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martedì 7 aprile 2015

KARL MARX AI GRANDI MAGAZZINI di Norberto Fragiacomo




KARL MARX AI GRANDI MAGAZZINI


Nel romanzo “Al Paradiso delle Signore”, del 1883, Emile Zola mescola Marx e gli utopisti, affermando la necessità storica del Socialismo

di
Norberto Fragiacomo



Émile Zola, francese di padre veneziano, va annoverato fra i romanzieri più socialmente impegnati della seconda metà dell’Ottocento.

Scrittore di straordinaria prolificità, mostra interesse per le condizioni di vita dei ceti umili che - impersonati da figure maschili e femminili (quasi sempre) psicologicamente riuscite - penano, lavorano e soffrono nell’universo/affresco dedicato ai Rougon-Macquart, un’immaginaria famiglia francese. Zola crede (finge di credere?) che l’essere umano sia determinato nei suoi comportamenti dal contesto sociale e – diremmo oggi – dalla genetica: la buona ed attiva Gervaise de L’Assommoir sarà tratta alla rovina dall’ambiente sfavorevole e, inevitabilmente, dalla tendenza all’alcoolismo ereditata dagli avi. L’osservatore imbevuto di positivismo non riesce, in verità, a celare la propria benevola simpatia nei confronti di creature più o meno sventurate: il progetto studiato a tavolino, fattosi pagina, si contamina con la vita reale, con le aspirazioni e la passione civile dell’autore.

Un’opera, in particolare, sembra contraddire gli intenti programmatici, stravolgere gli schemi: alludo a Au Bonheur des Dames (Al Paradiso delle Signore, del 1883), che precede di due anni il più celebre Germinal. Si tratta qui di grandi magazzini, anzi dell’inarrestabile espansione di uno di essi che, guidato da un imprenditore geniale, ambiziosissimo e cinico (ma neanche troppo, a paragone di certi campioni della categoria!) riduce sul lastrico tutti i dettaglianti del quartiere. Parlavo di schemi stravolti, di eccezione ad una regola peraltro non sempre seguita: qui abbiamo un lieto fine ed una protagonista – la bionda, angelica Denise – che, benché arrivata a Parigi senza un soldo e con due fratelli da accudire, si farà strada nella vita senza mai tradire i suoi saldi principi ed una serena, commovente onestà. Sarà premiata, e farà del bene a chi le sta intorno – nella buona e nella cattiva sorte.

Cenerentola a Parigi? No, perché a scrivere la storia è pur sempre Zola che rivela, in meno di trecento pagine, una modernità stupefacente. Leggendo alcune frasi, alcuni passaggi mi sono sorpreso a pensare: ma questo è Marx! Chiarisco: Al Paradiso delle Signore sembra (secondo me, è) la trasposizione romanzesca del Capitale, ovvero Karl Marx mirabilmente spiegato alle masse da chi l’aveva studiato e ben compreso. Ci sono tutti gli ingredienti: il ciclo denaro-merce-denaro (D-M-D), teorizzato con passione dal padrone Mouret nel salotto dell’amante; l’affermarsi del nuovo modello produttivo basato sulla concentrazione che, grazie alle economie di scala, ai finanziamenti bancari e alla pubblicità, soppianta l’antico; lo sfruttamento “scientifico” delle maestranze; guerra dei prezzi, valore e profitto. Lo spregiudicato Octave Mouret svolge la sua “funzione sommamente rivoluzionaria”: cambia il mondo, dopo aver individuato il target (le donne, sia ricche che indigenti) ed aver suscitato nella clientela bisogni che rapidamente si trasformano in dipendenza assoluta. Sullo sfondo si muovono, come larve, gli ultimi, pallidi rampolli di un’aristocrazia che ha smarrito la vitalità, incapace persino di quei sentimenti genuini che animano i dipendenti del grande magazzino e i vecchi, ammirevoli, testardi bottegai votati a sparire. Mai mi sono imbattuto in così tanta gente buona in un libro di Zola, ma attenzione: dal punto di vista umano le figure più nobili le incontriamo tra i negozianti schiacciati dal “mostro”, cui vanamente si oppongono (mi vengono in mente l’ombrellaio Bourras e la stessa disgraziata famiglia Baudu, che accoglie all’inizio la nipote Denise), mentre i salariati si segnalano soprattutto per meschinità e cattiveria, si fanno le scarpe l’un l’altro, opprimono il sottoposto e si chinano docili al padrone anche quando, causa il calo fisiologico delle vendite in estate, costui li fa licenziare con un secco “alla cassa!”, che mr. Renzi potrebbe riciclare in un tweet. Eh sì, perché a Zola – e in questo è sicuramente un “realista” – stanno a cuore i fatti veri, il comportamento umano: lui di storielle agiografiche sul lavoratore virtuoso non sa che farsene (neppure Marx, se è per questo), anche se ritiene, un po’ owenianamente, che alle radici della malvagità stia l’ignoranza.

Nel grande magazzino si cerca di sopravvivere e magari di prospericchiare a spese del collega: il perfido Hutin si fa largo con la maldicenza fino alla responsabilità del reparto, ma poi – boicottato dal suo vice invidioso – è lui stesso a tremare; le compagne di Denise la angariano in ogni modo, godono della sua iniziale cacciata, ma infine devono fare buon viso a cattivo gioco; e poi, chi può ruba o approfitta altrimenti delle briciole di potere concessegli. Mouret sa che la competizione fra i sottoposti va a suo esclusivo vantaggio e la incentiva, garantendo ai commessi una percentuale in denaro su ogni vendita effettuata (premio di produttività o salario accessorio la chiamerebbero oggi); affascina, sorride e ostenta bonomia, ma al momento giusto manda avanti il fido alterego Bourdoncle (il tagliatore di teste); guadagna sulla scadentissima mensa e sul caffè a tre soldi, impone una disciplina ferrea, ordina – da dietro le quinte – punizioni che talora hanno il solo scopo di compiacere clienti viziate e stupidamente snob. Zola non lo dipinge come un demonio, al contrario: ce lo rende simpatico, in qualche maniera. Non è suo intento, infatti, fare del moralismo: leggiamo che la grande impresa (nel caso di specie, commerciale) è il futuro, che la dote principale del padrone o manager è la spregiudicatezza, che l’unica legge, in affari, è quella del profitto. Dati di fatto, non queruli lamenti o pistolotti umanitari: l’autore descrive. Certo, qualche volta la descrizione assume i contorni di un’allegoria: così il funerale dell’infelice Genevieve Baudu, uccisa dagli stenti e dall’amore tradito, simboleggia quello di una classe intera, di un sistema basato su autofinanziamento e conduzione familiare. E’ lo stesso Zola a suggerircelo, dopo aver schizzato i volti emaciati, il pallore dei commercianti sul lastrico: “La dimostrazione diventava quasi una sommossa (…) Quel povero cadavere di giovinetta era così portato su e giù intorno al grande magazzino come la prima vittima caduta sotto le fucilate in tempo di rivoluzione (pag. 250)”.

Eppure, stranamente, Mouret non ottiene una vittoria completa – cioè, non la ottiene il capitalista che egli interpreta. La dolcezza, la caparbietà e l’acume di Denise (che allo zio e a Bourras decisi a resistere prova a far capire, con argomenti razionali, che il futuro è della grande distribuzione) lo seducono, lo piegano – e lei, così apparentemente fragile, così diligente, quieta e rispettosa trasformerà il “mostro” dall’interno: “qualche volta (Denise) si accendeva, e vedeva l’immenso bazar ideale, il falanstero del negozio, dove ciascuno avrebbe la sua parte degli utili secondo i suoi meriti, con la certezza dell’avvenire regolato da un contratto. Mouret allora, per quanto soffrisse, si metteva a ridere. L’accusava di socialismo, e le chiudeva la bocca mostrandole la difficoltà della pratica: perché lei parlava nella semplicità dell’anima sua, e si abbandonava con coraggio all’avvenire quando si accorgeva d’uno strappo pericoloso nella sua pratica di cuore buono. Ma intanto egli era scosso e sedotto da quella voce giovane, fremente ancora dei mali sofferti, tanto convinta quando indicava le riforme che dovevano rafforzare il magazzino; e la stava a sentire mentre scherzava; a poco a poco la sorte dei commessi era migliorata, i licenziamenti in massa erano sostituiti da un sistema di congedi dati nelle stagioni di minor vendita, si stava perfino studiando una cassa di mutuo soccorso che avrebbe messo gli impiegati al sicuro, e avrebbe dato loro una pensione a una certa età. Era il germe delle grandi società del ventesimo secolo (pag. 242).”

Io penso che questo passaggio-manifesto racchiuda il senso del libro, e ci dica chi è veramente Denise per Zola. Denise è il Socialismo, che con la forza dell’esempio, del ragionamento e della prassi trasforma radicalmente la società, eleva gli esseri umani, assicura pace, armonia e giustizia. Tutt’altro che un vago auspicio, assicura lo scrittore, che non casualmente chiude il paragrafo con una frase lapidaria all’indicativo: “Era il germe delle grandi società del ventesimo secolo.” Così sarà, perché così deve essere – semplicemente perché il Socialismo è conforme alla natura umana.

Avvertiamo qui echi oweniani o fourieriani, che svelano il mistero dell’ostilità di Zola a La Comune: il nuovo mondo non potrà nascere da un bagno di sangue – pensa, perché solo uomini liberi, in armonia coi propri simili, intimamente persuasi della sua necessità potranno edificare la società socialista.

Utopismo? Ammettiamolo pure, ma queste pagine hanno un impatto fortissimo, ci chiariscono molti dubbi. “Ogni volta che intraprendo uno studio mi trovo di fronte il socialismo”, affermò in un’occasione il grande scrittore. Allora il Socialismo seduceva con “voce giovane, fremente ancora dei mali sofferti”; com’è possibile che sia oggi considerato un rimasuglio di epoche passate, vecchiume? In fondo, ha appena duecento anni, che per la Storia sono un periodo breve. Il problema è che la ditta è passata nelle mani di Bourdoncle, spietato e calcolatore, o forse è sempre stata sua. Zola si è confuso: l’imprenditore tipo (specialmente oggi) non è Mouret, bensì il suo vice, e Denise è stata sbeffeggiata, cacciata sulla strada – nei reparti regna il terrore, con telesorveglianza e codici comportamentali affissi ovunque. Le parole sono usate al contrario, l’eroina contemporanea è una droga – o un’escort a cinque stelle. Anche oggi politici e padroni ridono, ma non stanno a sentire.

Rileggiamo quello splendido passaggio a rovescio – anzi, aggiorniamolo al Jobs Act: la sorte dei commessi era peggiorata, i congedi e le tutele erano spariti, sostituiti da un sistema di licenziamenti in massa, si prendevano i soldi dai TFR e si innalzava l’età per l’accesso alla pensione, anche se la pensione, in realtà, non sarebbe stata pagata. Era il germe delle disumane società del ventunesimo secolo.

La “modernità” di Renzi e dei blairismi assortiti è un lugubre regresso al 1883, perché le regole antidiluviane del Paradiso delle Signore sono tornate o stanno tornando in vigore. Forse Denise avrebbe fatto meglio a seguire il lontano parente Étienne Lantier, incamminatosi verso La Comune.








1 commento:

Sara ha detto...

Molto efficace e ben scritto. Non conoscevo questo romanzo di Zola e mi e' venuta voglia di leggerlo. Complimenti.

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