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sabato 31 dicembre 2011

GRAMSCI IL MARXISTA, BORDIGA L'ESTREMISTA di L. Mortara



di Lorenzo Mortara


Usato dagli stalinisti come spot pubblicitario per la loro politica controrivoluzionaria, non miglior fortuna Gramsci ha trovato presso gli estremisti per i quali resta a tutt’oggi un idealista più o meno crociano. Se i primi l’hanno fatto sempre in malafede, l’averlo fatto in buona, non scagiona i secondi da un altro uso improprio.
A differenza di Bordiga che si vantava, non senza una nostra sardonica approvazione, di non averlo mai letto, Gramsci in effetti per formazione proveniva dal Croce, ma per nostra fortuna non si fermò al neohegelismo. Arrivò al marxismo tra tanti errori come la maggior parte dei compagni, ma ci arrivò senz’altro e se la sua vita non fosse stata bruscamente interrotta dal fascismo, certamente l’avrebbe anche perfezionato, costringendo forse gli estremisti a rimangiarsi le accuse.
L’accusa di idealismo viene da una fantomatica sinistra comunista che crede evidentemente che basti etichettarsi tale per aver diritto alla patente di sacerdotessa del materialismo dialettico. Per sua disgrazia non esiste una sinistra comunista, essendo quest’espressione nient’altro che un sinonimo di marxismo, che ai tempi della sedicente sinistra comunista prende il nome di bolscevismo e poi al massimo di trotskismo, mai di sinistra comunista. La sinistra comunista è solo l’estremismo di sinistra, altro nome non è scientificamente corretto, quand’anche possa avere un significato storico, documentario, e quindi insignificante più o meno come tutto il resto. Almeno per noi marxisti. Perché? Perché per il marxismo non siamo noi a decidere cosa siamo, ma la Storia. E la Storia si avvicinò agli estremisti quando qualcuno fece anche per loro la rivoluzione, ma quando sopravvenne la controrivoluzione ed essa cominciò ad allontanarsi da noi, gli estremisti non furono più in grado di avvicinarla manco di un centimetro. Ed è per questo che son passati alla Storia per quello che sono: inguaribili settari. Il settario è un marxista scentrato, che vede tutto sfocato a sinistra. Con questa lente sbagliata, un marxista in formazione diventa un idealista, un estremista testone un marxista, e un riformista rischia di passare addirittura per fascista.
C’è sempre qualcosa di vero nelle sentenze di un settario, ma sono sempre connotazioni esagerate, caricaturali. Quelle su Gramsci, come vedremo, non fanno eccezione.



GRAMSCI CON LA RIVOLUZIONE
ESTREMISTI CONTRO GRAMSCI

Per mostrare l’idealismo di Gramsci, viene quasi sempre citato a sproposito il suo famoso articolo La rivoluzione contro il «Capitale». Pubblicato il 24 Dicembre del 1917 sull’Avanti!, questo articolo arrivava tre anni dopo l’ambigua presa di posizione di Gramsci per l’intervento in guerra dell’Italia, espressa nell’articolo Neutralità attiva ed operante (Il Grido del Popolo, 31 Ottobre 1914). Se nel 1914, chiedendo in pratica alla borghesia italiana di entrare in guerra e fare il suo dovere, senza il quale a suo dire il proletariato non avrebbe potuto assolvere il proprio, Gramsci peccava indubbiamente di meccanicismo e probabilmente anche di idealismo, già nel 1917 la sua posizione va considerata in maniera diversa, in base alla sua lenta maturazione. Infatti, quella che per gli estremisti è l’ennesima prova del suo idealismo, è all’opposto una delle sue prime testimonianze di conversione al marxismo. Secondo Gramsci, Lenin e i suoi si erano liberati delle incrostazioni positivistiche della dottrina marxista, tenendo buono lo spirito vivificatore che aveva loro permesso, in Russia, di fregarsene del suo schematismo. Ora è indubbio che in Marx non vi sia nulla di meccanico, ma è anche vero che presa qua e là qualche frase dall’intero corpo dottrinario, si può cadere nell’errore di vedere in Marx un positivista. Lo stile perentorio con cui Marx afferma le sue tesi, unitariamente alla frammentarietà di molti suoi scritti, può trarre in inganno il lettore. E in effetti la critica di meccanicismo finalistico è una delle più ricorrenti tra quelle fatte a Marx. Rosselli, tanto per fare un esempio, sprecò almeno metà del suo Socialismo liberale per inchiodare Marx alla sua perdita di tempo. Chi ha letto Marx con lo spirito giusto, sa che nelle sue sentenze, il filosofo indica una tendenza di fondo più che una necessità assoluta. E così a ben guardare l’hanno sempre giustamente interpretato i suoi migliori discepoli. Basterebbe prendere l’esempio di questi seguaci per chiudere definitivamente la questione. E così in effetti fece Gramsci. Infatti, mentre i settari controllano col microscopio ogni sillaba scritta e pronunciata da Gramsci, dimenticano di controllare ciò che più va controllato per un marxista, e cioè le azioni. In quell’articolo sulla rivoluzione bolscevica, Gramsci non esista a schierarsi a favore del partito di Lenin nonostante sia convinto della contrarietà di Marx. È ovvio che su quest’ultimo punto si sia sbagliato, e anche di tanto, ma nei fatti ciò significa che mentre la testa di Gramsci si perdeva ancora tra le righe delle sue letture idealistiche, il corpo vivo di Antonio stava già tutto interamente dalla parte giusta. Lo spirito di Gramsci è ancora tutto incrostato di positivismo, ma la sua materia grezza è già plasmata a sufficienza dal marxismo. Pronta per abbracciarlo. Questo le teste di legno settarie non lo capiscono. Non vedendo in questo articolo un passo avanti di Gramsci, capiscono ancor meno che sia il preludio per quelle tesi Per un rinnovamento del Partito Socialista, con cui tre anni dopo, l’8 Maggio 1920, sull’Ordine Nuovo, Gramsci corrisponderà integralmente ai «principi fondamentali – sono parole di Lenin – della Terza Internazionale». Non così Bordiga che corrisponderà integralmente ai principi dell’estremismo, cioè ai principi sbagliati del marxismo dai quali non si schioderà più, restando fondamentalmente un settario più che un materialista.
Si può in linea di massima datare da qui il passaggio integrale di Gramsci al marxismo. Avendo appreso i principi fondamentali, gli errori che ancora farà, e pure gravi, saranno secondari rispetto alla sua formazione intellettuale, sempre più avviata al materialismo e meno propensa all’idealismo. Nel 1920, Gramsci, rinnovato nel marxismo, è più avanti di Bordiga invariato nell’estremismo, con buon pace degli estremisti. E più avanti lo sarà fino alla morte.



BORDIGA DEGRADATO

Avendo già bocciato il Gramsci del 1917 come il prosecutore di quello idealista del 1914, impossibilitati quindi a vedere lo splendido materialista del 1920, i settari, per l’invarianza dell’estremismo, non riescono a vedere nemmeno nella giusta luce gli errori che ancora commise il nostro secondo grande capo. Dall’Aventino fino all’estromissione di Bordiga dalla Direzione è tutto un susseguirsi di errori e ripensamenti, sempre però fatti sul piano del marxismo non dell’idealismo, esattamente come gli analoghi errori dei bordighisti sono fatti nello stesso periodo sul piano dell’estremismo. Gli errori di Gramsci sono gli errori di un dirigente che deve ancora farsi le ossa, quelli di Bordiga sono l’ossatura irriducibile di uno schematismo incorreggibile. Si spiega almeno in parte così il tentativo di Gramsci, appoggiato dai bolscevichi, di escludere con metodi burocratici il dirigente napoletano dalla Direzione. È strano che a non capirlo sia proprio la corrente bordighista, quella in teoria più sprezzante dei metodi democratici, definiti, come sempre esagerando, puri metodi borghesi. In realtà il proletariato come il suo partito non potrà mai fare a meno del tutto dei metodi democratici, perché il centralismo organico con cui i bordighisti vorrebbero sostituirli non è altro che una metafora, un punto di riferimento al quale sempre dovremo cercare di avvicinarci, ben sapendo però che quella perfezione in cui ogni compagno si muove come un elemento di un unico organismo non sarà mai raggiunta. Perché ogni uomo anche se si relaziona agli altri è pur sempre un individuo, e come tale ha le sue peculiarità. Quando si arriva a non firmare i propri scritti per via del carattere sociale anche della produzione intellettuale, si è come al solito sconfinato nel parossismo del marxismo. Se si annulla però l’individuo nel collettivo, si dovrebbe almeno essere più pronti a cogliere nella giusta luce gli errori antidemocratici che qualcuno ha commesso contro di noi.
L’estremismo vede nell’estromissione burocratica di Bordiga, il trionfo dell’idealismo gramsciano e la naturale conseguenza di un processo involutivo già avviato nella Russia rivoluzionaria. Non è facile districare la matassa, perché uno stesso fenomeno può avere valenze diverse a seconda del valore che esprime negli alterni momenti in cui si presenta. Senza forzare la mano, indubbiamente Bordiga avrebbe mantenuto la direzione del Partito, perché la maggior parte dei dirigenti non mostrava segni di guarigione dall’estremismo. Gramsci, uno dei pochi che aveva perso la febbre settaria, accettò di brigare per accelerare i tempi. I bolscevichi giudicarono che la rivoluzione veniva prima della questione democratica. Di conseguenza, forzare l’esclusione di Bordiga dalla direzione, fu visto come l’unico modo per avere qualche speranza di acciuffare in extremis il treno della rivoluzione. Se questo in generale è giusto – la rivoluzione viene sempre prima di tutto! – va detto che alla luce dei fatti, il rischio si è rivelato troppo grande, perciò in futuro sarà meglio perdere il treno di qualche rivoluzione ben sapendo che tanto ripasserà, piuttosto che contribuire con metodi loschi al deragliamento di tutto il movimento operaio nello stalinismo. Probabilmente se avessero avuto la sfera di cristallo e avessero visto le conseguenze delle loro manovre, i bolscevichi e Gramsci si sarebbero fermati, aspettando che le cose maturassero da sole, questo però non deve abbagliare al punto da giudicare al contrario il loro errore. La forzatura con cui Gramsci venne messo alla testa del Partito in sostituzione di Bordiga, è l’espressione della forza con cui la rivoluzione ordina in maniera giusta i compagni, mettendo in seconda linea, dietro i bolscevichi, gli estremisti e tutti gli altri. È cioè un progresso anche se ottenuto in maniera non del tutto ortodossa. Il metodo stalinista che eredita alcuni tratti e difetti di quello bolscevico moltiplicandoli esponenzialmente, è un regresso, perché anziché ordinare il partito in maniera giusta, lo disorganizza, estromettendo la testa a favore dei piedi dei caproni che mette al posto di comando.



SPLENDORE E MISERIE DEI NOSTRI CAPI

Se il movimento che porta Gramsci alla direzione del partito, fosse già una spia della degenerazione togliattiana, non si capisce per quale motivo lo stesso Gramsci finirà escluso ed emarginato in carcere, di fatto estromesso dal partito. L’estremismo, retrodatando la degenerazione del bolscevismo al II Congresso della III Internazionale anziché al IV, anticipa i tempi e capovolge come suo solito il corso storico. In realtà, l’avvento di Gramsci alla guida del partito avviene grosso modo in contemporanea al passaggio da una fase rivoluzionaria ad una reazionaria. Gramsci interviene proprio sul crinale, un momento prima di essere travolto come noi tutti dalla situazione. È per questo, tra le altre cose, che i rapporti con Bordiga rimasero buoni, perché erano tutto sommato i rapporti di due compagni che, per quanto diversi, erano rimasti sempre dalla stessa parte della barricata.
Bordiga e Gramsci, pur nelle enormi differenze, sono il più grande patrimonio del nostro partito, quello passato e quello futuro, che o rinascerà dalle loro ceneri o non avrà motivo alcuno di rinascere. Perciò è un bene che dopo tanti anni anche Bordiga venga pian piano ristampato. Anzi, a dirla tutta, è una vergogna che a quasi un secolo dalla nascita del nostro partito ancora non esista un’edizione delle opere complete del nostro fondatore. Sostenere la sua fondazione è quindi un dovere per ogni compagno coscienzioso. Bordiga è stato la più grande penna del movimento operaio italiano. La sua scrittura non ha eguali. È lui il più grande artista del marxismo. Più di Gramsci, la cui vena polemica non attinge al più classico stile marxista come quella di Bordiga. Bordiga, inoltre, fu compagno esemplare che non scese mai alle bassezze cui invece ricorse Gramsci. Tuttavia, nonostante alcune miserie non toccarono mai Bordiga, lo splendore di Gramsci è superiore. La mancanza di bassezze di Bordiga, infatti, oltre che alla sua grandezza, va attribuita anche ai suoi difetti. L’estremismo, evitando di sporcarsi le mani, è fatto apposta per uscire immacolato da ogni situazione. Non così il marxismo che mettendo in gioco tutto sé stesso, può uscire vincitore dalle situazioni, come lacero e contuso e a volte persino meschino. Gramsci commise ancora parecchi errori, molti dei quali in carcere, ma avrebbe sempre potuto correggerli. Non così l’estremismo che è incorreggibile per la sua invarianza. L’appoggio a Mussolini o a Stalin, se vengono corretti in tempo, possono assolvere ampiamente Gramsci davanti allo storico bilancio della rivoluzione. Ma l’astensionismo, la preferenza della dittatura di Hitler alle democrazie borghesi, il capitalismo di Stato in Russia, la bocciatura del ’68 e altri errori del bordighismo, se non possono essere corretti perché si ripresentano a scadenze puntuali, rappresentano il bilancio fallimentare del settarismo davanti al tribunale della rivoluzione. E se questo è vero – ed è vero – allora meglio il presunto idealismo di Gramsci che può essere rivoluzionario, che il materialismo di Bordiga che può essere solo settario.
Per l’estremismo un tratto può bastare per bocciare tutto un programma, un partito o addirittura un uomo. Per noi la cosa è più complessa. Non ha molta importanza sapere quanti tratti idealistici Gramsci avesse ancora al momento dell’arresto, quel che conta è sapere a che punto era il suo impianto generale. Al momento dell’arresto Gramsci era già un marxista. La perdita per noi fu enorme, perché i marxisti possono abbassarsi anche al livello delle galline, ma solo loro possono fare la rivoluzione. Non gli estremisti che corrono paralleli alla lotta di classe e sono l’ala metafisica del marxismo, un’ala pregiata e magnifica fin che si vuole, ma che non sa volare, perché per quanto si creda materialistica, proprio per la sua incapacità di avere un qualunque punto di contatto col movimento reale, finisce lei per essere molto più idealistica di tutti quelli che accusa di essere tali.



Coi migliori auguri
per un 2012 rivoluzionario

Lorenzo Mortara
Stazione dei Celti
31 Dicembre 2011

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Serve il partito, una forza politica che sappia aggregare tutte le forze anticapitalistiche, e che si sappia radicare tra la gente.
Allora anch'io, parlerò di...rivoluzione.

Buon Anno a lei Mortara!

P.S.
Evidentemente, parecchi scassapalle hanno bussato alla sua porta, visto che su Barnard, non ha pubblicato ancora niente.

Lorenzo Mortara ha detto...

No devo ammettere che gli scassa palle non c'entrano, sono io che son tutto rotto! Non prometto più i tempi perché non li so mantenere, ma oggi 20 righe su barnard le ho aggiunte, siamo sulle tre pagine, ancora 3 e dovremmo esserci.
Segua e vedrà che prima o poi apparirà.
Buon anno, auguri di cuore.

Lorenzo

P.S. - Ma senza parlare di rivoluzione il partito non sorgerà mai, non sono due cose separate...

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