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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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venerdì 29 luglio 2016

UNA STORIA IN TRA ATTI (DAL FINALE APERTO) di Norberto Fragiacomo




UNA STORIA IN TRE ATTI 
      (dal finale aperto)

di

Norberto Fragiacomo



Lo scambio di idee con compagni – o, più in generale, persone – stimolanti è sempre fecondo, poiché invoglia alla riflessione su argomenti che inevitabilmente restano in ombra, superati da un’esistenza che va a passo di carica, trascinandoci non si sa bene dove né perché.

Rispuntano allora, dai polverosi cassetti della memoria, reminiscenze delle ore scolastiche, spunti offerti da lezioni di storia o filosofia che di rado apprezzammo appieno: lo sapeva bene Rimbaud che non si è mai troppo seri a diciassette anni (e quando sono in fiore i tigli del viale). Georg Wilhelm Friedrich Hegel: cosa mi viene in mente quando, impappinandomi, pronuncio nomi e cognome? La targa commemorativa sulla facciata di un palazzo della fascinosa Bamberga – l’impressione, nata sui libri, di un sistema filosofico troppo perfetto, troppo teutonicamente razionale per aspirare ad essere anche reale.


Hegel non è davvero un Carneade: è la figura cardine dell’Idealismo tedesco e a lui dobbiamo una radicale riforma dello strumento dialettico ereditato dal precursore Johann Gottlieb Fichte (che recentemente ho provato a leggere, arrendendomi ben presto a caratteri tipografici lillipuziani e, confesso, a periodi lunghi, contorti e scoraggianti). La sua influenza sul successivo sviluppo della filosofia non solo germanica mi appare decisiva, se non altro perché Marx e Feuerbach hanno “appreso a pensare” proprio da Hegel, che riordina il caos fino a donargli l’aspetto di una coerente, neoclassica opera d’arte. Karl Marx mette il suo maestro a testa in giù, costringendolo ad affondare nel terreno, ma per cambiare il mondo (per provare a farlo) si serve degli attrezzi fornitigli dallo stimato accademico. La dialettica, anzitutto: quella di Fichte può essere descritta come una freccia scagliata in direzione dell’infinito, visto che ad ogni tesi si contrappone un’antitesi che la nega, destinata a sua volta a venir negata. L’Io fichtiano che, lasciandomi raggirare da Bertrand Russell, avevo scambiato da ragazzo per un Io individuale-creatore (ossia solipsistico1), è in realtà l’Umanità intera, capace di trasformare il mondo ma non di portare a compimento la propria opera. Hegel arresta questo impetuoso e (forse) inconcludente rincorrersi, fissando un traguardo chiamato “sintesi”, che è poi la tesi arricchita e vivificata dall’antitesi – l’Idea astratta che, “scontratasi” con la Natura, si fonde con essa e assurge a Spirito. Non si tratta più di inseguire orizzonti fuggitivi: la meta esiste, ed è raggiungibile sia in cielo che in terra (che poi non sempre risulti allettante è un altro paio di maniche!). A Marx del cielo non importa nulla: gli interessa la terra, su cui pena e fatica l’essere umano. Gli interessa la Storia che, fecondata dall’apporto dialettico, svela i suoi segreti e cessa di presentarsi come un guazzabuglio di episodi, battaglie, condottieri, turbe, cause effimere ed effetti inspiegabili. Il materialismo storico consente di interpretare il passato e prevedere il futuro sulla base di dati oggettivi, verificabili, misurabili. Non è un vaticinio o una profezia, ma qualcosa di incomparabilmente più prezioso: è un metodo. Però è stato foggiato nella fucina di mastro Georg, e questo non resterà senza conseguenze.


 Marx ci dice, in sostanza, che i connotati che una certa società esibisce derivano dai rapporti di produzione sottostanti: sono questi ultimi a dettare le linee di sviluppo, a plasmare la cultura e a determinare assetti sociali e scelte politiche – a produrre tutto ciò che è visibile all’osservatore disattento, che ammira le foglie, i flessuosi rami e il massiccio tronco di un tiglio senza domandarsi quanto siano profonde le radici che sostengono l’intera pianta e le danno da vivere. Attenzione: il rapporto è bidirezionale, poiché anche la sovrastruttura influisce sulla struttura che la fa da base, così come il fogliame – attraverso la fotosintesi – dà il suo contributo alla sopravvivenza dell’albero.

Nello svolgimento storico il pensatore di Treviri enuclea quattro fasi successive, corrispondenti ad altrettanti forme di produzione: l’asiatica, l’antica, la feudale e – ai tempi in cui egli scrive – il modo di produzione borghese. Quest’ultimo verrà soppiantato dal Socialismo non appena l’economia sarà pervenuta al necessario grado di maturazione: sintesi ottenuta, fine della Storia2.


A questo punto il lettore insorgerà contro la mia di sintesi: questa volgarizzazione del materialismo storico sta stretta ad un sussidiario di quinta elementare! E’ così, senz’altro – ma nel mio esordio accennavo ad una riflessione, che proprio da questi scarni elementi prende le mosse.

La periodizzazione suggerita da Karl Marx non è il perno del meccanismo dialettico, bensì una conseguenza della sua applicazione: essa non osta, ad esempio, all’aggiunta di fasi precedenti, individuabili grazie a nuovi apporti forniti dalla ricerca storica e ad una conoscenza sempre più approfondita del nostro passato. Nel 1884, solamente un anno dopo la morte dell’amico, Friedrich Engels scriveva – ne L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato – che “da quando Kovalevski ha indicato l'esistenza assai diffusa, se non generale, della comunità domestica patriarcale (…) non si discute più (…) di proprietà comune o privata del suolo, ma della forma della proprietà comune.” Sul “comunismo primitivo” si diffondono sia Marx che (soprattutto) il suo grande collaboratore, ma configurandolo in sostanza come una premessa al discorso, una “pre-fase” lasciata un po’ in ombra: oggi sappiamo che questa vicenda abbraccia un arco temporale lunghissimo (decine di migliaia di anni!) e si snoda in cinque continenti, penetrando in un presente fatto anche di residue comunità primitive3. Come ci è stato rivelato dagli etnologi nell’ultimo secolo e mezzo, ciò che contraddistingue le società improntate a quello che definisco socialismo di sussistenza sono la gestione e il possesso collettivi dei mezzi di produzione: un tanto vale sia per il villaggio neolitico che per gli aborigeni dell’Oceania o i germani dell’età di Cesare, sparpagliati in un vasto territorio inospitale. Trattasi di una scelta imposta dalle circostanze: la scarsità/inadeguatezza degli strumenti tecnici combinata con l’incontrollabilità di una natura misteriosa e strapotente e con l’esiguo numero di individui fa sì che una costante collaborazione sia condizione necessaria (anche se spesso insufficiente) per la sopravvivenza di singoli e comunità. In tali gruppi sociali manca una gerarchia stabile: sono le necessità da soddisfare a individuare di volta in volta i “capi”, che più che rivestire una carica svolgono una specifica, temporanea funzione. Per chiarire il concetto mi sia consentito un rimando, solo apparentemente stravagante, al Testo Unico degli enti locali: l’articolo 109, comma 2, del decreto prevede che nei comuni privi di personale di qualifica dirigenziale le corrispondenti funzioni possano essere attribuite a semplici funzionari, che una volta investiti “fanno i dirigenti” senza esserlo (e senza percepire paghe manageriali!). Del tutto impropriamente Giulio Cesare4 affibbia allo svevo Ariovisto il titolo di rex: l’occasionale nemico di Roma è soltanto un uomo audace ed esperto di cose militari, che per queste sue caratteristiche ha ricevuto l’incarico di condurre le tribù nella Gallia da colonizzare. In estrema sintesi: la fase del socialismo di sussistenza coincide generalmente con la prima infanzia di una civiltà5, durante la quale un gruppo (che può essere una famiglia allargata, una stirpe, una popolazione non particolarmente numerosa) “scopre” il mondo e prova ad adattarsi alle sue leggi, sovente spietate.

Il modello di produzione asiatico inizia ad affermarsi al crepuscolo della protostoria, in seno a quelli che verranno battezzati dagli studiosi “imperi idraulici” (sorti cioè sulle rive di grandi fiumi come il Nilo, l’Eufrate, lo Yangtze Kiang). Tratti tipici di queste compagini pre-statali sono un esasperato verticismo sociale (alla sommità della piramide sta un sovrano spesso divinizzato) e l’utilizzo collettivo della terra, principale fattore di produzione: è il primo aspetto, dunque, a distinguerle su un piano qualitativo dalle antiche comunità “socialiste”. La nascita di classi sociali relativamente impermeabili deriva dall’enorme espandersi della popolazione su aree sempre più estese, che rende indispensabile un riparto dei compiti; la terra si copre di città in cui hanno luogo gli scambi commerciali e si esercita il potere politico. Il modello c.d. asiatico si sviluppa anche in altri continenti, come l’Africa e il Sudamerica; non invece in Europa, dove si passa direttamente – ma non ovunque - dal socialismo di sussistenza al modo di produzione “antico”, contrassegnato da due “ismi” affratellati: individualismo e schiavismo. Assistiamo, a livello locale, a violenti scontri tra imperi “asiatici” e civiltà “antiche”, conditi da reciproci fraintendimenti culturali (emblematica è la contrapposizione, fatta dagli storici greci, fra liberi cittadini in armi e soldati-schiavi del Gran Re: questi ultimi sono in realtà sudditi, è la società ellenica piuttosto a basarsi sulla schiavitù!), ma non ad un superamento della precedente forma di produzione, che mantiene saldamente il controllo di rilevanti porzioni del globo. La cultura antica conosce il suo apogeo tra il IV secolo a.C. e la fine del II secolo d.C.: tra i suoi lasciti alle generazioni future c’è l’istituto della proprietà individuale, frutto dell’elaborazione dei giuristi romani (cioè delle peculiari necessità di una comunità in espansione). La caduta dell’impero sconvolge i rapporti sociali, riportando in auge il socialismo di sussistenza (conservatosi nelle periferie rurali della latinità): si tratta solo di una parentesi, perché le esigenze dei dominatori germanici e i neonati rapporti di forza si cristallizzano ben presto in un sistema parzialmente inedito – quello feudale – che trae il proprio sostentamento dal lavoro servile. Riaffermarsi di un certo collettivismo (l’infeudamento di un territorio non attribuisce al vassallo alcun diritto di proprietà e non si estende dapprincipio alla discendenza), sensibile arretramento tecnologico, calo della popolazione: l’età feudale ci appare come un periodo di regresso per il continente europeo, ma genera quella borghesia che, secoli dopo, sarà capace di scatenare rivoluzioni non solamente industriali e di impadronirsi dell’intero pianeta (modello di produzione capitalistico).


Alla luce di quanto esposto parlare di quattro stadi evolutivi non risulta del tutto appropriato: Marx visse di persona il (traumatico) passaggio dal terzo al quarto, che avvenne in tempi tutto sommato rapidi e segnò una cesura netta col passato – le trasformazioni verificatesi in precedenza furono invece incomplete (dalla prima alla seconda fase) oppure lente, accidentate e graduali (dalla seconda alla terza). A parere di chi scrive questi ultimi cinquemila anni di storia presentano un elemento di continuità, costituito dall’inesorabile crescita quantitativa – sia pur inframmezzata da battute d’arresto – di popolazione, tecnologia e risorse disponibili, oltre che da un aumento della complessità sociale. Si acuiscono i contrasti, ma innovazioni vengono apportate in ogni campo: alla prima infanzia segue l’età dello sviluppo giovanile, impetuoso e disordinato. Il socialismo di sussistenza cede il passo al possesso organizzato (la cui forma più sofisticata è la proprietà privata romanistica) in base all’esigenze non più del popolo intero, bensì della sola èlite dominante, ora in grado di sfruttare secondo convenienza le opportunità offerte dall’ambiente. Per superare l’angoscia causata dalla propria piccolezza di fronte alla natura e provare ad imbrigliarla, il “buon selvaggio”inizia a derubare il vicino e a calpestarlo, proclamandosi signore per diritto di nascita o di ricchezza: i sentimenti di uguaglianza sbiadiscono, messi al bando da un egoismo esasperato che trascina l’umanità sulla via del progresso materiale. Il vero punto di frattura è allora l’urbanizzazione, da cui germinano la brama di beni materiali, la divisione in classi e l’autoritarismo: Sergio Marchionne e l’assiro Sargon II condividono un concetto di potere che è del tutto estraneo alla mentalità del guaranì della foresta.

Alla crescita si accompagna l’aggressività, tipica dell’età giovanile – ma così come per gli individui anche per le società arriva il momento di smettere di crescere. Non vi è in questo nulla di patologico: si chiama ingresso nell’età adulta. Oggi la tecnologia avanzata ha reso l’uomo potenzialmente padrone della terra: malgrado l’incremento demografico, le risorse disponibili, se utilizzate con discernimento, garantirebbero a ciascuno il soddisfacimento dei bisogni primari e secondari. Superata la fase adolescenziale, l’essere umano raggiunge l’altezza definitiva: non può più aggiungere centimetri, ma ha la possibilità di rinforzare il fisico ed affinare la mente, approfondendo le conoscenze superficialmente apprese a scuola. Ci si lamenta spesso della “crescita zero” delle economie occidentali, senza riflettere sul fatto che probabilmente il limite quantitativo è stato raggiunto, ma che la qualità dei beni, dei servizi e soprattutto dell’esistenza stessa può essere migliorata. L’abbondanza in potenza può però diventare effettiva soltanto se l’umanità riuscirà nell’impresa di accantonare l’egoismo individualistico, che oggi rappresenta un freno allo sviluppo, per abbracciare un più remunerativo approccio egualitario. La ragione, che sollecitava i nostri lontani progenitori a spartirsi il pochissimo che avevano, ci consiglia ora di entrare nell’era del socialismo consapevole, che realizzerebbe una sintesi da manuale filosofico di tesi (l’eguaglianza dei poveri proiettata sullo schermo di un eterno presente) e antitesi (l’affermarsi dell’istinto predatorio, che ci ha regalato però la medicina, il vino, il computer e i viaggi in aereo).

Resta sullo sfondo una questione: sarebbe davvero definitiva quest’auspicata sintesi? Trattando del socialismo, Karl Marx opinava di sì, in base all’argomento che nella società futura non vi sarebbe più stata lotta di classe, per il banale motivo che non vi sarebbero state più classi. Derubricherei questa certezza ad auspicio: nessuno può escludere l’emergere – 100, 500 o 1000 anni dopo un’ipotizzata rivoluzione – di un gruppo sociale con identità ed esigenze proprie. Ugualmente immaginabili sono il verificarsi di evenienze traumatiche (una spaventosa epidemia, l’impatto con un asteroide) che, pur non cancellando la razza umana, potrebbero vanificare millenni di avanzamento tecnologico e culturale6, e – perché no? – l’incontro con altri inquilini dell’universo sconfinato, che metterebbe in crisi la nostra identità e le nostre certezze ben più profondamente delle scoperte galileiane.

Per quale ragione Marx non prese mai in considerazione simili eventualità? La risposta che mi do è questa: non tanto perché fossero e siano oggettivamente remote –piuttosto per il fatto che egli - oltre ad essere un genio capace di cogliere l’intima sostanza delle cose - era anzitutto un uomo del suo tempo e, nello specifico, un allievo di Hegel imbevuto di messianesimo giudaico-cristiano.

Ciò detto, l’analisi e l’insegnamento marxiani restano impareggiabili, e l’ideale socialista una causa per cui battersi visto che, indiscutibilmente, la tensione verso l’uguaglianza illustra il lato più nobile della natura umana.




NOTE


1 Il solipsista coerente considera se stesso una sorta di “divinità dormiente”, ossia una dio che si autolimita ponendo una parvenza di realtà popolata da altri (inconsistenti) soggetti/ombre.


2 Proprio nel significato che Fukuyama attribuisce all’espressione…


3 In Australia, nel Borneo, nella foresta amazzonica, in certe foreste dell’Africa equatoriale… Anche nel mondo c.d. civilizzato, tuttavia, permangono tracce di questi antichi rapporti sociali: si considerino i regimi fondiari collettivi, sopravvissuti “alla macchia” in quasi tutta Europa.


4 Cioè: osservando la situazione con gli occhi e la mentalità di un civis romanus, espressione di una società urbana, gerarchizzata e fondata sulla proprietà.


5 La regola ammette molte eccezioni: vi sono numerosi popoli (i già citati aborigeni, i pigmei, i guaranì ecc.) che, non ci fosse stato il contatto/scontro con l’uomo bianco, vivrebbero oggi come i progenitori di migliaia di anni fa.



6 Stando a leggende diffuse tra tutti i popoli, qualcosa del genere sarebbe già accaduto in passato.


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