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martedì 21 giugno 2011

1980-1988: LE CALDE ESTATI DELLA POLONIA di Michele Nobile


ARTICOLO PER LA RIVISTA KONTATTO

nell’anno del Signore 1988.


L’AUTOGESTIONE, LE LOTTE OPERAIE E IL GENERALE


Da quando Michail Gorbaciov è stato eletto segretario generale del PCUS nel marzo 1985 i kremlinologi hanno certamente dovuto abbandonare i loro tradizionali, enigmatici e fantasiosi ferri del mestiere, assai poco adatti a comprendere i processi della glasnost e della perestroika. Analogamente, si è rivelata assai poco utile una nozione assai in voga tra intellettuali alla moda e non e sui mass media: quella del totalitarismo, cioè l’idea che l’URSS sia ancora la Russia zarista con i paesi del COMECON come impero e, specialmente, che le società civili dell’Europa centro-orientale siano immerse in un’atmosfera assolutamente immobile, dominata dalla ferrea volontà del partito padre e padrone. La realtà si è invece rivelata diversa. Il partito unico è l’apparato dominante, pluripartitismo e sindacalismo libero sono proibiti, l’opposizione variamente perseguita, ma le società del sedicente «socialismo reale» non sono immobili, si trasformano, premono sul potere attraverso processi che questo controlla malamente o per niente, imponendo aggiustamenti e revisioni politiche ed economiche che prendono il nome di «riforme». Gorbaciov ha bisogno di perestroika e glasnost perché la società ha imposto l’urgenza di una revisione dei meccanismi politici ed economici, e si sa che le riforme dall’alto sono sempre, per chi ha il potere, preferibili alle rivoluzioni dal basso.

Ben prima di Michail, senza risalire troppo nel tempo, la Polonia aveva conosciuto nel 1980-1981 una stagione di democratizzazione senza precedenti. Protagonista del processo era un sindacato libero, nato dall’alleanza tra dirigenti operai di base e intellettuali (alcuni come Kuron e Modzeleweski con una solida formazione marxista alle spalle), raggruppati inizialmente nel KOR (Comitato di autodifesa sociale). Solidarność portò al divorzio tra il partito che sosteneva di rappresentare gli interessi storici del proletariato ed il proletariato stesso, dimostrando di poter mobilitare milioni di operai e lavoratori, di godere la totale fiducia di questi e di esserne l’unico reale rappresentante. La Polonia è sempre stata nazione inquieta, principalmente grazie alle attenzioni del grande vicino orientale. Più di una volta i massimi dirigenti della Polonia «socialista» hanno dovuto far fagotto di fronte alla mobilitazione operaia (Gomulka e Gierek), prova questa dell’autonomia della società civile di fronte al potere politico.

Con il «golpe» del dicembre 1981 il generale Jaruszelski è riuscito a restare in sella ma ha dovuto, nello stesso tempo, abbandonare l’idea di imporre una qualche forma di totalitarismo e di pieno controllo sulla società a causa del persistere, sia pure nella clandestinità, delle strutture di Solidarność e, specialmente, a causa della cristallizzazione, nella coscienza di massa dei lavoratori e del popolo polacco, della propria estraneità rispetto al regime «socialista». Tra alti e bassi, gli scioperi e le dimostrazioni successivi al dicembre 1981, e sino a questi mesi, e l’esistenza di una rete capillare di organismi autonomi e di controcultura in tutte le pieghe della società polacca, hanno mantenuto vivo lo spirito di opposizione e la capacità di mobilitazione. Almeno sino a poco tempo fa la strategia dell’opposizione sociale polacca si basava sulla costruzione e sul mantenimento di una «società indipendente» dal potere, cioè sul mantenimento di una rete autonoma del tipo indicato sopra. Prima di arrivare agli avvenimenti di questi ultimi mesi è bene chiarire il perché del «golpe» del 1981 e il significato di Solidarność nella storia del movimento operaio internazionale.



LA CALDA ESTATE DEL 1980, L’AUTOGESTIONE, IL GOLPE


Su questo sindacato che è molto più che un sindacato si è fatta molta strumentale ironia o, al contrario, se ne è sbandierato il nome in modo del tutto strumentale. Buona parte della sinistra italiana ha ignorato la realtà dei rapporti di classe facendo propria la tesi del «sindacato cattolico». Sul ruolo della chiesa cattolica in Polonia occorrerebbe un articolo a parte, tanto esso è politicamente articolato. Qui bisogna rilevare il fatto che una istituzione millenaria come la chiesa cattolica imposta la propria strategia sul lungo periodo, cercando il modo di adattarsi ai più diversi sistemi sociali, quando non gli riesce di partecipare alla loro distruzione, come nel caso dell’America Latina. In Polonia la gerarchia cattolica ha avuto momenti di scontro duro con il partito (nel settembre 1953, in un contesto di repressione generale, 9 vescovi e circa 1/4 dei preti vennero imprigionati o deposti; venne imprigionato anche il cardinale Wyszynski); ma, nel complesso, ha avuto una libertà d’azione enormemente più ampia che in altri paesi «socialisti». La ragione va cercata nelle ricorrenti tensioni sociali della Polonia, a cui la chiesa dà voce ma che, nello stesso tempo, contiene entro certi limiti riformistici. Si tratta di un’istituzione che media tra lo Stato e la società: non può andare contro lo Stato perché potrebbe compromettere la propria esistenza, non solo a causa della repressione dall’alto ma forse anche per la dinamica dal basso, in ciò differenziandosi radicalmente dalle tendenze più avanzate della teologia della liberazione latinoamericana; ma deve fungere pure da opposizione «costituzionale», secondo i criteri generali che si possono desumere dal compromesso del 19501, poiché la sua forza risiede, in definitiva, nella presa sulla società. In ciò è favorita dal fatto che l’ideologia del potere è il marxismo-leninismo e che ciò porta alla svalutazione in blocco del marxismo.

Per questi motivi in Polonia la chiesa cattolica è un interlocutore obbligato per qualsiasi movimento di opposizione e, necessariamente, avrà un’influenza importante: per intenderci, Walesa è in linea con l’episcopato. Il rapporto dell’opposizione con la chiesa non è puramente strumentale ed essa certamente fornisce dei simboli unificanti che marcano la distanza dall’ideologia di legittimazione del partito e costituiscono la base per un moralismo politico (speculare ad un certo moralismo marxista) che è la ragione di errori tattici ma anche della resistenza alle lusinghe del potere. Ma non è neanche un rapporto di stretta dipendenza: Solidarność non è mai stato un movimento pilotato, ha sempre mantenuto la propria autonomia, resistendo ai richiami alla moderazione dell’episcopato. La ragione delle sue debolezze e del carattere «autolimitato» della sua «rivoluzione» va ricercata al suo stesso interno ed in considerazioni politiche (ad es. il rischio di un’invasione tipo Cecoslovacchia) che di per sé nulla hanno a che fare con un’egemonia della chiesa e che potrebbero essere proprie di un qualsiasi altro movimento. La dinamica innestata da Solidarność era rivoluzionaria, ed il suo limite è stato non averlo capito, di essersi illuso dell’efficacia di una «rivoluzione autolimitata». D’altra parte, si è spesso assunto il sindacato come un tutto monolitico, sottovalutandone la dinamica interna e le tendenze alla radicalizzazione, dando invece massimo risalto al ruolo, senz’altro fondamentale ma non assoluto, di Walesa, o alla funzione mediatoria dell’episcopato. Bisogna ricordare che al congresso del 1981, due mesi prima del golpe, malgrado la riconferma di Walesa, la battaglia politica fu vinta dall’ala «radicale»: l’accordo tra il presidium della direzione nazionale e la Dieta venne respinto, mentre il congresso decise che i decreti applicativi della legge sull’autogestione sarebbero stati sottoposti a referendum nelle fabbriche, continuando la lotta per un’effettiva autogestione anche in modo illegale.

Il 17 ottobre i delegati di 17 coordinamenti regionali crearono il Comitato Nazionale della federazione dell’Autogestione (KZ-KFS) con lo scopo di «... assicurare le condizioni che permettano la creazione di un modello autogestionario dell’economia e dello Stato».

Una settimana dopo Solidarność nazionale fece propria la tattica dello «sciopero attivo» in cui il potere viene trasferito agli organismi operai; nella stessa risoluzione si avvertiva il governo che, se non fossero migliorati subito i rifornimenti alimentari e se si fosse continuato a impedire il controllo sociale sull’economia ed a reprimere l’attività sindacale, lo «sciopero attivo» sarebbe iniziato in diversi settori produttivi. Meno di un mese dopo il vicepresidente di Solidarność-Varsavia invitò i lavoratori a prendere possesso delle fabbriche, e il 6 Dicembre lo stesso avvenne a Lublino, mentre si preparava lo «sciopero attivo» a livello nazionale.

L’iniziativa del generale Jaruszelski prese dunque in contropiede un’organizzazione che andava verso uno scontro decisivo dalle conseguenze imprevedibili, come già si delineava dall’estate, ma che ancora non era materialmente attrezzata a questo e, specialmente, non appariva sufficientemente cosciente della dinamica messa in moto, dei suoi tempi, e della percezione del pericolo da parte del potere, troppo illusa della propria forza e dall’idea che questa costituisse un progressivo «svuotamento» della forza dell’avversario.

L’esperienza di Solidarność costituisce una lezione eccezionale, sia per i suoi risvolti negativi sia per gli elementi» prefiguranti» di una futura società di transizione al comunismo che emergono dalle sue elaborazioni. Questa affermazione potrà sembrare sconcertante se riferita ad un sindacato, tanto più se «cattolico» e che ha a propria insegna la croce piuttosto che la falce e martello. Si tratta, piuttosto, di una di quelle strane ma ricorrenti ironie della storia per cui certi processi inscritti nella forza delle cose» devono manifestarsi: il grande problema è la coscienza, la coerenza, la determinazione, in definitiva il «fattore soggettivo» che sempre è determinante per trasformare la tendenza emergente in realtà dominante. Il dogmatismo impedisce di capire il significato reale di questi fenomeni e, ben più grave, di dare un contributo reale alla loro affermazione, nonché di imparare qualcosa da essi.

Che la concezione dell’autogestione di Solidarność costituisse, a differenza di quel che possono pensare gli smorti ciellini bianco-gialli, non un passo verso l’affermazione di un capitalismo «cattolico» ma, piuttosto, un passo importante sulla strada di una effettiva socializzazione dei mezzi di produzione e quindi di una gestione collettiva, cosciente e non burocratica dell’insieme dei grandi processi sociali ce lo dice chiaramente questo lungo estratto da un documento del marzo 1981 prodotto dal gruppo di lavoro sugli organi di autogestione di Solidarność-Varsavia:

«1) Il personale dell’impresa è il soggetto sovrano degli organi d’autogestione dei lavoratori; solo la sua volontà pienamente definita può costituire la base del rinnovamento...;

2) La liquidazione immediata delle Conferenze d’autonomia operaia (organi del governo e del partito) è la condizione indispensabile al rinnovamento...;

3) I membri di un organo di autogestione sono eletti dal personale e solo da esso; il consiglio operaio (o dei lavoratori) deve essere indipendente nelle sue decisioni...;

4) L’organo di autogestione dei lavoratori non ha ragion d’essere se non è assicurata l’autonomia dell’impresa...;

5) Il sindacato è il solo organismo atto a preparare le attività indispensabili per la messa in opera degli organi d’autogestione nell’impresa...;

6) Il personale e il consiglio operaio regolano la politica dell’impresa...;

7) La nomina e la revoca del direttore spetta al consiglio operaio...;

8) Il consiglio dispone di tutti i mezzi di informazione dell’impresa quali la radio, il giornale, ecc. ...;

9) I consigli operai... hanno il diritto di coordinarsi e di cooperare a scala locale e regionale...;

10) La creazione di una camera autogestita... è la condizione per garantire ai consigli operai, ed a altri organi d’autogestione, una influenza sociale diretta nella presa delle decisioni economiche centrali» (l’Alternative 1981, pp. 135-136).

Altro che le riforme di Gorbaciov! Qui è certamente da approfondire il nesso tra autonomia delle imprese e pianificazione generale, tra mercato e piano, ma non c'è dubbio che l’autogestione effettiva dell’impresa e il coordinamento generale degli obiettivi economico-sociali siano cosa ben diversa sia dal «socialismo» burocratico dei paesi del Patto di Varsavia sia dal capitalismo «cristiano» e delle «opere» propugnato da un celeberrimo e ubiquitario polacco e dai suoi seguaci italici. Quando progetti di questo tipo sono messi a punto da un’organizzazione operaia con il consenso sociale di Solidarność siamo di fronte ad un fatto di portata storica ma, ahimè, ormai straordinario.

Gli avvenimenti polacchi contribuiscono quindi ad invalidare molte ipotesi alla moda: quella del superamento dei conflitti di classe, dell’inevitabile integrazione della classe operaia, del superamento dell’idea di società di transizione in quanto società in cui i mezzi di produzione e di regolazione sociale sono effettivamente socializzati, cioè autogestiti. È anche chiaro che una struttura di potere non può essere «svuotata» e che il momento del confronto decisivo deve pur esserci. Di fronte alla società civile più organizzata e più oppositrice dell’intero blocco del Patto di Varsavia il governo ha tentato alcune riforme economiche miranti, almeno formalmente, ad alleggerire il peso dell’inerzia e dell’inefficienza burocratica. Queste riforme hanno però dovuto fronteggiare due avversari irriducibili. Il primo è l’insieme del quadro economico. Negli anni ’70, quando governi e imprenditori occidentali si lamentavano per la carenza di risparmio e per il costo del lavoro, le banche sovrabbondavano di liquidi che, in assenza di adeguati sbocchi nell’investimento interno, venivano prestati a condizioni estremamente «facili» ai paesi del Terzo mondo e, anche dell’Est. La Polonia utilizzò i debiti per ampliare le proprie capacità produttive, specialmente in campo siderurgico ed estrattivo, ritrovandosi poi, con la riduzione della domanda internazionale, con una notevole capacità produttiva inutilizzata, una struttura industriale non equilibrata e un crescente passivo finanziario. Inutile ricordare che i padrini della «democrazia occidentale», mentre si sgolavano a favore di Solidarność e contro il «totalitarismo comunista», erano gravemente impensieriti dall’esistenza di un sindacalismo combattivo e restio a seguire le tradizionali ricette d’austerità necessarie al ripianamento del debito estero. Fatto sta che attualmente il debito estero polacco ammonta a circa 40 miliardi di dollari, l’inflazione viaggia intorno al 50% annuo, l’ineguaglianza sociale è incredibilmente aumentata, scarseggiano i generi di prima necessità. Secondo la nostrana voce del padrone «... alcuni settori, quelli di più forte conflittualità, devono essere ristrutturati, come è avvenuto negli anni passati in Occidente (siderurgia, cantieri, miniere) colpendo duramente l’occupazione» (Sole 24 ore, 2/9/1988 pag. 3). Si sa che le «ferree leggi dell’economia» non conoscono frontiere, proprio come le nubi atomiche e le piogge acide; ma in un contesto come quello polacco questi tagli di «esuberanti» sembrano proprio poco accettabili. Solidarność non è la CISL, nonostante i crocefissi, e neanche la CGIL. D’altra parte, quando si sente parlare di «riforme economiche» in un paese «socialista» bisogna sempre considerare che queste, benché possano in qualche misura beneficiare gruppi sociali più vasti rispetto alla situazione data, richiedono sempre, in termini più o meno accentuati, il ripristino di meccanismi di mercato causa, a loro volta, di nuovi e acuti problemi sociali. E i timori di queste nuove tensioni che possono insorgere dalle «riforme» burocratiche sono tra i principali motivi della resistenza che esse incontrano, e non solo nell’apparato.



LA CALDA ESTATE DEL 1988 E L’APERTURA DI UNA NUOVA FASE

A novembre dello scorso anno il generale indisse un referendum sulla «riforma economica» in cui votò il 68% dei cittadini e che ebbe risultato negativo. Ciò nonostante i prezzi e le tariffe aumentarono tra il 50% e il 200%: e questo aumento dei prezzi è stato la causa immediata dei successivi movimenti di sciopero. La prima ondata di scioperi partì il 26 aprile con lo sciopero delle acciaierie Huta Lenina di Cracovia, a cui si unirono successivamente i cantieri navali di Danzica, la miniera di rame Rudna, i lavoratori dei trasporti urbani di Stettino, la fabbrica di trattori Ursus di Varsavia e gli studenti universitari. Il movimento si concluse, dopo una clamorosa irruzione della polizia alla Huta Lenina il 5 maggio, l’11 dello stesso mese grazie al conferimento di speciali poteri che consentivano al generale di congelare prezzi e salari e di reprimere il sindacalismo libero. Le elezioni amministrative di giugno, come sempre boicottate da Solidarność, registravano un ulteriore record negativo di votanti, scesi al 56%. Meno di un mese dopo ricominciavano gli scioperi, a partire dalla miniera Manifesto di Luglio di Jastzebie, allargatisi a tutti i principali centri, comprese le miniere dell’Alta Slesia. Gli scioperi si sono fermati, per il momento, nei primi giorni di agosto, dopo l’incontro tra Walesa e il ministro degli interni, il generale Kiszczak. Ancora un nulla di fatto? Per niente. Innanzitutto, c’è il fatto stesso dell’incontro tra il leader storico di Solidarność e un membro del governo per trattare. Il governo ha aperto una grave contraddizione: da una parte continua a negare la possibilità di un riconoscimento di Solidarność, dall’altra non può fare a meno di trattare. Si tratta di una tattica morbida, inevitabile se non si vuole correre il rischio di esplosioni come quelle del 1970, del 1976 o del 1980, ma che, a sua volta, è inevitabilmente destinata a generare più forti pressioni per la legalizzazione del sindacato e per la contrattazione. Inoltre, lo stesso apparato ufficiale appare teso tra falchi e colombe, mentre il sindacato ufficiale, pur opponendosi a Solidarność, minaccia «azioni appropriate». In autunno dovrebbe iniziare una tavola rotonda tra le parti sociali per cercare una via di uscita alla crisi economico-sociale della Polonia. In quella sede Solidarność ci sarà, ma non ufficialmente. Non si può prevedere come andranno le trattative, ma quel che sembra certo è che la situazione è diventata insostenibile e che i lavoratori, che a settembre hanno, riluttanti, temporaneamente sospeso gli scioperi seguendo l’invito di Walesa, non permetteranno a nessuno manovre che li danneggino ulteriormente e non saranno, una volta ancora, disposti a fermarsi.


1) Estratti del testo dell’accordo dell’aprile 1950: «Al fine di assicurare alle nazioni, alla Polonia popolare e ai suoi cittadini le migliori condizioni di sviluppo, il governo polacco, che riconosce la libertà religiosa, e l’episcopato polacco, preoccupato della prosperità della Chiesa e della raison d’Etat della Polonia contemporanea, decidono di dare alle loro relazioni la forma seguente: l’Episcopato domanderà alla gerarchia cattolica di perseguire i suoi compiti in accordo con i principi della Chiesa e d’insegnare ai credenti l’obbedienza alle leggi e all’autorità dello Stato... La chiesa, che, conformemente ai suoi principi, condanna qualsiasi attività antistatale si opporrà particolarmente al cattivo uso dei sentimenti religiosi a fini antistatali... La chiesa punirà secondo il diritto canonico i preti che si rendessero colpevoli di qualsiasi forma d’attività clandestina o di attività antistatali...»


BIBLIOGRAFIA SU Solidarność

L’Alternative, numero speciale Pologne, le dossier de solidarietè, Gdansk, aout 1980-Varsovie, decembre 1981, Paris 1981.

L’Alternative, n. 14 1-2/1982 (pubblica il programma del congresso di Solidarność del 1981),

Bernocchi, Piero (a cura di), Capire Danzica, Edizioni Quotidiano dei lavoratori, 1980.

Critica Comunista, n. 15-16 3-6/1982.

Danzica, rivista quadrimestrale, ed. E/O, collezione.

Lewin, Moshe, La Russia in una nuova era, ed. Bollati Boringhieri

Mackenbach, W., a cura di, Das KOR und der polnische Sommer, Junius Verlag, Hamburg 1982, documenti, articoli, analisi e interviste).

l'Ottavo Giorno, collezione.

Staniszkis, Jadwiga, Pologne la revolution autolimitee, Presses Universitaries de France, Paris 1982 (sociologa, uno dei cinque» esperti» che hanno partecipato alle trattative di Gdansk con il governo).

Unità Proletaria, n. 1-2/1981, pubblica il bollettino del comitato di sciopero dei cantieri navali di Danzica.





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