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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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giovedì 1 dicembre 2011

Alcune note sul recente articolo di Giulietto Chiesa, di Riccardo Achilli


A differenza di altri commentatori molto critici, ho apprezzato particolarmente l'articolo Monti non è il meno peggio. E’ l’ultimo rantolo prima del ballo di San Vito, di Giulietto Chiesa. Non starò lì a fare tedianti ragionamenti di tipo tecnico, come i suoi critici, su questioni che interessano soltanto addetti ai lavori, come il fatto che Giulietto chiama “ricapitalizzazione” un incremento delle riserve di liquidità ed un miglioramento del rischio di mercato, tramite la ripulitura di parte degli asset tossici, e quindi un miglioramento del requisito di capitale (che rappresenta però, è il caso di ricordarlo ai pignoli critici di Giulietto, un parametro fondamentale, secondo Basilea II, per determinare l'entità del patrimonio regolamentare delle banche, quindi se non vogliamo chiamare “ricapitalizzazione” l'operazione fatta dalla Fed, perché siamo puristi della finanza bancaria, chiamiamola “miglioramento del capitale regolamentare”, ma non mi sembra che cambi molto, per il lettore comune). Non mi perderò nemmeno dietro a sofismi sul fatto che a determinare la situazione attuale dei mercati bancari sia stato l'Omnibus Budget Reconciliation Act del 1993, oppure la legge Gramm-Leach-Bliley del 1999.
Non credo che si possa affermare, con un minimo di fondatezza, che il problema della speculazione finanziaria sul debito sovrano possa risolversi semplicemente denominandolo in una ripristinata valuta nazionale, anziché in euro. L'indebitamento eccessivo è comunque fonte di declassamento da parte delle agenzie di rating, e quindi di spinte all'aumento dei rendimenti sui titoli del debito stesso, che ne vanno ad incrementare l'entità complessiva ed a renderne più difficile il colllocamento sui mercati, sia che questo sia denominato in euro, sia che sia denominato in lire, dracme, o “pizze de fango der Camerun”, per ricordare un simpatico sketch di Cinzia Leone, di qualche anno fa. E quindi determina “ipso facto” potenziali spinte speculative, per esempio sul tasso di cambio, oltre che sui rendimenti in fase di aste per il collocamento di tranche di titoli del debito. Che poi queste spinte speculative potenziali si realizzino o meno dipende dalle condizioni dei mercati in quel momento. Ma la potenzialità comunque si crea. Inoltre, al di là degli aspetti speculativi, l'iper-debito determina tensioni inflazionistiche, tensioni sul tasso di cambio, perdita di sovranità nazionale (quando la quota del debito con l'estero è particolarmente elevata) sia che tale debito sia denominato in una valuta nazionale, che in una valuta sovra-nazionale, come l'euro. Basta ricordare il ciclo economico e politico delle economie ad elevato debito, alta inflazione e bassa sovranità politica nazionale dell'America Latina di qualche decennio fa per comprenderlo. Non è vero che il debito pubblico USA, essendo denominato in dollari, è “sano come un pesce” (come dice chi critica l’articolo), perché, come minimo, sta determinando la perdita di potere politico degli USA sullo scenario globale, nella misura in cui cresce il peso di creditori esteri determinanti, come la Cina, nelle scelte di politica economica statunitensi, e perché il debito pubblico degli USA determina tendenze svalutative sul dollaro (che ovviamente una monetarizzazione del debito aggraverebbe) con la conseguenza che il dollaro è sempre meno la valuta di riferimento del mercato valutario mondiale.
Non vendiamo inutili illusioni. Il problema di un capitalismo finanziarizzato, e della sua esigenza di far pagare ai popoli l'eccessivo debito, pubblico e privato, creato dai meccanismi di funzionamento dei mercati finanziari, non si risolverà magicamente soltanto uscendo dall'euro e tornando alla lira, anche se ciò rappresenta una delle tante condizioni necessarie (ma non sufficienti). Certo che l'euro va affondato, perché è una costruzione monetarista fatta a vantaggio dei poteri finanziari e non dei popoli. Certo che il debito pubblico con gli strozzini della finanza globale va ripudiato e rinegoziato. Certo che occorre recuperare sovranità sulla spesa pubblica, sganciandola dai pazzeschi criteri quantitativi di convergenza del disavanzo pubblico e del debito pubblico rispetto al PIL previsti dal patto di stabilità. Però intanto occorre sapere che ciò comporterà un prezzo da pagare, in termini di una forte recessione iniziale, dovuta alla fuga di capitali ed a una fiammata inflazionistica, legata alla forte svalutazione iniziale della reintrodotta valuta nazionale. E poi occorre precisare che l'uscita dall'euro non deve essere fatta “Paese per Paese”, ma in modo simultaneo e coordinato da parte di tutti i Paesi le cui finanze pubbliche sono insostenibili rispetto ai parametri del patto di stabilità. E ancora, neanche questo basterebbe. Occorre in realtà un nuovo paradigma, che ci faccia uscire dal capitalismo finanziario, altrimenti le ricettine del tipo “usciamo dall'euro”, “ripristiniamo la sovranità monetaria e di spesa pubblica”, “ripudiamo il debito”, prese da sole, e per quanto importanti e lodevoli, non sono sufficienti a salvare i popoli da un impoverimento progressivo, e da derive politiche autoritarie e populiste, oltre che da vere e proprie guerre, uno scenario, tratteggiato da Giulietto, che oggi appare sempre più probabile.
Lasciamo perdere critiche assurde. L'articolo di Giulietto è splendido. Personalmente, ho solo tre osservazioni da fare a tale articolo, relativamente secondarie. Non credo alla teoria dell'errore sesquipedale dei mercati finanziari. In realtà il capitalismo non poteva evitare di andarsi ad infilare nella situazione attuale. Si tratta di un "baco" strutturale, non di una serie di errori da ideologia finanziaria. Il declino tendenziale del tasso di profitto medio, indotto dall'emergere di nuovi competitori e dall'enorme incremento della composizione organica del capitale nella fase fordista dell'industria del capitalismo occidentale, aggravato dalla fiammata dei prezzi petroliferi nella crisi dei primi anni'70 (a sua volta una conclusione del declino dell'imperialismo coloniale classico, che portò sulla ribalta nuovi attori, nuovi regimi arabi che utilizzavano l'antimperialismo come base ideologica) ha portato inevitabilmente alla soluzione della finanziarizzazione dell'economia, nei Paesi a capitalismo maturo, e nella riproduzione di condizioni da rivoluzione industriale in quelli emergenti a elevato rapporto fra produttività e costo dei fattori. Era la soluzione per riportare in alto il trend del tasso di profitto, ovviamente, per quanto riguarda la finanziarizzazione, un profitto fasullo, basato essenzialmente su anticipazioni di profitti futuri e su meccanismi fittizi basati sulla mera circolazione di moneta e titoli aventi funzioni di tipo monetario. Ma, poiché il meccanismo di riproduzione allargata, nei Paesi a capitalismo maturo, iniziò a rallentare negli anni Settanta, non c'erano altri mezzi che quelli basati sulla finanziarizzazione, per riavviare un processo di accumulazione rapido, per quanto fittizio.
Inoltre, come sottolinea Ticktin, la finanziarizzazione dell'economia è stata anche la strategia politica con la quale la borghesia ha ripreso il controllo di classi lavoratrici che, liberate dalla disoccupazione di massa , dai salari di sussistenza e da condizioni di vita e di lavoro inumane grazie alla fase keynesiana del capitalismo postbellico, già dalla fine degli anni Sessanta spingevano per sovvertire l'ordine capitalistico, chiedendo sempre più una cambiamento radicale dei rapporti sociali di produzione, in senso socialista. La strategia di sviluppare forme di finanziarizzazione nei Paesi a capitalismo maturo, spostando ampie quote della base industriale (e soprattutto le fasi “labour intensive” dei processi manifatturieri) in quelli emergenti consentiva di destrutturare la forte, e politicamente organizzata, classe operaia dei Paesi maturi, ed al tempo stesso di riportare in auge i principi liberisti, ovviamente molto più adatti di quelli keynesiani per creare un contesto economico e di finanza pubblica compatibile con l'espansione enorme dei mercati finanziari. Ciò a sua volta consentì un progressivo smantellamento del vecchio welfare pubblico keynesiano (reso peraltro non più competitivo proprio per la crescita industriale delle economie emergenti a basso costo del lavoro, attivata, in larga misura, dalle delocalizzazioni e dalle concessioni di produzioni su licenza da parte dei Paesi capitalisti maturi), ed il ripristino di un esercito industriale di riserva, attraverso cui la borghesia poteva di nuovo tenere sotto scacco il proletariato, indebolito e destrutturato.
Da questa evoluzione del capitalismo, ha perfettamente ragione Giulietto, è nata l'area euro. E' nata in modo monco persino rispetto alle teorie dell'economia liberale sulle aree monetarie ottimali (vedi ad es. Mundell, 1961). E' infatti vero che tali aree richiedono una omogeneizzazione del tasso di inflazione, i cui differenziali, in presenza di una moneta unica, porterebbero ad allocazioni non ottimali dei fattori e delle merci, però l'obiettivo di Maastricht, che era essenzialmente quello di creare le condizioni di tale omogeneizzazione, era distorto ed inquinato da una logica monetarista, tipica della Bundesbank, secondo la quale l'inflazione è generata esclusivamente da fattori monetari (da qui l'unificazione delle politiche monetarie, il divieto per la Bce di monetizzare il debito pubblico dei Paesi membri, oppure l'accento esasperato sulle politiche di rientro dai disavanzi e dai debiti pubblici, con la fissazione di rigidi target quantitativi). Tuttavia, l'inflazione può generarsi anche da fattori reali (ovvero da discrasie fra domanda ed offerta di merci) per cui tutte le teorie macroeconomiche sulle aree monetarie ottimali insistono sulla necessità di unificare anche le politiche fiscali, le politiche attive del lavoro, le politiche industriali. Ciò non fu fatto perché le singole borghesie nazionali rivendicarono la loro autonomia su questi campi, ma non fu un errore, fu una scelta inevitabile nell'ambito di un sistema, come il capitalismo, per sua essenza competitivo: le singole borghesie nazionali, in particolare dei Paesi forti (Germania, Francia, Paesi Bassi) ma anche di Paesi emergenti grazie alla fiscalità di vantaggio (Irlanda) avevano bisogno di mantenere l'autonomia di politica fiscale e sulle politiche reali, per garantirsi strumenti di competitività da manovrare, dopo la rinuncia alla sovranità su strumenti di tipo monetario.
Tutto ciò che è avvenuto, quindi, non è stato il frutto di un errore. Si è trattato di una evoluzione fisiologica delle contraddizioni strutturali del capitalismo. Come la vecchia favola di Esopo sulla rana e sullo scorpione, è nella natura dello scorpione, e quindi è inevitabile, che lo scorpione, pungendo la rana, faccia una scelta suicida.
La seconda osservazione è sulla conclusione: Giulietto ha solo sbagliato a scrivere “guerra” al singolare, quando avrebbe dovuto scriverla al plurale. Oggi non è più immaginabile una guerra mondiale totale, perché la presenza dell'arma nucleare lo impedisce (altrimenti una nuova guerra mondiale sarebbe esplosa già negli anni Cinquanta dello scorso secolo). Però il meccanismo del capitalismo in crisi, secondo il quale il rimedio è quello di spingere verso la conquista di nuovi mercati tramite l'imperialismo, e di distruggere grandi quantità di forze produttive in eccesso, o di assorbirle nell'industria bellica, rimane inalterato. Dopo la Libia, dobbiamo quindi attenderci una sequela di mini-guerre imperialistiche, dalla Siria, all'Iran (quest'ultima da farsi subito, prima che gli iraniani si dotino dell'arma nucleare), forse domani al Venezuela. Ma tutto ciò non varrà a salvare il capitalismo, soltanto a prolungarne per molti anni l'agonia. Attendiamoci quindi ciò che Giulietto preconizza: un graduale impoverimento di ampie fasce di popolazione, e lo scivolamento verso forme politiche sempre più autoritarie e populiste, condite da xenofobia e da malintesi localismi difensivi, una sorta di estremizzazione del modello berlusconiano/leghista.
D'altra parte,e questa è la mia terza osservazione, il ritardo della sinistra nell'organizzare il dissenso sociale non dipende soltanto da classi dirigenti “imbelli”, come sottolinea Giulietto, ma anche dal cambiamento strutturale subito dal proletariato nei sistemi capitalistici maturi degli ultimi 40 anni. Il proletariato di oggi è sempre più terziarizzato, ed incentrato su figure professionali flessibili, quindi con scarso attaccamento al ciclo produttivo della loro azienda, su lavoratori abituati a lavorare su cicli produttivi sempre più individualizzati, o per piccoli team, e quindi isolati e frazionati dai loro colleghi e compagni, dotati di autonomia funzionale ed organizzativa, tale da configurarli come dei collaboratori del padronato, più che come dipendenti in senso tradizionale (in questo senso, il toyotismo ed i sistemi di qualità totale sono stati devastanti). Tali lavoratori sono inoltre abituati a considerarsi dei “piccoli capitalisti”, più evoluti e tutelati rispetto agli operai industriali o agricoli, casomai in grado, tramite i loro risparmi, di fare investimenti immobiliari e finanziari, quindi di scimmiottare in piccolo la borghesia, sentendosi quindi non i proletari che in realtà sono, ma quasi dei piccoli imprenditori. Oggettivamente, il lavoro politico-rivoluzionario da fare su un simile proletariato è molto più difficile rispetto a quello che si faceva trent'anni fa sugli operai. Questo ovviamente rende molto più complicato il lavoro dei vertici dei partiti della sinistra radicale odierna, al di là dei loro specifici meriti.

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