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lunedì 4 aprile 2016

SEMPRE A PROPOSITO DI CLASSE, COSCIENZA DI CLASSE E PARTITO di Lucio Garofalo





SEMPRE A PROPOSITO DI CLASSE, COSCIENZA DI CLASSE E PARTITO
di Lucio Garofalo



L'ISTAT, un istituto di statistica ufficiale, noto per la manipolazione sistematica dei dati reali ad usum delfini, cioè ad utilità della casta politica, ci fa sapere che 4 giovani su 10 non hanno occupazione. Si tratta di un dato falso per difetto, ovviamente, e riduttivo della reale portata del fenomeno.
Uno studio meno contraffatto dimostra invece che su 100 giovani 53 sono disoccupati, 42 svolgono lavori sottopagati precari e 5, solo cinque di essi hanno qualcosa che somiglia vagamente ad un’occupazione, sia pure senza diritti. Naturalmente si tratta di una media nazionale, per cui vi possono essere zone del paese nelle quali 78 giovani su 100 sono disoccupati, come ad esempio la Campania, oppure che 68 su 100, come in Lombardia, svolgono lavori sottopagati con salari, abbastanza diffusi, che non superano i 10 euro al giorno e solo per i giorni effettivamente lavorativi.

La politica - diceva Lenin - è l’arte di preparare il futuro”: ma quale futuro attende questi nostri giovani? Un futuro privo di prospettive, che sprofonda in un abisso di sfruttamento e di miseria obbligatoria,  la precarietà imposta come esistenza ed unico elemento di stabilità, la svalutazione e la vanificazione di ogni loro sforzo per qualificarsi, nessun tipo di previdenza sociale, l’impossibilità di dare un senso qualsiasi alla propria vita in una famiglia propria, la morte civile e la fame, quando le pensioni dei genitori non potranno più sostentarli. Nel frattempo, il vagare a vuoto, la condizione psicologica di inutilità, la sconfitta di ogni aspettativa ed ogni speranza.
Essi costituiscono il moderno proletariato, gli equilibristi dell’indigenza, gli esclusi da ogni forma di esistenza dignitosa, i condannati alla non-vita, i nuovi dannati della terra. A loro vale la pena di chiedere: “Cosa avete più da perdere, se non le vostre illusioni?” A loro vale la pena di dire: “Piuttosto che fidarvi di uno sconcio buffone che fa marciare la sua vanagloria sulla vostra disperazione, fidatevi di voi stessi. Siate voi a promuovere ed a costruire una via d’uscita dalla catastrofe del capitalismo. Unitevi!”.


Oggi ci troviamo di fronte ad un compito nuovo, dettato da ciò che è realmente il moderno proletariato. Le vecchie forme-partito sono storicamente improponibili. Oltretutto, non verrebbero manco accettate.
Tuttavia, una “consociazione di comunisti e di rivoluzionari” è una necessità poiché è necessario trasmettere l’idea di una possibile società di eguali oltre il capitalismo. Serve un partito in grado di immettere idee, proposte nel corpo vivo del movimento, svolgendo un ruolo importante per il suo corso.

Di questo ipotetico partito, al momento non è possibile prefigurare né la morfologia, né la fisiologia. Se non si accetta il presupposto che il partito è uno strumento della classe, non viceversa, si parte già col piede sbagliato.
Un partito è un prodotto delle dinamiche sociali e di per sé non può esistere in assenza di tali dinamiche, se non come pura testimonianza. E cosa può essere un corpo separato e sovrapposto alla classe, pieno delle sue verità presunte, impermeabile alla dialettica sociale, ossificato nelle sue gerarchie ed organismi, che riconosce solo a sé stesso il diritto di decidere e magari contro altri compagni che non professano il loro stesso “credo” nelle dovute forme canoniche, se non un pesante riflesso dell’ideologia borghese?

Tale visione è un reperto del passato di cui occorre disfarsi per iniziare a ripensare ex novo la questione. Sia chiaro. La funzione dei comunisti è assolutamente importante, talora decisiva, per indicare al movimento proletario la prospettiva di un mondo possibile oltre il capitalismo, ma un simile compito non richiede né caporali, né ufficiali, né “pifferai magici”.

Non si può più indulgere verso il persistere di una mitizzazione del partito.
Il partito è uno strumento, non un corpo di eletti, e non serve nutrire il culto della “organizzazione”. L’organizzazione di un partito dipende direttamente dal lavoro da svolgere, ma ciò non implica alcuna gerarchia di funzioni.

Il partito è una “consociazione di comunisti e di rivoluzionari”: sottolineo consociazione, non associazione, e nella mia dizione intendo dire che non immagino un partito come un corpo chiuso per accedere al quale bisogna recitare un “credo ideologico”. Considero questo tipo di “partito” come il luogo politico dove tutti coloro che desiderano spendersi per il comunismo e il proletariato abbiano piena cittadinanza. I comunisti non hanno bisogno di imporre la loro linea mediante un apparato burocratico che, alla fine, si identifica nel partito medesimo: se i comunisti credono in quello che pensano allora vogliono e debbono confrontarsi, con tutti,  vogliono e debbono convincere, non vincere e magari con la forza di un apparato.

Si potrebbe obiettare che la mia visione è di origine “anarco-menscevica”.
A parte il fatto che i nominalismi non spiegano assolutamente niente e non servono a niente in un’epoca che è totalmente diversa da quella in cui furono redatti. E tanto meno mi interessa una sorta di attivismo politico inconcludente come giustificazione esistenziale. C’è ben altro da fare.
Chi propone oggi l’idea di partito deve, a priori, definirne compiti e forme, e qui si inceppa il discorso di chi celebra ed assolutizza il ruolo del partito.
Delle due l’una: o un partito astratto, metastorico, mutuato dalle vecchie esperienze, peraltro manipolate e distorte dall’agiografia burocratica, o ridefinire compiti e forme sulla base di ciò che è il moderno proletariato.


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