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venerdì 15 febbraio 2013

L’UOVO (MARCIO) DI COLOMBO di Norberto Fragiacomo




L’UOVO (MARCIO) DI COLOMBO
A chi giova il misterioso “patto fra produttori”? di sicuro, non a chi lavora…
di
Norberto Fragiacomo

Nel giorno di S. Valentino, dedicato alle smancerie consumistiche (per chi ha ancora qualche euro in tasca), scorgiamo due personaggi che, incitati da destra e da sinistra, provano goffamente a tenersi per mano, e a percorrere qualche metro insieme: sono il piccolo-medio imprenditore e il suo dipendente, cioè i produttori, ai quali mezzo mondo politico rivolge pressantemente l’invito a federarsi.
In cosa consista questo “patto fra produttori” ce lo dice la locuzione stessa: si sostiene che per salvare il Paese occorrerebbe una sorta di Santa Alleanza dell’economia reale (da una parte i lavoratori, dall’altra le imprese manifatturiere piccole e medie) contro il distruttivo strapotere dei mercati finanziari.
Uno dei due aspiranti ballerini, il salariato, lo abbiamo riconosciuto subito – ma chi è precisamente l’altro, cui, noblesse oblige, spetterebbe guidare il valzer anticrisi?
L’articolo 2083 del Codice Civile sembra disegnarne l’identikit: il piccolo imprenditore è chi esercita “un’attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio o dei componenti della famiglia” – a titolo d’esempio, vengono citati il coltivatore diretto, l’artigiano e il negoziante. Ora, con poche eccezioni (si pensi al gioielliere o al ristoratore di chiara fama, la cui clientela è al riparo dalla crisi economica), i soggetti cui si fa riferimento sono nostri compagni di sventura: licenziamenti ed immiserimento generale li privano della clientela, obbligandoli a chiudere bottega. Piccola borghesia risucchiata nel proletariato, quindi… ma quale patto il lavoratore potrebbe mai stringere con loro? In teoria, l’impiegatuccio può dire al salumiere rionale: “se mi vendi del buon salame a un prezzo conveniente, io rinuncio ad andare a far compere al supermarket. Affare fatto?” Il bravo negoziante manifesta soddisfazione per la proposta, e accetta - ma il mese successivo il contabile non si fa più vedere, perché, avendo perso il posto, non può più permettersi certi “lussi”. Con un funebre cigolio la serranda si abbassa…
Il problema è appunto questo: la buona volontà dei contraenti non è sufficiente, in un quadro dipinto da altri. Ma siamo poi sicuri che sia l’impresa familiare del panettiere o dell’idraulico a catalizzare l’attenzione dei pattisti? Evidentemente no, anche perché, all’inizio, abbiamo parlato di imprenditori “piccoli e medi”, ai quali mal s’attaglia la vetusta definizione codicistica, coniata in tempo di guerra, molto prima del boom dell’economia italiana.
Oggi a dettar legge è l’Europa, che adotta criteri dimensionali assai diversi da quelli del legislatore del ’42: ai sensi di quanto previsto dalla raccomandazione 2003/361/CE [1], sono “medie imprese” quelle che impiegano sino a 250 dipendenti, e “piccole imprese” quelle che danno lavoro a non più di 50 persone. Al di sotto dei 10 occupati siamo in presenza di una “microimpresa”: negoziante, coldiretto ed artigiano andrebbero ribattezzati, dunque, microimprenditori [2] (o, meglio, imprenditori “minimi”, tenuto conto del requisito, preteso dal codice, del lavoro prevalentemente proprio o dei familiari).
L’Italia resta il Paese delle microimprese: secondo i dati di Confcommercio [3], nel 2009 – prima cioè della moria causata dal turbine finanziario – le realtà con meno di dieci addetti assommavano a 4,12 milioni ca., su un totale di poco inferiore ai 4,34 milioni di unità (94,9%)[4]. La predominanza dei piccolissimi era schiacciante in tutti i settori, con punte del 98% in quello del commercio al dettaglio e del 96,8% nei servizi [5]; un maggiore equilibrio si segnalava, comprensibilmente, nel comparto industria: qui, a fronte di un 82,8% di imprese micro, avevamo quasi il 15% di piccole imprese e un 2% di medie. Nel complesso, le imprese sotto i 250 addetti assorbivano l’81,4% dei lavoratori attivi.
Cosa ci suggeriscono questi dati? In primis, che l’economia italiana è piuttosto arretrata e, dunque, particolarmente vulnerabile alle crisi capitalistiche (Marx docet); in secondo luogo, che l’enorme frammentazione e l’eterogeneità delle caratteristiche aziendali rendono estremamente difficile elaborare soluzioni che abbiano valenza generale.
Cosa accomuna, in questo principio di 2013, il commerciante al dettaglio e il “peso medio”? La drammatica esigenza di confrontarsi con un calo della domanda, che penalizza entrambi: se le merci rimangono invendute (e scaffali e magazzini pieni), l’impresa si ammala. E’ questo un evento “naturale” che nessun patto tra titolare e addetti può scongiurare. C’è poi la difficoltà di accesso al credito, che però, da un punto di vista “professionale”, preoccupa più l’imprenditore medio-piccolo che non il negoziante o l’artigiano: questi ultimi, a causa del rarefarsi della clientela, sono poco invogliati ad investire. I soldi richiesti a banche o finanziarie servono semmai a tirare avanti, a evitare il tracollo – ma un tanto vale anche per il pensionato, l’operaio in cassa integrazione, il dipendente pubblico con lo stipendio congelato. Ora, il fatto che gli istituti di credito abbiano chiuso i rubinetti, dopo aver ricevuto regalie miliardarie dall’Europa e dai governi nazionali, è semplicemente intollerabile: i famosi prestiti all’1% avrebbero dovuto essere vincolati a successivi interventi a sostegno dell’economia. Una banca che rifiuta di assolvere la sua funzione non merita di esistere, o meglio: va prontamente nazionalizzata (ad opera di un governo che ambisca ad essere qualcosa di diverso da un mero “comitato d’affari”). Resta però un inghippo: quand’anche mutui e finanziamenti si sbloccassero, ma la domanda permanesse bassissima, come farebbe il sistema a ripartire? La risposta sta nel famoso “patto fra produttori”, da concludere – adesso ci sembra abbastanza chiaro – tra operai/impiegati e industriali non piccolissimi.
In concreto, si tratterebbe (per le maestranze) di un accordo al ribasso: per conservare il posto, ai dipendenti toccherebbe accettare una serie di condizioni, che vanno dall’aumento degli orari a parità di stipendio alla rinuncia alle tutele contro il recesso datoriale, dal venir meno, in fabbrica, della protezione sindacale alla pianificazione dell’esistenza (notti e festività incluse) in funzione delle superiori necessità della produzione [6]. “Moderazione salariale” e (contro)riforme, esaltate senza ritegno dal professor Gilberto Muraro [7], consentirebbero all’Italia di rafforzare le esportazioni e, per l’effetto, di ritornare a crescere: il fatidico aumento del PIL stimolerebbe la domanda di lavoro, dando un po’ di fiducia alle masse che, tra un turno massacrante e l’altro, invaderebbero i centri commerciali. 
Un ottimismo opportunamente enfatizzato dai media sarebbe quindi il motorino della ripresa.
Chi scrive giudica questo un patto leonino, che assicura benefici ad una parte sola, quella padronale. I suoi promotori sanno bene che la naturale evoluzione della crisi non mancherà di determinare un gigantesco e generalizzato deterioramento delle condizioni lavorative (che sta loro benissimo, e viene attivamente perseguito dai “riformatori” al soldo di Goldman Sachs & co.), ma temono per la sorte del tessuto imprenditoriale italiano, notoriamente debole – cercano pertanto, fidando nel proprio potere di persuasione delle masse, di ridurre al minimo le conseguenze negative delle dinamiche in atto. Se non imprudenti, sono perlomeno impudenti: l’incremento delle ore di lavoro ceteris paribus e la pratica, ormai impostasi, di non pagare gli straordinari sono un’istantanea del modo di produzione capitalistico, che ci mostra il pluslavoro nudo, senza abbellimenti o ritocchi.
Lungi da noi criminalizzare il singolo imprenditore: ce ne sono di onestissimi, che hanno a cuore il destino dei propri dipendenti; non pochi padroni e padroncini si sono suicidati per la vergogna, la disperazione, la paura del futuro. A loro va il nostro rispetto: d’altra parte, a Marx non è mai passato per la testa di scrivere che tutti i capitalisti sono “malvagi”. Chi intraprende, tuttavia, segue necessariamente delle regole che non lui, ma il sistema ha elaborato: se un’impresa vuole stare sul mercato, deve vendere il suo prodotto a prezzi concorrenziali. Olivetti poteva anche permettersi di coccolare i suoi giovani talenti, l’imprenditore italiano tipo no: al pari di Marchionne, è tenuto – nolente o, più spesso, volente – ad estorcere plusvalore alle risorse umane ammassate in fabbrica. Certo, rispetto all’AD di Fiat ha molti meno denari da investire in borsa, minore accesso al credito, prospettive senz’altro peggiori… ma l’ideologia, i desideri e, soprattutto, gli interessi materiali dell’uno e dell’altro [8] sono simili, se non identici, e diametralmente opposti a quelli dei rispettivi dipendenti.
Al padrone della fabbrichetta un “patto fra produttori” sicuramente conviene – ma, per usare una metafora ittica, è lecito dubitare che l’apparizione, in golfo, del pescecane finanziario trasformi automaticamente la verdesca in un “alleato” della povera sogliola: in fondo, che ad addentarla sia l’una o l’altro, sempre male finisce!
L’unica soluzione profittevole, per i lavoratori, consiste nella socializzazione/collettivizzazione dell’impresa, che va preceduta da un esperimento di autogestione: solamente se si annulla la differenza tra datore (grande, medio o piccolo che sia) e prestatori di lavoro è possibile l’emergere di un interesse che accomuni tutti i produttori. Quanto detto non vale ovviamente per l’impresa familiare, che comunque, per sua natura, è estranea all’ambito applicativo del c.d. patto.
Che ci piaccia o meno, la lotta di classe sopravvive nei fatti: finché è in sella, il padrone resta tale; dopo, è un proletario come noialtri (maggiormente abbattuto, forse, poiché – come ci ricorda Dante – “Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria”).
Il nemico è il sistema, più che i singoli individui, anche se la frase pronunciata dal cardinale Altamirano nel finale di The Mission (“Così l’abbiamo fatto noi questo mondo, così l’ho fatto io”) non stonerebbe in bocca a finanzieri, governanti e “tecnici”, avessero un minimo di coscienza.


[1] Emanata per mettere ordine dove prima regnava la confusione: in Paesi come la Germania un’impresa con 500 dipendenti era considerata “media”.
[2] Accanto al numero di dipendenti, la Commissione tiene conto anche di fatturato o totale di bilancio: a titolo esemplificativo, notiamo che il fatturato di una piccola impresa non può superare i 10 milioni di euro, quello di un “peso medio” i 50 milioni. E’ data facoltà, ai Paesi membri, di stabilire requisiti dimensionali inferiori, non superiori. Vedi http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2003:124:0036:0041:IT:PDF.
[4] Le imprese con più di 250 occupati erano appena 3.320, quelle medie sfioravano quota 22 mila, le piccole erano 196.090.
[5] In sostanza, l’artigianato: merita rilevare che le microimprese artigiane rappresentavano, quattro anni orsono, il 75,8% di quelle appartenenti alla categoria.
[6] Un nuovo corporativismo, dunque, persino peggiore dell’originale.  
[7] Un suo articolo, pubblicato su “Il Piccolo” di Trieste, si intitola, significativamente, “Calo salari doloroso ma utilehttp://ricerca.gelocal.it/ilpiccolo/archivio/ilpiccolo/2013/01/29/NZ_01_AA06.html?ref=search.
[8] Il finanziere non è né un Oblomov indolente per natura né il fratello cattivo di Predator, bensì un capitalista di grande successo che, disponendo di risorse quasi sconfinate (economiche, politiche ecc.), riesce a moltiplicare il denaro senza sporcarsi troppo le mani con la merce.


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