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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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lunedì 27 febbraio 2012

Come sopravvivere a Latouche di L. Mortara




Lo scritto di Riccardo Achilli, Decrescita e marxismo, riprende una tematica della quale mi sono occupato pure io, giungendo grosso modo alle sue stesse conclusioni. Il passo che segue è tratto da un mio vecchio lavoro, quasi di apprendistato, intitolato Dove va il popolo di Seattle?, scritto nel 2006, e già segnalato nel mio breve saggio su I Neoborboni. Lo ripropongo perché mi pare possa costituire una giusta integrazione al lavoro del compagno Achilli. Buona lettura!


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Stando al Professor Serge Latouche e al suo interessantissimo libro Come sopravvivere allo sviluppo – Bollati Boringhieri Editore – il tentativo concreto di decrescita dovrebbe partire dal sistema dei neoclan, uniti da progetti locali come banche del tempo e scambi equi e solidali, maturi per non «trincerarsi in un “terzo” settore, ma [per] colonizzare progressivamente gli altri due, cioè il mercato capitalistico e lo Stato». I neoclan fungerebbero da piccole nicchie all’interno dell’economia mondiale di mercato, come oasi nel deserto, con il preciso scopo di non preservarsi semplicemente, ma di «estendere progressivamente “l’organismo” sano per far arretrare il deserto o fecondarlo». Non ho niente contro questo progetto e i suoi possibili tentativi di riuscita. Ma quello che Latouche non si chiede, ed è l’unica pecca del libro, è con quale ritmo debba avanzare l’organismo sano per non essere raggiunto di nuovo dal “morbo sviluppista”. Se mentre si riconquista un centimetro di deserto da una parte, ne avanzano due chilometri dall’altra, lo sforzo diventa inutile come travasare il mare con un cucchiaino. Stando agli attuali ritmi di crescita del mercato Equo & Solidale e delle nicchie dei neoclan, o anche accelerandoli di dieci o cento volte, prima di poter far arretrare davvero lo sviluppo, ovvero la crescita, il capitalismo farà in tempo a distruggere non solo il pianeta Terra, ma anche tutto l’universo. Infatti, per l’Equo & Solidale, crescere di dieci o cento volte, vorrebbe dire passare appena appena dallo 0,01 allo 0,1 o al massimo all’1% del PIL mondiale, e cioè restare sempre fermo a una quota di mercato poco più che irrisoria. Solo crescendo di mille volte e forse neanche l’organismo sano potrebbe cominciare davvero a incidere sullo sviluppo costringendolo ad arretrare. Dico forse, perché il 10% è una cifra significativa ma ancora minoritaria per poter ambire concretamente alla riduzione generale dei consumi. Dunque, a meno di essere Superman o Dio in persona, non c’è nessuna possibilità di vincere la sfida su questo terreno in tempi utili. La decrescita equa e solidale del Fair-Trade o dei neoclan, due facce dello stesso progetto, sarà sempre in clamoroso ritardo rispetto alla crescita. Non è sfiducia nelle possibilità alternative del Fair-Trade, ma realismo. Realismo che trova conferma dentro La crisi di crescita (libro di Lorenzo Guadagnucci e Fabio Gavelli – Feltrinelli Editore): il successo dell’ Equo & Solidale, infatti, va dalla “significativa” conquista del 3% del mercato svizzero ottenuta dal caffè, a quella “miracolosa” del 15% ottenuta dalle banane sempre nello stesso Paese. Successi che potranno anche essere ripetuti e in certi casi migliorati, ma che comunque non potranno mai cancellare l’evidenza che «di fronte a futuri progressi, difficilmente si potranno raggiungere percentuali a due cifre», perché «l’incidenza sui mercati sembra fisiologicamente limitata». Come si vede, il mio ipotetico 10% è ben più ottimista rispetto alla previsione prudente dei diretti sostenitori del Fair-Trade, dalle cui analisi emerge inequivocabilmente come progetti quali la “decrescita”, il mercato Equo & Solidale, le Società dei neoclan o quelle strutturata attorno alla Banche del tempo, saranno sempre fuori dalla Storia. Non avranno un futuro perché non lo si può avere quando il presente non è in grado di inscrivere la sua Storia in un passato memorabile.
Il comunismo avrà fallito, ma non nell’attenzione data al problema. In Riforma sociale o rivoluzione? – più di cento anni fa – Rosa Luxemburg aveva già inchiodato i neoclan e le cooperative sociali di allora alla croce su cui ancora oggi la Storia li condanna: «...nel caso più favorevole le cooperative di produzione sono destinate al piccolo smercio locale ed a pochi prodotti di necessità immediata, preferibilmente generi alimentari. Tutti i rami più importanti della produzione capitalistica: l’industria tessile, carbonifera, metallurgica, petrolifera, come pure la fabbricazione di macchine, locomotive, navi, sono escluse a priori dalla cooperativa di consumo e quindi anche da quella di produzione. A prescindere, dunque, dal loro carattere ibrido, le cooperative di produzione non possono essere considerate come una riforma sociale generale. Per il semplice fatto che la loro attuazione generale presuppone anzitutto la soppressione del mercato mondiale e la dissoluzione dell’economia mondiale in piccoli gruppi locali di produzione e di scambio, quindi essenzialmente un ritorno dall’economia mercantile del capitalismo sviluppato a quella medievale».
Ecco perché decrescita, fair-trade et similia non possono andare più in là, e nelle più rosee previsioni, di una percentuale irrisoria. Non per questioni fisiologiche, ma per un fatto tecnico. I marxisti lo sapevano un secolo fa, i decrescitori non lo sapranno probabilmente nemmeno tra due.
Non è stata l’ideologia comunista a oscurare progressivamente questi tentativi di rimedio come pensa ad esempio Tonino Perna. Sono gli eterni romantici che per andare fino in fondo alla loro illusione devono per forza ignorare le critiche marxiste che li costringerebbero ad aprire gli occhi. In effetti, Tonino Perna, che sostiene una simile tesi in Fair Trade – Bollati Boringhieri – in alcun passo del libro prova discutere queste obiezioni, il che è la rappresentazione scritta della loro conferma.
Così, dopo aver constatato l’inevitabilità dello sviluppo, cosa resta di tutte le possibili critiche al suo modello? Marx e il vecchio marxismo, il quale messo troppo presto alla porta, rientra sempre dalla finestra proprio come lo sviluppo che resiste a tutti gli assalti e i tentativi alternativi per aggirarlo. Solo il marxismo può battere lo sviluppo capitalistico perché ne accetta frontalmente la sfida risolvendone al contempo tutte le contraddizioni. Il marxismo, infatti, a differenza dei teorici del Popolo di Seattle, riconosce che anche il capitalismo è un vettore di cooperazione sociale. A tal proposito, la conclusione del Discorso sul libero scambio di Marx – DeriveApprodi – dice che il «libero scambio promuove la rivoluzione sociale». E, anche qua, Marx ha tutte le ragioni. Dentro questa fondamentale conclusione sta anche un’altra ben più importante considerazione, che un po’ tutti i New-Global tendono ad ignorare perché vedono nella mondializzazione del capitalismo la personificazione del demonio: se il libero scambio promuove la rivoluzione sociale, allora le multinazionali tanto contestate, essendo la punta più avanzata e sviluppata del capitalismo e del libero scambio, sono anche le più grandi incubatrici e promotrici di evoluzione sociale, di un “altro mondo possibile”, molto di più, in potenza, del mercato Equo & Solidale e del movimento di Porto Alegre che sta tristemente avvolgendosi e imprigionandosi nella sua stessa rete. Si tratta non di riportarle indietro, sul suolo “locale”, ma di minarne, via via che si sviluppano, il carattere di classe. Stare alla testa del progresso sociale che man mano questi giganti del mercato sviluppano in maniera contraddittoria.

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Circa a metà del post linkato "I neoborboni" leggo:

"Lo Stato è un organo di classe, attualmente in mano alla borghesia per la difesa dei suoi interessi legati al profitto. Lo Stato che dà piena occupazione e welfare state come se piovesse, è uno Stato operaio, il presupposto del quale è la distruzione dello Stato capitalistico, con l’esproprio dei capitalisti e la pianificazione economica, ovvero la sostituzione del modo di produzione capitalistico con quello socialista".

Però ti faccio una domanda: lo Stato operaio presuppone necessariamente ed inevitabilmente la "pianificazione economica", oppure è possibile immaginare uno Stato operaio nel quale ognuno è libero di produrre e consumare quel che vuole (pur nei limiti imposti dal criterio della salute pubblica e dell'ambiente)? Se la risposta è "si, lo Stato operaio è possibile solo in una economia pianificata" allora è inutile perdere tempo con la MMT. Se, invece, la risposta è "no, lo Stato operaio può convivere con il mercato", allora la MMT, come ogni teoria economica, può fornire informazioni interessanti, visto che anche in questo "Stato operaio che convive con il mercato" (lo vogliamo chiamare socialista?) dovrà esserci una moneta, un regime dei prezzi per beni e servizi e la libertà, per i cittadini, di scambiarseli utilizzando una moneta. La quale, mi pare evidente, dovrebbe essere sovrana (altrimenti avremmo uno Stato operaio colonia di un altro Stato).

Fiorenzo Fraioli

Anonimo ha detto...

La critica alla decrescita è eccellente. Ma tra il globale e il locale c'è lo statale. Il socialismo patriottico può anche programmare, senza necessità di piani quinquiennali di tipo sovietico, una certa economia locale.
Invece, che le multinazionali possano non essere di classe, deve ancora essere dimostrato.
Fino ad ora le multinazionali non di classe non hanno raggiunto nemmeno lo 0,1 conseguito dal commercio equo e solidale.
Insomma, la prima e lunga parte dell'articolo è logica.
La seconda esprime una fede, che la logica e l'esperienza storica non confermano.
Stefano D'Andrea

Lorenzo Mortara ha detto...

Fiorenzo, la domanda che poni è molto interessante ma a mio avviso troppo schematica. Lo Stato operaio va visto in movimento, nel complesso della lotta di classe su scala internazionale. Se prendiamo l'esempio dell'Urss vediamo che all'inizio lo Stato operaio convive con la la Nep cioè con un passo indietro verso il capitalismo. Possiamo definire allora la Russia di quel periodo senza ancora piani economici Stato Operaio? Sì perché appunto l'ossatura dell'economia non era più in mano ai capitalisti e questo basta e avanza per definirla Stato operaio. Perché nello Stato è avvenuto un mutamento qualitativo. Ma naturalmente ora dobbiamo vedere dove va il suo sviluppo. Lo stato operaio esiste in fase di transizione, di trapasso tra due economie, quella capitalista e quella socialista, per essere sano deve andare nel verso giusto, cioè verso la sostituzione sempre più larga del capitalismo col socialismo, se comincia ad andare indietro e i burocrati dicono pure che stanno andando avanti si va verso la rovina. Insomma nello stato operaio convivono due economia ma quella socialista ha il peso fondamentale. E' ovvio che nel mio testo indico un momento generale dando per scontato un processo positivo che scontato non è. Su questo i borghesi ci hanno sempre marciato, speculando sulla mancata estinzione dello Stato russo eccetera, dimenticano apposta che tutte queste belle cose per noi significano poco e niente di fronte al compito impellente: abbattere il capitalismo, facendo le belle conoscenze dopo. Quello che ho detto è vero in teoria perciò non c'è ragione che non sia vero anche in pratica, ma la pratica può anche andare male. Non è ovviamente un motivo sufficiente per rinnegare la rivoluzione. Si tratta solo di studiare perché la pratica diverge dalla teoria. Perché diverge la teoria? Perché lo Stato operaio (quello Russo per esempio)è solo 1/6 di Stato mondiale, e se anche ha moneta sovrana, questa moneta è schiacciata dal peso delle monete capitalistiche ancora in corso. E' molto meno sovrana cioè di quel che credi tu. Senza estendere la "frazione di Stato operaio" russo (frazione di stato operaio è per la precisione lo Stato russo)in un modo o nell'altro lo stato operaio è costretto a degenerare e a ritornare capitalistico. Se invece si evolve è indubbio che superate le prime peripezie, la forma dello stato operaio in estinzione è la pianificazione, anche abbastanza coercitiva. Se lo stato operaio parte da un livello di arretratezza molto elevato, difficilmente potrà dare tutta questa libertà di produrre ciò che si vuole (cosa che dovrebbe essere accettata in linea di massima dalla gente, sempre che non si degeneri nello stalinismo. E dovrebbe essere accettata perché nemmeno sotto il capitalismo c'è tutta questa libertà. Se riusciremo all'inizio a darne anche un goccio in più andremo bene, altrimenti le cose cominceranno a complicarsi, ma ripeto non sarà mai una scusa buona per non provarci a levare dalle balle il capitalismo) ma se si sviluppa sulle linee giuste si arriverà grosso modo a quello che dici tu. Sparirà la moneta perché sostituita da sempre più servizi gratuiti e sparirà in un certo senso anche la pianificazione. (segue)

Lorenzo Mortara ha detto...

(segue) Non nel senso che non ci sarà più del tutto, nel senso che l'ossatura andrà sempre più da sé, coi soli interventi delle persone appassionate, come uno può essere appassionato del Lego. Chi è appassionato del Lego si dedicherà a quelle mirabolanti costruzioni, io e il compagno Santarelli potremo finalmente leggerci in santa pace la più grande letteratura del Novecento, e cioè il Topolino degli anni ruggenti di Floyd Gottfredson, e gli amanti della pianificazione ci si dedicheranno non per lavoro ma per passione, avendo tutto il tempo per regolarla secondo il loro estro riducendo più o meno la seconda fase del socialismo, cioè il comunismo vero e proprio, a una specie di grande gioco. Se poi l'umanità si eleverà ben oltre il Topolino, poco male, io sono uomo del mio tempo e mi diverto da morire con lui e Pippo, altri si divertiranno come credono. Ma il socialismo deve andare verso il gioco o non val la pena di giocarsi la partita contro il capitalismo. Naturalmente il borghese riderà di queste cose, essendo sciocco, per noi questo futuro lontano ci interessa come congettura, per ora ci basta che pianga il capitalismo, ma che pianga davvero tutte le sue lacrime e si leve dalla Storia che non serve più. Grazie per l'attenzione un caro saluto, Lorenzo. P.S. - va ancora detto che nella Teoria del MMT, lo stato resta capitalista e quindi la moneta non può fungere altro che da forma astratta del lavoro e quindi del capitale accumulato, perché è un'illusione come spiega Marx credere che la moneta, nel libero scambio, possa non fungere da mediazione del capitale. Nello Stato operaio la moneta cessa questa sua caratteristica relegandola sempre più ai margini. Sulla fase di transizone le consiglio le pagine ottime del grande Mandel del "Trattato di economia marxista"

Lorenzo Mortara ha detto...

Stefano prendo i primi dati che trovo sul web:

Nel 2008 le prime 100 multinazionali del mondo hanno avuto un fatturato complessivo pari a 12.000 miliardi di dollari, che corrisponde ad un quinto del prodotto lordo mondiale. Considerato che le multinazionali in tutto sono circa 80 mila si intuisce quanto sia ampia la parte di produzione che ricade sotto il loro controllo.
Mettendo a confronto PIL e fatturato si scopre che delle prime 100 economie mondiali 47 sono multinazionali.

Il Link è questo:

http://www.cnms.it/node/64

Per caso è il centro nuovo modello di sviluppo, un centro assolutamente attendibile. I dati sono del 2008, se ci aggiungi le altre multinazionali vedrai, che il pil loro supera a occhio e croce il 60-70% del totale. Come tu possa dire che le multinazionali abbiano raggiunto meno dello 0,1% dell'equo e solidale mi pare fuori non solo della realtà ma anche dell'irrealtà. Per altro, leggo meglio, tu parli di multinazionali non di classe, contraddicendoti perché prima dici che le multinazionali non di classe devono ancora essere dimostrate, cioè non esistono, non si capisce quindi come abbiano fatto a raggiungere lo 0,1 del PIL che, pur striminzito, sarebbe comunque reale. Le multinazionali espropriate che cessano cioè di appartenere a una classe, in realtà sono esistite in tutto il blocco sovietico. Non per niente gli strali di tutti i capitalisti espropriati del mondo. Quello che la Storia non conferma non è la mia fede ma la tua in un socialismo patriottico e locale che è in realtà una aberrazione, crollata ignominiosamente perché andata sistematicamente all'indietro anziché avanti. Il socialismo in un paese solo o in un una paese locale è una contraddizione in termini. Trotsky ha avuto ragione, sarebbe ora di ammetterlo, almeno da parte di chi come te mi pare in buona fede. Un caro saluto. Lorenzo

Anonimo ha detto...

Lorenzo, io parlavo delle multinazionali non di classe e dicevo che non esistono e comunque non arrivano nemmeno allo 0,1% del pil mondiale.
Tu confermi che oggi esse non esistono (ossia non arrivano nemmeno allo 0,1 - magari ve ne saranno in Corea del Nord) e che sono esistite in passato. Si sarebbe trattato di quelle sovietiche.
Mi permetto di replicare.
Io credo che non esistano e che nemmeno sono esistite.
Intanto, quello sovietico è stato assolutamente un socialismo patriottico. L'erede di quel socialismo, Zyuganov, è un tipico esponente del socialismo patriottico. Il socialismo patriottico dice socialismo in tutti i paesi che riescono a raggiungerlo. Non in un solo paese, che è la formula che utilizzano gli avversari (avversari socialisti del socialismo patriottico), i quali perorano una specie di socialismo globale, quando globale, lo dovrebbero aver capito anche i sordi, ciechi e muti, va di pari passo con capitale.
Le "multinazionali sovietiche" erano multinazionali, se lo erano, particolari: avevano base produttiva in un paese che aveva scelto il socialismo. Insomma erano grandi imprese ma non proprio multinazionali. Esportavano si, ma non delocalizzavano, non ricorrevano al finanziamento in borsa, non promuovevano il brand, non consistevano in gruppi disocietà legate in scatole cinesi, ecc. ecc.
Tu le chiami multinazionali e dici che sono esistite. Per me erano grandi industrie nazionali di un paese socialista. E dunque sostengo che le multinazionali non di classe non esistono e non sono esistite. E dico anche che di esse non c'è bisogno.
Servono grandi industrie nazionali in alcuni settori strategici, ora per coprire il fabbisogno interno, ora anche per esportare e poter compensare ciò che è necessario acquistare all'esterno.
Stefano D'Andrea

Lorenzo Mortara ha detto...

Stefamo fai confusione perché non leggi bene. Quando una multinazionale viene espropriata, e usata per scopi sociali, è ovvio che perda quote in borsa eccetera, perde cioè il suo carattere di classe, la sua specificità capitalistica. Quando tu dici che le multinazionali sovietiche non avevano scatole cinesi, dici soltanto che al di là del capitalismo multinazionale non sai andare. Cioè che consideri per multinazionali solo quelle capitalistiche, perché se non hanno quelle caratteristiche non sono multinazionali. Ora è ovvio che se fai la rivoluzione in un paese, delle multinazionali ti resteranno in mano solo i tronconi che fabbricano in quel paese, ma sempre una multinazionale espropriata sarà, e perderà il suo carattere di classe, poi come verrà usata è un altro discorso.
Altro errore che fai è quello di credere alle parole anziché agli interessi. La formula del socialismo in un paese solo non è degli avversari ma di Stalin medesimo, dietro questa frase ci sta un interesse, quello della casta sovietica che diventa sempre più nemica del socialismo fino a sabotare tutte le rivoluzione. Non è quindi espressione di chi dice socialismo nei paesi che riescono a raggiungerlo, visto che Mosca si adoperò per impedirlo. Socialismo patriottico ripeto non significa niente. E' la Storia che l'ha dimostrato, in Russia nessun socialismo patriottico, ma fase di transizione al socialismo bloccata e ritornata indietro. Bloccata tra le altre cose perché nel blocco sovietico ogni paese pianificava a sé, mai si tentò di panificare come si fosse un unico paese. Questo pesò come un macigno nella competizione tra socialismo e capitalismo che deve essere vinta dal primo in tempi relativamente rapide se non si involve. Parole come esportazione importazione perdono di significato in un'unica economia collettiva. Infine che globale vada di pari passo con capitale, è vero solo finché c'è il capitale, ed è proprio per questo che il socialismo deve essere internazionale, perché senza abbatterlo in tutti i paesi, la transizione al socialismo tornerà indietro, come la Russia insegna. Sono queste le lezioni del tracollo sovietico, se ora qualcuno vuol ripeterlo parlando di un nuovo socialismo patriottico è evidente che un solo tracollo non basta per insegnargli qualcosa. E' un peccato.

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