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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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domenica 10 aprile 2016

L'AUTOMA E IL CAPITALE di Norberto Fragiacomo





L'AUTOMA E IL CAPITALE
di
Norberto Fragiacomo


Qualche giorno fa, rientrando a casa dopo un interminabile pomeriggio d'ufficio, ho casualmente orecchiato una discussione radiofonica tra il conduttore e due ospiti di un programma, uno dei quali era un giornalista di Repubblica che di cognome fa Staglianò e, a quanto pare, scrive libri di futurologia.
Parlavano dell’ormai prossimo passaggio di consegne fra lavoratori umani e robot, e mi è sembrato di capire che si alludesse non soltanto agli operai, ma pure a impiegati di concetto destinati alla “rottamazione”. Risultiamo superati, tutti. Mentre il secondo ospite (credo, o forse era il conduttore) esultava per il tempo libero che avremo presto a disposizione, Staglianò esprimeva forti preoccupazioni per una svolta che ritiene comunque inevitabile: se non si hanno soldi da spendere, il bene tempo perde molto del suo valore – ha osservato –, l’unica proposta sensata sarebbe quella di introdurre un salario minimo per quanti, “licenziati” dalle macchine, saranno espulsi dal mondo del lavoro. Un’espulsione – intendeva – definitiva e riguardante la maggioranza della popolazione.
La Rivoluzione dei cyborg, in parole povere. E’ davvero imminente?, mi sono chiesto. Non sono un esperto di robotica né uno scienziato, ma credo che sì, potrebbe succedere qualcosa del genere, dal momento che le tecnologie sono già disponibili. In astratto, dunque, la citata rivoluzione è possibile, persino probabile. In concreto le cose potrebbero andare ben diversamente. Faccio un esempio: alla fine degli anni ’80 si faceva un gran parlare di avveniristici aerei-razzo capaci di volare a mach 5 o 6 e magari di sganciare missili nucleari dalla stratosfera. L’inglese Hotol, il gigante sovietico Tupolev 2000: non erano fantasie, ci si stava alacremente lavorando. Tuttavia non volarono mai, se non (l’Hotol) nelle pagine di Dan Brown. Finita la Guerra Fredda, l’esigenza di super-armi venne meno, e l’idea di convertire gli spazioplani in via di sviluppo all’uso civile (per cui erano stati ufficialmente concepiti, almeno in Occidente!) fu giudicata non abbastanza conveniente. Pertanto oggi, nel 2016, voliamo su aeromobili dalle prestazioni paragonabili a quelli di mezzo secolo fa, e il SAC si affida agli antidiluviani B52. Le ragioni dell’economia prevalgono su quelle dello sviluppo tecnico, e i romantici (quelli che da bimbi si appassionavano a Spazio 1999 e poi s'imbatterono nel genio di Bartini, il "Conte Rosso") restano delusi: la realtà è prosaica.
Ad essere onesti, è (quasi) sempre stato così. Quella ellenistica (dalla morte di Alessandro Magno alla conquista romana) fu un’epoca di straordinarie scoperte ed invenzioni: risulta che tale Erone abbia realizzato un modello di macchina a vapore, mentre il tarantino Archita faceva volare la sua celebre colomba meccanica e Dionisio di Siracusa festeggiava il varo di una corazzata (a vela e remi) lunga 75 metri. Le magie di Archimede e certi meccanismi complicatissimi ripescati dal Meditteraneo ci suggeriscono che i tempi erano maturi per una rivoluzione industriale ante litteram, che però non ebbe luogo, malgrado l'elevata capacità delle manifatture di standardizzare i prodotti (si pensi agli equipaggiamenti dell'esercito imperiale romano), eguagliata appena nel diciottesimo secolo. La risposta all'immancabile "perché?" è semplice: gli schiavi, fondamento di quel sistema produttivo, bastavano alla bisogna. Dacché il mondo esiste, le elite finanziano ciò che loro serve, non ciò che ci piace: pittori e scultori rinascimentali furono artisti sublimi, ma se il Papato quattro-cinquecentesco non avesse inteso trasmettere un certo tipo di messaggio alla cristianità (già in crisi) si sarebbero probabilmente adattati a riparare muriccioli in campagna.
Il quesito in sostanza è semplice: cui prodest l'automatizzazione del lavoro? In linea teorica sarebbe gradita ai lavoratori stessi, che potrebbero destinare il sovrappiù di tempo libero all'autorealizzazione - l'obiezione di Staglianò è tuttavia validissima, un disoccupato senza mezzi sopravvive (se ci riesce) alla giornata. Alle imprese sufficientemente fornite di capitale, allora? Non ne sono troppo persuaso. Certo, rispetto all'uomo un cyborg di ultima generazione presenta molteplici vantaggi competitivi: "mangia" di meno, non necessita di riposo, garantisce una maggiore produttività e, in ultima analisi, costa meno. Sbattere fuori dal mercato le aziende tradizionali, riducendo all'inattività le loro maestranze, sarebbe un gioco da ragazzi... ma poi? Ci è stato insegnato - e nessuno ha mai contraddetto convincentemente l'assunto - che il profitto dell'imprenditore sorge dal consapevole, "fisiologico" abuso della manodopera, pagata quanto è necessario ad autoconservazione e riproduzione ma sfruttata per un maggior numero di ore; che il plusvalore estratto può essere assoluto oppure relativo e che la seconda voce è collegata all'impiego di macchinari, che consentono una prestazione più intensa; ma è stato pure provato che "approfittare" degli automi è impossibile. Emergono dunque due problematiche, tra loro interconnesse: la prima è che l'impiego generalizzato di robot azzererebbe il margine di profitto, con ovvie ripercussioni sul capitale; la seconda è che il crollo dell'occupazione determinerebbe una spaventosa caduta dei redditi, annientando la domanda di beni. A che mi serve un golem che produce come 10 uomini costandone un quinto se poi i succosi frutti della sua "fatica" giacciono invenduti? Certo, un reddito di cittadinanza (a carico di chi? del fossile di uno Stato in via di sparizione... ma dove troverebbe l'ente le risorse indispensabili? mistero) risolverebbe il secondo problema - il primo, in ogni caso, seguiterebbe ad angustiare gli honestiores. Si porrebbe la questione di ricavare plusvalore dai consumatori, ma come fare? Il sussidio di cittadinanza - chiamiamolo per nome, senza ipocrisia - dovrebbe essere appena sufficiente a sostentamento e consumo di beni "per tutti" di dubbia qualità, mentre gli oggetti e i servizi pregiati verrebbero riservati alle classi alte. Nulla che non si sia già visto: citiamo, a mo di esempio, il junk food americano - tuttavia se i prodotti di scarto venissero venduti al prezzo di costo nessuno ci guadagnerebbe mentre se, al contrario, i prezzi venissero ritoccati verso l'alto una quota rimarrebbe invenduta. Un cane che si ingozza con la sua coda. Certo, la globalizzazione offre a chi abbia attitudine ad operare in ambito sovranazionale rimedi efficaci, se non altro nel breve periodo: un paio di scarpe sportive prodotte in India per pochi spiccioli da un bambino-schiavo viene poi venduto allo svanito cliente europeo per 60-70 euro. Anche tenendo conto delle spese di spedizione il guadagno è mostruoso, al pari del crimine che lo rende possibile. Nei Paesi relativamente più ricchi si potrebbe quindi quantificare il reddito-sussidio minimale sulla base dei prezzi locali, e poi concentrare la produzione di consumo in aree del globo arretrate, ma... come sostituire il bimbo da spremere? Si potrebbe optare per macchine più scadenti ed economiche, che sarebbero in ogni caso anche meno efficienti.
Per queste ragioni e per molte altre (si tenga presente che oggidì il lavoro in fabbrica, in ufficio o nei call center svolge pure una funzione "educativa", giacché abitua alla docilità e svuota di energie fisiche e mentali, facilitando il controllo sociale) reputo verosimile che una siffatta "espropriazione" del lavoro non avverrà a breve, e sarà casomai parziale. Vedo ben altri rischi all'orizzonte; di sicuro, i fantasmi dei dipendenti-robot andranno a costituire una centuria (virtuale) dell'esercito di riserva, e potranno essere utilmente impiegati per giustificare un ulteriore abbassamento del costo del lavoro e nuove sforbiciate ai diritti.
La prognosi è quindi riservata, ma mi permetto di aggiungere qualche considerazione finale. La prima è che il capitalismo, cresciuto grazie alle macchine, potrebbe trovarsi costretto - oggi - a ripudiarle. Sarebbe, a mio avviso, un indizio di senescenza: la contraddizione tra le esigenze di uno sviluppo tecnologico "a tutto campo" - non limitato cioè a particolari ambiti - e quelle di non affossare il guadagno costituisce un pericoloso (per il Capitale, si intende) elemento di novità, poiché segnala che la spinta propulsiva di un modello produttivo "vincente" in quanto frenetico si va esaurendo. Il predatore diviene parassita a tutti gli effetti, ponendosi come ostacolo al "progresso", mentre il profitto diventa indistinguibile dalla rendita.
C'è un ulteriore aspetto: se ragioniamo a mente fredda, senza dare eccessivo peso a certe suggestioni cinematografiche, dobbiamo concludere che la progressiva meccanizzazione del lavoro sarebbe – a determinate condizioni - un formidabile strumento di affrancazione dell'umanità dal bisogno. Sua conseguenza non sarebbe la crapula o la pigrizia generalizzata, bensì il fruttifero otium esaltato dagli antichi romani (da quelli che, come Cicerone, potevano permetterselo). Mi sento di affermare che una simile trasformazione rivoluzionerebbe il concetto stesso di lavoro, rendendo finalmente attuabile l'articolo 4 della nostra Carta fondamentale nella parte in cui prevede il dovere, per ogni cittadino, “di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Un liberista e un socialista, infatti, attribuiscono allo stesso termine due significati antitetici: per l'uno il "lavoro" è sinonimo di produttività, salario e obbedienza, per l'altro si configura come il libero contributo – materiale o di pensiero - offerto dal singolo al benessere della società.
La tecnologia è attualmente in grado di moltiplicare a dismisura la ricchezza disponibile, ma le scelte sul come distribuirla toccano agli esseri umani - e finché permarrà questo stato di cose essa non potrà che essere penalizzante per la stragrande maggioranza di noi.

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