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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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lunedì 1 ottobre 2012

Prime impressioni su Steinbrück, di Riccardo Achilli



di Riccardo Achilli
La centralità della Germania negli scacchieri europei dei prossimi anni impone una preliminare, ed ovviamente provvisoria, analisi del candidato ufficiale dell'Spd alle prossime elezioni tedesche, ovvero Peer Steinbrück. Economista competente, esponente della destra interna all'Spd, Ministro delle Finanze ai tempi della Grosse Koalition di Schroeder, spesso accreditato di dichiarazioni ufficiali favorevoli al rigore  e pilota dei primi interventi rigoristi all'inizio della grande crisi nel 2008, è considerato l'uomo con le maggiori chance di sconfiggere la Merkel per la sua "presa" sull'elettorato centrista, anche se nei sondaggi di popolarità fra i due vi è un abisso (la Merkel viene accreditata del 50% del gradimento come prossimo cancelliere, a fronte del 36% di Steinbrück). Descritto come uno stratega astuto, dalla dialettica sovente aggressiva e caustica (definì la Germania della Merkel come "un idillio piccolo-borghese avulso dalla realtà"). E' alla sua prima vera esperienza in una campagna elettorale, per cui il suo carisma di leader è ancora da mettere alla prova. 
Non appena investito della candidatura, Steinbrück si è pronunciato a favore di una più cogente regolamentazione del sistema finanziario, di forme di mutualizzazione del debito, di un salario minimo garantito decente, del rafforzamento della imposizione patrimoniale e del potenziamento della sanità pubblica, oltre che dell'opportunità di concedere una dilazione sui tempi del piano di rientro dal debito della Grecia. Naturalmente, la sua grande sfida è quella di tenere il suo elettorato centrista, superando la sfiducia dell'elettorato di sinistra. In questo senso, in un Paese come la Germania, parlare di eurobonds veri e propri,di mutualizzazione del debito pubblico in forma stretta, è è al limite del suicidio politico. Su tale tema, c'è da giurarci, il neo candidato dell'Spd sarà molto molto prudente. Infatti, secondo Quentin Peel, corrispondente dalla Germania del Financial Times, l neocandidato socialdemocratico «si è espresso per l’introduzione di una qualche forma di condivisione del debito dell’eurozona, anche se solo a patto di forti garanzie sul rigore dei conti pubblici dei paesi beneficiari». E ancora, «gli eurobond non rientreranno di certo tra i temi della campagna elettorale», secondo Tobias Piller, del Frankfurter Allgemeine Zeitung.
Per quanto sopra, è pressoché sicuro che, una volta al potere, Steinbruck proporrà interventi progressisti rivolti primariamente alla Germania (un pò come Hollande) mentre in materia europea, quasi sicuramente, non proporrà gli eurobonds (anche perché non ci sono nemmeno le condizioni di unificazione politica europea per farlo) mentre potrebbe, probabilmente, riproporre il redemption fund. Non a caso, tale strumento è considerato alternativo agli eurobonds nella risoluzione finale del PSE; inoltre, lo stesso Steinbrück ha più volte dichiarato di ritenere "ingenua" ogni ipotesi di revisione dei trattati europei: il bello è che, mentre gli eurobond sono incompatibili con il fiscal compact, il redemption fund non richiede alcuna modifica dei trattati. Infine, il redemption fund piace molto proprio alla destre dell'Spd cui appartiene il Nosrto. Tale strumento consiste, sinteticamente, nel conferimento ad un fondo comune di tutti i debiti nazionali eccedenti il 60% del PIL. Tale fondo è garantito dal patrimonio pubblico e da una quota della fiscalità dei Paesi aderenti, ed emette obbligazioni a 20 anni per finanziarsi. I Paesi membri sono quindi tenuti a versare annualmente una quota al fondo, pari ad un ventesimo della componente-capitale del debito nazionale conferito, più la quota di interessi sui bond del fondo afferente al debito nazionale conferito.
Tale strumento NON comporta quindi alcuna reale mutualizzazione dei debiti nazionali, NON elimina la folle cadenza di riduzione dei debiti pubblici nazionali prevista dal fiscal compact, NON consente di recuperare un utilizzo anticiclico della spesa pubblica, e SOLTANTO IN TEORIA E NEL BREVE PERIODO riduce di qualche decimale il costo del rendimento dei titoli pubblici dei Paesi più indebitati. Infatti, tale riduzione dipende dalla credibilità di mercato dei titoli emessi dal redemption fund stesso. Credibilità che è legata alla capacità stessa di rispetto annuale del piano di rimborso al fondo di ogni Stato membro: Guzzini, per Micromega, calcola che ciò comporterebbe, per l'Italia, un onere pari al 6% del PIL  ogni anno (50 miliardi/anno per il rimborso della quota capitale, ed altri 40 per la quota interessi). Onere che, ovviamente, strangolerebbe ogni possibilità di ripresa economica consistente, e quindi impedirebbe un miglioramento dei saldi di finanza pubblica (che sono endogeni al ciclo) e di conseguenza renderebbe non credibile il percorso di riduzione del debito/PIL nazionale. Scaricandosi negativamente sulla credibilità dei bonds emessi dal redemption fund, e quindi sui loro rendimenti. Inoltre, la quota di debito pubblico non eccedente il 60% del PIL rimarrebbe a totale carico dello Stato, e, divenendo debito subordinato rispetto a quello privilegiato del redemption fund, finirebbe inevitabilmente per pagare rendimenti più alti. Sempre Guzzini prevede che, per l'Italia, l'onere complessivo dei costi pubblici necessari all'appartenenza al redemption fund sia pari al 10% del PIL ogni anno. Forse il calcolo è troppo pessimistico, però non vi è dubbio che il redemption fund appaia perlopiù come uno strumento di rafforzamento del fiscal compact (e delle garanzie di rimborso per i creditori  esteri dei debiti sovrani) che peraltro ne irrigidirebbe anche i vincoli, posto che il patrimonio pubblico dei Paesi membri e una quota del loro gettito fiscale rimarrebbero congelati come garanzia del fondo. I socialdemocratici tedeschi, spesso entusiasti sostenitori del redemption fund (perchè ai loro occhi rappresenta l'uovo di Colombo per mettere insieme elettorato centrista e progressista) dovrebbero invece inorridire al pensiero che tale strumento è nato da una commissione di saggi nominata dalla Merkel!
La stessa dichiarazione di Steinbrück a favore di una dilazione dei tempi del piano di rientro greco è in realtà al di sotto di ciò di cui  vi sarebbe esigenza. Egli stesso afferma che la Grecia non potrà più rifinanziare sui mercati il proprio debito pubblico per almeno altri 7-8anni, per cui certo non è con un pò di tempo in più che si può rimediare ad un default “de facto”. In realtà, i socialdemocratici tedeschi capiscono che la questione della dilazione dei tempi è soprattutto politica, e non economica: serve per evitare la caduta del Governo-Samaras, fornendogli qualcosa per placare la crescente inquietudine dei suoi alleati di Sinistra Democratica. Che la questione stia in tali termini, ovviamente, lo sa anche il centro-destra, per cui l'intransigenza su tale punto mostrata da ampi settori della Cdu e dei liberali è indicativa della considerazione, dietro le parole ufficiali, secondo cui una eventuale uscita della Gracei dall'euro, dopo una nuova crisi di Governo, non sarebbe poi una tragedia, atteso che le banche tedesche si sono già liberate di quasi tutti i titoli greci detenuti, e che la probabilità di un effetto-domino su altri PIIGS di una “Grexit” non è valutata come molto elevata. I socialdemocratici, al contrario, intuiscono che una soluzione di uscita della Grecia dall'euro, probabilmente, accentuerebbe le spinte centrifughe degli altri PIIGS in modo consistente, e cercano quindi una strada, inutile dal punto di vista sostanziale, ma politicamnete spendibile, per evitare una caduta di Samaras. Dopodiché, però, una volta evitata la caduta di Samaras, non vi è in Steinbrück una idea precisa di cosa fare con la Grecia, perché il suo rifiuto di modificare i trattati ed il fiscal compact impedisce di trovare soluzioni strutturali.
Francamente, una sinistra con responsabilità di governo che voglia realmente dare un senso allo slogan "l'Europa di cui abbiamo bisogno" di cui alla recente dichiarazione del PSE dovrebbe avere il coraggio di rimettere in discussione i trattati europei, proprio perché senza questo passo le accuse di neoliberismo mosse all'attuale gestione europea della crisi diventerebbero totalmente prive di qualsiasi significato concreto. Chi scrive non vuole proporre "sic et simpliciter" la mutualizzazione del debito e gli eurobond. E' chiaro infatti che tale soluzione richiede un percorso di unificazione politica, di democratizzazione delle istituzioni europee, ancora di là da venire, nelle intenzioni stesse di parte rilevante delle opinioni pubbliche nazionali. Però esistono anche soluzioni intermedie:  sempre chi scrive ha recentemente proposto una revisione del fiscal compact che comporti cadenze temporali obbligatorie del rimborso del solo debito estero, lasciando alla discrezione delle Autorità nazionali la gestione del debito con residenti; ciò consentirebbe di ridurre lo spread (perché i mercati assegnerebbero una maggiore probabilità di successo ad un piano di rientro del solo debito estero, anziché del debito totale, poiché quest'ultimo comporta effetti recessivi così gravi, e quindi impatti negativi così ampi sulla finaza pubblica, da risultare poco affidabile) e di recuperare qualche margine di manovra sulla spesa pubblica per cercare di far ripartire la crescita. Per approfondimenti su tale mia proposta, cfr. http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2012/08/il-punto-di-equilibrio-fra-rigore-e.html
Ci sono anche altre possibilità, ad esempio i cosiddetti stability bonds, ovvero titoli di Stato europei, denominati anche “blue bonds”, da far emettere da un’entità europea per rimpiazzare le aste dei titoli di Stato nazionali e garantire i diversi debiti pubblici nazionali fino al 60% del loro PIL. I singoli Stati rifinanzierebbero, in ogni caso, con emissioni di titoli di Stato puramente nazionali (definiti come “red bonds”), il proprio debito pubblico per la quota che oltrepassa il 60% del PIL. In questo modo, si invertirebbero i privilegi di debito previsti dal redemption fund: il debito subordinato, suscettibile di pagare maggiori rendimenti, sarebbe quello eccedente il 60% del PIL, creando in questo modo un incentivo, per gli Stati membri, a ridurre rapidamente l'extra debito (e così venendo incontro anche ai fautori del rigore). Tale soluzione potrebbe essere abbinata all'elevazione dell'asticella dell'extra-debito dal 60% del PIL al 100% del PIL, poiché è di tutta evidenza che il debito pubblico diviene pericoloso, anche in termini di psicologia degli investitori, soltanto quando supera la capacità di creazione di ricchezza necessaria a ripagarlo.
Quanto alla proposta di regolamentazione dei mercati finanziari di Steinbrück, fondamentalmente esistono due filosofie per attuarla. Una filosofia è basata sulla stabilizzazione dei rischi, e prevede strumenti di rafforzamento del capitale di vigilanza anche tramite la creazione di riserve patrimoniali bancarie più consistenti nelle fasi di crescita economica, di monitoraggio ed allarme dell'insorgere di rischi sistemici, di separazione delle attività commerciali e di negoziazione finanziarie  delle banche (con sistemi come il Glass-Steagall oppure con il divieto di utilizzare i depositi della clientela per finanziare attività speculative nell'interesse dei soci e dei dirigenti della banca, come prevede il "Volcker Rule"), di proibizione di alcune attività (ad esempio, il divieto per le vendite allo scoperto "nude", la proibizione delle attività para-creditizie effettuate da soggetti non bancari, ecc.).
Un'altra filosofia è più, per così dire, "populista", nell'accezione positiva del termine: punta il dito sulla necessità di implementare strumenti di protezione del piccolo risparmiatore che investe sui mercati, sull'esigenza di ridurre i bonus ai dirigenti di banche e società finanziarie basati sull'andamento dei titoli intermediati, sull'introduzione di imposte, come la Tobin Tax, sulle transazioni finanziarie a scopo speculativo.
Sembra che la proposta di Steinbrück stia prendendo entrambe le strade, prevedendo un fondo per i fallimenti bancari alimentato dalle banche stesse, una riproposizione del Glass-Steagall Act, ma anche restrizioni per i bonus degli amministratori delle banche. Con il rischio di creare una riforma troppo grande, troppo ampia ed ambiziosa, la cui attuazione sarebbe quindi difficile e lenta, e che potrebbe non essere realizzata nell'arco della legislatura, rischiando di essere cancellata da un successore di diverso colore politico, un pò come rischia di finire il Dodd-Frank Act di Obama (ovviamente sempre nel caso in cui la Spd vinca le elezioni, caso piuttosto difficile). 
Una cosa però è sicura: una regolamentazione dei mercati finanziari che non coinvolga anche piazze finanziarie strategiche come la Svizzera, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, il Giappone, rischia di tradursi in un fallimento: l'asimmetria regolamentare fra le varie piazze finanziarie non farebbe altro che trasferire flussi di investimento dalla piazza più regolamentata a quelle più deregolamentate. Da questo punto di vista, è preferibile una piccola riforma, con obiettivi limitati ma ben prioritarizzati, che possa essere "digerita" da tutti, piuttosto che una riforma troppo ampia ed ambiziosa, che sarebbe rigettata dalle controparti esterne all'area-euro. Sembra invece, purtroppo, almeno dalle prime esternazioni, che i propositi di Steinbrück siano a favore di una riforma omni-comprensiva, che vada dai bonus ai manager delle banche fino alla separazione fra bache commerciali e di investimento, passando per l'abolizione del segreto bancario in Svizzera. Una simile impostazione, se confermata, sarebbe il modo migliore per fallire e quindi favorire i mercati finanziari.
Rimane in sostanza una impressione generale di preoccupazione per le prime mosse del neo candidato dell'Spd. Dichiarare che non farà mai alcuna alleanza con la Merkel, come ha fatto Steinbrück ieri, rimane un proposito meramente elettoralistico, se non c'è un cambiamento sostanziale, e non solo apparente, di politiche. E rimane il rammarico per il non vedere una alleanza Spd-Grünen-Linke che, stando ai sondaggi, raggiungerebbe circa il 48-49%, e sarebbe quindi ad un soffio dalla maggioranza assoluta. Certo è colpa anche della Linke, troppo divisa al suo interno e spesso aprioristicamente ostile all'Spd (che in fondo non è mica come il PD nostrano, poiché la sua ala destra non esprime mica posizioni socialmente conservatrici, economicamente puramente liberistiche, come invece fanno le componenti centriste del PD). Però l'Spd dovrebbe interrogarsi su una certa mancanza di coraggio interno: con tutto il rispetto per le sue esigenze familiari, il momento per candidarsi, per Gabriel, era adesso. L'atteggiamento tatticistico di risparmiarsi una candidatura quasi sicuramente destinata alla sconfitta può servire alla carriera di Gabriel, così come l'aver favorito un candidato teoricamente ben disposto a fare grandi coalizioni  come Steinbrück, può servire ai fini di potere del vertice dell'Spd, a priori convinto di non poter vincere e governare senza il centro destra (e quindi caratterizzato da un pò di disfattismo, a dire il vero). Ma non serve a noi.
Quello che personalmente auspico di sentir dire a Steinbrück ai cittadini tedeschi, è che la Germania stessa non può mantenere il suo benessere nel medio periodo se l'arco mediterraneo della Ue non si salva. E non soltanto per fattori meramente economici (l'estinzione di mercati di esportazione fondamentali per la stessa Germania, il crollo finale dell'intero sistema creditizio europeo, che coinvolgerebbe anche le banche tedesche, facendo tracollare anche l'industria, stanti i peculiari legami banca/industria tipici dell'economia germanica, l'eventualità di dover competere con economie in grado, dopo la recessione da fuoriuscita dall'euro, di fare svalutazioni competitive del loro export verso i mercati tedeschi, senza oltretutto dover nemmeno pagare i costi di trasporto verso i mercati tedeschi che pagano altre economie emergenti). Ma anche per motivi molto più semplici: l'Europa centro settentrionale diverrebbe una sorta di fortino assediato da decine di milioni di poveri che premerebbero alle sue frontiere per emigrare. Senza la barriera naturale del Mediterraneo che oggi frena in qualche modo l'accesso dei poveri dell'Africa, e senza Paesi-cuscinetto (come la stessa Italia) sufficientemente ricchi da trattenere una parte dell'immigrazione, senza farla arrivare alle frontiere tedesche. 
Da questo punto di vista, sarebbe bene che la sinistra dei Paesi mediterranei cercasse di fare rete, per influenzare in forma coordinata, all'interno dei partiti del Parlamento Europeo cui aderiscono le singole realtà nazionali, e un manifesto della “sinistra mediterranea”, la linea di politica europea di di Steinbrück (e quella di Hollande, che convergerà sicuramente con quella del leader tedesco) in modo da darne un taglio più orientato verso forme di risoluzione della crisi del debito sovrano più efficaci, che superino i piccoli egoismi nazionali, in nome di una effettiva gestione maggiormente collettiva dei debiti sovrani, e di una drastica revisione dei trattati europei che stanno aggravando la crisi stessa, anziché risolverla. 

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