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mercoledì 20 febbraio 2013

UNA RIVOLUZIONE "CONTRO" MARX? di Pasquale Setola






Una rivoluzione “contro” Marx?
Dal “lavoratore collettivo cooperativo” al partito-avanguardia.
di PASQUALE SETOLA





 Il soggetto della transizione in Marx.

Karl Marx (come Friedrich Engels)[1] nutriva la convinzione che la rivoluzione comunista si sarebbe imposta inizialmente nei paesi a più avanzato sviluppo capitalistico (Inghilterra, Germania, ecc.)[2], dove sarebbero esplose con forza le contraddizioni insite al modo di produzione capitalistico ― che da un lato produce la socializzazione delle forze produttive, e dall’altro le assoggetta alle istanze della valorizzazione del capitale ―, e quindi si sarebbe diffusa al resto del mondo. Sarebbero state le stesse forze produttive che il capitalismo, per valorizzarsi al massimo, crea, a costituire i suoi “affossatori” storici, ossia il “soggetto rivoluzionario della trasformazione anticapitalistica”. Ma, qual era, per Marx, questo “soggetto rivoluzionario anticapitalistico” strutturale che aveva in sé, nella sua essenza sociale, la capacità di superamento del capitalismo?
Come è ampiamente noto, tale soggetto era identificato dalla teoria classica “marxista” (marxista e non marxiana, poiché furono Engels e Karl Kautsky a sistematizzare il primo paradigma teorico marxista negli anni 1875-1895, cosa che Marx non fece mai) nella classe operaia salariata, che, a sua volta, era identificata con la classe proletaria generale. Per quanto riguarda il pensiero originale di Marx, invece, le cose erano alquanto diverse. Nell’elaborazione marxiana, nel Manifesto del Partito Comunista (1848), scritto insieme ad Engels, e anche in altre opere successive, il “soggetto rivoluzionario” era effettivamente la classe proletaria, operaia e salariata [3], composta dai lavoratori manuali, e in particolare quelli della grande industria. Si prevedeva una sempre maggiore crescita del proletariato di fabbrica, con una tendenziale scissione della società in due grandi classi antagonistiche, la Borghesia e, appunto, il Proletariato, con quest’ultima classe destinata a diventare sempre più numerosa anche a causa della crescente proletarizzazione dei “ceti medi”. Lo sviluppo del modo di produzione capitalistico ad un certo punto avrebbe prodotto, da un lato, la centralizzazione nelle mani di pochi capitalisti della proprietà dei mezzi di produzione, e, dall’altro, la forte estensione della classe proletaria, operaia e salariata, contraddistinta al suo interno da condizioni di lavoro e di vita sempre più simili tra i suoi componenti, che sviluppavano una comune “coscienza sociale” (si formava una “classe in sé e per sé”). In tal modo, il capitalismo avrebbe creato esso stesso le condizioni per la sua trasformazione rivoluzionaria e la transizione al comunismo. In realtà, sul piano storico-empirico non si è concretata la prevista proletarizzazione dei cosiddetti “ceti medi”, ma, vi è stata, invece, una sempre maggiore estensione di questi ceti, mentre la classe proletaria, operaia e salariata, seppur maggioritaria nella società, non sarebbe mai potuta diventare la classe universale capace di rappresentare gli interessi generali della società, e questo proprio a causa della posizione subordinata che essa occupa all’interno del processo lavorativo, che le impedisce di acquisire una visione critica complessiva della riproduzione sociale capitalistica.
A partire almeno dal 1867 (il Capitale), per Marx, il “soggetto rivoluzionario anticapitalistico” non era più la classe proletaria, operaia e salariata, ma era invece il “lavoratore collettivo cooperativo” (secondo la formulazione dello studioso di formazione marxista Gianfranco La Grassa), che andava dal direttore di fabbrica all’ultimo manovale [4], e che si sarebbe alleato con le potenze mentali generate dalla grande produzione capitalistica, da Marx indicate con il termine inglese di "general intellect". In questo soggetto si realizzava la ricomposizione (a livello collettivo e non più individuale come nel vecchio artigiano) tra direzione ed esecuzione, tra potenze mentali della produzione e lavoro manuale; un soggetto che, de facto, rappresentava la stragrande maggioranza della società, a fronte di un pugno di proprietari, ormai allontanatisi sempre più dai processi produttivi, fino a divenire dei semplici rentier. Era questo [5] il “soggetto rivoluzionario anticapitalistico” ― di cui la classe proletaria, operaia e salariata rappresentava solo l’avanguardia politicamente organizzabile [6] ― che avrebbe espropriato i capitalisti, per sostituirli alla guida di quello stesso sistema industriale avanzato [7] che il capitalismo aveva messo in moto, e attuare così la transizione ad un modo di produzione comunistico, basato sull’appropriazione sociale (ed il controllo) delle condizioni della produzione [8]. Scriveva Marx: “Il monopolio del capitale diventa un vincolo del modo di produzione, che è sbocciato insieme ad esso e sotto di esso. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato. Suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati.”[9]
Le forze produttive, potenzialmente in grado di arricchire tutta la società, costrette nei rapporti capitalistici determinavano invece ondate di povertà e miseria per buona parte dei suoi membri. Le forze produttive sociali perciò reclamavano rapporti di produzione tra gli uomini corrispondenti a questo loro carattere, reclamavano cioè l’abolizione della proprietà privata da parte del capitalista e l’appropriazione da parte della società dei produttori. Questo compito doveva essere assolto dalla rivoluzione comunista. La riappropriazione del controllo dei mezzi di produzione, da parte dell’intero corpo lavorativo, avrebbe messo in moto il processo di rivoluzionamento e la trasformazione radicale del capitalismo. Si sarebbe concretato, in tal modo, “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. In ogni caso, per Marx, la transizione al comunismo era un fenomeno essenzialmente sociale, e solo in via subordinata politico-statuale.
Nella Critica al programma di Gotha, scritta nel 1875, alla vigilia del congresso di unificazione della socialdemocrazia tedesca, Marx, attualizzando, perfezionando e calibrando le intuizioni già espresse in suoi scritti precedenti, indicava alcuni elementi della futura società comunista. In questo testo, Marx indicava anche i limiti della sovranità giuridico-politica borghese e della forma della repubblica democratica. Una democrazia limitata nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico, e, quindi, una democrazia per la minoranza, per le sole classi possidenti. Secondo Marx, bisognava confermare il passaggio necessario, il periodo politico di transizione, tra Stato democratico rappresentativo e società comunista, in cui si sarebbe realizzata una trasformazione globale della società, e in questo periodo  politico di transizione lo Stato non poteva essere altro che la “dittatura rivoluzionaria del proletariato”. Una volta compiuta la transizione alla società comunista, quando i capitalisti sarebbero scomparsi, e con loro anche la divisione in classi, lo Stato, in quanto espressione della classe dominante, si sarebbe “estinto” (rimaneva, però, indeterminato il momento in cui sarebbe avvenuta questa estinzione, né era indicato l’organismo al quale dovevano essere trasferite le funzioni esercitate dall’apparato statale, e se e in quale misura esse dovevano ancora sussistere), e si sarebbe attuata una democrazia veramente completa. Marx distingueva la società comunista come si sarebbe sviluppata sulla propria base dalla società comunista come sarebbe emersa dalla vecchia società, di cui recava ancora le  “macchie”. Nella prima fase del comunismo (che solo dal marxismo successivo era indicata come fase socialista), il produttore singolo avrebbe ricevuto esattamente ciò che dava; quindi, si affermava una piena proporzionalità tra il compenso ottenuto dai produttori e le loro prestazioni di lavoro. Nella fase più avanzata del comunismo, invece, il quadro mutava: scompariva il contrasto tra lavoro manuale e intellettuale, e con esso l’asservimento degli individui alla divisione del lavoro; il lavoro non serviva più solo alla riproduzione sociale ma diventava il “primo bisogno di vita”; lo sviluppo onnilaterale degli individui portava a un tale incremento della produzione e della ricchezza sociale che era possibile superare la stessa misurazione dei prodotti in lavoro (la legge del valore). In queste nuove condizioni, la società poteva sostituire al principio della prestazione di lavoro obbligatoria quello che richiedeva a ognuno di fornire un contributo secondo le sue capacità e assegnare a ciascuno secondo i suoi bisogni [10].



Kautsky: dalla rivoluzione all’integrazione.

Mentre, sul piano empirico, il processo capitalistico non conduceva per nulla nella direzione del “lavoratore collettivo cooperativo”, e in Europa sembrava  allontanarsi la prospettiva rivoluzionaria [11], il movimento operaio e socialista [12], costituitosi in partiti e sindacati, e in forte ascesa soprattutto in Germania (nel 1875, al congresso di Gotha, nasceva il partito operaio socialdemocratico tedesco, che unificava socialisti marxisti e lassalliani) [13], abbracciava una “politica del doppio binario”, basata sulla rivendicazione parziale, sul tentativo di assicurarsi vantaggi all’interno della società esistente e nello stesso tempo nel mantenere la prospettiva e la speranza rivoluzionaria (che col tempo sarebbe diventato un richiamo sempre più formale). L’obiettivo, quindi, diventava quello di cambiare lo Stato borghese dall’interno, sfruttando le possibilità offerte dal suffragio universale. Si pensava, de facto, a una transizione “pacifica” [14] al comunismo, oramai denominato socialismo (termine che godeva di una maggiore accettabilità, evocando semplicemente l’immagine positiva della costruzione di una nuova società, mentre il concetto di comunismo, a partire dagli anni Cinquanta, era divenuto in Germania sinonimo di rovesciamento rivoluzionario), da ottenersi mediante la conquista del potere politico, per via di maggioranze elettorali e parlamentari. Dominava la tesi che, in una società altamente industrializzata, la maggioranza degli elettori alla fine sarebbe stata costituita da lavoratori dell’industria, che avrebbero sicuramente votato per il partito che ne rappresentava gli interessi, cioè il partito socialista. Il partito, una volta conquistato il potere politico, poteva effettuare il passaggio al socialismo mediante provvedimenti legislativi come la nazionalizzazione dell’industria e della terra, l’istituzione di un sistema fiscale severamente progressivo e simili. Quindi, se Marx “preconizzava” la proprietà “collettiva” dei produttori liberamente associati, utilizzanti i  mezzi produttivi in comune, e, inoltre, la graduale estinzione dello Stato, la linea perseguita dai “socialdemocratici” era invece quella di accentrare nelle mani dello Stato gli strumenti di controllo economico, togliendoli dalle mani dei capitalisti privati. Dunque, si imponeva la concezione del socialismo come proprietà statale dei mezzi produttivi. 
Teoria di riferimento del movimento socialista diveniva il paradigma “marxista” elaborato prima da Engels e poi da Kautsky (detto anche il “papa” rosso), che trasformavano in un sistema dottrinario chiuso il “cantiere aperto” di Marx, che si caratterizzava come “work in progress” in cui le categorie concettuali erano continuamente messe alla prova e ridefinite. La critica marxiana era, alla fine, capovolta in visione “marxista” del mondo. Con Kautsky, in particolare, il “marxismo”, oltre a subire una torsione “economicistica” (ritenendo centrale lo sviluppo delle forze produttive), diventava una vera e propria teoria evoluzionistica della società, che considerava la fine del capitalismo e la transizione alla società socialista come l’esito inevitabile della storia, intendendo questa transizione non come il frutto di una rivoluzione incentrata sulla violenza, ma piuttosto come il naturale esito di un’evoluzione graduale e necessaria. Il risultato finale era rappresentato ― e non poteva essere diversamente ― da un processo di progressiva incorporazione strutturale della “socialdemocrazia” negli apparati dello Stato borghese-capitalistico.
Per quanto riguarda l’oggetto principale di questo breve scritto, e cioè il “soggetto della transizione anticapitalistica“, il “marxismo” faceva “sparire” letteralmente dalle pagine di Marx il “lavoratore collettivo cooperativo”, l’autentico soggetto marxiano della rivoluzione (per Marx solo supporto storico materiale possibile della produzione e distribuzione comunista [15], senza cui si sfociava inevitabilmente nello statalismo), per sostituirlo con la classe proletaria, operaia e salariata, ritenuta titolare di una sovranità assoluta, attribuitale dall’oggettualità della storia, in quanto unico e legittimo soggetto della trasformazione rivoluzionaria della società capitalista in società socialista. Compito del partito era unicamente quello di rappresentarla, garantendo che il suo progressivo avanzamento non fosse ostacolato dalle provocazioni degli opposti estremismi [16]. Purtroppo, la storia di oltre un secolo ha ampiamente dimostrato che la classe proletaria, operaia e salariata è strutturalmente incapace di condurre una transizione intermodale ad altra forma societaria, e tende, anzi, ad una sempre maggiore integrazione nei meccanismi della riproduzione capitalistica.
All’interno del movimento socialista, divenuto ormai riformista e gradualista, tra la seconda metà dell’800 e l’inizio del ‘900 operavano, comunque, anche dei socialisti rivoluzionari, che vedevano nella immediata abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione l’obiettivo primario del socialismo, da conseguire non certo per via elettorale (la via parlamentare, chiamata, con disprezzo, “parlamentarismo”), ritenuta un via lunga e comunque impraticabile (“la democrazia borghese non permetterà mai ai proletari di vincere”), ma attraverso l’insurrezione e la rottura rivoluzionaria. Il contrasto tra rivoluzionari e riformisti caratterizzava più o meno tutti i partiti socialisti e socialdemocratici (uniti fino al 1914 nella Seconda Internazionale), accentuandosi dopo la “Prima guerra mondiale” (l’immane massacro) e con lo scoppio della “rivoluzione russa” nell’ottobre 1917. La “socialdemocrazia”, che nel 1914 abbandonava la propria bandiera per seguire quella del nazionalismo imperialistico, lasciava il campo al bolscevismo  rivoluzionario. 




Il cambio di paradigma di Lenin.

Nel 1917 in Russia (un Paese che si trovava in condizioni disperate, a causa della guerra in cui era stato trascinato dallo zar Nicola II nel 1914) non c’era nessuna delle condizioni indicate da Marx o dal “marxismo” successivo per la rivoluzione anticapitalista, e cioè il predominio del proletariato industriale e un apparato produttivo che, nelle mani dei produttori, poteva non solo cessare lo sfruttamento ma anche guidare la società oltre i confini del sistema capitalista. Vladimir Ilyich Lenin, che capeggiava la frazione “bolscevica” dei socialdemocratici russi, era pienamente consapevole che la rivoluzione, così come prospettata da Marx nei paesi industrializzati, in Russia non era possibile. Egli teorizzava che, essendo entrato il capitalismo nella sua fase imperialistica (da lui definita “fase suprema” del capitalismo), con una progressiva concentrazione monopolistica della produzione, la crisi della libera concorrenza e il predominio del capitale finanziario, sarebbero inevitabilmente scoppiate continue crisi e conflitti; da cui la necessità di una forzatura politica rivoluzionaria, da perseguire non necessariamente dove il capitalismo era più sviluppato. Il capitalismo operava, ormai, su scala mondiale e per provocarne il crollo il socialismo rivoluzionario doveva anch’esso acquisire dimensioni mondiali, e quindi non limitarsi ad essere attivo nei soli paesi che, secondo la concezione “marxista” classica, risultavano maturi per il passaggio al “socialismo” (da Lenin identificato con la prima fase della società comunista). Quindi, i rivoluzionari dovevano cogliere ogni occasione che gli si presentava per rovesciare il capitalismo, anche se ciò significava l’impossibilità di istituire immediatamente una “società socialista”[17]. Il “marxismo morente” della Seconda Internazionale veniva così rimpiazzato dal “marxismo vivente” prodotto dall’elaborazione teorica e dalla prassi politica leninista, e la particolare interpretazione che Lenin dava del “marxismo” (Lenin, pur senza esserne pienamente consapevole, aveva edificato un’altra teoria, diversa da quella di Marx e del marxismo successivo) sarebbe divenuta in seguito quella dominante anche nei punti più alti del capitalismo. Il “soggetto rivoluzionario anticapitalista” leninista era il partito bolscevico, organizzazione di quadri rivoluzionari che facevano coscientemente della rivoluzione lo scopo e l’attività prioritaria della loro vita, i cui rapporti erano regolati da una rigida disciplina che subordinava tutti i militanti alle decisioni della maggioranza e che avrebbe assunto il nome di “centralismo democratico”. Tale soggetto doveva essere considerato l’espressione consapevole degli interessi della classe proletaria, operaia e salariata che, secondo il rivoluzionario russo, se lasciata a se stessa, poteva al massimo raggiungere una coscienza economica, “tradeunionistica”, non certo rivoluzionaria, e pertanto compito dei “marxisti rivoluzionari” era quello di portare nella classe operaia “dall’esterno” la coscienza comunista tramite il loro intervento. De facto, il partito finiva per sostituire la classe come soggetto rivoluzionario. Nel febbraio 1917 crollava lo zarismo e vi era la formazione di una “repubblica democratica”. Lenin, vista la debolezza dei governi provvisori, e le divisioni e l’immobilismo di menscevichi (gradualisti) e socialrivoluzionari, “costringeva” i bolscevichi (i cui dirigenti, nella quasi totalità, erano contrari all’insurrezione) a forzare militarmente la situazione per raccogliere il malcontento delle masse russe (in particolare di settori operai e dell’esercito che reclamavano la fine della guerra), e così portava al potere i bolscevichi, che pure erano in minoranza sia nei soviet (consigli) che nel Paese; riusciva, in tal modo, a portare la Russia fuori dal bagno di sangue della “Prima guerra mondiale”. Lenin pensava che questa rivoluzione, che non era una rivoluzione sociale mossa contro un vero Stato capitalista, ma una rivoluzione contro un’autocrazia semifeudale, avrebbe acceso la scintilla di un processo rivoluzionario che doveva allargarsi ai paesi industriali più avanzati, in cui sussistevano le condizioni per la transizione al socialismo (e quindi al comunismo). Dunque, Mosca doveva essere solo la sede temporanea del socialismo. Ma, quando appariva chiaro che il processo rivoluzionario non si innescava nei paesi avanzati, la scelta più razionale sembrava, a quel punto, essere quella di trasformare un Paese profondamente arretrato in una potenza industriale moderna, poiché l’instaurazione di un’economia socialista necessitava di una base industriale avanzata. Il socialismo diventava così un programma per trasformare un Paese arretrato in un Paese avanzato e moderno. Era, quindi, il partito bolscevico (dal 1918 denominato comunista) che doveva compiere, attraverso lo Stato, la rivoluzione borghese che la esigua borghesia russa non era stata in grado di fare, e sorgeva, quindi, la necessità di attuare la trasformazione dell’apparato statale ereditato dal regime zarista. Col tempo, però, il ruolo del partito finiva con l’intrecciarsi sempre più con quello dello Stato, e gli apparati di questa sorta di partito-Stato estendevano il loro potere a tutte le sfere della vita sociale, trasformandosi per questa via in nuova classe dominante; mentre le nuove forme di oppressione e sfruttamento erano occultate dal mito statalista del socialismo. Comunque sia, nel “nuovo” Paese “socialista” (ove c’era la necessità di costruire un’industria moderna, e di modernizzare l’arretrata società russa), la trasformazione avveniva, ed era grandiosa, realizzata in tempi che forse non hanno precedenti nella storia [18], ma i costi umani erano enormi, anche a causa dell’instaurarsi del sistema di potere “staliniano” (dopo la morte di Lenin, avvenuta nel 1924, Josif Stalin, grazie alla sua abilità politica e al ruolo di segretario generale del partito, aveva assunto progressivamente il potere supremo nel Paese), che praticava la coercizione e la violenza in dosi massicce. Ma, storicamente, tutte le rivoluzioni industriali sono avvenute sempre a caro prezzo, da chiunque siano state condotte (borghesia capitalista o Stato socialista). La domanda che occorre porsi è se la Russia (poi URSS) sarebbe mai potuta diventare una moderna potenza industriale, in così poco tempo, attraverso mezzi pacifici e democratici.
In questo immenso Paese, la fase di transizione temporale fra capitalismo e comunismo, in cui doveva trovare attuazione la cosiddetta “dittatura del proletariato” ― in Marx concepita come dittatura democratica di maggioranze capaci di autogoverno politico e autogestione economica, e non di un partito che si autorappresentava come “portatore degli interessi storici della classe proletaria, operaia e salariata” ―, diveniva invece una  lunghissima fase in cui si concretava una vera e propria “dittatura sul proletariato”. Non era sicuramente questo l’esito auspicato da Lenin.
La rivoluzione russa, che ha rappresentato il più grande tentativo storico di superare i rapporti capitalistici di produzione (ed è proprio questa la ragione  per cui viene demonizzata), e che ha dato avvio alla nascita di un’inedita formazione sociale durata 74 anni (alla cui implosione è seguita la transizione a un capitalismo predatorio), non aveva certo condotto al “comunismo”, se per comunismo intendiamo non semplicemente la statizzazione dei mezzi di produzione (Marx comunque parlava di proprietà collettiva, cosa ben diversa), ma anche l’affermazione di una società complessa, in cui sia garantito lo sviluppo onnilaterale della persona umana e l’espansione di tutte le libertà [19]. Essa fu effettivamente una rivoluzione “contro” Marx, o, almeno, contro il Marx del Capitale [20], il teorico del “lavoratore collettivo cooperativo” (alleato con il “general intellect”), e che “profetizzava” la rivoluzione nei punti alti dello sviluppo capitalistico, ma fu  sopra ogni cosa una rivoluzione che trovava la sua legittimazione nel diritto dei popoli e delle classi dominate a ribellarsi contro l’oppressione e la guerra, un diritto assoluto, che va ben al di là, quindi, di Marx e del “marxismo”.







NOTE

[1]        Engels, sempre considerato una sorta di “secondo violino” rispetto a Marx, fu pensatore notevolissimo, capace di intuizioni assolutamente originali.
[2]       Nell’ultima fase della sua vita però questa convinzione sembrava quasi vacillare. Infatti, nel 1881 (due anni prima di morire), in una lettera indirizzata alla marxista russa Vera Zasulič, Marx sembrava ammettere la possibilità di una transizione diretta dalla comune rurale russa al comunismo, saltando la tappa del capitalismo.
[3         Sul piano concettuale Marx identificava il Proletariato, classe filosofica a cui era affidata la funzione storica di emancipare l’intera umanità, e la classe economica dei salariati, a cui veniva estorto il plusvalore.
[4]         Questo soggetto rivoluzionario, storicamente non si è mai formato, poiché le dinamiche produttive capitalistiche più che cooperazione creano crescenti divaricazioni, orizzontali e verticali, nel corpo lavorativo.
[5]        È filologicamente dimostrabile che sia stata questa l’autentica teoria marxiana del soggetto rivoluzionario anticapitalistico.
[6]           Costanzo Preve, Marx inattuale, Bollati Boringhieri, 2004.
[7]        Marx aveva una concezione “neutralistica” della tecnica e della scienza, convinto che solo il loro utilizzo capitalistico le rendesse strumenti di oppressione.
[8]        Marx era stato piuttosto parco nel descrivere i caratteri della futura società senza classi. Infatti, mentre nei suoi lavori aveva dedicato migliaia di pagine alla critica della società capitalistica, solo poche decine erano quelle nelle quali l’argomento era la futura società comunista, il suo funzionamento e la sua struttura.
[9]        K. Marx, Il Capitale, Critica dell’economia politica, Libro I, Editori Riuniti, 1989.
[10]        Ferruccio Andolfi, Lavoro e libertà, Edizioni Diabasis, 2004.
[11]        Nel 1871 c’era stato il tentativo, durato poche settimane, di autogoverno popolare intrapreso dalla Comune di Parigi, poi soppresso in un bagno di sangue.
[12]       A partire dalla Prima Internazionale, fondata nel 1864, i partiti operai prendevano la denominazione di socialisti o socialdemocratici, pur se continuavano ad avere come testo di riferimento il “Manifesto comunista” di Marx ed Engels.
[13]      Marx era molto critico con la linea politica del partito, ed esprimeva i motivi del suo dissenso nella nota “Critica al programma di Gotha”.
[14]      In Marx, la tesi prevalente era sicuramente quella dell’abbattimento violento dello Stato borghese, ma è anche vero che egli sosteneva anche altre posizioni. Marx, a un certo punto della sua elaborazione introduceva una distinzione tra l’Europa, in cui la rivoluzione, almeno nella maggior parte dei paesi, doveva essere necessariamente violenta, poiché in essi vi operavano apparati burocratici civili e militari oppressivi, e l’Inghilterra e più in generale il mondo anglosassone, dove in più di un’occasione faceva intravedere la possibilità di un passaggio legale e pacifico al socialismo, dal momento che nella società anglosassone si erano formate istituzioni democratiche.
[15]          Costanzo Preve, La fine dell’URSS, Editrice C.R.T., 1999.
[16]       Costanzo Preve, Marx inattuale, cit.
[17]     Lenin, diversamente da Marx, operava una distinzione tra socialismo e comunismo, identificandoli, rispettivamente, con la prima e la seconda fase della futura società comunista preconizzata da Marx. Inoltre, Lenin concepiva l’economia socialista in termini di proprietà sociale dei mezzi di produzione che, ancora una volta diversamente da Marx (che parlava in termini di proprietà collettiva), egli identificava con la proprietà statale.
[18]      Paolo Ciofi, Il lavoro senza rappresentanza, Manifestolibri, 2004.
[19]        Paolo Ciofi, cit.
[20]      Antonio Gramsci scriveva un acutissimo articolo sulla rivoluzione russa, intitolandolo “La rivoluzione contro il Capitale”, intendendo per Capitale l’opera di Marx.




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