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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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domenica 15 settembre 2013

APRITI SEL ! di Barbara Auleta, Stefano Ciccone, Enzo Mastrobuoni e Carolina Zincone




APRITI SEL !
 di Barbara Auleta, Stefano Ciccone, Enzo Mastrobuoni e Carolina Zincone


Apriti SEL ! 

È necessario avviare una discussione vera e trasparente per affrontare la nuova fase politica senza equivoci o ipocrisie. 
Crediamo anche sia necessario aprirci sin da ora, prima del congresso, per contribuire a costruire una sinistra molto più grande di noi, capace di pensare il cambiamento e di cimentarsi con la sfida del governo. 
L’esito e la qualità del nostro congresso non dipendono solo dalla nostra discussione ma da quello che sapremo costruire dentro e fuori di noi. Dobbiamo recuperare un impegno nei movimenti, nelle lotte sindacali, nelle esperienze associative che producono nuova politica, nuovi saperi, nuova socialità. 
Ma per farlo dobbiamo innanzitutto cambiare pelle, liberare la nostra discussione, aprire i nostri spazi di partecipazione, liberarci dei notabilati, vincere una cultura che “militarizza” il confronto e il conflitto politico.
Abbiamo bisogno di discutere liberamente, senza insofferenze infastidite per le critiche, senza difese conservatrici del proprio operato incapaci di ascoltare e riconoscere il disagio.
Non è più possibile tenere distinte le forme di partecipazione dalla qualità e credibilità della proposta politica. Dalla capacità di SEL di affrontare questo nodo dipende la sua credibilità, la possibilità di svolgere un ruolo autonomo e al tempo stesso unitario, di raccogliere domande e intelligenze, di interloquire con ciò che si muove nella società, di aumentare la sua capacità di elaborazione aprendo gli spazi di partecipazione. 
La nostra difficoltà si intreccia con una riflessione più generale che riguarda la crisi dei partiti e della democrazia. Non basta rifiutare l’antipolitica, nella speranza di esorcizzarla, bisogna cambiare la politica, a cominciare da noi. 
A cosa serve SEL

SEL deve lavorare alla costruzione di un processo largo di aggregazione e confronto che porti alla costruzione di una nuova forza della sinistra, plurale, unitaria e innovativa, così come ci siamo proposti di fare con la manifestazione di piazza SS. Apostoli, che però è rimasta senza seguito anche per una nostra incertezza di prospettiva. 
Non serve la sommatoria di frammenti o di parti di ceto politico teso all’autoconservazione, ma una nuova esperienza politica capace di aggregare intelligenze e risorse culturali e dunque capace di produrre un’elaborazione inedita.
Non vogliamo rinunciare alla missione costitutiva di SEL di tenere insieme ragioni della sinistra e sfida del governo uscendo così dall’asfittica alternativa tra il rinunciare alle proprie ragioni per accedere al governo e il rinunciare a incidere sulla realtà per restare fedeli a se stessi.
La costruzione di un’alleanza capace d’innovazione, non è però, oggi, un dato scontato ma un obiettivo da conquistare. 
Per questo è una distorsione contrapporre nella nostra discussione la ricostruzione di una soggettività di sinistra e la costruzione di una  coalizione di governo: si tratta di due obiettivi oggi inscindibili. 
Porre la necessità di una sinistra capace di autonomia politica e culturale non vuol dire relegarsi in una posizione “isolazionista”, al contrario è un’operazione indispensabile per ricostruire una proposta credibile di governo di cambiamento ponendola in relazione con i movimenti e le domande della società. 
Con l’iniziativa di Lorenza Carlassare, Don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky e il prossimo appuntamento per il 12 ottobre si apre un nuovo cantiere che mette al centro la difesa della Costituzione e dei diritti dei lavoratori. Anche in questo percorso è aperto un dibattito: se debba limitarsi all’aggregazione di una sinistra, se debba produrre un  soggetto politico o aggregare un campo e una proposta aperti.  
I promotori hanno dato una risposta chiara; SEL deve essere protagonista e non mero interlocutore di questo processo, contribuendo a orientarlo e a rafforzarlo senza indugiare in  diplomatismi.
La scelta che abbiamo di fronte non è dunque rinchiudersi nel partitino né tantomeno sciogliersi nell’indistinto “campo dei democratici”, ma costruire una sinistra molto più larga di noi, capace di coniugare governo e trasformazione. 
È una prospettiva che non vale solo per l’Italia ma che riguarda il cambiamento delle politiche dell’Europa e non si esaurisce nella mera adesione a una o all’altra famiglia: è necessario ricostruire una soggettività europea che cambi le politiche e il ruolo dell’Europa costruendo forme nuove di mobilitazione tra i cittadini europei.  
Il movimento contro gli euromissili, così come il movimento dei movimenti e il movimento contro la guerra sono stati esempi della possibilità di unificazione delle mobilitazioni europee. 
La scelta è tra un’Europa fortezza che, chiusa e ripiegata su se stessa smonta a poco a poco il proprio sistema di diritti, e un’Europa capace di prospettare un’altra idea dello sviluppo che declini in forme nuove il nesso tra economia, democrazia e diritti delle persone. 

Dopo la crisi della coalizione “Italia bene comune” 

Sinistra Ecologia Libertà ha scommesso sulla costruzione della coalizione “Italia bene comune” e oggi è all’opposizione del governo Letta.  
Come ripartire dopo la rottura del centrosinistra, il terremoto elettorale e il governo delle larghe intese?  
Oggi è necessario, soprattutto per chi, come noi, ha investito su quella coalizione, interrogarsi sulla sua natura e sulle ragioni della sua rottura riconoscendo quanto il modo in cui è stata costruita ne abbia pregiudicato la capacità di tenuta e la credibilità.  
Nelle primarie e nella campagna elettorale c’è stata un’alleanza elettorale poco omogenea nei programmi e nelle prospettive, è mancata una coalizione capace di interpretare il desiderio di cambiamento, riaprire i canali tra società e politica.  
Alle ambiguità nel PD si è sommata l’inadeguatezza di SEL a sviluppare un’iniziativa per un profilo innovativo della coalizione e una sua più larga rappresentatività, che ha reso la nostra presenza nella coalizione meno  autorevole e convincente. 
Le primarie, che avrebbero dovuto allargare la partecipazione aprendo a proposte e culture politiche nuove, si sono in buona parte ridotte (a livello nazionale e locale) a una conta tra correnti o alla ricerca del personaggio  vincente. 
La sconfitta consumatasi sul voto presidenziale è figlia di questa incapacità a costruire una coalizione, che ha fatto cadere la prospettiva di un governo di cambiamento, lasciando spazio alle manovre interne al PD. D’altra parte, abbiamo assistito in seguito alle autoconvocazioni, alle occupazioni dei circoli del PD, così come alle prese di posizione critiche di intellettuali ed esponenti politici che hanno anche aperto un grande credito verso SEL. 
Ma questa reazione, la ripresa di protagonismo diffuso per troppo tempo compresso, ha precocemente ceduto il passo di fronte all’incalzare delle ”urgenze politico-economiche” e alla mancanza di una prospettiva. Il dibattito avviatosi in tante sedi a seguito del disastro del centrosinistra è rimasto frammentato e orfano. 
La rottura della coalizione non è però frutto di un accidente, in un quadro di ottima salute del centrosinistra nei territori, ma è l’esito di un conflitto politico all’interno del PD e del centrosinistra che ha visto anche SEL come bersaglio (come con i 45 falsi voti per Rodotà tesi a far ricadere su SEL la responsabilità della mancata elezione di Prodi). Questa rottura è figlia di una precisa lettura della crisi e di una precisa collocazione italiana nei vincoli internazionali: porta con sé un’egemonia moderata sul centrosinistra, il ritorno di una vocazione maggioritaria e autosufficiente del PD, una risposta involutiva alla crisi dei partiti. 
L’opposizione al governo Letta, senza rompere un dialogo con il PD, non può limitarsi a valutarne i singoli atti ma deve contrastare l’ipotesi strategica su cui è nato e che oggi si coniuga con le spinte alla modifica della Costituzione.  

Una nuova fase 

A partire dalla vicenda parlamentare sulla Presidenza della Repubblica, fino all’opposizione al governo PD-PDL frutto dell’egemonia “rigorista” imposta da Napolitano, SEL ha fatto la cosa giusta, recuperando così ascolto e attenzione, offrendo un riferimento al disagio in atto nella coalizione di centrosinistra. Avrebbe potuto e dovuto sviluppare anche una relazione più avanzata con la sinistra che non si è riconosciuta nella coalizione “Italia bene comune”.
La mozione contro gli F35, quella a difesa della legge 194, l’intergruppo per l’acqua pubblica: le scelte di SEL e la sua pratica parlamentare hanno dimostrato come sia possibile e utile la funzione di una sinistra che non rinuncia alla propria autonomia ma si cimenta con la sfida del governo, riconnettendo rappresentanza parlamentare e popolo della sinistra.  
Ma SEL si è scoperta al tempo stesso impreparata a questa nuova fase: non ha mostrato una capacità di iniziativa nel Paese, in grado di sostenere l’azione parlamentare e di delineare una prospettiva leggibile. 
Per incalzare il governo e farne emergere le contraddizioni non basta dunque una buona opposizione parlamentare che rischia di ridursi a un innocuo gioco delle parti, è invece necessario costruire fatti reali, processi di aggregazione, essere presenti nei conflitti che si producono nel Paese. 

Una sinistra che pensi il governo come leva per il cambiamento 

Il congresso di SEL deve promuovere un processo di aggregazione e di confronto, a cui alludeva la manifestazione di piazza SS. Apostoli ma che ora deve individuare una prospettiva, una progettualità e una consequenzialità nei fatti. 
Crediamo ancora oggi nella necessità di costruire una coalizione di centrosinistra innovativa, unitaria, aperta, capace di uscire dal recinto dei partiti e valorizzare ciò che si muove al di fuori. In questa prospettiva il rapporto con il Partito Democratico, il suo insediamento sociale, la discussione che si sviluppa al suo interno restano un terreno decisivo.  
Il rapporto con i candidati alla leadership del PD deve vedere una nostra autonomia e capacità di proposta. È indubbio che SEL debba interloquire con chi sarà scelto dalle primarie e dal congresso del PD ed è anche opportuno che SEL chieda a tutti i candidati una presa di posizione critica sul governo delle larghe intese, ma tutto questo deve avvenire con una chiarezza sulle ispirazioni programmatiche, sulle culture politiche e sui modelli di coalizione. È necessario giocare il nostro ruolo non solo nel “posizionamento” all’interno del dibattito tra gruppi dirigenti, ma nella connessione con le domande della società,  che ci chiede di rompere con la religione dei vincoli di bilancio e l’ideologia liberista che ha pesato anche sulla sinistra. Sarebbe un errore scegliere un rapporto preferenziale con il candidato supposto vincitore solo in nome di una generica idea di novità. Come abbiamo detto più volte non basta battere Berlusconi ma è necessario superare il berlusconismo come cultura che ha pervaso anche la sinistra. 
Al tempo stesso va sviluppata una capacità di ascolto e dialogo con la domanda di cambiamento e la critica alla degenerazione dei partiti che hanno alimentato il Movimento 5 Stelle ma, soprattutto, con quella sinistra larga che non ha creduto a sufficienza nella nostra proposta e che oggi cerca una risposta  più convincente.  

Una discussione libera su di noi, senza caricature e anatemi 

La distinzione caricaturale tra chi vorrebbe un soggetto politico aperto e chi un partito “strutturato” mostra tutta la sua infondatezza e andrebbe rimossa. La capacità di iniziativa politica di SEL, la sua spinta innovativa e credibilità dipendono però anche dalla qualità del nostro modo di stare e di decidere assieme.  
Senza affrontare questo cambiamento culturale la scelta di costruire un congresso aperto può diventare la copertura retorica di un malcostume diffuso anziché la scelta coerente di un vero cambiamento. L’apertura al voto da parte dei non iscritti, specie in un quadro in cui non si sono costruite relazioni con i movimenti e le realtà associative, esporrebbe infatti la nostra discussione e la scelta dei gruppi dirigenti al pressioni di lobby, gruppi di potere, portatori di interessi economici particolari, togliendo diritti e possibilità di incidere a quanti e quante hanno scelto di impegnarsi nella costruzione del nostro progetto.  
Un soggetto che marginalizza la partecipazione dei propri iscritti ha poca credibilità nell’aprirsi alla società. E la capacità di relazione con  tutte le energie che crescono nella società può avvenire non solo con un pieno coinvolgimento nel dibattito, ma anche con la possibilità di eleggere nei nostri organismi dirigenti persone espressione dell’intellettualità, di esperienze di lotta, di pratiche politiche e sociali innovative.
Questa relazione non si costruisce come rapporto tra stati maggiori dei partiti e dei movimenti, non può basarsi sulla cooptazione o sulla confusione di ruoli: SEL deve essere consapevole della propria parzialità, rispettare l’autonomia delle altre esperienze e al tempo stesso contribuire al loro sviluppo. 
Lo sforzo di tenere aperto un difficile dialogo tra il centrosinistra, i movimenti, le realtà associative e i comitati è possibile solo se abbiamo l’autorevolezza di farlo perché forti di un progetto, di una pratica reale e non per inerzia o strategie di autoconservazione.  

Un’altra politica, non un altro partito 

La capacità di iniziativa politica di SEL, la sua spinta innovativa e credibilità dipendono però anche dalla qualità del nostro modo di stare e di decidere assieme. 
SEL per la sua missione costitutiva di tenere insieme ragioni della sinistra e sfida del governo può svolgere un ruolo decisivo, ma è indispensabile che prenda sul serio l’altro suo elemento fondativo: l’ambizione di cambiare forme e linguaggi della politica,  
A Firenze abbiamo detto di non voler fare un partito ma riaprire la partita: obiettivo che avrebbe richiesto cura, progettualità, investimento. Questo sforzo di ricerca, di innovazione e di cultura politica è stato messo da parte dopo il congresso di Firenze. Lo si è fatto sulla base di una previsione e di una scommessa che non si sono verificate: l’ipotesi di un percorso a breve verso primarie che avrebbero rimescolato lo scenario. 
Ma la partita non si gioca, e tanto meno si riapre, a tavolino nel ristretto recinto del ceto politico. 
Mancando questo investimento le derive spontanee, non contrastate, hanno alimentato un modo vecchio di essere partito: fondato sull’ossessione per l’equilibrio tra componenti senza una discussione di merito, sullo schiacciamento sulla rappresentanza istituzionale e lo svuotamento dei percorsi partecipativi, compromettendo gravemente la nostra capacità di discutere, accogliere le diversità e svolgere un ruolo attivo nella società. Tra i modelli tradizionali di partito e le degenerazioni dei partiti attuali è necessario valorizzare il radicamento nei territori ma anche l’impegno tematico, la relazione con i movimenti, il superamento di linguaggi e modelli organizzativi gerarchici.
L’antidoto alla degenerazione dei partiti non può essere la semplificazione populista ma nemmeno il ritorno alla politica della sezione territoriale che non si misuri con nuovi linguaggi, nuovi luoghi del conflitto, nuove domande di libertà e trasformazione. Va rilanciata quella sperimentazione mai attuata dopo Firenze. 
Oggi quella sfida torna di attualità per la nuova funzione che SEL deve svolgere: nata per trasformare la politica, riaprire i canali di comunicazione tra pratiche sociali, culture politiche innovative e forme organizzate, deve interrogarsi sul proliferare di iniziative che traggono ragion d’essere da questo vuoto e dall’assenza di una proposta che (anche) SEL avrebbe dovuto costruire. 
Perché un soggetto che non riesce a discutere liberamente, che non è capace di produrre esperienze partecipate di scambio e riconoscimento reciproco non può produrre elaborazione innovativa e iniziativa nella società.  
Se c’è una critica che crediamo di poter fare al gruppo dirigente allargato è di non aver assunto per troppo tempo la responsabilità di costruire SEL come corpo vivo, democratico e partecipato, limitandosi a richiami retorici. Così siamo stati troppo spesso percepiti come omologati alla politica di palazzo e ai suoi vizi. Senza assumere al di là delle evocazioni retoriche il nesso profondo tra forme e contenuti della nostra politica si ripropone tra noi, come osserva Vendola il malcostume di un  “politicismo coniugato alla poesia” 

Nella crisi tra politicismo e antipolitica 

Ma la difficoltà di SEL è dentro una crisi più generale: i partiti tradizionali sono stati sostituiti dai partiti prede dei gruppi di potere locali, i partiti televisivi, i partiti personali; sono mancati i partiti come esperienze plurali, capaci di produrre elaborazioni condivise in relazione con quanto si muove nella società. . L’incapacità di innovare e aprirsi ha impedito alla sinistra, variamente collocata, di intercettare la domanda confusa di cambiamento che ha dato vita al più grande terremoto politico della storia italiana. Si tratta di un processo lungo e profondo che non nasce oggi e che procede su due piani tra loro intersecati: la crisi dall’alto delle democrazie, strette tra il tabù dei vincoli “tecnici” dei mercati e il loro uso ideologico, si è avvitata in un abbraccio mortale con la crisi verso il basso come incapacità dei partiti di ascoltare e trasformare la società. 
È una riflessione che va ben oltre SEL e che deve produrre un’alternativa al conflitto sterile tra politicismo e antipolitica. L’assenza di dibattito nei partiti, la loro trasformazione in apparati di potere e la degenerazione del disagio nelle sue forme rancorose e semplificate sono due facce della stessa medaglia e si alimentano reciprocamente. 
Non è con il giudizio paternalista o moralista sulle forme in cui il disagio si esprime che si contrasta l’antipolitica, il rancore sociale, ma con la capacità di costruire una politica “altra”. Come osserva Nichi Vendola nelle sue conclusioni alla Presidenza, anche noi siamo parte di questa crisi.  
Non è una semplice crisi della rappresentanza, perché i partiti non sono solo strumenti per tradurre gli orientamenti e gli interessi in rappresentanze parlamentar, i ma anche soggetti che dovrebbero produrre analisi condivise, elaborare proposte programmatiche e strategiche, spostare orientamenti diffusi nella società. Per questo non abbiamo alcuna nostalgia della burocrazia, della gerarchia e dell’autoconservazione dei vecchi partiti.  

Rinnovarci, oltre la retorica 

Dobbiamo avviare una discussione sulle forme della politica: le sue pratiche, i suoi linguaggi, il suo carattere inclusivo, le forme di conflitto, partecipazione e costruzione delle decisioni e degli indirizzi. Non si tratta di generiche petizioni di principio ma di questioni che tornano oggi prepotentemente in superficie, mostrando la crisi e i limiti di un’idea della politica che si ammanta di nuovo ma resta vecchissima. 
Si tratta di cogliere il carattere cruciale di un nodo politico, almeno su due aspetti: la crisi dei partiti e della democrazia sono lo scenario in cui SEL nasce e sono il terreno su cui avanzano risposte sul piano politico e istituzionale che prefigurano una involuzione, populista o tecnocratica, della qualità della nostra democrazia.  
Al tempo stesso nessun nuovo processo a sinistra può avviarsi, a nostro parere, senza un cambiamento profondo delle culture politiche dei linguaggi e delle forme della partecipazione. 
La crisi che ha segnato il centrosinistra mostra come sia inscindibile il nesso tra forme della partecipazione ed efficacia della proposta e dell’iniziativa politica, e ineludibile il ripensamento di forme e modi di pensare la democrazia, la rappresentanza, la partecipazione. 
Dalla capacità di SEL di affrontare questo nodo dipende la sua capacità di svolgere un ruolo autonomo e al tempo stesso unitario, di raccogliere domande e intelligenze ma anche di interloquire con ciò che si muove nella società, di avere un’adeguata capacità di elaborazione.  
La resistenza al cambiamento, l’incapacità di ascolto sono frutto dell’attaccamento al potere, della spinta autoconservativa del ceto politico locale e nazionale e avvelenano la politica.  
Predisponiamo delle regole limpide, per decidere con procedure trasparenti le candidature di SEL a livello nazionale e locale, l’incompatibilità tra incarichi amministrativi e candidature politiche, limiti di spesa certi per le campagne elettorali dei candidati e obbligo di pubblicizzazione dei bilanci negli organismi locali, modelli organizzativi e costruzione degli organismi locali che garantiscano l’autonomia di SEL dalla dimensione istituzionale.  
Dobbiamo impegnarci attivamente per ridurre i vincoli culturali che impoveriscono la nostra vita democratica, cambiare i tempi tradizionali della politica che producono un monopolio maschile sia nelle cariche elettive sia nei ruoli di responsabilità nei partiti, valorizzare la presenza dei giovani, superare pratiche che premiano il conformismo a scapito della ricerca libera, del confronto come condizione essenziale in una comunità plurale, aperta, inclusiva e solidale. 
Chi ha avuto in questi anni un ruolo di direzione deve fare una riflessione autocritica sulle pratiche prodotte e quelle colpevolmente avallate. È vero che molte persone hanno abbandonato SEL perché espulse da pratiche di potere. Ma questa osservazione è utile se non resta nella genericità, se è in grado di indicare quali degenerazioni si siano prodotte, se siano state avallate  o contrastate. Noi, avendo posto ognuno per proprio conto nel proprio territorio questo problema per tempo, sentiamo l’autorevolezza per chiedere una svolta vera nel nostro modo di essere.  

Una politica che si emancipi dalla seduzione del  potere 

Perché la riflessione sulle nostre difficoltà diventi proficua deve assumere la crisi di una politica ridotta a gestione del potere, la sconfitta di modelli gerarchici e identitari nel vivere i conflitti, nel pensare la democrazia, la rappresentanza, la partecipazione.
In questi anni il femminismo, il mondo ambientalista, le associazioni per i diritti civili, il pacifismo, il movimento sindacale, le realtà di autogestione, il mondo dell’intellettualità hanno prodotto esperienze, pensiero, proposte, strumenti di analisi da ascoltare e leggere criticamente. Anche movimenti e associazioni si sono mostrati a loro volta viziati da limiti di linguaggio e capacità di stare insieme oltre la logica della gerarchia, dell’appartenenza e del potere. 
È necessario produrre una critica dello statuto della politica stessa, del suo fondarsi sulla separatezza tra pubblico e privato, sulla gestione del conflitto in base alla logica amico-nemico, su modelli di appartenenza basati su gerarchia, delega, rimozione delle differenze, su una concezione separata e sacrificale della militanza, su un’idea del potere maschile che ormai non corrisponde più nemmeno alla vita degli uomini e al loro desiderio di libertà.  
La crisi della politica è anche crisi di una cultura patriarcale del potere, di rifiuto delle differenze.  

Una cultura delle differenze 

Il fastidio per la critica o le differenze, le forme di liquidazione o rappresentazione caricaturale quando non di sospetto verso le posizioni critiche che troppo spesso emergono nella nostra discussione sono indice della debolezza culturale di gruppi dirigenti incapaci di misurarsi con una pluralità di punti di vista. Sono parte di questa stessa crisi di cultura politica la degenerazione del conflitto in ostilità e inimicizia reciproca, nell’invettiva dei militanti sul web verso i parlamentari e dirigenti, nella liquidazione denigratoria dei gruppi dirigenti altrui. Facciamo troppo spesso appello retorico alla valorizzazione delle differenze senza una reale capacità di ascolto. Ridurre la valorizzazione delle differenze a retorica porta o alla sua rimozione nella nostra pratica quotidiana o, peggio, a confonderla con la rimozione dello scontro di interessi e visioni della società, fino a giustificare strumentalmente l’accordo con le destre per il “bene del Paese”.
La politica delle donne ci ha mostrato un’idea non distruttiva ma creativa del conflitto, in cui l’esito non è far fuori dialetticamente o fisicamente l’altro, e la cui assunzione non chiede quindi di annacquare i conflitti e rendere opache le differenti opzioni. 
Alla logica della fedeltà allo schieramento, al principio della delega, alla gestione proprietaria dei partiti, preferiamo il confronto, l’ascolto della critica e la valorizzazione dell’autonomia e della ricerca libera: per questo riteniamo urgente una riflessione tra noi. 
Vogliamo ripensare la politica come pratica di libertà e autonomia, come relazione, come trasformazione e ricerca, non come mero esercizio di potere.


12 settembre 2013 



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