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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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lunedì 28 novembre 2011

FEDERICO CAFFÈ: LA COMPAGNIA BELLA DEL RIFORMISTA





di Lorenzo Mortara

L’AltraItalia, il programma della solita borghesia (piccola) che in tempi di crisi e di anarchia quasi assoluta è tutta un programma, si regala addirittura un intero numero di Micromega per dare importanza al suo radicale riformismo (sic!) che, diversamente, importanza non ne avrebbe alcuna. Saluta il programma, anche se nessuno ha potuto chiederglielo, Federico Caffè, l’economista scomparso nel 1987, che ne anticipa lo spirito col suo più noto articolo, La solitudine del riformista, pubblicato il 29 Gennaio 1982.
L’articolo trovò spazio tra le colonne del Pedifesto, il quotidiano sedicente comunista, ridotto oggi da far pietà, per l’indecente protesta contro il taglio all’aiuto finanziario, da sempre pietito allo Stato borghese, in nome del pluralismo e della libertà anche della sua stampa dal marxismo. Già allora i comunisti non sapevano fare i comunisti, e i riformisti, non sapendo fare niente, tanto meno stare al loro posto, tra i borghesi veri e propri, erano perfetti per infiocchettare con un po’ di buon senso, le pagine senza senso degli stalinisti.
Il riformista di trent’anni fa, si rifaceva a Keynes proprio come i comunisti di oggi, gli stessi stalinisti di sempre. In nome di Lord Keynes respingeva vaghe quanto immaginarie palingenesi. Infine si intristiva per l’accusa di tappabuchi del sistema, incapace di fuoriuscirne, sostenendone l’impossibilità per il suo realismo operante nella Storia, specialmente nei rivoli della sua retorica.
Come spesso succede coi riformisti, sembra sempre che ci siano tra noi e loro divergenze laddove in realtà non ci sono.
Il riformista crede che noi si preferisca l’utopico al realizzabile, il tutto al poco, il salto qualitativo al gradualismo quantitativo. In realtà noi si preferisce solo Marx a Keynes, perché il primo è vivo e vegeto e il secondo definitivamente morto.
Noi appoggeremo sempre tutte le riforme gradualistiche. Non avremo nulla in contrario con tutti i New Deal che assorbiranno sei dei dodici milioni di disoccupati. Noi però non spiegheremo sei milioni di buchi coperti con l’impossibilità di tappare gli altri sei, ma con la volontà precisa di lasciare aperta la voragine capitalistica. Differenza non da poco, che fa del riformista di oggi, il controriformista di domani, perché con il timore di avanzare troppo, la voragine capitalistica prima o poi si riprenderà anche i 6 milioni di disoccupati trasformati momentaneamente in occupati dalla riforma. È solo questione di tempo. Se il riformista non lo sa, è appunto perché il suo realismo non vede mai più in là del suo naso.
Il riformista crede di agire nella Storia, ma in realtà le va contro, perché lui ne accetta solo una parte, quella appunto gradualistica, ovvero quella che – di passata – è anche la meno importante e decisiva. Considera completamente irreali palingenesi che sono, gli piaccia o meno, avvenute. Né segue che l’unica cosa irreale è lui, perché la sua realtà è monca, falsificata dalle sue convinzioni che la troncano proprio sul più bello.
La realtà mostra che a piccoli mutamenti quantitativi, seguono, rari ma pur sempre ben visibili, salti qualitativi. Il riformista, convinto com’è che siano le idee a muovere la Storia, s’immagina che la Storia possa procedere all’infinito a passi graduali. Se non è abbastanza intelligente da capire d’essere solo il sottoprodotto della lotta di classe – e un riformista è sempre al di sotto di una tale intelligenza – s’incaponisce a volerla dirigere a tutti i costi lui. Ed è proprio qui che finisce la favola del riformista, quando davanti al salto qualitativo, oltre il quale non è più possibile riformismo alcuno, spaventato dalla Storia che tenta di sorpassarlo, il riformista comincia a far da freno, incanalando la riforma nel suo opposto: la controriforma. La direzione del moto di classe del proletariato, viene ora stoppata e respinta indietro dal moto di classe della borghesia. In quel momento il riformista, si mostra in tutta la sua impotenza e insignificanza. Infatti, il riformista viene a mancare nel momento del massimo bisogno. Più c’è bisogno di riforme, meno il riformista è in grado di farle per la fragilità del sistema. E siccome un solo graffio potrebbe distruggerlo, terrorizzato dal gran passo, finisce col tagliare i coglioni al proletariato. E mentre la Storia torna indietro, avendo perso la spinta che in qualche modo lo sosteneva, lui proclama una serie di riforme che la borghesia non si degnerà manco di prendere in considerazione. Quando i rapporti di forza muteranno un’altra volta a favore del proletariato, la Storia si ritroverà di nuovo tra le balle questo raffreddore che vuole soffiarla via e allontanarla coi suoi starnuti. Ma anche così, la Storia, nonostante i ritardi dovuti a questi ammalati di realismo, troverà il modo di deglutire per sempre tutto questo catarro.
Il balletto del riformismo va in scena da almeno un secolo. Gli ultimi esempi evidenti di questa commedia, li abbiamo visti in Spagna e in Grecia, paesi nei quali i due sedicenti governi riformisti di sinistra, paralizzati dalle esigenze del sistema, non sono stati capaci di far altro che uscire ignominiosamente di scena dopo anni passati a far niente, controriforme a parte. Alle ultime due nullità, scaraventate per sempre nella pattumiera della Storia, si aggiungerà presto il più pretenzioso degli ultimi bidoni d’immondizia: Obama. Emblematica, a questo proposito, la sua ultima proposta per il piano del lavoro, immediatamente bocciata al Senato. Era ovviamente scontato che finisse così, dopo le rovinose elezioni di midterm. Obama lo sapeva, ma 447 miliardi di piano per l’occupazione, anche se bocciati, sono comunque un’ottima pubblicità per le elezioni prossime venture. Sarà colpa dei repubblicani, nella prossima campagna elettorale, se il primo nero d’America non è riuscito a varare la riforma, non della sua complicità con loro nei primi due anni di mandato, gli unici in cui aveva qualche speranza di poterla varare.
Solo quando è sicuro della loro impraticabilità, il riformista si appresta a varare le riforme. Se il mare è calmo spera di farla franca lo stesso, magari con la pubblicità di qualche giornale sempre pronto ad affibbiargli qualche titolo onorifico che non significhi nulla ma che confonda le masse. Un riformista non ha fatto nulla, baloccandosi nelle realissime contraddizioni del sistema? Ecco un grande statista! Ma se il riformista ha la disgrazia di operare nei momenti di sconquasso come questo, la Storia non lo perdona e mostra tutta in un colpo e in maniera indecorosa, la sua nullità un attimo prima di deporlo per sempre nel dimenticatoio.
Fa eccezione, naturalmente, il riformismo italiano che non teme la Storia in quanto si riforma e si controriforma, si trasforma e si ritrasforma sempre un momento prima che questa cambi direzione. Il riformista italiano non viene buttato nella pattumiera della Storia perché ha già trasformato quella d’Italia nel suo immondezzaio. Qualunque sia la fogna preparata per lui dalla Storia, l’italico riformista ci vivrà sempre dentro come il topo nel formaggio. Il riformista italiano si ricicla continuamente. È bio-indegradabile. Per spazzare via il riformismo italiano, la Storia dovrà lasciare per un momento tutto il resto e concentrare tutti i suoi sforzi sul Belpaese. Altrimenti corriamo anche noi il rischio di diventare pessimisti. Perché alla rivoluzione non basterà un’armata rossa, avrà bisogno almeno di un’armata di inceneritori.
Fino a quando tutte le sue scorie non saranno disperse nell’aria, il riformista di tutte le latitudini resterà anche da solo, ma sempre al riparo, nel salotto buono della borghesia. Per noi è già fin troppo accompagnato. C’è molta più solitudine in una piazza gremita di proletari lasciati soli contro il potere. La solitudine del riformista è troppo gaudente per i nostri gusti. Manca di sofferenza. Non vale, insomma, un bottone. È sterile come la felicità. È la felicità non viene mai da sola, anche se si ammanta di solitudine.

Lorenzo Mortara
Delegato Fiom-Cgil
Stazione dei Celti, Novembre 2011

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Mortara, credo che dopo aver letto questo suo "divertissement", andrò gaudente a letto.
Bisognerebbe far leggere quest'articolo, a tutti i riformisti, ma...lo capirebbero?
Saluti.

Luigi

Lorenzo Mortara ha detto...

Mah, non saprei, mi va già bene che lo capisca Lei e che si sia divertito a leggerlo. Si scrive per chiunque abbia voglia e pazienza di leggere, ma è chiaro che almeno nel nostro caso, gli articoli son principalmente diretti a chi riformista non dovrebbe essere.
Comunque, quando ho messo il punto finale, in effetti, non ero del tutto soddisfatto, il suo gaudio rallegra anche me.
Buonanotte e sogni d'oro, io mi abbuffo ancora dell'ultimo Achilli e poi me ne vò sotto le coperte anch'io.

Anonimo ha detto...

Sig. Mortara, ho letto da qualche parte, ma non ricordo dove (forse in un qualche scambio di commenti) che lei, ha intenzione di pubblicare qualcosa su...P.Barnard.
Mi prenoto in prima fila, per leggere queste critiche, che sono sicuro, saranno ...antibarnardiane.
Buona notte.

Luigi

Lorenzo Mortara ha detto...

Beh non ci crederà ma ho cominciato a scrivere proprio ieri sera il pezzo, penso che in capo a una settimana, lo troverà sul blog. E mi pare pure che stia venendo proprio bene. Resti in contatto e poi ci faccia sapere che ne pensa.

Saluti
Lorenzo

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