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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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martedì 5 luglio 2011

Uno strano caso di psicopatologia politica: il Partito marxista-leninista italiano di Stefano Zecchinelli





1. Che la rivoluzione anticoloniale portata nel 1949 a buon fine da Mao Zedong, sia stata un avvenimento importante e progressivo, è cosa certa per chi sostiene posizioni antimperialiste. Cosa ben diversa è la mitizzazione degli avvenimenti storici; la creazione di un passato eroico da venerare,e proteggere contro possibili contaminazioni.
Questo è il caso di una piccola setta, che, in questo brevissimo intervento, voglio prendere in esame: il PMLI (Partito marxista-leninista italiano).
La riflessione, che sicuramente non sarà lunga, è mirata a focalizzare un esempio di psicopatologia politica, prodotta (e non potrebbe essere altrimenti!) dai dispositivi totalizzanti della attuale società capitalistica.
Prima di affrontare ‘’il caso’’ PMLI  confermo la riflessione, fatta in un suo recente intervento, di Marino Badiale, il quale spiega come molte persone approdano all’anticapitalismo, dopo aver provato sulla propria pelle, gli effetti manipolatori del ‘’nuovo’’ capitalismo assoluto.
Non è una cosa da poco, perché una persona provata psicologicamente, da una parte è fortemente ostile alla distopia liberista, ma dall’altra ha forti problemi ad integrarsi in una comunità politica, e quindi a svolgere lavoro collettivo. Le sette, come il gruppo che voglio esaminare (od anche Lotta Comunista e Socialismo Rivoluzionario 1), sostituiscono la collaborazione fra compagni, e quindi anche il confronto, con il legame di fratellanza, propedeutico alla subordinazione acritica e al culto del capo.
Ma andiamo a vedere, più nello specifico, il Partito marxista-leninista italiano.

2. Il PMLI viene fondato a Firenze, da Giovanni Scuderi, il 9 aprile 1977. I militanti aderirono nel 1967 al Partito comunista d’Italia marxista-leninista, e due anni dopo fondarono l’Organizzazione comunista bolscevica Italiana marxista-leninista.
Il riferimento teorico di questo partito è il ‘’marxismo-leninismo pensiero di Mao’’, considerato il punto più altro di elaborazione teorica m-l (vie nazionali al socialismo). Qui bisogna aprire una parentesi: una cosa è stato il maoismo politico, che ha dato vita a sette folcloristiche come il PMLI (o Linea Rossa, fino a Lotta e Unità), un’altra il maoismo teorico che ha trovato in Europa, i suoi massimi esponenti in Charles Bettelheim e Gianfranco La Grassa.
Il maoismo teorico ha avuto il grande merito di capire che il processo storico segue un percorso multilineare, e quindi lo studio del marxismo cinese non può prescindere dallo studio dei modi di produzione asiatici; non c’è che dire, basta questo per mettere le bandiere sulla inutilità delle sette m-l, un mix di folclore politico e dottrinale.

3. Il PMLI rifiuta il trotskismo, il revisionismo di Cruscev, Deng e Hoxha, considera Gramsci il precursore del togliattismo, e parla di una inesistente Rosa Luxemburg pacifista. Non male, ma andiamo per ordine.
Sicuramente il partito di Scuderi accoglie la tesi di Mao sul revisionismo emerso nel XX Congresso del PCUS, quindi il progressivo ripristino del capitalismo in Urss fino al social-imperialismo di Breznev. Deng ha deviato la via ‘’socialista’’ del ‘’Grande Timoniere’’, e ci siamo, mentre Hoxha, che nel ’79 rompe con la Cina, diventa, assurdamente, un trotskista.
Nel 1975 ‘’i nostri’’ (riferito al PMLI) stringono rapporti con il Partito comunista della Cambogia, e dopo l’invasione della Cambogia fatta dal Vientnam, Dario Granito dirigente PMLI, si reca nella zona controllata dai Khmer Rossi; un simpatico pellegrinaggio.
Poco importa che Pol Pot fosse finanziato dalla CIA, contro un paese (il Vietnam) appoggiato dall’Urss; c’era il social-imperialismo sovietico e un marxista doveva dare priorità alla lotta contro questo (come no, miei cari!).
Nel 1979 dopo la rivoluzione iraniana, ‘’i nostri’’ la festeggiarono come rivolta antimperialista, e, ancora oggi, nelle ‘’Tesi per il quinto Congresso nazionale del PMLI’’ si legge:

‘’La Repubblica islamica dell’Iran tiene testa all’arroganza ed ai progetti dell’imperialismo americano e dei Sionisti di Tel Aviv e tra l’altro difende il proprio diritto allo sviluppo nucleare civile strumentalmente attaccato dai due paesi con l’avvallo della UE’’

Un po’ più sotto troviamo questa gustosa affermazione:

‘’ Un movimento di liberazione nazionale può allearsi tatticamente anche col diavolo, interno e esterno al proprio paese, pur di realizzare la liberazione del suo popolo e del suo paese’’.

Direi che un marxista subito capisce che la categoria di social-imperialismo è un ‘’non-senso’’. L’Urss era un paese estremamente conservatore, per ciò che riguardava le sue capacità di espansione, ed avendo al potere una ‘’nuova classe’’ (Gilas) di burocrati, non si capisce come poteva emulare, in quanto a pericolosità, l’imperialismo americano, caratterizzato dal primato del capitale privato finanziario.
Un marxista capisce ciò, ovviamente non dei preti che come tutti gli aderenti ad una religione devono cercare il nemico assoluto. Il PMLI lo trova, ad occhi chiusi perché la fede è un balzo nel vuoto, nel social-imperialismo e nel trotskismo.
Scuderi non ha cura del massacro che i militanti del Tudeh (Partito comunista iraniano) hanno subito da parte delle teocrazie islamiche: l’Urss era un paese imperialistico (avrebbero, come minimo, dovuto presentare delle analisi), e l’Iran del pretume nero, un baluardo dell’antimperialismo.
L’eroico capo del Tudeh, Noudeddin Kianouri, muore nelle carceri iraniane con le gambe segate, ma per ‘’i nostri’’ era una spia dell’imperialismo sovietico. Ecco dove conducono tutte le religioni, triste destino dei loro adepti!
Per ciò che riguarda il trotskismo la cosa è, a dir poco, tragicomica. Si legge nel loro sito e sul loro giornale ‘’Il Bolscevico’’ del pericolo trotskista rappresentato da Cossutta, da Bertinotti, dai CARC, da storici come Canfora e Losurdo. Insomma chi più ne ha più ne metta, nel loro pentolone c’è sempre posto.
Dobbiamo sempre procedere con un metodo di analisi simile a quello che occorre per capire le sette religiose. Da una parte ci sono ‘’l’invincibile pensiero di Mao Zedong’’ e i ‘’cinque maestri’’, quindi il bene (‘’invincibile'' come per il cristiano Dio è la verità assoluta), dall’altra chi storicamente ha rappresentato una alternativa di cambiamento sociale, quindi il revisionismo, la ‘’deviazione’’, e, usando un linguaggio mistico, ‘’il male’’.
La prassi commemorativa, le parate, le celebrazioni, sono il loro piatto forte. Il militante politico per superare lo stato di cose presente analizza criticamente il suo passato cercando di non ripetere gli errori fatti dai compagni che l’hanno preceduto; chi aderisce ad una setta (come il PMLI e Lotta Comunista), invece, si preoccupa di conservare il passato, imbalsamarlo, con la paura di essere schiacciato dal terribile mondo in cui viviamo.
Ci sono due modi di reagire alle vittorie del neocapitalismo: il primo è quello di adattarsi, cedere all’opportunismo tattico, per poi mascherare la propria adesione a ciò che si era criticato con costrutti teorici deprimenti; il secondo è quello di crearsi un mondo parallelo (come osserva giustamente Costanzo Preve) e rotolare tranquillamente accanto all’inferno attuale.
Per carità, ci possono anche essere convergenze e il lavoro nei sindacati reazionari di Lotta Comunista ne è una prova, ma, non essendo questa una critica attribuibile al PMLI, preferisco fermarmi qua.
Le sette sovrappongo il legame di fratellanza alla collaborazione, e il culto del capo alla democrazia di partito. I compagni diventano dei fratelli (come in Socialismo Rivoluzionario) e il capo, non solo, una sorta di grande (ed infallibile) maestro, ma anche un padre severo, a cui non si può disubbidire.
Nello Statuto del partito leggiamo:

‘’ I membri del Partito devono praticare il marxismo e non il revisionismo, sostenere l'unità e non la scissione, essere sinceri e onesti e non ricorrere agli intrighi e ai complotti, debbono osare andare contro corrente, praticare la critica e l'autocritica, essere modesti e avveduti, condurre una vita semplice e rivoluzionaria, formare una cosa sola col Partito, essere in ogni momento col Partito e del Partito’’ (Capitolo 1 Il Partito).

Ed ancora:

‘’ La denuncia degli errori e la critica dei difetti devono avere lo scopo di ``imparare dagli errori passati per evitare quelli futuri e curare la malattia per salvare il paziente'', occorre saper distinguere fra i due differenti tipi di contraddizione, quelle in seno al popolo e quelle tra il nemico e noi. Non bisogna colpire con violenza e sconsideratamente i compagni che non nascondono la malattia, desiderano curarsi e correggersi e non persistono negli errori. La critica deve essere aperta e leale ed avere lo scopo di unire e non di dividere, tutte le misure disciplinari vanno adottate solo dopo approfondito esame e con una precisa motivazione’’ (Capitolo 5 Misure disciplinari).

Il marxismo ora è una ‘’pratica’’ (ed io che parlavo di metodo marxista), vita monacale (e ci sta!), pericolo di contaminazioni esterne.
Il partito in questo caso è un guscio; l’unità fra compagni è sacrale, e la ‘’pratica’’ del marxismo una sorta di rito religioso per esorcizzare la selezione del mercato.
L’individuo è spersonalizzato sia davanti al capo/maestro, e sia davanti al passato dominato da grandi eroi invincibili e quindi irripetibili; insomma, molto brevemente, direi che si tratta di masochismo politico.
Mi stupisce il gusto con cui questi individui si auto annullano, quasi si fanno vittime sacrificali davanti ad una catastrofe imminente. Slogan e celebrazioni, toni austeri e promesse di vittorie future. È questa la caratterista del PMLI: il fascino di una promessa che passa attraverso la mummificazione del passato.
Concludo questo articolo, che spero faccia seguire ulteriore riflessioni soprattutto fra i lettori, con una citazione del ‘’male’’:

‘’ Per questi sterili profeti non c'è nessun bisogno di un ponte, sotto forma di rivendicazioni transitorie, perché non hanno nessuna intenzione di passare sull'altra sponda. Segnano il passo, si accontentano di ripetere le stesse vuote astrazioni. Gli avvenimenti politici sono per loro l'occasione per fare dei commenti, non per agire. Siccome, al pari dei confusionisti e dei facitori di miracoli di ogni genere, subiscono ad ogni momento ceffoni dalla realtà, i settari vivono in un permanente stato di irritazione, lagnandosi di continuo del "sistema" e dei suoi "metodi" e abbandonandosi a piccoli intrighi. Nei loro ambienti impongono di solito un regime dispotico. La prostrazione politica del settarismo non fa che accompagnare, come un'ombra, la prostrazione dell'opportunismo senza aprire prospettive rivoluzionarie’’ (Leon Trotsky ‘’Contro il settarismo’’ da ‘’Il Programma di Transizione’’).

E che la pace sia con loro! Amen!

P.S. ''Il male'' ovviamente è il meraviglioso capo dell'Armata Rossa Leon Trotsky!

Note:

Consiglio sicuramente il libro curato dal compagno Stefano Santarelli su Socialismo Rivoluzionario, altra setta: ''Dietro la non-politica. Quando il ''socialismo rivoluzionario'' vive di apparati, espulsione e culto della personalità''.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Concordo con l'intero articolo. Però dovremmo cercare il modo per interloquire con i loro militanti. Anche se dentro una setta sono uomini, pensanti ed agenti.
Molte volte la setta va a rotoli proprio quando gli adepti iniziano a ragionare col loro cervello.

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