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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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domenica 21 ottobre 2012

PER NON DIMENTICARE: I MARTIRI DI “BANDIERA ROSSA” di Stefano Santarelli




PER NON DIMENTICARE:
I MARTIRI DI “BANDIERA ROSSA”
di Stefano Santarelli


Passeggiando nello storico quartiere romano di San Lorenzo e per la precisione nella celebre, politicamente parlando, via dei Volsci verso l’incrocio con via degli Equi il viandante non distratto potrà osservare una lapide dedicata ad Orfeo Mucci morto recentemente e che in modo sintetico ci ricorda che fu il comandante della formazione partigiana “Bandiera Rossa”.
A molti compagni questa formazione partigiana dirà poco o nulla, infatti il nome di questa organizzazione non viene mai menzionata nei discorsi ufficiali dedicati alla resistenza e questo nonostante libri ed articoli (in verità relativamente pochi) dedicati a questa organizzazione.
Il più celebre di tutti è il saggio di Silverio Corvisieri “Bandiera Rossa nella Resistenza romana”. Mi sembra quindi necessario e doveroso in un sito intitolato immeritatamente con il nome prestigioso e glorioso di “Bandiera Rossa” dedicare queste poche righe alla memoria degli eroici compagni romani che furono tra i più importanti protagonisti della Resistenza  contro i nazisti ed i fascisti nella città eterna.
In realtà il nome di “Bandiera Rossa” è quello del giornale del Movimento Comunista d’Italia una formazione di sinistra in pieno dissenso con lo stalinismo di cui il Partito Comunista Italiano era la sua emanazione e che è stata protagonista della Resistenza romana oltre che laziale. Come ci ricorda Corvisieri è stata la formazione partigiana più attiva a Roma e che ha pagato pesantemente i nove mesi dell’occupazione nazista con 186 caduti vale a dire il triplo di quelli subiti dal PCI, cinque volte quelli del Partito d’Azione e 137 arrestati e deportati.
I combattenti riconosciuti da Bandiera Rossa furono 1.183 cinque in più di quelli del PCI e 481 più del Partito socialista. Il contributo di sangue che Bandiera Rossa ha offerto nella Resistenza romana è pari al 34% del totale per quanto riguarda i morti.
Questa formazione partigiana è stata in prima fila nell’eroica battaglia di Porta S.Paolo (8-10 settembre 1943) e sui 335 martiri delle Fosse Ardeatine ben 52 erano membri di Bandiera Rossa.
Nonostante che i nomi dei martiri di questa formazione figurano su molte lapidi delle strade romane la storia di questa formazione politica che ha svolto un ruolo così importante nella resistenza romana è caduta molto presto in preda all’oblio nonostante libri e studi come quello di Corvisieri. Ciò è facilmente spiegabile perché si tratta di una storia scomoda e non del tutto confacente all’iconografia ufficiale della Resistenza, proprio perché si tratta di una formazione che certamente fu la più combattiva nella difesa romana contro l’invasore nazista, ma che aveva anche la caratteristica di essere quella più proletaria presente attivamente nelle borgate più popolari della città (San Lorenzo, Centocelle, Tor Pignattara, ecc.).
Erano allora queste borgate veri e propri ghetti dove il fascismo aveva messo, in condizioni assolutamente incivili, tutti i vecchi abitanti del centro cittadino sventrato con lo scopo di ricreare il mito defunto della Roma imperiale distruggendo tra l’altro la celebre Piazza Montanara, uno degli ambienti popolari più famosi della capitale. Lo sventramento principale ricordiamo fu quello che fece nascere la Via dell’Impero, l’attuale via dei Fori imperiali.
I vecchi abitanti, quasi 4.000 persone si ritrovarono in queste borgate insieme agli immigrati provenienti dalle campagne laziali e dal Meridione arrivati per costruire la “Nuova Roma”. Queste borgate costruite in condizioni igieniche ben peggiori di quelle dei quartieri rasi al suolo erano nettamente separate dalla città da alcuni chilometri di campagna abbandonata.
Ed è proprio in queste borgate veramente proletarie con un’alta percentuale di operai (circa il 60%) che Bandiera Rossa troverà i suoi migliori militanti e combattenti ed il Governo Badoglio temeva che  le masse che abitavano in questi luoghi potessero travolgere la Monarchia aprendo quindi una crisi prerivoluzionaria con sviluppi fatalmente imprevisti.

Il gruppo Scintilla che diede origine al MCdI  era nato nel 1935 (il suo nome era un chiaro riferimento all’Iskra di Lenin) ed i suoi rappresentanti più significativi erano l’avvocato Raffaele De Luca che era stato il sindaco socialista di Paola, Francesco Cretara proveniente dai Cristiani-Sociali e che negli anni ’50 aderirà alla IV Internazionale ed il leggendario Orfeo Mucci figlio di un anarchico del quartiere di San Lorenzo e che terminerà la sua carriera politica come collaboratore di Radio Onda Rossa.
Ed è partendo dal nucleo di Scintilla che nella seconda metà dell’agosto del 1943 viene fondato il MCdI unificando altri nuclei di comunisti e socialisti, tra cui ricordiamo Matteo Matteotti, e ben presto questo movimento disporrà di una forza superiore a quelle di tutte le formazioni partigiane romane compreso lo stesso PCI con forti cellule tra i postelelegrafonici, TETI cioè l’azienda telefonica, Vigili del fuoco, Ferrovieri, Anagrafe, EIAR (la Rai del tempo) e una rete informativa guidata da due ufficiali della Guardia della Finanza (il capitano Gialma Previtera e il maggiore Giacomo Tranfo)  che svolgeranno un importante lavoro di sabotaggio nei confronti delle truppe naziste. Disponendo anche di infiltrati nella Polizia e nello stesso Partito Fascista.
Ma è nelle borgate romane che Bandiera Rossa raccoglierà i massimi consensi riuscendo a capitalizzare il profondo odio di classe degli abitanti nei confronti del fascismo.

Bisogna a questo punto notare che il PCI alla vigilia dell’8 settembre del ’43 era costituito da vari raggruppamenti che possiamo sintetizzare in questa maniera:
1) i comunisti che si trovavano in carcere o al confino (ed erano un migliaio dei migliori quadri di cui disponeva il PCI);
2) i comunisti che si trovavano all’estero (Francia, URSS, USA) tra cui Togliatti vice presidente dell’Internazionale Comunista;
3) altri gruppi che si trovavano in Italia diretti da vecchi compagni che il partito aveva “sganciato” o perché troppo conosciuti dalla polizia o perché non conformi alla linea della direzione e quindi sospettati di bordighismo/trotskismo;
4) giovani intellettuali che dall’antifascismo erano passati al marxismo ed operai e contadini che mantenevano un legame con l’ideale socialista e comunista di cui molti di questi aderiranno a Bandiera Rossa.

Bandiera Rossa non si fece trovare impreparata al vergognoso tradimento di Badoglio e di Vittorio Emanuele III dell’8 settembre e anzi riesce a moltiplicare la sua forza militante e la sua importante influenza nelle borgate.
Alcuni dati possono meglio di altri evidenziare la notevole influenza di questa organizzazione durante la Resistenza romana. Nel novembre ’43 il PCI a Roma contava 1.700-1.800 iscritti di cui l’85% aveva aderito al partito dopo il 25 luglio. In questo periodo di tempo Bandiera Rossa disponeva di una consistenza superiore ai 2.000 iscritti.
E questo lo si può desumere anche dalla tiratura di “Bandiera rossa” che era superiore a quella dell’Unità. Infatti il giornale del MCdI uscì regolarmente nei suoi primi tre mesi di vita (sette numeri l’ultimo dei quali pubblicato il 27 dicembre), per riapparire soltanto altre quattro volte prima della liberazione. Da notare che uno di questi numeri ebbe addirittura una tiratura di ben 12.000 copie e dobbiamo sempre considerare che la pubblicazione e la diffusione di questi giornali avveniva in piena clandestinità.

L’Unità aveva invece una tiratura di circa 8.000 copie mentre gli altri fogli clandestini andavano dalle 1.000 e 2.000 copie.
Per cui si può tranquillamente affermare che il comunismo romano durante l’occupazione nazista  era diviso in due tronconi pressoché equivalenti dal punto di vista numerico. E queste due formazioni comuniste erano la maggioranza assoluta di tutte le forze impegnate nella Resistenza romana.

Le operazioni militari, gli atti di sabotaggio e le iniziative politiche di Bandiera Rossa durante l’occupazione nazista sono talmente tante che non possono essere sintetizzate in questo articolo.
Costituiscono atti eroici di cui tutta la sinistra non può che essere orgogliosa e riconoscente.
Ne citiamo soltanto uno che sembra tratto da un film di Quentin Tarantino: il 30 novembre un pugno di partigiani dotati di grande coraggio e determinazione guidati da Vincenzo Guarniera, ex maresciallo dell’aereonautica, libera undici suoi uomini che il Tribunale di Guerra nazista aveva arrestato e condannato a morte tramite fucilazione a Forte Bravetta.
Il plotone di esecuzione era composto dalla milizia fascista, ma al posto di questo plotone si presentano armati e con la divisa fascista Guarniera con altri dieci partigiani di Bandiera Rossa. Quando all’alba sbuca il camion con i prigionieri, Guarniera con i suoi partigiani si avvicina ai tedeschi e freddamente e rapidamente li uccidono per poi scappare tutti quanti insieme sul camion.
Guarniera riceverà per questa azione la Medaglia d’oro.
Ma queste azioni vengono duramente contrastate dalla Gestapo e dalla polizia fascista e questo anche grazie all’opera di infiltrati. Ricordiamo che gli aderenti a Bandiera Rossa erano regolarmente tesserati il che dimostra una ingenuità notevole da parte di una organizzazione clandestina. Infatti a Vignanello (Viterbo) un militante di Bandiera Rossa, Filippo Fochetti, venne inpiccato perché trovato in possesso proprio di una tessera del MCdI.
Nel famigerato carcere delle SS di Via Tasso i partigiani catturati vengono violentemente torturati prima di essere fucilati a Forte Bravetta e anche Bandiera Rossa, come gli altri gruppi antifascisti, ne paga un prezzo estremamente pesante. Ma l’organizzazione di Bandiera Rossa riesce comunque a continuare la sua missione e non passa praticamente giorno senza che i nazifascisti non subissero un attentato, piccolo o grande che fosse.
Ovviamente tutta questa coraggiosa attività costò a Bandiera Rossa nuove ondate d’arresti che colpirono i quadri dirigenti del movimento. E proprio per aiutare le famiglie degli arrestati e dei caduti che questa formazione fa nascere l’organizzazione del Soccorso Rosso. I pochi soldi possibili che si potevano raggranellare, i viveri, gli abiti ed altro ancora sono cura di questi compagni.
Oltretutto a Roma le condizioni di vita erano divenute estremamente difficili. I bombardamenti uccidono almeno 5.300 persone e la carenza di cibo era gravissima tanto da fare dire che Roma “fu assediata non soltanto dai tedeschi e dai fascisti, ma dalla fame”.



Il 23 marzo il Gruppo di Azione Patriottica fa esplodere a via Rasella un carretto pieno di dinamite al passaggio di un battaglione di SS causando la morte di 42 soldati nazisti e non è un caso che tra i 6 civili italiani vengono uccisi dall'immediata rappresaglia tedesca anche due militanti di Bandiera Rossa (Antonio Chiaretti ed Enrico Pascucci).
La repressione nazista è feroce: dalle carceri di Regina Coeli, Via Tasso e la Pensione Jaccarino vengono prelevati 335 prigionieri e massacrati il giorno dopo alle Fosse Ardeatine e anche Bandiera Rossa paga un pesante contributo di sangue.
Ma tutto questo non ferma l’attività di questa formazione che riprende la sua incessante opera di sabotaggio ed attentati. E dobbiamo ricordare tra l’altro che proprio la cellula dei Vigili del fuoco di Bandiera Rossa sarà la prima a fotografare e quindi a denunciare il massacro delle Fosse Ardeatine.
Ma alla durezza della repressione nazista si abbina un aggravamento dei rapporti con il PCI. L’Unità del 15 marzo attacca violentemente il MCdI condannando l’attività di “sparuti gruppetti cosiddetti di ‘sinistra’ la cui irresponsabilità politica che si sfoga nell’assumere gli atteggiamenti estremistici più astratti e inconcludenti” andava incontro “alla propaganda hitleriana” finendo “con l’assumere una funzione obiettivamente provocatrice”. E questo proprio nel momento più duro coincidente con la strage delle Fosse Ardeatine.
Il vergognoso attacco dell’Unità, (inutile ricordare che stiamo in un contesto di completa clandestinità), continua con il numero del 6 aprile: “… eppure c’è ancora qualche sciocco che si presta a questo gioco infame se, come pare, un cosiddetto Comitato Militare Unificato dei Comunisti (una delle formazioni di Bandiera Rossa) prolifico autore di manifestini in una lingua che sembra preso a prestito dal dr. Goebbels, non è costituito da agenti al servizio dei prussiani, ma da un gruppo di irresponsabili che abusando del simbolo della bandiera rossa, persistono con ostinazione nel gioco che ogni giorno di più si svela come una vera e propria manovra provocatoria ai danni della classe operaia e del comunismo”.
E quest’aggravamento dei rapporti tra le due formazioni comuniste presenti a Roma, ma anche con la sinistra socialista, peggiorano con l’arrivo di Togliatti e la svolta di Salerno.
Nel numero dell’11 maggio “Bandiera Rossa” di fronte al nuovo governo si esprime in maniera netta: “la politica di guerra dei lavoratori deve essere: trasformare la guerra contro il nazismo in guerra contro tutto il capitalismo. La parola d’ordine è: fino a che vi sarà nel mondo anche un solo paese borghese, non vi sarà né pane sufficiente, né pace duratura, né libertà per nessuno.”
Negli ultimi due mesi dell’occupazione nazista aumentano quindi le difficoltà politiche ed organizzative di Bandiera Rossa: i suoi migliori quadri erano stati duramente colpiti durante le rappresaglie tedesche mentre come si è visto i rapporti politici con il PCI erano nettamente peggiorati. Tale quadro viene così sintetizzato in un bollettino interno del 30 aprile: “Con le fucilazioni, gli arresti e le deportazioni, le file dei nostri compagni migliori si sono assottigliate; il timore e lo sconforto si insinuano fra le nostre file. Aggiungetevi la mancanza del giornale, unico sostegno dei deboli, e potrete misurare quanto sia necessario piuttosto approfittare di ogni occasione per consolidare la fede, ammonire e indirizzare gli sperduti sulla giusta via. I comunisti di oggi o hanno rinnegato il passato per abbandonarsi alla comoda democrazia progressiva o non lo conoscono e non lo apprezzano tanto da sentirne la potenza energetica”.
E’ un quadro certamente realistico che però non induce questi compagni a restare fermi anzi tutt’altro. E già il 2 aprile Bandiera Rossa celebra coraggiosamente per la prima volta, con un gruppo armato composto da nove uomini e due donne, i martiri delle Fosse Ardeatine nel luogo del massacro mettendo fiori rossi ed un cartello commemorativo. Un gesto che viene ripetuto il primo maggio da un altro gruppo guidato da Orfeo Mucci ed il 5 maggio al terzo tentativo un altro gruppo di Bandiera Rossa nel compiere questo omaggio è costretto a difendersi in un violento conflitto a fuoco contro i nazisti.
I nazisti, insieme alla polizia fascista, decidono di fronte ai sabotaggi e a questi gesti dimostrativi che erano continuati nonostante il massacro delle Fosse Ardeatine di dare un duro colpo alla resistenza romana. E nella borgata del Quadraro il 17 aprile effettuano una violenta rappresaglia: più di 2.000 uomini tra nazisti e repubblichini bloccano le vie d’accesso al Quadraro e casa per casa avviene una violenta retata che colpisce ben 740 uomini appartenenti a Bandiera Rossa, al PCI e ad altre formazioni politiche.
Il clima di ostilità della popolazione romana nei confronti dei nazisti aumenta e ciò aiuta Bandiera rossa a continuare nelle sue azioni di sabotaggio per tutto il mese di maggio. Da ricordare tra le sue tante operazioni che Bandiera Rossa riesce a scoprire e ad informare gli americani dell’esistenza di un aereoporto tedesco con 250 aerei, nei pressi di Viterbo, che verrà bombardato il giorno dopo (17 maggio).

Il 4 giugno Roma viene finalmente liberata dagli americani restando quindi l’unica città, da Napoli in su, a non liberarsi con una sollevazione popolare e questo grazie all’ostilità vaticana e degli alleati.
La liberazione procura una giusta euforia. Vengono finalmente liberati da Regina Coeli i militanti politici che erano ancora rinchiusi tra cui due dei fondatori di Bandiera Rossa l’anziano avvocato Raffaele De Luca e Antonino Poce.
Il MCdI si era fatto promotore durante l’occupazione di Roma della costruzione di un raggruppamento militare chiamato l’Armata Rossa e che raggruppava centinaia di combattenti molti dei quali iscritti al PCI. Immediatamente dopo la liberazione Bandiera Rossa insieme alla Brigata Matteotti del Partito socialista e alla Pilo Albertelli del Partito d’Azione lancia una campagna di reclutamento che in una sola settimana ottiene uno straordinario successo  con 40/50.000 giovani che si iscrivono.
Il comando alleato è giustamente preoccupato di questa iniziativa come lo stesso PCI che vuole un esercito regolare e non brigate partigiane indipendenti.
Antonino Poce che dopo la sua liberazione era divenuto il vicequestore di Roma viene di nuovo arrestato restando in carcere per due mesi mentre il PCI lo calunniava con l'accusa di avere ceduto alla polizia fascista.
Il 4 luglio l’Armata Rossa si scioglie e l’Unità benedice questa sconfitta del MCdI:
“… Il desiderio di unificazione delle forze proletarie antifasciste ha portato questi compagni ad un errata collaborazione col movimento di Bandiera Rossa, il quale è notoriamente un movimento che ha non pochi elementi irresponsabili nei suoi ranghi, ha messo alla base della sua attività la denigrazione del nostro partito e del CLN nella vana speranza di riuscire a disgregare le fila della classe operaia e il fronte comune delle forze nazionali realizzate nei CLN. Ma quel che doveva accadere è accaduto. A contatto con Bandiera Rossa, i nostri compagni si sono resi conto del carattere disgregatore di questo movimento ed hanno deciso di rompere definitivamente con esso, sciogliendo l’Armata Rossa”.

Il MCdI si trova a questo punto ad un bivio: trasformarsi in un partito o aderire al PCI o al PSIUP (la denominazione che aveva il PSI in quel tempo). E per complicare le cose il giornale “Bandiera Rossa” dopo la liberazione viene colpita da un provvedimento di censura per quasi un anno. Umorismo della vita: pubblicato durante l’occupazione nazista e vietato dopo la liberazione.
E’ una situazione veramente difficile quella in cui si viene a trovare Bandiera Rossa. Il PCI sull’onda della liberazione dai 17/18.000 iscritti nel dicembre del ’44 tessera ben 39.000 comunisti mentre come abbiamo visto Bandiera Rossa vive una profonda crisi organizzativa.
La lotta contro l’invasore nazista ha procurata la perdita di quadri importantissimi che non sono facilmente sostituibili, infatti il grosso del movimento manca di esperienza politica e così molti dei loro militanti vengono fagocitati dal PCI il quale ovviamente dispone non solo del grande prestigio dell'URSS stalinista, ma anche di enormi mezzi economici e materiali mentre alcuni dirigenti del movimento entrano nel PSI.
Bandiera Rossa riprende a pubblicare il suo giornale nel febbraio del ’45 senza autorizzazione arrivando a contare 6.000 iscritti di cui 1.000 nella sola sezione di Tor Pignattara. Un nucleo di Bandiera Rossa che pubblica il giornale Il militante aderisce formalmente alla IV Internazionale anche se bisogna ricordare che allora la maggior parte dei pochi trotskisti militavano dentro il Partito Socialista.
Il declino di questa organizzazione è comunque ormai inevitabile e l’avventura di Bandiera Rossa terminerà formalmente nel 1949 nonostante che si fosse estesa anche in 13 regioni italiane.
Il PCI rifiuta a molti dei loro dirigenti la tessera: il vecchio De Luca ormai settantenne, scampato alla fucilazione dopo una lunga carcerazione a Regina Coeli, chiede l’iscrizione al Partito. La Federazione Romana la accetta, ma la Direzione la respinge nettamente.
Profondamente amareggiato in una lettera al suo vecchio compagno Volpini confessa:
“… Oggi con rinnovata esperienza, sospingendomi nostalgicamente verso la fonte battesimale della mia vita politica, quando alla scuola libertaria di Bakunin si formavano apostoli come Carlo Cafiero, grandi anime ideali come Pietro Gori,lottatori come Amilcare Cipriani e Enrico Malatesta, martiri come Michele Angiolillo e Sante Caserio, concludo che i partiti politici e lo stato come potere politico, malversano le grandi idee e soffocano la vera democrazia che è figlia naturale della libertà…”.

Si conclude così tristemente la storia di Bandiera Rossa, un movimento certamente eterogeneo che è riuscito a mettere insieme intellettuali come Guido Piovene ed un bandito come Giuseppe Albani più noto come il gobbo del Quarticciolo, ma che più di ogni altro ha espresso la vera anima popolare di Roma.

Il nome glorioso di Bandiera Rossa verrà poi ripreso come titolo del giornale della sezione italiana della IV Internazionale e sarà poi anche il nome della corrente trotskista diretta da Livio Maitan dentro Rifondazione Comunista la quale ha preso prima il nome di Sinistra critica per poi trasformarsi in Sinistra Anticapitalista.

Rimane la nostra eterna gratitudine per questa organizzazione, per la sua eroica lotta e per i suoi martiri come: Giuseppe Cinelli, Nicola Stame, Tigrino Sabatini, Eusebio Troiani, Romolo Jacopini, Ezio Malatesta, Giulio Roncacci e purtroppo molti altri ancora, i quali non sono soltanto, e non resteranno mai per noi, dei nomi scritti su delle lapidi ormai annerite dal tempo.



Bibliografia:

S.CORVISIERI – Bandiera rossa nella resistenza romana – ODRADEK edizioni -2005



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