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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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sabato 16 febbraio 2013

L’inflazione importata , l’Italia, l’euro e l’Argentina, di Riccardo Achilli


Premessa
Vi è, nel dibattito economico attuale, alla luce della possibile uscita dell’Italia dall’euro, un gran ragionare sulle relazioni fra taso di cambio ed inflazione. Tale relazione deriva dall’ovvia legge economica secondo cui il tasso di cambio agisce in senso inverso sul tasso di inflazione, nel senso che una svalutazione tende ad alimentare inflazione importata, aumentando i prezzi dei beni importati (che devono essere pagati in valuta estera) ed una rivalutazione tende a moderare l’incremento dei prezzi.
Per sostenere la fallacia di questa ovvia legge economica, si porta in genere l’esempio del 1992: nel 1992, la lira si svalutò del 20-25%, a seguito della grave crisi determinata dalla speculazione sul tasso di cambio ed all’esaurimento del testardo (ed ingenuo) tentativo di Ciampi di difendere il cambio prosciugando per secoli le riserve valutarie della Banca d’Italia. E l’inflazione, anziché aumentare, si ridusse di un punto rispetto al 1991, e continuò a decrescere, di ulteriori 0,7 punti, anche nel 1993.
Tutto vero: peccato però che i dati vadano interpretati alla luce della realtà storica di ciò che avvenne in quegli anni. Altrimenti anziché fare gli economisti facciamo i ragionieri, ed i ragionieri muoiono di fantozzismo. Per dimostrare sulla base dei dati reali l’esistenza, e la significatività, di una relazione inversa fra tasso di cambio e tasso di inflazione mi sono preso la briga di stimare, con il metodo dei minimi quadrati ordinari, una equazione rappresentativa dei fattori determinanti il tasso di inflazione. E l’ho stimata proprio con i dati statistici del periodo 1970-1999, che include dunque il caso del 1992.

L’analisi delle determinanti del tasso di inflazione italiano nel periodo 1970-1999

Ho dunque scomposto l’andamento dell’inflazione nelle sue componenti tipiche:
-          Inflazione da costi, rappresentata dall’andamento del prezzo internazionale del petrolio (fonte: AGI Energia); la variabile è codificata come PETROLIO;
-          Inflazione da domanda, rappresentata dall’andamento della domanda interna per consumi, privati e pubblici (fonte: ISTAT); la variabile è codificata come DOMINT;
-          Inflazione importata, misurata dal tasso di cambio fra marco tedesco e lira italiana, assunto come riferimento centrale del nostro commercio estero (ed in effetti la Germania è il nostro principale partner commerciale; fonte: Banca d’Italia); la variabile è codificata come CAMBIO.
Inizialmente, avevo anche considerato come componente di costo la retribuzione oraria lorda degli operai dell’industria, ma l’inserimento di tale variabile peggiorava la significatività dell’equazione, probabilmente perché, essendo in parte collineare con la domanda interna, causava disturbi di rappresentatività. Ho deciso quindi di eliminarla, senza perdere rappresentatività nell’equazione complessiva, poiché le variazioni delle retribuzioni orarie vanno ad incidere sulle variazioni della domanda interna, che quindi incorporano la variabile retributiva[1].
Questa è quindi l’equazione stimata, per t=1970,….,1999 (fra parentesi i valori del test di Student):

PREZZIt = 0,187516 PETROLIOt +0,016497DOMINTt – 0,016051 CAMBIOt + Ut
                    (8,77)                              (4,05)                         (-4,51)                                           

Dove Ut è il residuo di stima al tempo t. La significatività complessiva dell’equazione stimata è soddisfacente, poiché il test dell’R2 corretto è pari a 0,78.  Come è possibile vedere, la relazione fra prezzi e tasso di cambio è significativa, superando il test di Student, ed è inversa: una relazione inversa è sorprendente, a prima vista, poiché significa che allo svalutarsi del tasso di cambio, i prezzi tendono a diminuire. Ciò dipende dal fatto che il coefficiente stimato associato alla variabile “tasso di cambio” è meno rilevante rispetto ai coefficienti riferiti al prezzo del petrolio e alla domanda per consumi interna. Quindi, il tasso di cambio esercita effetti significativi sul tasso di inflazione, poiché la relazione è statisticamente significativa, ma poiché il peso di tale relazione è meno importante rispetto all’influenza di altre variabili (prezzo del petrolio e domanda per consumi) il segno viene alterato: non è diretto, ma inverso (prova ne sia che quando si stima una equazione con il solo tasso di cambio come fattore esplicativo dell’inflazione, il tasso di cambio è, correttamente, legato da una relazione positiva). Quanto alle due altre variabili, è chiaro che la relazione con i prezzi è diretta: l’aumento del prezzo del petrolio, così come l’incremento della domanda interna, generano infatti tensioni inflattive.
Ecco anche spiegati gli apparenti paradossi verificatisi nel 1992: a settembre, il tasso di cambio viene svalutato del 20%. Però già a luglio si era stipulato il patto salariale Governo/parti sociali, che annullò completamente i residui di scala mobile, esercitando effetti di contrazione sulla domanda interna che, anche per effetto della crisi economica complessiva, si riduce infatti dello 0,8% reale sull’anno precedente, esercitando quindi una minore pressione dal lato della domanda sul tasso di inflazione. D’altro canto, proprio l’accordo di luglio del 1992 genera nel 1993 (l’anno in cui il grosso degli effetti inflazionistici della svalutazione si è verificato, atteso che questa è stata fatta a settembre del 1992, quando cioè mancavano tre mesi alla fine dell’anno) una riduzione della crescita delle retribuzioni reali (la retribuzione oraria reale di un operaio, che nel 1992 cresce del 4,5% sull’anno precedente, nel 1993 cresce solo del 3,1%) e quindi una riduzione della pressione del costo del lavoro sull’inflazione. Infine, il prezzo del petrolio rimane relativamente stabile sui valori dell’anno precedente, mentre il suo consumo è influenzato dalla recessione produttiva (nel 1993, proprio l’anno in cui i maggiori effetti inflazionistici della svalutazione si sarebbero dovuti sentire, il PIL diminuisce dello 0,9% reale).
Di conseguenza, ciò che avviene nel 1992 e nel 1993 è che il calo della domanda reale, il rallentamento della crescita dei salari reali, la crisi economica che determina un minore acquisto di materie prime importate più che compensano l’effetto inflattivo della svalutazione, conducendo ad una riduzione della dinamica inflazionistica. Questo non significa, ovviamente, che l’inflazione non sia influenzata dal tasso di cambio. Significa solo che la sommatoria di altri fattori, che hanno inciso sul tasso di inflazione in direzione contraria rispetto al tasso di cambio, ha prevalso sull’effetto di quest’ultimo.
Utilizzando la precedente equazione per fini simulativi, scopriamo che se nel 1992 prezzo del petrolio e domanda interna fossero rimasti identici ai valori del 1991, il tasso di inflazione, per effetto della svalutazione, sarebbe salito al 7,5%, dal 6,3% del 1991, anziché diminuire al 5,3%, come da dato storico registrato nel 1992.
A livello previsivo, poi, mantenendo fissi ai valori del 1992 i consumi interni ed il prezzo del petrolio, nel 1993 l’inflazione si sarebbe attestata, per effetto della svalutazione effettuata a fine 1992, al 7% (più alto del 4,6% verificatosi effettivamente nel 1993).
In altri termini: se non vi fosse stato l’accordo sull’eliminazione della scala mobile di luglio 1992, che ha congelato l’inflazione da costi salariali, e se il prezzo reale del barile di petrolio non fosse calato di 6,41 dollari fra 1991 e 1993, per effetto della minore domanda associata alla recessione economica globale di quegli anni, la svalutazione della lira, nel biennio 1992-1993, avrebbe comportato 4,6 punti di inflazione in più rispetto a quelli storicamente registrati.
Tutto ciò che si può dire, è che l’inflazione è influenzata da una molteplicità di fattori, non solo dal tasso di cambio, e che anzi (come emerge dal piccolo esercizio econometrico fatto in questa sede) elementi come il prezzo reale delle materie prime energetiche e dei fattori della produzione (e indirettamente la pressione che la variazione del costo dei fattori produttivi genera sulla domanda per consumi) influenzano il tasso di inflazione in misura maggiore rispetto alla variazione del tasso di cambio. Ed anzi, come sembra, possono soverchiare l’influenza del tasso di cambio.
Tale considerazione può anche essere fatta osservando graficamente l’andamento delle serie storiche: “cambio” e “cambiodol” (scala sull’asse sinistro) sono rispettivamente i tassi di cambio medi fra lira e marco e fra lire e dollaro. “Prezzi” (scala sull’asse destro) è la variazione percentuale annua dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati. Il periodo è il 1970-1999. E’ possibile notare che fra 1970 e 1972, prima del primo shock petrolifero che ha ovviamente avuto la parte dominante nell’incremento dell’inflazione, a fronte di un lieve deprezzamento della lira sul marco (-6,4%), l’inflazione cresce.
Viceversa, dopo la punta inflazionistica raggiunta nel 1980 a seguito del secondo shock petrolifero, quindi a causa di un’inflazione essenzialmente alimentata dai costi, essa tende a ridursi per tutta la prima metà degli anni Ottanta, fino a stabilizzarsi attorno al 1987, mentre il tasso di cambio della lira si svaluta. Questo è l’effetto della moderazione progressiva del prezzo del petrolio, dopo la punta del 1980, che diminuisce del 70,6% fino al suo minimo nel 1986. Tale rapida decrescita del prezzo del petrolio (per motivi legati alla domanda ed offerta su tale mercato, più che al tasso di cambio del dollaro) induce una decrescita dell’inflazione, anche in presenza di svalutazione.
Quando poi il tasso di cambio con il dollaro si rivaluta e la curva di svalutazione con il marco si fa più piatta, fra 1986 e 1987, l’inflazione rallenta significativamente, passando da un incremento del 9,2% nel 1985 ad uno del 4,7% nel 1987. Ciò potrebbe attribuirsi agli effetti sulla domanda interna del taglio di 4 punti di scala mobile deciso dal Governo Craxi nel 1984, ma non è così. Infatti, fra 1981 e 1984, cioè prima del taglio, la domanda interna per consumi cresce del 4,9% reale, e poi, fra 1984 e 1986, nonostante il taglio, essa cresce di più del doppio, ovvero del 10,8%. Neanche il prezzo del petrolio può spiegare tale moderazione, poiché tale prezzo, come detto, raggiunge il minimo nel 1986, e nel 1987 ricomincia a crescere (recuperando il 24% sul valore dell’anno precedente), mentre l’inflazione continua a rallentare fino al 1987. E non vi è nemmeno un effetto di riduzione del costo reale del lavoro, poiché la retribuzione oraria degli operai dell’industria, fra 1986 e 1987, cresce di 1,6 punti reali, nonostante il taglio alla scala mobile. Pertanto, in tale periodo l’effetto di rallentamento dell’inflazione va attribuito principalmente alla rivalutazione della lira rispetto al dollaro, ed alla relativa stabilizzazione del cambio con il marco. Quindi ad un effetto da tasso di cambio.
Nel periodo 1987-1991, l’inflazione accelera, dal 4,7% al 6,3%, mentre i tassi di cambio hanno andamenti oscillanti, ma sostanzialmente poco dinamici: la lira svaluta del 6,1% sul marco, e rivaluta del 4,3% sul dollaro. In questo caso, poiché il prezzo del petrolio oscilla, e tende ad una sostanziale diminuzione, l’accelerazione dell’inflazione è da attribuirsi ad una crescita dei consumi interni (+12,3% in termini reali) ed a un moderato incremento del costo del lavoro in termini reali (+8,6%).
Nel 1992 avviene ciò di cui si è già parlato, e dopo il 1992 e fino al 1999 l’inflazione tende a rallentare progressivamente, (al netto del piccolo picco del 1995) mentre la lira accumula una forte svalutazione, specie nella prima metà degli anni Novanta, sia con il dollaro che con il marco.  In questo caso, pesa la compressione dell’inflazione da costi, grazie alla ulteriore riduzione del prezzo del petrolio (-21,5%) ancora una volta dipendente da questioni di domanda ed offerta, e non dal tasso di cambio del dollaro, ed all’arresto della crescita reale delle retribuzioni, calmierata in modo pesante dall’accordo Governo/sindacati del 1993 (accordo-Ciampi) che è pressoché nulla (con un incremento totale delle retribuzioni orarie operaie, fra 1992 e 1999, pari soltanto allo 0,4%, praticamente una stagnazione). Peraltro, l’arresto della crescita delle retribuzioni genera anche una minore pressione inflazionistica dal lato della domanda, posto che i consumi interni crescono, in termini reali, solo del 9%, sull’intero periodo considerato, ovvero ad un tasso medio annuo dell’1,3%, molto più basso dei tassi registrati negli anni pre-1993.
Andamento dei tassi di cambio lira/dollaro e lira/marco (scala di sinistra) e della variazione dell’indice dei prezzi (scala di destra) anni 1970-1999

Tirando le somme, è evidente che il fattore valutario ha avuto un ruolo da protagonista nello spiegare la dinamica inflazionistica solo in determinati periodi (1970-72, anche grazie all’incremento della domanda per consumi, e 1986/87). Nel resto della serie storica, non è che il fattore valutario non abbia pesato sull’inflazione, ma in qualche modo è stato messo in secondo piano da altri fattori (di costo soprattutto, e in secondo luogo di domanda) ed è stato quindi “attore non protagonista”. Il tasso di cambio ha comunque un’influenza sull’inflazione, tramite l’aumento di prezzo dei beni importati. La dimostrazione è nella significatività statistica della variabile “tasso di cambio” nell’equazione esplicativa dell’andamento dei prezzi che è stata stimata. L’unico modo per sterilizzare l’effetto perverso del tasso di cambio sull’inflazione è determinare un minor consumo di prodotti energetici importati, oppure una contrazione della crescita delle retribuzioni reali, o ancora un calo dei consumi interni e della domanda domestica. In altri termini, per evitare che una forte svalutazione del tasso di cambio generi un impatto sull’inflazione, occorre che vi sia una recessione economica, che deprima gli acquisti di petrolio, il costo del lavoro (generando anche una maggiore concorrenza fra occupati e disoccupati) ed i consumi interni.

Se l’Italia uscisse dall’euro?



Se quindi si vuole uscire dall’euro senza pagare pegno all’inflazione da successiva svalutazione della ricostituita valuta nazionale, occorre che vi sia una ulteriore recessione economica. Altrimenti, se si esce dall’euro senza fare politiche che, esplicitamente o implicitamente, generino recessione, occorre pagare il pegno dell’inflazione da svalutazione. Anche se non è affatto detto che l’inflazione sia un male supremo, ovviamente entro certi limiti (che non siano l’iperinflazione argentina degli anni Sessanta, per capirci). Se è vero che l’inflazione penalizza i titolari di redditi fissi, certo è comunque un male minore rispetto alla recessione.
Tutto questo discorso è però teorico, per il nostro Paese. L’elemento più critico delle tesi di Tringali, Bagnai, ecc. è che l’Italia, per le sue dimensioni economiche, per l’ammontare di debito pubblico detenuto da soggetti non residenti, che ad ottobre 2012 è pari ancora a 696 miliardi di euro (pari al 35% circa del debito pubblico complessivo), non può uscire unilateralmente dall’euro, dichiarando contemporaneamente default nei confronti delle istituzioni finanziarie estere (come vorrebbero le tesi di Bagnai, Badiale e Tringali) senza provocare la fine stessa dell’euro ed il collasso del sistema finanziario e creditizio europeo. L’Italia non è la Grecia. Quindi, in caso di fuoriuscita unilaterale dell’Italia dall’euro, il debito estero residuo dovrebbe rimanere in piedi, non potrebbe essere ripudiato, a meno di non provocare uno tsunami finanziario in grado di portare tutta l’Europa ai livelli della Repubblica Democratica del Congo. E dovrebbe rimanere denominato in euro. Ecco allora, come ben ci dice Zingales, che un aggravio della quota di debito pubblico ancora denominata in euro, derivante proprio dalla svalutazione della ripristinata valuta nazionale, si tradurrebbe in un incremento dei rendimenti e dell’intera struttura dei tassi di interesse (che sono correlati fra loro), con conseguente ulteriore peggioramento del debito pubblico, nonché stretta sulla crescita potenziale tramite l’aumento del costo del denaro.
In caso di fuoriuscita senza ripudio del debito estero, quindi, il problema dell’inflazione da svalutazione del cambio non si porrebbe nemmeno: l’aumento dei tassi di interesse, il credit crunch delle banche italiane piene di titoli del debito pubblico nazionale penalizzati, nelle quotazioni, da un Paese a minor credibilità di rimborso sui mercati, perché fuoriuscito dall’euro, la più che probabile fuga dei capitali (su cui le eventuali misure amministrative di contenimento dei flussi di capitale avrebbero ben poco impatto, poiché la fuga si verificherebbe qualche tempo prima dell’uscita dall’euro), si tradurrebbero in una recessione di dimensioni tali da non provocare alcuna tensione inflazionistica da svalutazione. Anzi: probabilmente si avrebbe una deflazione interna da recessione. Ma sarebbe una ben magra consolazione, a fronte della recessione terribile che subiremmo, ed a fronte di un peggioramento dei conti pubblici tale da richiedere, probabilmente, forme di prestito forzoso ai residenti, abbattendone reddito e patrimonio per decenni.
Anche perché il fatto che il tasso di cambio giochi, in generale, un ruolo secondario nello spiegare la dinamica inflazionistica, ha una contropartita, in caso di uscita dall’euro: una svalutazione anche pesante della ripristinata valuta nazionale, infatti, non sarebbe probabilmente sufficiente ad ostacolare la grave deflazione interna generata dalla recessione da fuoriuscita. I guadagni di competitività di prezzo all’export, derivanti dalla svalutazione, quindi, non sarebbero sufficienti a compensare le perdite delle imprese su un mercato interno in cui i prezzi vanno a picco, e le perdite di reddito dei lavoratori e dei pensionati, che solo in un primo momento sarebbero beneficiati dal calo dei prezzi, ma in un secondo momento, per ovvie ragioni di compatibilità, vedrebbero i propri redditi nominali diminuire per riallinearsi ad un livello di prezzi più basso.
Possiamo, certamente, ragionevolmente pensare che, in caso di fuoriuscita unilaterale, le autorità fiscali e monetarie italiane potrebbero mettere in campo politiche fiscali e monetarie espansive, al fine di ridurre l’impatto della recessione da fuoriuscita. Ma la dimensione di tali interventi, di fronte ad una sparizione dei capitali esteri, ad un credit crunch generalizzato, ad un peggioramento notevole dei conti pubblici, sarebbe tale da generare una monetizzazione del debito di tale ammontare da generare ulteriore svalutazione, fino al punto di produrre una inflazione “sudamericana”, con tutti gli effetti sociali disastrosi, per i titolari di reddito fisso, che una inflazione fuori controllo genera. Inoltre, l’intervento fiscale espansivo peggiorerebbe ulteriormente i conti pubblici, in una condizione in cui molto difficilmente il mercato finanziario estero sarebbe disposto a comprare titoli del debito pubblico di un Paese uscito dall’euro ed in avvitamento in una “spirale” di ulteriore peggioramento del suo debito pubblico, a causa dell’effetto palla di neve generato dai rendimenti. Alla fine, sarebbe necessario ripudiare il debito pubblico interno, gettando alla rovina banche e piccoli risparmiatori, oppure imporre misure di prestito forzoso ai residenti, riducendone drasticamente la ricchezza netta (posto che i Bot ed i Cct acquistati forzosamente non sarebbero rivendibili sul secondario, essendo titoli-spazzatura).
E’ evidentemente molto meglio che, anziché indulgere in fantasie su salvifiche fuoriuscite dall’euro, si lavori per far cambiare decisamente e rapidamente rotta alle politiche dell’Unione europea, se ancora esistono i margini per un lavoro di questo genere. Immaginiamoci cosa significherebbe, per una economia, come la nostra, prostrata già da cinque anni di crisi economica, affrontare altri due anni di pesante recessione da fuoriuscita dall’euro. Ne usciremmo definitivamente distrutti. Forse liberi, ma certamente molto poveri e fragili. Da questo punto di vista, occorre a mio avviso battersi per la mutualizzazione dei debiti pubblici nazionali, per la creazione di una reale autorità fiscale comunitaria in grado di avere poteri di controllo e correzione sui bilanci nazionali, per un programma di stimolo della domanda interna dei Paesi in surplus di partite correnti (Germania in primis) al fine di consentire un aumento delle esportazioni da parte degli altri partner comunitari, per la realizzazione di adeguati meccanismi di trasferimento finanziario automatico alle regioni europee (ed agli Stati) in recessione, per la realizzazione di meccanismi comuni di crescita del costo del lavoro rispetto alla produttività media europea, al fine di evitare gap di competitività strutturale troppo alti, ed al contempo eccessivi scostamenti fra le retribuzioni nazionali dei lavoratori europei, e più in generale per una politica europea orientata agli investimenti pubblici ed alla crescita, oltre che all’armonizzazione crescente dei mercati nazionali del lavoro e dei sistemi di welfare. Una costruzione che sarebbe democratica e popolare, e non burocratica ed oligarchica come quella attuale.
Però al contempo è necessario prepararsi all’eventualità che l’uscita italiana dall’euro si concretizzi nei prossimi 2-3 anni al massimo, per via dell’incapacità dell’Unione Europea di uscire dal disastroso paradigma liberista che la contraddistingue.. Da questo punto di vista, il piano “B” non può che essere quello di una uscita “controllata”, che non distrugga il sistema finanziario europeo, così realizzata: il ripristino della valuta nazionale nel contesto di un possibile “euro del Sud”, realizzato attorno ad una unione valutaria con i Paesi PIIGS, agganciato ad una parità fissa con ampie bande di oscillazione rispetto all’”euro del Nord”, onde evitare guerre valutarie fra i PIIGS in uscita ed al contempo garantire margini di svalutazione competitiva; permanenza dentro i programmi di assistenza finanziaria della Ue. Programmi che devono essere pensati come erogazioni a fondo perduto, e non prestiti, che vanno ad incrementare il debito pubblico del Paese. Varo di un programma pubblico di ricostruzione della sua domanda aggregata, operato attraverso le risorse comunitarie della politica di coesione, iniziando da un riorientamento "keynesiano" delle risorse residue del ciclo 2007-2013 dei fondi strutturali, in direzione di investimenti pubblici in infrastrutture ed Ict, nonché di programmi di assistenza finanziaria e trasferimenti di reddito alla popolazione. Occorrerebbe però anche mantenere la garanzia del pagamento del debito estero, senza alcuna fantasia di ripudio dello stesso, magari prevedendo forme di priorità nel rimborso a favore dei creditori stranieri, onde evitare fughe di capitali, barattando la con cessione di tali priorità di rimborso, con un riscadenzamento del debito estero e del debito interno detenuto da operatori finanziari e bancari di grandi dimensioni, che dia maggiore ossigeno alle finanze pubbliche (e che di fatto sia un parziale haircut, grazie alla riduzione del valore nominale del debito riscadenzato senza attualizzazione).

Postilla sull’Argentina



Il caso argentino e quello italiano non sono del tutto paragonabili, perché l’Argentina non è uscita da un’area valutaria ottimale, ma da un sistema di cambi fissi con il dollaro, ecco cosa succede quando il Paese sudamericano abbandona tale cambio fisso e dichiara il default. A dicembre 2001, il Presidente Rodriguez Saá dichiara il default per 132 miliardi, la maggior parte del debito publbico argentino. Nel gennaio del 2002, il nuovo Presidente Duhalde abbandonò la parità 1 a 1 dollaro-peso che era rimasta in vigore per dieci anni. In pochi giorni il peso perse gran parte del proprio valore nel mercato non regolamentato. Un tasso di scambio provvisorio ufficiale fu fissato a 1,4 pesos per dollaro, del tutto irreale rispetto al vero valore di mercato del peso. Il ministro dell'economia si fece promotore della pesificación ("pesificazione"), secondo la quale tutti i conti correnti denominati in dollari sarebbero stati convertiti in pesos al tasso ufficiale. Questa misura era necessaria per evitare fughe di capitali e di valuta pregiata, ma rovinò decine di migliaia di risparmiatori, che si vedevano rinominare i propri depositi in una valuta in forte deprezzamento.
Dopo alcuni mesi, il tasso di cambio fu lasciato fluttuare liberamente. Il peso soffrì un enorme deprezzamento, ciò spinse l’inflazione: ad aprile 2002, l’inflazione mensile arrivò al 10,4%, quella annuale attorno all’80%. Ecco un’altra differenza fra Italia ed Argentina, che dovrebbe spingere molti a non usare il caso argentino per simulare ciò che accadrebbe in Italia: in caso di uscita dall’euro, per quanto detto sopra, l’Italia non subirebbe, probabilmente, una fiammata inflazionistica come quella argentina. Ciò perché il sistema produttivo italiano è ampio e diversificato, quindi sarebbe possibile sostituire i beni importati a prezzo più alto con beni prodotti all’interno. Viceversa, essendo la struttura produttiva argentina molto più ristretta rispetto a quella italiana, il Paese dipende in misura maggiore dalle importazioni, per cui l’effetto della svalutazione sul tasso di inflazione è più pesante rispetto all’Italia (una situazione simile all’Argentina, invece, accadrebbe probabilmente in Grecia, in caso di uscita dall’euro, ancora una volta a causa della ristretta e poco diversificata base produttiva nazionale).
Ad ogni modo, la qualità della vita dell'argentino medio si deteriorò tragicamente; molte imprese chiusero o fallirono, molti prodotti importati divennero praticamente inaccessibili. Molte migliaia dei nuovi senzatetto e disoccupati argentini trovarono lavoro come cartoneros, cioè raccoglitori di cartone. Si stima che nel 2003 da 30.000 a 40.000 persone frugassero per le strade alla ricerca di cartone per guadagnare quanto bastava per sopravvivere vendendolo agli impianti di riciclaggio. Questo è solo uno dei tanti metodi che si utilizzavano in Argentina per far fronte ad un tasso di disoccupazione che era salito fino al 25%. Il PNL nazionale diminuì del 10,9% nel 2002; più che una recessione un vero e proprio crollo produttivo di dimensioni terribili (basti pensare che fra primo trimestre 2008 e quarto trimestre 2012, lungo tutta la gravissima crisi che stiamo vivendo, il PIL italiano, in termini reali, destagionalizzati e tenendo conto dei giorni lavorativi, è diminuito “solo” del 7,7%).  
Se dal 2003 in poi l’Argentina ha iniziato un percorso di forte crescita, ciò è dovuto esclusivamente ad un colpo di culo: il forte aumento del prezzo della soia sui mercati internazionali  e l’apertura del mercato cinese, in forte crescita alimentare, all’export cerealicolo argentino. La competitività di costo della soia argentina esportata, peraltro, dipende solo in parte dalla svalutazione del peso, poiché l’export cerealicolo verso la Cina è basato essenzialmente su prodotti transgenici, a basso costo di produzione ed elevata resa per ettaro (ma di dubbio effetto sulla salute umana). Nel frattempo, però, ancora oggi, il debito pubblico argentino ha enormi difficoltà a essere negoziato sui mercati internazionali, mentre il sistema bancario è ancora precario, e costringe il governo argentino a imporre forti controlli amministrativi alle frontiere, che si traducono anche in disagi per i cittadini che devono viaggiare o acquistare prodotti stranieri importati. Mentre l’inflazione reale è sicuramente elevata. E basterebbe chiedere a qualche conoscente argentino appartenente al ceto medio, come ho fatto io, se l’aumento dei prezzi gli faccia piacere o meno. E comunque non si può vivere, in materia di politiche economiche, sui colpi di culo.


[1] Due variabili si dicono collineari quando si muovono nella stessa proporzione, e spiegano lo stesso fenomeno. Il rimedio standard, di fronte a collinearità, è quindi quello di eliminare una delle due variabili, onde evitare fenomeni di disturbo nell’equazione complessiva. Infatti, l’indice di correlazione fra domanda interna e retribuzioni orarie, nel periodo 1970-1992, è pari a 0,98, evidenziando una collinearità quasi perfetta fra le due serie.

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