricolo locale, osservava soddisfatto le camere delle risaie ormai rigonfie.
Sentì una presenza alle sue spalle, qualcosa di sovraumano, fu un sibilo a farlo girare, mentre cercava di capire – ma non fece in tempo – cosa fosse quella verga rigida e sottile che quasi lo sovrastava e che si abbattè su di lui in un lampo.
Riuscì tuttavia ad improvvisare una fuga che durò pochi passi e che lo fece barcollare e cadere sul limite della prima camera.
Fili verdi di riso gli coprirono pietosamente la piega della bocca trasformata in ghigno.
Non lo trovarono subito dal momento che viveva solo, sua moglie lo aveva abbandonato qualche anno prima, dopo aver scoperto delle cassette pedopornografiche.
Non aveva chiesto la separazione, semplicemente era andata ad abitare in città con le due bambine e lo teneva in pugno col ricatto.
Tutti sapevano che Angelo soffriva di cuore.
Nessuno notò quei due forellini neri nell’incavo del collo e neppure quelli alla base del tallone e nessuno reclamò indagini approfondite.
L’ispettore capo della polizia che comunque giunse sul posto si chiamava Annalisa Rumma, laureata in criminologia, era la nipote prediletta di un onorevole campano ed aveva fatto una brillante quanto fulminea carriera.
Quella mattina aveva altro per la testa che occuparsi di un caso che le appariva chiaro.
Il suo amante, un collega del commissariato, stava per tornare dalla moglie e dai tre bambini, interrompendo una relazione che ormai gli risultava pesante e la sciando la giovane ispettrice sgomenta ed incredula a leccarsi ferite che sembravano inguaribili.

Qualche giorno dopo Luigina Bianchi si alzò presto a causa di una ormai fisiologica insonnia e stava per recarsi alla consueta messa delle 7,30.
Era donna timorata di Dio, vedova, i figli abitavano altrove, la sua casa nel centro città era linda come uno specchio grazie alla sua collaboratrice bulgara a cui stava appresso, durante il disbrigo delle faccende domestiche, con lo zelo di un segugio, capace com’era di scovare un granello di polvere nell’angolo più recondito di quella casa.
Per la povera Antoaneta non c’era momento di respiro, quella megera le fiatava sul collo durante tutte le quattro ore di lavoro per darle alla fine sempre meno di ciò che era stato pattuito, che comunque era poco.
Per un attimo qualcuno pensò ad Antoaneta quando trovarono la Luigina lunga e stesa sul pavimento, rigida e nera.
Questa volta erano stati chiamati i vigili del fuoco, l’ambulanza, polizia e carabinieri.
Un infermiere del 118 si accorse dei due buchini sul collo di Luigina, all’altezza della nuca, ma ne aveva altri, sulla pancia e sullo stomaco.
Nell’andirivieni di uomini e mezzi, qualcuno notò delle tracce a zig-zag sul pavimento incerato da Antoaneta la sera prima, e le orme delle scarpe della vecchia, che , dopo essere stata morsa, era riuscita a compiere pochi passi verso il telefono.
Tra le mani rattrappite teneva ancora stretto l’apparecchio.
Rino De caro, un appuntato stolido che aveva la mania dei conti e che contava tutto quello che durante il giorno gli passava davanti per dimenticarlo subito dopo, contò i passi che Luigina aveva fatto per raggiungere la mensola del telefono e che si stagliavano chiaramente sula pavimento: erano sette.
Si pensò ad una vipera, ma bisognava capire come avesse fatto ad introdursi in quel fortino circondato dal cemento, in pieno centro cittadino; si giunse alla conclusione che ogni circostanza fortuita avrebbe potuto concorrere all’ingresso dell’animale nell’appartamento di Luigina.
Le autorità disposero l’autopsia, il medico legale decretò la “morte per morso di vipera”, ma siccome c’era qualcosa di poco chiaro, fu chiesta la perizia di un anatomopatologo.
L’anatomopatologo Corrado Fusi era il figlio di un importante chirurgo di Bologna che gli aveva imposto la professione.
Siccome Corrado non era granché portato, né aveva voglia di studi così complessi e difficili, il padre, il quale era convinto che tutto a questo mondo abbia un prezzo, gli aveva comprato la laurea e trasferito il suo portafoglio di clienti, che era composto da enti e strutture, soprattutto pubbliche, politicamente scorrette e lottizzate.
Il giovane non sapeva distinguere una macchia di sangue da una di ragù, ma aveva quell’aria dottorale che convinceva tutti della sua professionalità e, soprattutto, godeva di ampie e altolocate protezioni.
Confermò il responso del medico legale di “morte per morso di vipera”.

Un mese dopo toccò a Tamara Bregozzi, quarantenne d’assalto, con due figli da uomini diversi ed un compagno in carica, gestrice di una bar in periferia, amante di moto e macchine di grossa cilindrata, tiratardi inguaribile, negata per qualsiasi attività domestica.
La maternità le dava la nausea anche adesso che i figli erano grandi e vivevano con i rispettivi padri.
L’attuale compagno era un lavoratore eclettico, ma non era chiaro che tipo di lavoro svolgesse.
Senz’altro uno remunerativo considerate le auto sportive o di lusso con cui girava e che avevano attirato l’attenzione e l’interesse di Tamara.
I due vivevano comunque ognuno a casa sua e in quella di Tamara regnava incontrastato il caos.
Ancora rintronata dalla notte trascorsa in una discoteca della zona, stava rientrando in casa che erano le due del pomeriggio.
Nel cortile assolato non c’era nessuno.
La fontana, al centro del cortile su cui si affacciavano gli appartamenti dagli altri inquilini (si trattava di una casa di ringhiera ristrutturata), spargeva schizzi d’acqua sul terreno attorni, rendendolo umido.
Anche lei udì quel sibilo prima di girarsi e rimanere inorridita da quella bocca nera spalancata, che, dopo più morsi, le lasciò il tempo di compiere qualche passo verso la fontana.
Le impronte dei sandali di cuoio rimasero sul terreno bagnato.
Un vicino, che verso sera si affacciò sul cortile, vide il corpo riverso sui bordi della fontana col viso e parte delle spalle completamente immerse nella vasca ed il resto fuori, a penzoloni.
Più fori avevano attraversato lo sgargiante vestito di cotone e si erano impressi su più parti del corpo, dall’incavo dell’ascella, all’altezza del seno destro, fino al coccige.
Il veleno iniettato aveva agito paralizzando gli organi vitali, dando alla poveretta prima un vago senso di vertigine e poi una sensazione più intensa di soffocamento.
Tamara assunse una giallastra rigidità che si concentrava su quello sguardo terrorizzato e ormai spalancato sul nulla.
Due casi accertati fecero balzare agli onori delle cronache la “vipera killer”, che si aggirava in città, aggredendo le vittime senza scampo.
Gli esperti – in Italia ci sono sempre degli esperti che pontificano da comodi salotti televisivi – avanzarono l’ipotesi sulle motivazioni che avevano spinto l’animale a tanta aggressività e a dispensare consigli su come affrontarlo se si fosse avuta la malagurata sorte di incrociarlo.
Si chiedevano anche come la vipera avesse potuto compiere un tale balzo e colpire in parti del corpo più difficili da raggiungere che i piedi o le gambe.
Le farmacie cominciarono a vendere quantità esagerate di siero antivipera e in poco tempo esaurirono le scorte.
Un cronista locale ipotizzò che la vipera fosse lo strumento di un assassino, ma gli organi competenti esclusero tali ipotesi, dal momento che le vittime erano tra loro diverse, non avevano nulla in comune, conducevano vite ordinarie, non si conoscevano tra loro ma , soprattutto, l’agricoltore era dato per morto d’infarto.

Cap.3

Nel casolare disastrato tra gli acquitrini delle risaie si erano insediati e si avvicendavano disperati di tutte le nazionalità che a volte riuscivano a convivere pacificamente, mentre altre entravano in conflitto.
Allora le urla si udivano fin nelle cascine più lontane e sfociavano in liti violente che richiedevano l’intervento della polizia.
In quel frangente il casolare veniva sgombrato, vecchi materassi e utensili bruciati o gettati in discarica, ma, dopo qualche tempo, tutto tornava uguale, quegli spazi si riempivano di nuovi inquilini e le autorità ricominciavano a fingere di non sapere.
Gli occupanti erano soprattutto uomini, clandestini che una legge barbara aveva bollato come tali, ma che in realtà erano fuggiti da povertà, guerre, feroci dittature, profonde ingiustizie sociali.
Ayébi Badou aveva ventisei anni, veniva dal Benin, era cresciuto con i nonni in una capanna ai margini della foresta, che era stato il suo parco giochi.
A stretto contatto con animali feroci e non, Ayebi era a suo agio.
Agli uomini, e ferfino alle donne, preferiva le bestie con cui era capace di entrare in una metafisica sintonia.
Era stato un bambino umbratile e solitario e lo era rimasto anche da adulto.
Conosceva la foresta palmo a palmo, le tane e i rifugi degli animali, le piante e le loro proprietà, camminava a piedi nudi tra gli sterpi, sapeva i segreti della caccia senza amarla, viveva in osmosi con la natura, così come insegnava la religione vudù praticata anche dall’etnia yoruba cui apparteneva.
Al giovane però, ad un certo punto, la sua foresta non basto più.
Voleva vedere il mondo, le città moderne dell’Europa di cui aveva sentito parlare e che molti connazionali cercavano di raggiungere.
Con la curiosità dei suoi anni voleva conoscere quella società moderna ed evoluta, che prometteva ricchezze ed agi.
Partì senza salutare nessuno, ma non da solo, con ppochi risparmi.
Risalì fin dove poté il Niger in barche di fortuna, con le lunghe gambe da maratoneta attraversò le pianure della savana, dormì raggomitolato nei ricoveri più diversi.
Di notte, mentre il suo compagno dormiva, cercava di procurarsi e diprocurargli del cibo.
Alla fine giunse in Marocco, dopo aver attraversato il deserto in compagnia di tuareg, che lo avevano accolto nella loro tenda e gli avevano insegnato a mangiare e bere indossando la tagelmust e qualche parola di tamasheq.
Sotto la volta stellata del deserto, in compagnia di quei uomini austeri, si era sentito al sicuro e pieno di speranza.
Aveva avvertito – come in Benin – di essere parte dell’universo, così come significava il suo nome, Ayébi.
Non aveva i soldi per la traversata sulla carretta del mare, ma mostrò il suo compagno, che funzionò come un lasciapassare.
Sbarcò su un’isola italiana, fuggì da una specie di lager che chiamavano centro di accoglienza e raggiunse la penisola.
Puntò a nord salendo su un treno qualunque e, con un altro treno preso a caso, arrivò in Lomellina.
Per altre fortuite circostanze finì nella cascina disastrata tra le risaie.
Nel frattempo aveva cambiato abigliamento: dai suoi camicioni variopinti e leggeri era passato alle tuniche color indaco dei tuareg e poi a jeans sdruciti, magliette già usate ed a scarpe che gli stavano strette.
Fino all’arrivo in Italia non aveva sofferto la fame più di tanto, malgrado tutto era sempre riuscito a procurarsi del cibo, ma ora i crampi allo stomaco gli toglievano il respiro e mangiare era diventato un assillo.
Cominciò a chiedere lavoro, ma raramente ne trovava, imparò ad elemosinare, ma ne ricavava pochi spiccioli.
Per gli yoruba la dignità è un’ossessione e per questo ad Ayébi fare l’elemosina costava fatica, ma vi era costretto.
Allora allungava la mano guardando dritto negli occhi il suo possibile benefattore, cercando di trasmettergli la sincerità e l’impellenza della richiesta.
Negli occhi della gente cui si avvicinava leggeva ora disprezzo, ora sterile compassione.
Ma quelli che più lo addoloravano erano gli sguardi no sguardi, che lo trapassavano con la loro indifferenza, senza vederlo, come se non esistesse.
Dimagriva a vista d’occhio e la sera tornava stremato in quel casolare, tra i disperati che non lo aspettavano.
Solo il suo compagno, Kodjo, il serpente, rimaneva in attesa, arrotolato nella tana che Ayébi gli aveva scavato non visto.
Con gli occhietti aguzzi sembrava chiedergli perché lo avesse portato lì, in quella terra lontana ed infida, dove non sei nessuno se non possiedi, dove non c’è nulla di gratuito o di condivisibile, e dove finanche la natura sembra respingerti.
Ayébi aveva scovato Kodjo ancora cucciolo in una tana abbandonata, si erano guardati negli occhi ed erano diventati amici.
Ayébi e Kodjo avevano in comune la solitudine e da quel giorno, un lunedì, che diventò il nome del serpente, erano divenuti inseparabili.
Una notte Ayébi si ammalò, la febbre salì altissima, gli occhi si torcevano per le convulsioni oppure si sbarravano allucinati.
Nei deliri che lo colpirono gli passarono davanti gli ampi cieli dell’Africa, le nuvole che corrono veloci, gli sembrò perfino di sentire il soffio fresco dell’harmattan.
Vide i suoi nonni che lo aspettavano e gli amici animali, che cominciarono ad alternarsi al volto di quella vecchia che all’uscita dalla chiesa, al suo tendere la mano, aveva risposto con sdegno di tornarsene al suo paese.
Era anziana – aveva pensato Ayébi – usciva da un tempio, di certo lo avrebbe aiutato.
I vecchi yoruba sono saggi ed amorevoli, protettivi verso i più giovani.
Il viso della vecchia si alternò con quello dell’agricoltore che lo aveva fatto sgobbare nella risaia e che alla fine gli aveva rifiutato la paga, mentre ad Ayébi, sbranato dalle zanzare, non era rimasto che tornare sgomento al casorale.
Nel vaneggiamento gli comparve infine, ingigantito e dilatato, il viso della ragazza del bar a cui aveva chiesto da mangiare, ma lo aveva cacciato minacciando di chiamare la polizia.
Ayébi quella notte morì tra i rimpianti, la rabbia, i rimorsi, la nostalgia.
Kodjo uscì elegante dalla sua tana, scivolò tra i corpi dei disperati che dormivano e si diresse verso il primo acquitrino.
Ora un mamba nero, che concede alle sue vittime solo sette passi prima del buio della morte, provvisto di un veleno per il quale in Europa non è facile reperire un antidoto, si aggira furente e insospettato tra le nebbie e le acque stagnanti della Lomellina.




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