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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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venerdì 3 giugno 2011

Movimiento de Liberaciòn Nacional – tupamaros. La figura di Raùl Sendic, di Riccardo Achilli



di Riccardo Achilli

Il MLN (Movimimento de Liberaciòn Nacional, meglio conosciuto come Movimiento Tupamaro) è un movimento di guerriglia, che alla fine della dittatura militare uruguagia, avvenuto nel 1984, si è democratizzato, travasandosi nell'attuale MPP (Movimiento de Participaciòn Popular) passando ad una partecipazione attiva alle istituzioni della Repubblica. In effetti, l'attuale MPP appartiene (peraltro in qualità di partito con il più alto numero di voti) all'attuale centro-sinistra di governo di quel Paese, il cosiddetto “Frente Amplio”, un vero e proprio esempio di fronte popolare, nel quale, accanto a partiti che si proclamano comunisti, vi sono versioni più o meno radicali della socialdemocrazia, nonché partiti che rappresentano spezzoni della “borghesia progressista”. Senza farsi mancare la partecipazione del locale partito democristiano.
In questo breve saggio, cercherò di delineare la storia dei tupamaros alla luce della storia dell'Uruguay di quegli anni e della figura del suo leader più prestigioso, ovvero Raùl Sendic. Con ciò forse saranno più chiare le ragioni della sua attuale involuzione (basti pensare che l'attuale Presidente della Repubblica, José “Pepe” Mujica, un ex guerrigliero tupamaro, incarcerato per un periodo di 13 anni dalla dittatura militare, oggi tentenna incomprensibilmente di fronte alla proposta di abolire la vergognosa ley de caducidad, che concede l'impunità a molti torturatori del regime militare). Ma occorre prima di tutto ricordare il contesto storico.

Il contesto storico

A partire dal 1955, l'Uruguay, che sino ad allora era il Paese più ricco, e con la più equilibrata distribuzione del reddito, dell'America Latina, entrò nella spirale di una lunghissima crisi economica che ne minò profondamente gli assetti sociali e di conseguenza quelli politici. Quella che un tempo era la “Svizzera dell'America Latina” vide venire al pettine i nodi di uno sviluppo squilibrato e basato su fattori di fragilità. La fine del periodo di grandi esportazioni di carne, pelli, lana e cereali verso l'Europa disastrata dal secondo conflitto mondiale si dileguò man mano che la produttività agricola dei Paesi europei si rafforzava, e trovò la porta definitivamente sbarrata con l'avvio della CEE e della politica agricola comune, che si tradusse in un forte incremento del protezionismo nei confronti dei produttori extra europei, subito imitato dagli Stati Uniti.
L'Uruguay si trovò a vivere il dramma di una monocoltura economica, e le fragilità che ne avevano sostenuto uno sviluppo basato su una dipendenza pressoché totale dagli investimenti esterni per il funzionamento dei servizi essenziali, da una mancanza di autosufficienza energetica, dall'insufficiente sviluppo di una industria nazionale diversificata, da una burocrazia parassitaria e corrotta, alimentata da metodi clientelari, da un mercato interno troppo piccolo. La svalutazione selvaggia del peso indotta dal deficit di bilancia dei pagamenti importò una super inflazione, che gettò nella miseria i titolari di reddito fisso, ovvero operai e ceti medi. I piccoli proprietari agricoli si ritrovarono spesso sul lastrico per via della compressione delle esportazioni, vendettero le loro terre e si trasferirono a Montevideo, andando ad ingrossare un sottoproletariato urbano che aveva sempre più le caratteristiche tipiche delle grandi metropoli del terzo mondo.
L'impoverimento delle classi lavoratrici spezzò il compromesso storico di stampo batllista (dal nome del Presidente Batlle y Ordoñez che costruì tale sistema) che, da quarant'anni, sorreggeva il Paese. Tale compromesso si reggeva sulla concessione, da parte della borghesia dominante, di un welfare pubblico estremamente generoso ed inclusivo (che venne addirittura studiato da Keynes per elaborare le sue proposte). In cambio di tale esteso welfare, e di un tenore di vita, per le classi lavoratrici, senz'altro superiore rispetto a qualsiasi altro Paese sudamericano, il proletariato uruguagio veniva di fatto escluso dall'agone della lotta politico-sindacale. Sosteneva infatti Batlle (erroneamente) che “in Uruguay non ci sarà mai lotta di classe, perché il sistema politico, quando sorge un conflitto, corre a mediarlo”. La vita politica del Paese era infatti dominata dai due partiti borghesi, ovvero il partido nacional (blancos), di ispirazione nazionalista e liberale, ed il partido colorado, orientato verso un moderato riformismo. Di fatto, i due partiti dominanti rappresentavano le 600 principali famiglie della borghesia nazionale detentrici dell'intera economia del Paese, che gestivano la politica del Paese in una ottica nepotistica, paternalista e clientelare. La sinistra politica era principalmente extraparlamentare, e debole, ed il movimento sindacale frazionato in una miriade di sigle, spesso rappresentative di un solo settore o autonome, molto spesso con un numero molto esiguo di iscritti. La natura consociativa del sistema era poi rafforzata da una presidenza della repubblica di tipo collegiale, che garantiva ad entrambi i principali partiti, quali che fossero gli esiti elettorali, una rappresentanza ai vertici del Governo.
Quando la crisi si acuì, e divenne chiaro che il vecchio compromesso storico, con i suoi protagonisti e le sue forme istituzionali, non era più in grado di far uscire il Paese dal tunnel, la sinistra politica e sindacale si riorganizzò ed avanzò la pretesa di far sentire la sua voce. Sul versante sindacale, inizia un processo di riavvicinamento e coordinamento fra tutte le sigle sindacali del Paese, che sfocia, nel 1964, nel primo vero sindacato unitario del Paese, la CNT. Nel frattempo, si moltiplicano le iniziative di lotta, che testimoniano dell'esistenza dell “otro Uruguay”, quello che si immiserisce. Particolarmente intense sono le iniziative dei lavoratori del settore dello zucchero (i cañeros), da cui scaturisce la figura politica di Sendic, e del settore dei frigorificos (gli stabilimenti di refrigerazione della carne destinata all'esportazione) che arrivano a forme molto esplicite (sciopero della fame del 1956) o ad eventi di grande partecipazione (marcia a piedi da Fray Bentos a Montevideo nel medesimo anno), fino allo sciopero generale, il primo della storia di quel Paese, verificatosi nel 1965. Anche in sede politica, la sinistra radicale si riorganizza. Il partito comunista inizia a raccogliere fuoriusciti da micro formazioni della sinistra radicale e dai partiti tradizionali, per formare il FIDEL (Frente Izquierda de Liberaciòn), che si presenterà alle elezioni del 1962.
In questo contesto, la borghesia nazionale, minacciata dalla marea montante della sinistra politico-sindacale, poteva cercare di contrastarla o con aperture socialdemocratiche e di rappresentanza politica, o con un irrigidimento autoritario. Come spesso accade quando i rimedi socialdemocratici tradizionali falliscono e la borghesia si sente direttamente minacciata, si scelse la seconda strada. La svolta autoritaria si manifestò già dal 1958, con la vittoria elettorale dei blancos, che conquistarono la maggioranza del collegio presidenziale e del parlamento, dopo 93 anni di dominio dei colorados. I blancos arrivarono al potere con una alleanza reazionaria fra il settore herrerista (così chiamato dal suo dirigente, Luis Alberto de Herrera), propugnatore di ricette neoliberiste, suggerite dal FMI, e consistenti nel progressivo smantellamento dello Stato sociale pubblico, e nella liberalizzazione completa del tasso di cambio del peso, e il settore ruralista (rappresentato da Benito Nardone, soprannominato Chico-Tazo) che garantiva gli interessi dei piccoli e medi proprietari agricoli, tipicamente reazionari. Il risultato di tali politiche fu un tasso di inflazione che arrivò al 49%, ed una ulteriore fase di impoverimento di larghi strati della società.
La controffensiva borghese si sostanziò anche in una recrudescenza dell'autoristarismo politico. La vecchia Costituzione parlamentarista fu riformata nel 1966, con una svolta fortemente presidenzialista, che eliminò il collegio presidenziale in favore di un Presidente della Repubblica unipersonale, titolare esclusivo del potere esecutivo. Cosa molto importante, fu respinta la proposta del CNT e del FIDEL di togliere al Presidente i poteri di sicurezza immediata, in pratica il potere di sciogliere manifestazioni con la forza pubblica. La scelta di conferire al Presidente tali poteri aprirà al porta all'incremento dell'autoritarismo nel Paese, ed infine al colpo di stato militare del 1973.
In realtà, ed è un fatto costante lungo l'intera parabola di crescita del livello di repressione e violenza politica che culminerà nel regime militare, la preoccupazione costante della borghesia e dei vertici militari che la sostenevano fu sempre quella di nascondere, dietro a parvenze di legalità e di regolarità istituzionale, la crescente repressione. Pertanto, questa assunse, inizialmente, la veste di gruppi paramilitari di estrema destra, appoggiati dalla CIA e dai servizi segreti militari, per non coinvolgere in modo esplicito le istituzioni. Fu così che, nel 1961, in occasione della visita di Che Guevara, l'Escuadròn de la Muerte ed il MEDL uccisero il professore di storia Arbelio Ramirez. E' importante notare come le violenze del terrorismo di destra furono precedenti all'avvio delle operazioni militari dei tupamaros, che trovarono forma organica solo con la creazione ufficiale del gruppo, che secondo Fernandez Huidobro, uno dei suoi principali leaders, avvenne solo nel 1965. Ciò avvalora la tesi secondo cui, a differenza di quello che afferma la destra, le violenze nel Paese non furono iniziate dai tupamaros, ma dai movimenti paramilitari di destra, legati al potere. Mentre i primi non fecero altro che difendere il proletariato da tali attacchi.
Nel frattempo, il peggioramento del clima sociale del Paese, e la crescente riorganizzazione della sinistra, indussero un progressivo coinvolgimento politico dei militari, anche se sempre preoccupandosi, ipocritamente, di nascondersi dietro la facciata delle istituzioni democratiche. Così, nel 1966, per i colorados, fu eletto alla presidenza un generale dell'Aeronautica, Oscar Gestido, ma preoccupandosi di specificare che era in pensione. Gestido morì pochi mesi dopo, e il mandato fu portato avanti dal suo vice presidente, Antonio Pacheco Areco, un losco figuro che di fatto avviò la sovversione del sistema democratico, utilizzando più volte i poteri di sicurezza immediata per reprimere manifestazioni, censurando diversi giornali di sinistra, sciogliendo di autorità il partito socialista e quattro organizzazioni di estrema sinista, condannandole alla clandestinità, e, con il famigerato decreto 566 del 1971, autorizzando esplicitamente le Forze Armate a condurre operazioni antisovversive, ivi compresi arresti e perquisizioni domiciliari non autorizzate dal giudice, istituendo al contempo il coprifuoco sulle principali città del Paese. Nel frattempo, in ottemperanza alle direttive del FMI, promulga una legge di congelamento dei salari che, con una inflazione all'88%, provoca un ulteriore immiserimento dei lavoratori e dei pensionati.
Il terreno era pronto per il colpo di Stato militare. Il successivo Presidente, Juan Maria Bordaberry, eletto con forti sospetti di brogli, portò a conclusione ciò che i militari volevano: un colpo di Stato che fosse condotto non con la brutalità dei carri armati, ma con la parvenza della legalità. Fu infatti lui, ultimo Presidente democratico, a deliberare, per decreto del 1973, lo scioglimento del Parlamento e la sospensione della Costituzione del 1966, creando un Consiglio di Stato, che cumulava il potere legislativo, esecutivo e di controllo amministrativo, ed i cui membri, per somma ipocrisia, erano tutti civili (prevalentemente ex parlamentari blancos e colorados di destra), anche se la loro nomina era di fatto decisa dalle Forze Armate. Il culmine di questa enorme storia di ipocrisia fu il discorso con il quale Bordaberry giustificò il colpo di Stato davanti al Paese: “affermo oggi, di fronte a circostanze trascendenti per il Paese, la nostra profonda vocazione democratica, e la nostra adesione senza reticenze al sistema di organizzazione politico-sociale che presiede alla convivenza fra gli uruguagi. Questo implica respingere ogni ideologia di natura marxista che, approfittando della generosità della nostra demcorazia (sic...) si presenti come dottrina di salvezza e finisca per divenire un sistema oppressivo”.
Il dispositivo repressivo adottato, come si è visto, in modo progressivo e sempre più soffocante, portò allo smantellamento dell'operatività militare e politica dei tupamaros entro il 1975.

La figura di Raùl Sendic

In questo quadro storico va analizzata la figura di Raùl Sendic Antonaccio, soprannominato “Bebé”, il principale leader ed ideologo dei tupamaros. Nasce nel 1925 nel dipartimento rurale di Flores, quinto figlio di una famiglia di mezzadri molto poveri. Fino all'età di 6 anni, non uscirà mai dalla misera fattoria in cui era nato. Nel 1943 si trasferisce a Montevideo per studiare giurisprudenza, in condizioni di miseria. Non terminerà gli studi, anche se conseguirà l'abilitazione procuratore legale.
Con tale titolo, si trasferì nella città di Paysandù, dove avviò l'attività di difensore legale dei lavoratori dell'industria dello zucchero (e finì ripetute volte in carcere, ritrovandosi non di rado in gattabuia con i suoi stessi assistiti) maturando quindi una profonda conoscenza delle condizioni di grande sfruttamento di tali lavoratori. Divenne ben presto un idolo dei cañeros, nei turbolenti anni Cinquanta e Sessanta. Nel 1963, organizzò la marcia a piedi dei lavoratori dello zucchero verso Montevideo, sotto lo slogan “Por la tierra y con Sendic”. Ispiratore del sindacato dei cañeros, ruppe progressivamente con il partito socialista, nel quale era un dirigente del Comitato Centrale, per adottare posizioni sempre più radicali, partecipando ad azioni armate che furono l'anticamera della formazione dei tupamaros (famosa fu la battaglia che guidò, alla testa dei lavoratori portuali, contro l'Esercito, nel quartiere popolare El Cerro di Montevideo).
Negli anni Sessanta, la necessità crescente di difendersi dalla repressione del governo e dai gruppi di estrema destra, si traduce nella creazione spontanea, nei quartieri popolari, di “gruppi di autodifesa”. Iniziano a circolare le armi. Nel 1964, Sendic pubblica un articolo intitolato “Aspettando il guerrigliero”, che segna di fatto la sua uscita dal partito socialista.
Nel 1965, a Montevideo, insieme a Fernandez Huidobro, Zabalza, Mujica, Marenales, Rosadilla, Rosencof e altri fondò l'MLN-Tupamaros. Ne divenne il leader e l'ispiratore ideologico, tanto che non è possibile separare il suo pensiero politico da quello dei tupamaros in generale.
Nel 1970, viene catturato insieme a tutto il vertice dei tupamaros, ma nove mesi dopo fugge dal carcere di Punta Carretas insieme a 110 altri detenuti politici, in una delle più massicce evasioni carcerarie della storia. Nel 1972, viene nuovamente catturato, in un appartamento di Montevideo, dopo una lunghissima trattativa e una sparatoria, causata dal suo rifiuto di arrendersi. Da quel momento, e fino alla fine della dittatura militare nel 1984, rimane detenuto in condizioni sub umane, sottoposto a torture con la “picana” elettrica ed in totale isolamento.
Quando esce dal carcere, con il ritorno alla democrazia, è un uomo anziano, minato da una malattia neurologica degenerativa causata forse dalle torture subite, e con una mentalità completamente diversa da quella del Sendic degli anni Sessanta e Settanta. Elabora infatti un concetto completamente diverso, e per certi versi distorsivo della realtà storica, del MLN. Questo periodo coincide con il ripudio della violenza armata e la democratizzazione dell'MLN, e quindi il suo ingresso nell'agone politico democratico del Paese. La lettura che Sendic, nei suoi ultimi anni di vita, dà della vicenda tupamara fino al 1975, è funzionale a tale disegno. Il punto di partenza è che i tupamaros furono costretti a prendere le armi per difendere il proletariato del Paese dalla crescente repressione dei governi borghesi, perché ogni forma democratica di lotta era stata impedita. E questo coincide con la verità. Dopodiché, la tesi storicamente revisionista è che i tupamaros furono un movimento che cercò non una rivoluzione socialista, ma molto più semplicemente un programma di cambiamenti sociali, e che nel farlo cercò di limitare al massimo l'uso della violenza politica, al fine di rispettare al massimo le tradizioni democratiche e pacifiche del popolo uruguagio.
Quindi, di fatto, il programma socialdemocratico che l'MLN (e successivamente l'MPP) portarono avanti dalla fine della dittatura in poi, secondo tale lettura ex-post, sarebbe già insito nella natura fondativa dei tupamaros. Di fatto, la guerriglia urbana era stata soltanto una forzatura in un movimento socialista pacifico, costretta dalla repressione feroce operata dai governi borghesi. Con tale rilettura storica, nel 1985 Sendic dichiarò la fine della lotta armata, e nel 1989 i tupamaros entrarono ufficialmente nel Frente Amplio, con un programma basato sul ripudio del pagamento del debito estero, la riforma agraria, la nazionalizzazione del sistema bancario, la riforma della Costituzione. Nello stesso anno, a causa della sua malattia degenerativa, Sendic morì a Parigi.

L'elaborazione teorica dei tupamaros

In questo paragrafo, si ricostruirà la base teorica dei tupamaros, per dimostrare la falsità della lettura revisionista che Sendic diede del movimento, dal 1984, ovvero per confutare la tesi della cosiddetta “guerriglia in guanti bianchi”. Si dimostrerà quindi la natura profondamente rivoluzionaria dei tupamaros negli anni Sessanta e Settanta. Non è semplice ricostruire organicamente il pensiero dei tupamaros, movimento più spostato sul versante dell'azione che dell'elaborazione teorica. Chi lo vuole conoscere, deve coordinare fra loro i diversi comunicati emanati lungo la vita di tale movimento, il più importante dei quali è il primo, del 1967. In tale comunicato si esprimono i seguenti concetti:
- la lotta di liberazione nazionale non può essere disgiunta da quella dell'intero continente, perché le radici dell'oppressione dell'Uruguay sono da rintracciarsi nelle politiche reazionarie che USA e FMI impongono all'intero continente;
- la rivoluzione su scala continentale sarà la leva fondamentale per indurre una rivoluzione anche negli Stati Uniti, e per distruggerne la credibilità come “cane da guardia” internazionale del capitalismo;
- l'azione rivoluzionaria del MLN non può che essere armata e violenta, non potendosi dare miglioramenti reali delle condizioni del popolo per via parlamentare. La priorità dei tupamaros è quindi quella di costruire una organizzazione militare. Ciò consentirà (in questo richiamadosi a Che Guevara) di rompere l'equilibrio dittatura-oligarchia-pressione delle classi popolari, costringendo l'oligarchia a mostrare il suo vero volto repressivo, al di là delle ipocrisie democratiche;
- in un Paese caratterizzato da una popolazione urbana che rappresenta il 65% del totale, e con una orografia pianeggiante, la guerriglia va condotta in ambito urbano;
- la lotta sarà di lungo periodo e basata su una strategia di vietnamizzazione del Paese;
- nel Paese esistono le condizioni oggettive per una rivoluzione (date cioè dall'elevato sfruttamento classista nei rapporti sociali di produzione) ma devono essere costruite le condizioni soggettive (mancando ancora una coscienza di classe, nonché la capacità di organizzazione e direzione di una lotta rivoluzionaria). Il MLN-T si propone di costruire tali condizioni soggettive;
- il movimento si propone di unificare la sua lotta con quella del sindacato, portandola al di là della mera rivendicazione economica ed estremizzandola;
- il movimento riconosce l'esigenza di generare un sostegno popolare, anche se tale obiettivo viene indicato soltanto in modo generico, e non approfondito.
Da quel momento, lo sviluppo delle azioni armate dei tupamaros è vertiginoso. Attentati, sequestri di persona, rapine di autofinanziamento, in cui però la parte del bottino eccedente le esigenze dell'organizzazione viene distribuita alle popolazioni dei quartieri più poveri della città. Fra le azioni più eclatanti, il sequestro del direttore dell'UTE (l'azienda di telecomunicazioni), la “conquista” temporanea del villaggio di Pando, il sequestro e successivo omicidio dell'agente della CIA Dan Mitrione che addestrava le formazioni paramilitari di destra, l'assalto all'hotel Casino Carrasco.
Nei documenti successivi, l'elaborazione teorica tipica di un movimento chiaramente rivoluzionario fa un passo avanti. Nel documento nr. 3, si discute in modo più organizzato del coinvolgimento delle masse e del ruolo dei tupamaros di avanguardia rivoluzionaria. Lo schema è: un gruppo armato inizia la lotta. A quel punto il resto della sinistra e del popolo si trovano di fronte ad un'alternativa secca: o partecipare alla lotta armata, oppure restare passivi, tramutandosi in “soldati tranquilli” della controrivoluzione. Traspare la fede, cieca, nel fatto che la sola iniziativa militare possa trascinare automaticamente le masse a sostenere il movimento, il che è ovviamente un tragico errore, anzi l'errore fatale che distruggerà il tentativo rivoluzionario dei tupamaros. Ma di questo parleremo nelle conclusioni. Per adesso, basta osservare che l'elaborazione teorica del MLN, contrariamente a quanto affermerà Sendic negli anni Ottanta, fa un passo avanti nella definizione di un metodo chiaramente rivoluzionario.
Nel documento nr. 4, del 1969, ovvero a ridosso della fase in cui il movimento tupamaro sarà definitivamente smantellato dalla repressione, ci si lancia in una eccessivamente ottimistica sottolineatura del grado di conoscenza crescente che il movimento sta acquisendo presso le masse, per poi ammettere, più realisticamente, che le masse rimangono perlopiù apatiche e passive, scontente per la situazione attuale, ma incapaci di comprendere la necessità storica di fornire appoggio alla lotta armata. Inoltre, si ammette realisticamente che il lavoro di intelligence del nemico sta facendo passi molto importanti nello smascherare l'organizzazione e nello schedare i suoi membri. Si cerca pertanto di rilanciare (e sarà l'ultimo tentativo serio, e peraltro fallimentare) un maggiore raccordo con le masse. C'è la comprensione del fatto che l'esaltazione dell'aspetto puramente militare del movimento non ha consentito di dialogare più intensamente con le masse, e guadagnarne l'appoggio. Però si imputa la colpa di tle situazione alla mancanza di evoluzione della situazione soggettiva necessaria per la rivoluzione. Si è quindi rimasti alla situazione espressa nel documento nr. 1, quella cioè di assenza delle condizioni soggettive. Anziché analizzare i propri fallimenti nel condurre una efficace azione di educazione e comunicazione delle masse (basti pensare che ancora nel 1969 il movimento non ha pubblicato il suo manifesto programmatico), e costruire un partito organizzato, in grado di dirigere le masse verso la rivoluzione (condizione fondamentale sottolineata da Lenin stesso) il documento 4 se la prende con la cultura democratica del Paese, con la sua lunga abitudine all'assenza di conflitti, con le proposte formulate dai partiti riformisti, che farebbero presa sul proletariato.
E' vero che il documento riconosce l'esigenza di passare dalla lotta armata ad una organizzazione di partito, in grado di svolgere un ruolo direttivo nei confronti delle masse, tuttavia questa constatazione non ha alcuna conseguenza pratica. Il prosieguo del documento si occupa infatti della sola organizzazione militare, che necessariamente, operando clandestinamente, deve essere fortemente decentralizzata, con ogni colonna che deve essere virtualmente in grado di operare su tutti gli aspetti politici e militari autonomamente, mentre invece, come Lenin insegna, un partito rivoluzionario, che non sia solamente una organizzazione armata, deve basarsi su principi di forte centralizzazione, necessaria per inquadrare e guidare efficacemente le masse. Di conseguenza, mai verrà seriamente discusso il “salto di qualità” dalla lotta armata all'organizzazione politica rivoluzionaria, e questo fatto impedirà ai tupamaros di collegarsi con le masse, e di funzionare da avanguardia per trascinare dietro un appoggio convinto delle masse (come lo stesso Zabalza, in un'autocritica a posteriori, ammetterà).
Va tuttavia sottolineato che, come è evidente, l'elaborazione del pensiero e l'azione pratica dei tupamaros, qui riassunti, valgono a smentire la ricostruzione storica opportunistica fatta da Sendic negli anni Ottanta.

Conclusioni: le ragioni di una sconfitta

L'Uruguay degli anni Sessanta aveva, come gli stessi tupamaros compresero, assommato gli elementi oggettivi di una rivoluzione. Per utilizzare Lenin, aveva sicuramente ottemperato alla prima condizione per il riconoscimento di una situazione rivoluzionaria, ovvero l'impossibilità da parte della classe dominante di mantenere il suo potere senza determinare cambiamenti in direzione di una maggiore repressione (il compromesso storico batlllista su cui il Paese si era retto fino a quel momento era crollato). Aveva anche soddisfatto la seconda condizione, ovvero un incremento senza precedenti delle necessità e delle calamità a carico delle classi oppresse ( il Paese aveva infatti intrapreso una strada di rapidissimo impoverimento e di aumento delle differenze economiche fra le sue classi), e la terza (ovvero una elevazione senza precedenti dell'attività e delle iniziative delle masse, come dimostra l'incremento rapido della conflittualità sociale negli anni Cinquanta e Sessanta). Però i tupamaros non riuscirono a soddisfare le ulteriori condizioni soggettive, chiaramente esposte da Lenin, per trascinare il Paese verso una rivoluzione vittoriosa, ovvero:
- non riuscirono a trasformarsi in un partito rivoluzionario centralizzato e dotato di una élite preparata anche sotto il profilo teorico, in grado di guidare le masse in una direzione prestabilita;
- non riuscirono ad uscire da una logica militarista, e quindi non effettuarono un lavoro di educazione, preparazione e istruzione delle masse, che rimasero così passive, benché profondamente scontente della loro condizione, e non fornirono appoggio ad un movimento che, alla fine, si ritrovò isolato, e finì, in questo isolamento dominato da una mistica militarista eccessiva, per compiere atti ostili allo stesso popolo che voleva difendere (un esempio lampante è l'omicidio del peòn Pascasio Baèz, la cui unica colpa fu di aver scoperto per errore un nascondiglio di armi del movimento) che furono poi utilizzati propagandisticamente dalla destra;
- questo isolamento dalle masse fu fatale per un movimento comunque molto grande (si stima che contò fra i 6.000 ed i 10.000 membri, in un Paese di 2 milioni di abitanti) che quindi non poteva operare clandestinamente efficacemente senza l'appoggio diffuso della popolazione civile;
- non di rado il movimento fu infiltrato da elementi di criminalità comune, con cui i tupamaros avevano relazioni, specie per la fornitura di armi. Ciò fu un ulteriore elemento di allontanamento del favore delle masse proletarie.

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